mercoledì 27 marzo 2019

Le altre serie tv (Febbraio/Marzo 2019)

Non sapendo cosa vedere, in una settimana in cui aspettavo completassero la messa in onda alcune serie che vedrò e recensirò prossimamente, ho puntato su una serie tv d'autore, una serie che raccontava la storia di una ricca famiglia di imprenditori del settore dei media che sembravano ricordare i Murdoch ma che non erano, ovviamente, i Murdoch, ma ho sbagliato cavallo. La serie pur non essendo un qualcosa di orrido, ma soltanto qualcosa di discreto interesse, non mi ha soddisfatto, tanto che per la prima volta potrei non vedere e non concludere un serial, dato che la serie è stata rinnovata per una seconda stagione. In ogni caso, realizzata dall'emittente televisiva statunitense HBO, Succession è creata da Jesse Armstrong e prodotta tra gli altri (anche dallo stesso creatore ed ideatore) da Adam McKay, sì proprio lui regista de La Grande Scommessa e di Vice, lui che firma anche come regista il primo episodio e da Will Ferrell, con Brian Cox nei panni di un magnate a capo di una famiglia disfunzionale e di un impero mediatico multimilionario. Succession (andata in onda su Sky Atlantic tra ottobre e novembre scorsi, ma comunque sempre disponibile su on demand) è infatti un cosiddetto family drama, a conferma di quanto ancora, paradossalmente, la famiglia nelle sue varie articolazioni interessi gli autori delle fiction e di conseguenza del pubblico, soprattutto in America da dove arriva anche il maggior numero di sit-com con storie di padri, madri e figli a confronto. Il più delle volte la famiglia è rappresentata come un modello astratto da accettare o rifiutare, invece che una realtà concreta da vivere, mettendo in ombra o addirittura in cattiva luce la famiglia cosiddetta tradizionale a beneficio di altre aggregazioni. Ma questa è una storia che conosciamo bene. Tornando invece a Succession, la storia che racconta, ambientata a New York, è quella della famiglia Roy, guidata dal patriarca ottantenne Logan (il rammentato Brian Cox, in verità l'unico personalmente parlando impeccabile nel suo ruolo), che nel giorno del suo ottantesimo compleanno, a seguito di un malore, finisce in coma all'ospedale in terapia intensiva. Da quel momento, tra i quattro figli (tre maschi e una femmina) accorsi al capezzale, si scatena la lotta per la successione, ignari che il colosso di famiglia, la "Waystar Royco", navighi in acque tutt'altro che tranquille. La ricerca del successore e il futuro dell'azienda diventano così il motore di tutte le vicende che animano la serie tv (di dieci puntate), anche quando tra lo stupore generale il vecchio Logan riapre improvvisamente gli occhi.
Cominciamo col dire che la serie ha un ritmo frenetico, per colpa di personaggi caratterialmente sempre in conflitto con se stessi, brillanti (anche se inutilmente volgari e troppo teatrali) dialoghi ed anche una buona colonna sonora che fa anche da titoli di testa (anche se questo leitmotiv ossessivo dopo un po' stanca parecchio), ma in questo family drama molto non va. Perché va bene che Succession è tutto il contrario di quello che di solito siamo abituati a vedere: qui non è l'amore e la comunione che regge i legami ma i giochi di potere, il massacro, l'odio e la paura a volte iniettata con cattiva ironia (con Dynasty tuttavia non regge il confronto), perché va bene che cinismo e sarcasmo sono gli ingredienti principali di una serie spietata in cui nessuno è perfetto, tutti hanno dei difetti e per lo spettatore è impossibile affezionarsi a qualcuno (con Billions tuttavia non regge il confronto, anche per quanto riguarda la "ricchezza" esercitata), ma è una riproposizione di stereotipi continui (droga, sesso, finanza e potere, con scene di nessun particolare impatto), con attori carismatici zero. Jeremy Strong, anche se il suo ruolo è quello di mostrare la sua incapacità di farsi rispettare, tutta la sua sofferenza per le attenzioni non avute, tutta la sua voglia di dimostrare più che di essere, dà solo ai nervi, Kieran Culkin (il fratello di Kevin), sfacciato, sfrontato, scapestrato figlio di Logan, che è l'immagine di ogni ricco, dà sui nervi anche lui, ed anche Sarah Snook (l'unica vera "luce"), come tutti gli altri, attori famosi e non, proprio non convincono. Solo il cugino Greg (Nicholas Braun), una figura ingenua all'apparenza, ma paradossalmente l'ennesimo squalo di una famiglia di squali, è un piacere seguire. Non particolarmente piacevole tutto il tessuto narrativo, anche perché Succession è una serie che vive dei suoi personaggi e della loro interazione, per questo devono essere tanti, la scena deve essere sempre piena di persone, di situazioni, di azioni, di parole, ecco, troppe persone, troppe situazioni, troppe azioni e troppe parole in una prima stagione che si chiude con rabbia e frustrazione, come la mia nei confronti di una serie sicuramente matura e di qualità (ideale forse per chi è stanco della serialità pop), ma che non fa e faceva per me, almeno non in questo modo non proprio personalmente interessante, che invece di intrattenere scontenta solamente. Voto: 5
Ha sempre avuto un po' il sapore della fantascienza vecchia scuola Person of Interest, tra personalità cibernetiche che raggiungono vette tra il divino e il magico, eroi urbani che se la cavano per il rotto della cuffia, ma soprattutto possibilità sconfinate e ancora non raggiunte poste con garbo e calate in un contesto quotidiano. Quella fantascienza al confine tra meraviglia e fantasy, Spielberghiana di nascita (e l'idea di Minority Report è uno dei riferimenti iniziali), ma Abramsiana di adozione, che ha sempre intrattenuto con i suoi alti e bassi. La quarta stagione di Person of Interest ha continuato con coerenza su quella scia, nonostante scelte di trama discutibili, ma riuscendo a mantenere alta l'asticella dell'intrattenimento e della qualità. La trama di Person of Interest sembra così banale eppure così attuale (soprattutto adesso). Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 si è sentita la necessità di creare qualcosa che facesse sentire al sicuro gli americani. Per questo Harold Finch (Michael Emerson, uno dei naufraghi di Lost), milionario solitario esperto di computer, ha costruito una Macchina per il Governo degli Stati Uniti che utilizza la mole enorme di dati raccolti dagli onnipresenti sistemi di sorveglianza al fine di prevedere gli eventi criminali definiti "rilevanti", ovvero gli attacchi terroristici. La creatura di Finch però riesce a rilevare anche i reati comuni, definiti "irrilevanti", e quindi per poter prevenire questi delitti chiama a raccolta un po' di aiutanti (Jim Caviezel sempre presente), ma della squadra in questa stagione si deve fare a meno di Carter (Taraji P. Henson), uccisa anche per colpa di chi questa Macchina vorrebbe governarla a suo piacimento, qualche altra organizzazione uccidere. Ma quando compare la Decima Technologies che, dopo aver fallito nell'intento di appropriarsi della Macchina, ormai un'entità a se stante, ruba la versione alfa, lo scontro è inevitabile. Uno scontro fra due dei, la Macchina e Samaritan, due lati della stessa divinità, due espressioni di una mente superiore che è lo specchio di chi l'ha creata e di chi la governa. E sarà uno scontro non da poco, ma ancora tutto da scrivere e vivere anche nella quinta (ed ultima) stagione. Ma prima la quarta, questa, che ancora una volta avvolge lo spettatore con i suoi temi e riflessioni, ormai classici, il costante dibattito tra sicurezza e libertà personali, tra bene e male, tra etica e necessità stringenti. Ecco perché nonostante il tempo passato ho voluto recuperarlo, perché anche se Person Of Interest è probabilmente una delle serie più sottovalutate del panorama televisivo, cosa comunque comprensibile, poiché non è facile capire il significato complesso dietro il semplice concetto di tecnologia e privacy, è questo infatti che sta alla base della serie tv creata da Jonathan Nolan e prodotta da J.J. Abrams (e la sua influenza si sente sempre), la serie, stagione dopo stagione, arricchendosi di concetti, serializzando la sua trama ed esplorando a fondo il carattere dei personaggi, tutti molti interessanti e complicati, è riuscito sempre a soddisfare. Infatti, seppur partita un po' in sordina, alla fine ha conquistato quella sua fedele fetta di pubblico. Ogni annata ha difatti sfruttato le potenzialità cangianti della serie, mantenendo intatto il proprio nucleo da procedurale con la ricerca e il salvataggio degli irrelevant, ma al tempo stesso sostenendo una trama orizzontale sempre più forte, in questa stagione poi (come detto) determinante. Si giunge infatti alla quarta stagione, con una trama sempre più complessa e forse non del tutto convincente, per certe meccaniche e per certi componenti non proprio soddisfacenti, ma tuttavia coinvolgente. Seppur imperfetta, umana, per questo così facile da amare. Perché anche se a volte le trame orizzontali sembrano procedere lentamente, non è un prodotto da sottovalutare, anzi, perché più adesso che prima Person Of Interest offre degli spunti interessanti facendoci riflettere sul nostro modo di vivere la privacy. Siamo davvero tutti osservati? Siamo al sicuro al giorno d'oggi? Certo, la serie tv è pura fiction, ma se ci fosse davvero una Macchina in grado di controllarci, come dovremmo reagire? Ecco, per poterlo scoprire recuperate se potete questa serie, così come sto facendo io, seppur in ritardo. Voto: 6
Dal 2015 il palinsesto della BBC include un adattamento seriale di un testo di Agatha Christie, le cui opere complete sono ora in mano alla rete ammiraglia britannica dopo anni di trasposizioni ITV. Al quarto giro, dopo tre storie auto-conclusive (Dieci piccoli indiani, Testimone d'accusa e Le due verità), la sceneggiatrice Sarah Phelps, che ha curato al momento tutti gli adattamenti dell'opera della regina del crimine, decide stavolta di cimentarsi con la più nota creazione di Christie, Hercule Poirot. Il celebre detective belga è quindi tornato anche in tv dopo il cinema, ma quello che vediamo è un Poirot del tutto diverso. In The ABC Murders (dal romanzo La serie infernale), egli ha infatti il volto a tratti sorprendente di un attore americano, John Malkovich, il quale è al contempo l'elemento più affascinante e spiazzante del progetto: da un lato, è inevitabile una certa sensazione di straniamento sul piano puramente visivo, dal momento che l'attore americano si discosta dall'immagine classica del detective, almeno da quella portata sullo schermo da molti interpreti, dall'altro, la scelta di evitare il cliché del Poirot imperturbabile e innamorato della propria intelligenza, sostituendolo con un personaggio la cui mente brillante è accompagnata da un dolore impronunciabile e una rabbia a volte malcelata, non sembra proprio il massimo. Ma a sorpresa funziona, perché anche se al quarto giro, il nuovo filone della BBC basato sulle opere di Agatha Christie, con il volto di John Malkovich (che comunque offre un'interpretazione esemplare), si discosta non poco dalle versioni canoniche a cui siamo abituati, ne preserva anche l'essenza di uno dei personaggi più amati della letteratura britannica, dando alla miniserie quel fattore umano che potrebbe chissà lanciare tutta una nuova serie di avventure di Poirot sul piccolo schermo. Una miniserie, uno show che si fa apprezzare, inoltre, per una produzione accurata, che dedica una rimarchevole attenzione alla fotografia. Non a caso la serie (che include nel cast anche Andrew Buchan, Tara Fitzgerald e Shirley Henderson) sin dai primi minuti ricrea una efficace atmosfera cupa, triste e silenziosa degli anni '30, dove un non più elegante, eccentrico, arrogante e vispo, ma vecchio, stanco e malinconico Poirot, fa capolino. Una corrispondenza frequente di lettere anonime particolari e inusuali, dai toni confidenziali ma inquietanti, lo mette di nuovo in gioco, deciso a saperne di più e a trovare il mittente dal piano oscuro. Inizia così in The ABC Murders una corsa contro il tempo per cercare di anticipare le mosse del killer e raggiungere i luoghi più disparati uniti dalla guida delle stazioni ferroviarie in un metodico ordine alfabetico. Il suo istinto da investigatore arguto, ormai arrugginito, torna pian piano al suo splendore ed entra in contatto con lo scettico e ostile Ispettore Crome, interpretato da un maturo e quasi irriconoscibile Rupert Grint. Le continue allusioni al passato e alla sfera personale di Poirot portano il detective belga a sentirsi il collegamento dell'assassino con gli omicidi e a cercare di scavare nei suoi ricordi lontani, che risalgono a prima della guerra e del rifugio in Inghilterra, per scovare qualche dettaglio o qualche chiave di lettura magari sfuggitagli. Per lo spettatore di The ABC Murders sembra un caso lineare e logico: si ha l'impressione di seguire la vicenda contemporaneamente su due binari paralleli e sembra di dover solo aspettare di assistere al momento in cui si incontrino e si incrocino. Ma in realtà l'ultimo episodio (da noi arrivata in doppia versione al contrario della tripla in Inghilterra) stravolge la prospettiva e mette in dubbio tutto quello che si credeva di sapere, lasciando lo spettatore (almeno chi non conosce il romanzo omonimo, come me) spiazzato. L'ambientazione è dark, i dialoghi essenziali, i personaggi calibrati: The ABC Murders torna all'origine del giallo, con una caratterizzazione diversa e uno stile semplice e definito, e fa centro. Certo, va detto che il ritmo non risulta sempre molto incalzante (soprattutto durante la visione del primo episodio), e questo forse a causa delle numerose sequenze lente che inibiscono la crescita della suspense, rendendo l'intreccio (già focalizzato su un Poirot "sottotono") un po' monocorde e stagnante (un pizzico di adrenalina in più non avrebbe guastato), ma con John Malkovich a capo di una serie ben confezionata, si scopre una piccola perla. Voto: 6,5

6 commenti:

  1. Io di "Person of Interest" ho visto solo la prima stagione, le altre serie, invece, non le conoscevo.
    Ti ho nominato per un Tag ➡ http://gattaracinefila.blogspot.com/2019/03/tag-conosciamoci-meglio.html 😊

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    1. Se ti piace Agatha Christie non perderti gli adattamenti, e se ti interessa ancora Person of Interest non perderti le altre stagioni ;)
      Grazie della nomina, risponderò presto :)

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  2. Michael Emerson è ottimo anche nel Nome della rosa appena finita.. Invece Person of interest mi ha sempre incuriosito ma non l'ho mai seguita

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    1. Preferisco rivedere il film omonimo, ma contento per lui, che comunque in Person of Interest è praticamente perfetto ;)

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  3. Di Person of Interest ne ho sentito spesso parlare, ma non mo ha mai incuriosita.
    Succession, se non la finisci tu, figurati se posso iniziarla io..
    L'altra non la conosco.

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    1. Ne hai sentito parlare perché è passata in tv, ma ho perso la programmazione e ho recuperato solo adesso ;)
      Le altre non credo ti interessino appunto, però ad ABC potresti dargli una chance :)

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