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venerdì 31 maggio 2019

Gli altri film del mese (Maggio 2019)

Proprio ieri vi ho spiegato nel dettaglio alcuni piccoli accorgimenti nel post in oggetto, ma non vi avevo ancora rivelato il motivo per cui oltre al meno tempo che impiegherei nel "compilare" i due post di fine mese, ho deciso di rivoluzionare il tipo di banner utilizzato per i post. Ebbene, il motivo è semplicemente quello che in questo modo, soprattutto per quanto riguarda il lato social ed interattivo del blog (Twitter, Facebook ed Instagram), produrrei più curiosità nel visitare il post, perché va bene che delle visualizzazioni mi interessi poco e niente, ma una visita in più e il raggiungimento di più persone è sempre preferibile. Se faccio bene lo diranno i numeri, ultimamente sempre più bassi, ma è comunque un buon modo per non essere "prevedibile" e stantio. Comunque al di là di ciò, a differenza dei peggiori, in questo post degli altri film del mese, la recensione sarà preceduta dalla locandina e non da un immagine o immagini. Detto questo, cambiamo argomento. E mi soffermo sul lato personale che bloggeristico, anche se a dirla tutta in questo mese di maggio, mese delle ciliegie che quest'anno tardano ad arrivare, praticamente non è successo di particolarmente importante, sia in senso positivo che negativo, e quindi la chiudo qui, buona lettura.
Insyriated (Dramma, Belgio, Francia, Libano, 2017)
Tema e genere: Dramma bellico che racconta il sanguinoso conflitto siriano.
Trama: Una giornata di ordinario pericolo e terrore per una famiglia barricata in casa, nella Siria di oggi.
Recensione: È un film decisamente claustrofobico e di alta intensità quello che realizza il regista belga Philippe Van Leeuw (alla sua opera seconda), praticamente ambientato solo in un appartamento e con una sola scena girata in un cortile (per ovvie ragioni il film non è stato girato a Damasco ma in altre sedi, Belgio, Francia e Libano, come da produzione). Il regista ci descrive le sorti di una famiglia borghese di quella che era la Siria, con tanto di domestica a servizio, che però non è stata risparmiata dalla furia della guerra. Il regista non ci mostra fisicamente i combattimenti, ma ce li fa sentire e vivere con gli spari e le esplosioni improvvise che creano terrore e panico e spingono la famiglia a cercare riparo nelle stanze lontano dalle finestre o sotto il tavolo. Tutto ruota attorno alla figura femminile di Oum Yazan (l'attrice palestinese Hiam Abbas, utilizzata spesso dal cinema europeo e americano) che, in modo molto militare, cerca di proteggere il suo territorio da ogni possibile pericolo. Non mancano le difficoltà nel vivere in questo modo, con poca corrente, senza acqua e con l'impossibilità di uscire all'esterno se non si vuole essere ammazzati dai cecchini. Quello che conta è rimanere uniti, e svolgere i compiti che si conoscono a memoria. C'è sconcerto nei volti dei bambini, e al figlio più piccolo terrorizzato Oum Yazan la donna promette che la guerra finirà presto (un gesto d'amore che, però, è anche una bugia, e lo spettatore lo sa). E non basta barricarsi dentro, perché la milizia nemica riesce comunque a entrare e a commettere una doppia violenza: nei confronti dell'appartamento stesso e nei confronti di uno dei personaggi che non farà in tempo a nascondersi (una delle scene più forti e drammatiche di tutto il film). Non c'è un vero attimo di pace. Neanche la telefonata del marito alla moglie riesce a dare sollievo, perché la linea cade subito. Intanto arriva la sera, un altro giorno di ordinaria sopravvivenza è passato. Ma il domani non riserverà niente di buono e lo sguardo finale del vecchio nonno (pieno di nostalgia, malinconia e impotenza) ci fa sentire totalmente sconfitti.
Regia: Philippe Van Leeuw costruisce un classico Kammerspiel, un dramma da camera intimo e sofferto, costringendo un gruppo eterogeneo di persone a una forzata forma di convivenza. I non detti, i silenzi, ansie e angosce che divorano gli esseri umani fino a consumarne l'anima sono l'oggetto dell'attenzione del regista, il suo modo di denunciare gli orrori che si continuano a perpetuare tra fratelli in tutto il mondo. Ma, nonostante le premesse nobili e gli intenti sociali impegnati, rischia spesso di appesantire troppo lo spettatore. Bene ma non benissimo.
Sceneggiatura: Misteri, drammi, tragedie insostenibili e piccoli momenti di intimità si rincorrono incessantemente tra le quattro pareti del film, un film che è quanto di più vicino a un reportage teatrale, cerca di raccontare un conflitto senza indugiare negli orrori perpetuati, ma basandosi semplicemente su dialoghi e interazioni, ci riesce, ma per quanto regista sia esperto e abile e gli interpreti convincenti quanto intensi, il film risulta "sovraccarico d'emotività".
Aspetto tecnico: Da segnalare c'è soprattutto il sonoro, in grado di creare la giusta tensione.
Cast: Nota di merito per Hiam Abbas e per l'emergente Diamand Bou Abboud, vista di recente ne L'insulto.
Commento Finale: Insyriated non mi è dispiaciuto: il terrore esterno, imprevisto e onnipresente, le dinamiche all'interno della casa-prigione, la macchina da presa come coinquilino che segue le vicende da vicino, vicinissimo, piccoli momenti di tenerezza e divertimento, segreti e amori fuori luogo. Bella la sequenza iniziale, ad alto impatto, fa molto male invece un'altra forte sequenza. Sì, è un buon film teso e drammatico, ma mi aspettavo anche di più da quest'opera interessante, un'opera di grande tensione civile, che propone un dilemma etico, risolto dalla due protagoniste in maniera opposta.
Consigliato: Il regista, raccontando bene e facendoci partecipi del dramma vissuto in prima persona dai protagonisti, riesce a trasmettere quel senso di impotenza e di frustrazione che è solito in temi del genere. Per questo, e vista la buona prova del cast, mi sento di consigliare la visione di questo film, anche a discapito di un finale che non c'è, o forse non può essere raccontato.
Voto: 6
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L'altro volto della speranza (Dramma, Finlandia 2017)
Tema e genere: Un dramma, un ritratto malinconico dell'umanità perduta.
Trama: Un clandestino siriano cerca asilo in Finlandia. L'aiuto arriverà da un bizzarro proprietario di un ristorante e dai suoi dipendenti.
Recensione: Con le caratteristiche che gli sono proprie (ambientazioni vintage, volti impassibili, colori iper saturi, dialoghi scabri ma ricchi di ironia), Aki Kaurismäki propone ancora una variante delle sue commedie imperturbabili, scarsamente popolate e con personaggi che sembrano tutti emulare Buster Keaton, nella loro parsimonia di movimenti ed espressioni. Ma il tono malinconico, le ambientazioni surreali e la recitazione sovente straniante non tolgono mai spazio a un'umanità semplice, solidale e spesso squattrinata (che il regista aveva già proposto anche in Miracolo a Le Havre, l'unico che ricordo di aver visto), nella quale anche quelli che sembrano dei "duri" o degli emarginati sono capaci di gesti gratuiti nei confronti di sconosciuti in cerca d'aiuto. È l'umanità, infatti, il primo punto di interesse del lungometraggio. Un lungometraggio, un film agrodolce che possiede un'ironia anche se graffiante, forse troppo lontana dai canoni dell'umorismo a cui siamo abituati, in tal senso l'opera non è esente da asperità, che inoltre viaggia col pilota automatico e con la benzina avanzata dalle opere precedenti del cineasta finlandese. La ricetta (anche perché il fulcro è sempre quello) avrebbe avuto bisogno o di una conferma ad un livello sublime di ispirazione (i grandi autori sanno come non annoiare, pur ripetendo se stessi) o di un ampliamento tematico. Qui non c'è ne l'una né l'altra cosa. Da un lato, infatti, il film è poco ispirato, fragile nella costruzione, debole negli snodi narrativi e psicologici, insolitamente sfilacciato, non privo di passaggi a vuoto: uno smarrimento che si riflette in un finale deludente. Dall'altro, l'aggancio all'attualità dei rifugiati e della guerra in Siria si rivela un mero pretesto: il povero Khaled non è altro che una riedizione degli emarginati che da sempre popolano, "Chaplinianamente", l'intera filmografia di Kaurismaki. L'emarginazione in Kaurismaki è uno stato della mente, prima che una condizione storica o sociale. Il messaggio quindi è lo stesso, "la società capitalistica produce guerra e disparità, ma a farne le spese è l'Uomo in generale", un passo in avanti nel discorso politico non c'è: si resta nella "comfort zone" di un umanesimo genuino, ma che questa volta ha il fiato corto. Tuttavia è e resta un'opera godibile, che strappa la sufficienza, ma che è ben poca cosa considerata la statura del regista. Si empatizza per Khaled, per la sua maschera Keatoniana che a fatica trattiene l'emozione per il proprio dramma familiare, si ghigna per le metamorfosi del ristorante di Wilkstrom e della sua scalcinata squadra di camerieri, si prova rabbia per l'ottusità della burocrazia e per la violenza dei naziskin. Ma manca il guizzo, il salto di qualità, la ragione per considerare quest'opera non al livello di altre opere del regista e in generale.
RegiaAki Kaurismäki, fra le varie firme, è una di quelle che ha un proprio stilema. Quando si prende visione ad un film del regista finlandese, si carpisce in toto lo stile, peccato che qui si capisca anche già dove voglia andare a parare e di cosa tratterà la sua pellicola, niente che non sia stato già visto.
Sceneggiatura: L'altro volto della speranza parte in un silenzio allarmante, i personaggi sono buttati nella mischia senza alcun biglietto di presentazione, in circa una ventina di minuti, il disegno inizierà gradevolmente a plasmarsi. Prima parte abbastanza dura, nella seconda, invece, esce fuori una parte più tenera e di humour, tutto ovviamente limitato nelle logicità del caso. Il film prende quasi un assetto teatrale, con il ristorante fulcro delle più sbilenche manovre. A volte è lenta, la sceneggiatura, ma nel complesso interessante, bella e riuscita.
Aspetto tecnico: Esteticamente è in linea con altri film del regista, ma a spiccare è la colonna sonora, colonna sonora che accompagna le gesta dei personaggi come un vero e proprio commento musicale, che è soprattutto diegetica, inserita cioè nel mondo narrato. I musicisti di strada, i cantanti da bar, che spesso sono uno sfondo (o meglio, un sottofondo) delle nostre giornate, catturano il fuoco delle sequenze. Orecchiabili tutte ed altresì tematicamente profonde.
Cast: Abbastanza sconosciuto, tuttavia tutti gli attori svolgono i loro compiti in modo egregio.
Commento Finale: Premiato con l'Orso d'argento per la regia al Festival di Berlino, L'altro volto della speranza è un film insolito, che parla di temi attuali con modi e toni inaspettati e che sembrano provenire da un'altra era, ma non per questo meno efficaci e coinvolgenti. Senza pretese o intenti predicatori, il regista mostra ancora la sua fiducia nel genere umano e la convinzione che il cinema possa trasmetterla con umorismo e semplicità. Un compito che L'altro volto della speranza assolve egregiamente. Anche se poteva essere anche meglio, questo e tutto.
Consigliato: Sì, soprattutto ad un pubblico intelligente, che sappia però tollerare alcuni vuoti e silenzi dell'animo, ma soprattutto un certo ritmo lento, l'andamento bizzarro del regista.
Voto: 6+
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C'est la vie - Prendila come viene (Commedia, Francia 2017)
Tema e genere: Ogni coppia sposata concorda certamente su una cosa: tutto dev'essere perfetto. Quello delle nozze è un giorno speciale, si ha l'attenzione puntata addosso e si desidera fare bella figura con i propri cari. E questo film affronta il tema dalla parte di chi sa che non può fallire: gli organizzatori.
Trama: Max lavora nel catering da trent'anni ed è quasi alla fine del suo percorso lavorativo quando si ritrova a occuparsi del matrimonio di Pierre e Héléna in un castello del XVII secolo. Come al solito, ha organizzato tutto: ha reclutato la sua brigata di camerieri e cuochi, ha consigliato un fotografo, ha predisposto le decorazioni floreali e ha prenotato un'orchestra. Tuttavia, la notte dei preparativi potrebbe trasformarsi in un disastro a causa di una serie di imprevisti.
Recensione: Dopo più di cinque anni da Samba, Éric Toledano e Olivier Nakache, due amici registi che hanno incantato il mondo nel 2011 con "Quasi amici", tornano a regalarci una brillante commedia francese. Una commedia con risvolti farseschi, ma diretta con una mano leggera, con un umorismo spesso sottile, espresso con una mimica facciale notevole, è assente la grevità delle commedia "all'italiana", la volgarità sfacciata, il presentare tutto in negativo, nel film anche nelle persone sfortunate o balorde, c'è una bella collezione di caratteri, si intravede un lato positivo che alla fine emerge, dopotutto C'est la vie – Prendila come viene racconta di condivisione, integrazione, e di come l'aspetto privato può esser difficilmente soffocato quando si lavora in squadra da tanto tempo, ma è pure tra lavoro e vita che possono nascere legami e soluzioni nuove che ci fanno andare avanti o che aiutano a mettere un punto fermo. Niente scene scollacciate e il sesso è affrontato con leggerezza e umorismo, le parolacce ci sono ma non sono martellanti. Insomma un umorismo fine, che fa ridere per tutto il film e che ti lascia con la bocca buona dopo esserti divertito per quasi 2 ore. Lo spettatore viene coinvolto in ogni fase del matrimonio, dalla preparazione alla festa vera e propria, la storia si svolge infatti in un'unica giornata. Una giornata in cui una serie di incidenti ben pensati vanno vicino al disastro e fanno morire dalle risate. Un'altra serie di pensate pirotecniche, originali, "coup de théâtre" confermano la grandeur francese e tutto lo stile che hanno, seppur comico, nel preparare cose sofisticate, bellissime e un po' fuori dal mondo. Se proprio si vuole trovare un difetto a questa commedia che, risulta molto più originale e pulita della maggioranza delle attuali nel resto del mondo, è che naturalmente alcune scene divertenti sono prevedibili fin da subito, chiaramente telefonate, ma ripetitivo soprattutto nella commedia non è sempre sinonimo di scarsa qualità. Un po' eccessiva inoltre la durata, troppi forse i 107 minuti per un lavoro così ben scritto. Globalmente però il quinto atto della coppia creativa francese è molto riuscito.
Regia: I registi Eric Toledano e Olivier Nakache riescono a creare un ritmo piacevole che rende la storia assolutamente scorrevole. I fatti si susseguono in modo rapido ma senza fagocitare il pubblico in una continua lotta contro il tempo. Al contrario, va apprezzata la pacatezza dei toni che nulla toglie al divertimento delle situazioni e alle battute fatte dai brillanti personaggi.
Sceneggiatura: C'est la vie risulta sicuramente come un film un poco esagerato per ciò che concerne le situazioni rappresentate ma al di là di ciò, che in maniera evidente è stato apposta "gonfiato" dai due registi tale da rasentare a volte persino il paradosso, quello che più si apprezza in questa commedia sono i dialoghi brillanti che sono intrisi di battute intelligenti, argute e divertenti e la rappresentazione degli stessi personaggi, ognuno con le proprie caratteristiche quanto mai singolari e buffe. Si va dall'assurdo al possibilista, ma sempre sul filo del rasoio: non eccedendo, ma evitando svarioni. Bene così.
Aspetto tecnico: Da apprezzare l'incantevole location, ma anche tutto il resto, a partire dalle musiche.
Cast: La vicenda è supportata da una buone interpretazioni dei personaggi, in specie quello principale di Max interpretato da Jean-Pierre Bacri in stato di grazia, meritano un encomio anche l'animatore Gilles Lellouche, il fotografo Jean-Paul Rouve e l'altra assistente Adèle interpretata da Eye Haidara.
Commento Finale: Gradevole e simpatico, C'est la vie è una commedia francese ben diretta e ben interpretata, capace di risultare godibile in ogni passaggio e nelle tematiche affrontate, grazie a dialoghi spiritosi e frizzanti, interpretazioni convincenti e un ritmo che non cala mai. Un discreto intrattenimento, pecca forse in originalità, ma nel suo insieme, anche grazie al suo garbo, si fa apprezzare.
Consigliato: Sì, soprattutto come "scaccia pensieri".
Voto: 6
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Tully (Commedia, Dramma Usa 2018)
Tema e genere: Drammi e avventure di una madre alle prese con una gravidanza inaspettata.
Trama: Marlo, madre di due bambini e incinta del terzo, riceve come regalo dal fratello una tata per aiutarla durante la sera. Dapprima titubante di fronte alla situazione, Marlo stringerà un legame unico con la riflessiva, sorprendente e talvolta impegnativa, giovane tata di nome di Tully, una collegiale dallo spirito libero in grado di sconvolgerle l'esistenza.
Recensione: Per la terza volta insieme, dopo Juno e Young Adult, il regista Jason Reitman e la sceneggiatrice Diablo Cody, con Tully proseguono il loro percorso di emancipazione femminile, portando in questa occasione sul grande schermo una donna ormai così inglobata dalla vita familiare da non riuscire più a pensare ad altro. E solo con la conoscenza di una esplosiva tata notturna, la protagonista riuscirà a prendere in mano la sua vita di donna e attuare quel cambiamento, quel percorso di accettazione, di cui aveva tanto bisogno. In tal senso brava è la coppia produttiva nello strutturare l'opera in modo che lo spettatore riesca ad immergersi nelle difficoltà che una mamma con tre figli, di cui uno problematico ed un altro neonato, può incontrare nel corso della quotidianità. Bisogna infatti ammettere che, con disarmante onestà e dissacrante realismo, Tully mette in scena quello che per molte donne e madri rappresenta un vero e proprio calvario. Un calvario, uno script, sorretto dal buon affiatamento che le due attrici protagoniste (Charlize Theron e Mackenzie Davis) riescono ad esprimere sul set. Difatti, il legame di amicizia che nel corso del film nascerà fra le due donne è il fulcro di questa divertente ed un po' amara pellicola. Una pellicola, grazie anche al regista, sempre capace nel raccontare storie semplici di persone comuni, interessante, realistica e piacevole, che si mantiene sempre su livelli leggeri, regalando all'opera una certa freschezza e godibilità, e che non cade mai, per non rischiare di appesantire tutto, nell'eccessiva drammaticità. Anche se dopo una parte iniziale folgorante, la suddetta, tende gradualmente ad essere accomodante per un regista che non lo è mai stato. Poteva essere infatti più graffiante, ma forse il timore di spingere troppo, specialmente sulla tematica della maternità ne ha in qualche modo messo un freno. Come se non bastasse, il film ha poi il difetto di concentrarsi unicamente sul rapporto tra le due protagoniste, limitandosi a mostrarci le fatiche di una mamma con tre figli piccoli ed il suo disperato bisogno di sentirsi ancora donna, senza approfondire le varie sfumature dei diversi personaggi che si incontrano durante la vicenda. Luci ed ombre nel finale, con un piccolo colpo di scena, che da un lato ha il merito di rendere credibili alcune situazioni un po' troppo sopra le righe, ma dall'altro svuota l'opera del proprio spirito. Ovviamente per evitarvi qualsiasi tipo di spoiler non vi anticipo nulla, ma di certo non potrete notare anche voi, dopo il termine della proiezione, di avere la sensazione che il filo del percorso si sia spezzato proprio nelle battute conclusive. Detto questo, il duo Reitman-Cody ci confeziona comunque un lavoro positivo ed emozionante, con alcuni difetti, ma anche con diversi momenti positivi, capaci di strappare un sorriso e di regalare emozioni allo spettatore.
Regia: Il regista Jason Reitman sembra sempre ispiratissimo quando si ritrova a dover inquadrare attori di un certo livello e qui non fa eccezione: una serie di sequenze di montaggio benissimo costruite permettono al regista di far progredire la storia senza appesantirla. Una storia che può sapere di già visto, ma che viene raccontata con quel brio necessario a farla sembrare originale.
Sceneggiatura: In una scrittura che è tutto tranne che politically-correct la sceneggiatrice Diablo Cody qui non ha paura di mostrarci il lato oscuro della maternità: depressione post-parto, insonnia e fatiche al limite della sopportazione, drammi e gioie che scandiscono ripetutamente una routine in cui tutto il sudore è dedicato interamente al bene di qualcuno che non sei tu e che da te comunque dipende. Più facile a dirsi che a farsi, ed è senza mai indorare la pillola che Tully sa gettarci dentro le difficoltà dell'esperienza genitoriale, quasi a volerci domandare se la gratuità di questo sacrificio valga la pena, a fronte della rinuncia alla promessa di realizzare la propria idea di indipendenza nel mondo globalizzato.
Aspetto tecnico: Nella media tutti gli aspetti, solo la colonna sonora si concede qualcosa di più.
Cast: Charlize Theron attrice immensa che si riconferma ancora una volta uno dei volti più versatili e in gamba della nostra epoca. Qui con i suoi 23 kg in più, grossa e sfiancata incarna alla perfezione la disperazione di una madre sulla soglia dei 40 anni senza una via d'uscita dall'insormontabile mole di lavoro (casalingo) quotidiano. Altrettanto brava e convincente Mackenzie Davis nel ruolo della vibrante tata Tully dimostrandosi in grado di reggere egregiamente il confronto con la sua controparte premio Oscar.
Commento Finale: Tully è un dramedy pienamente riuscito, un ritratto sociale attualissimo e importante che in modo leggero e senza esasperare i toni della narrazione costruisce un vivido affresco del mondo moderno partendo da una tematica molto ben definita e orientata ma riuscendo ad affrontare molteplici tematiche non meno complesse o importanti, quali lo scambio e confronto generazionale, i vantaggi della vita da ragazze e single a scapito di quella di mogli e madri, i molteplici lati oscuri della vita casalinga e della maternità in generale e quello più importante di tutti, il nostro rapporto con la sanità mentale, lo stress e il modo in cui il nostro corpo percepisce e reagisce a tali condizioni. Il film infatti, coinvolge in maniera sufficientemente valida, anche se non lascia un ricordo emozionale così intenso da meritare grandi/troppi elogi.
Consigliato: Sì, soprattutto alle donne ed alle mamme, anche se utile sarebbe anche agli uomini.
Voto: 6+
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Il palazzo del Viceré (Dramma, India, Gran Bretagna, 2017)
Tema e genere: Dramma storico biografico che racconta della transizione dell'India dal dominio inglese all'indipendenza nel 1947, con la parallela divisione del paese e la nascita di un nuovo stato, il Pakistan, destinato ufficialmente a tutelare la minoranza musulmana. La transizione, che fu affidata a Lord Mountbatten, fu tutt'altro che pacifica, generando una vera e propria guerra civile in un paese profondamente diviso dal  punto di vista etnico e religioso.
Trama: Nel palazzo del viceré dove si discute la problematica indipendenza dell'India nasce la storia d'amore tra un indù e una musulmana.
Recensione: Gurinder Chada (Sognando Beckham) rivisita un momento fondamentale della storia del suo paese d'origine, e anche di quella della sua famiglia: la nonna fu tra i milioni rifugiati costretti a lasciare da un giorno all'altro i loro villaggio in conseguenza della divisione tra India e Pakistan all'indomani dell'indipendenza dall'Impero Britannico, una vicenda che la regista narra svelandone i retroscena, fatti di compromessi ed errori per cui pagarono la vita migliaia di persone. Il film sceglie la casa del viceré come microcosmo in cui mettere in scena non solo le contrattazioni non sempre limpide, tra i leader dei vari partiti/minoranze, ma anche una storia d'amore contrastata che vede ovviamente protagonisti due giovani appartenenti alle etnie in conflitto. Una storia alla Romeo e Giulietta, che sì diventa metafora perfetta di una nazione tragicamente divisa, ma che più che aggiungere grazia e pathos alla narrazione, aggiunge prevedibilità (inevitabile è l'happy ending) e melensaggine inutile (anche perché non riesce la loro storia ad emozionare abbastanza) al film già di suo leggermente retorico. Viceroy's House infatti, che sontuoso e con un cast di tutto rispetto aspira all'affresco d'epoca, ma usa una costruzione quasi televisiva per esemplificare la sua tesi, dipinge e descrive l'Inghilterra e l'India (e tutte le altre nazioni coinvolte), con un po' troppa retorica. Fortunatamente, e pur non andando molto in profondità, il film offre soprattutto (e bene) interessanti spunti di riflessione storico-politica, in particolare sul ruolo controverso di Churchill nel favorire segretamente la divisione dell'India nell'interesse dell'Inghilterra, lasciando credere a Mountbatten di esser stato lui a forzare questa decisione. E quindi film di gran valore storico, senz'altro interessante da un punto di vista didattico poiché racconta appunto un pezzo di storia britannica sconosciuta in Italia, film inoltre supportato da una ricostruzione scenica notevole come testimoniano i filmati d'epoca nei titoli di coda, ma è comunque algido, come un impero che crolla ma con stile, e non solletica i sentimenti.
Regia: La regista Gurinder Chada sembra aver scritto un film capace di sfruttare soprattutto la nostalgia dei fan della serie cult Downton Abbey, non a caso il protagonista è Hugh Bonneville, tralasciando un po' tutto il resto che, nonostante buone doti tecniche, lascia un po' a desiderare.
Sceneggiatura: Sul lato storico niente da dire, dopotutto è storia vera e comprovata, ma la storia d'amore sembra leggermente forzata, inoltre non mancano gli omaggi al cinema bollywoodiano, colorati ma inutili.
Aspetto tecnico: Belli ed interessanti i costumi, scenografia e fotografia sono discrete, l'ambiente è infatti ricostruito con cura filologica del dettaglio. Interessanti inoltre i filmati di repertorio, mentre la musica cerca insistentemente (e male) l'emozione.
CastHugh Bonneville nei panni del Vicerè è abile nel disegnare un personaggio la cui svagata sicurezza di vecchio colonialista è travolta da eventi più complessi della sua capacità di interpretazione e gestione, Gillian Anderson è una efficace Edwina Mountbatten, più rapida nel capire il cambiamento e venire a patti con esso. Gli attori che impersonano i  principali protagonisti indiani del periodo, tra cui Gandhi, straordinariamente somiglianti agli originali, restano fedeli all'immagine ufficiale che i libri di storia ci consegnano.
Commento Finale: Il film della Chadha, presentato, fuori concorso, a Berlino, è un'opera sufficiente ma non certo esaltante. È troppo patinata e non priva di retorica. I personaggi mancano delle necessarie sfaccettature psicologiche. La violenza non viene mai messa in scena preferendo una via più sicura e convenzionale come l'utilizzo di filmati storici che, se inseriscono gli avvenimenti narrati nel preciso contesto storico, al contempo non riescono a creare il giusto coinvolgimento emotivo. È senz'altro più avvincente la ripartizione della posate o dell'enciclopedia tra personale indiano e pakistano che le drammatiche vicende della popolazione. Tuttavia film di grande interesse storico e culturale, un film riuscito e da non sottovalutare.
Consigliato: Forse un po' prevedibile (anzi, tolgo il forse), ma interessante per lo squarcio che apre su una vicenda non così nota, Il palazzo del Viceré è un buon esempio di intrattenimento che non rinuncia a un'analisi storica rispettabile. Agli amanti del genere certamente consigliato.
Voto: 6
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Miss Sloane - Giochi di potere (Thriller, Dramma, Usa 2016)
Tema e genere: Thriller politico che tramite una spietata protagonista solleva il velo sull'industria sotterranea e potente delle lobby.
Trama: Una lobbysta aggressiva e vincente abbandona la sua potente agenzia per dedicarsi (per puro interesse) a una nobile causa: la battaglia contro le armi. Sempre con il suo stile spregiudicato.
RecensioneMiss Sloane è un film inizialmente complesso (ma sempre con un ritmo veloce e ottimi dialoghi) ma pian piano si chiariscono come in un puzzle i vari elementi di una battaglia senza esclusione di colpi. La protagonista (lobbista straordinaria, la più ricercata a Washington) è una donna che ha eliminato la propria femminilità (che certo non è riscoperta, istinti a parte, negli appuntamenti a pagamento), dalla battuta sarcastica, che non guarda in faccia a nessuno per ottenere quel che vuole. Come capirà la giovane ma già esperta collega, che le confida un fatto privato e che tale dovrebbe rimanere. Infatti, la protagonista, anche attraverso sistemi non proprio eticamente irreprensibili, userà tutte le sue armi (ed assi nella manica) a disposizione per raggiungere il suo obbiettivo (che in questo caso però è sia nobile che giusto, far approvare la legge sul controllo delle armi), ma, si sa, il troppo accanimento e la sovraesposizione oltre a compromettere i rapporti umani possono portare gli avversari ad alzare il tiro: compromessa, vulnerabile e sotto inchiesta da parte del Senato, Miss Sloane potrebbe finalmente aver trovato pane per i suoi denti. Diretto dal britannico John Madden (Shakespeare in Love, Marigold Hotel, tra gli altri), Miss Sloane è un film dall'ingranaggio rodatissimo, sorretto da una Jessica Chastain ancora una volta sontuosa e supportato da un ensemble di comprimari di prim'ordine. Oscillando con buon ritmo tra il ritratto di una figura professionale borderline e ambigua (al netto di ben più di qualche stereotipo) e la cifra dello spy-thriller politico, con tanto di tecniche di sorveglianza, pedinamenti, doppiogiochismi e via dicendo, il film procede spedito verso l'obiettivo. Un intrattenimento di più che discreto livello, che ricalca in un certo modo opere tutto sommato affini come Le idi di marzo di George Clooney o format centrati sul lavoro d'equipe e sull'isteria di alcune professioni (vedi The Newsroom di Aaron Sorkin), con tanto di (prevedibile) ribaltamento finale e chiusura "con sorpresa" abbastanza forzata e a dir poco inverosimile, ma, tutto sommato, va bene anche così. Il film infatti, a un certo punto inizia ad accumulare colpi di scena, forse troppi e troppo in fretta, però si fa apprezzare, anche nel finale ad effetto, grazie a una lucidità (venata di pessimismo sulla democrazia americana) nell'affronto di temi delicati, a sceneggiatura e dialoghi scritti con grande arguzia e brillantezza, a una regia funzionale ma non piatta e a un'attrice meravigliosa come Jessica Chastain. Difatti, se nel finale alcuni colpi di scena a tamburo battente sembrano far pensare a una chiusura un po' facile e quasi trionfale della vicenda, l'epilogo amaro e dimesso riporta la storia a una dimensione non certo consolatoria, ma di duro attacco a un sistema che mostra il suo lato oscuro.
RegiaJohn Madden ha prodotto delle buone opere, come Il Debito e Shakespeare in Love, accanto ad altre meno significative. In Miss Sloane arriva a creare un meccanismo narrativo che parte con qualche intralcio di troppo, ma che alla fine sviluppa una trama a cui lo spettatore si appassiona, immaginando o presupponendo il colpo di scena che viene praticamente annunciato sia dalla prima inquadratura.
Sceneggiatura: Il plot in alcuni momenti è un po' farraginoso e poi non entra nei dettagli, non ci spiega il motivo per cui la protagonista mostra tanto accanimento e una tale mancanza di pietà per sé e per gli altri: forse questo ci manca, ma il regista lo sostituisce con la denuncia nei confronti  di un sistema malato, in cui la manipolazione delle cose e delle persone sta arrivando a eclissare nel concreto la democrazia formale, mentre il concetto di libertà (rappresentato dall'uso delle armi: la libertà di potersi difendere versus la libertà di esserne circondato) è alla mercé di chi lo sa pagare meglio. Una storia già nota, certo, ma che tra citazioni socratiche e brillanti soluzioni narrative, riesce, qui come altrove, e dunque ancora una volta, a intrigare.
Aspetto tecnico: Tutti gli aspetti, semplicemente di livello, niente di eccezionale ma perfettamente in linea.
Cast: Di Jessica Chastain già detto, lei è indiscutibilmente tra le più brave e più belle attrici del panorama mondiale. Ma bravissimi sono anche tutti gli altri, da Mark Strong a Michael Stuhlbarg, da Gugu Mbatha-Raw a John Lithgow, da Alison Pill a Jake Lacy, fino ad alcuni comprimari quali Douglas Smith, Christine BaranskiDylan Baker e Sam Waterston.
Commento Finale: Il film di John Madden ricorda strutturalmente un serial televisivo condensato, con la donna che sembra la perfetta fusione di Frank e Claire Underwood in House of Cards, e permane un'opera corposa, colma di riferimenti professionali specifici, che richiedono una particolare attenzione del pubblico e di conseguenza non si può certo definire come un film adatto ad ogni tipo di spettatore. Tuttavia è ammirabile la cura certosina di uno script cervellotico, che funziona benissimo sullo schermo, dando vita ad un flusso narrativo assolutamente continuo e morbido a dispetto di un trama incredibilmente complessa. Nelle fasi iniziali probabilmente il film fa un po' fatica a decollare, il ritmo saltuariamente si inceppa, però recupera a pieni voti già nella prima di metà, riuscendo a far passare i 132 minuti totali in un modo che, sinceramente, non credevo possibile.
Consigliato: Sì, soprattutto agli amanti del genere e ad i fan della Chastain.
Voto: 6,5
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10 commenti:

  1. Non li ho visti, ma guarderei volentieri Tully, sia per la trama, e sia perché apprezzo Charlize Theron.

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    1. Bella scelta, io comunque ti suggerirei anche C'est la vie ;)

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  2. Non so perché Tully era un film che volevo vedere ma non ho mai visto 😅

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    1. Ok, ma ora che ti ho rinfrescato la memoria non hai più scuse ;)

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  3. Non mi attira nessuno di questi, forse vedrei anche io solo Tully...!

    Moz-

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    1. Ok, comunque stesso consiglio dato a Claudia, anche C'est la vie potrebbe fare a caso tuo ;)

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  4. Ao n'avessi visto uno e, soprattutto, avessi voja de vedenne uno!! ;)

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  5. Mi attira solo la commedia francese (ma neanche troppo).

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