mercoledì 20 marzo 2019

Agents of S.H.I.E.L.D. (5a stagione)

Ne è passata di acqua sotto i ponti dall'incerto debutto di Marvel's Agents Of S.H.I.E.L.D. nel 2013. Ma con il passare degli episodi e delle stagioni (la recensione della terza la trovate qui), la serie (con funzione da collante tra le varie pellicole facenti parte del Marvel Cinematic Universe) si è sempre evoluto, non cristallizzandosi mai nella sua forma narrativa e introducendo elementi sempre nuovi, cercando di correggere i propri difetti. Ed è così riuscito ad imporsi, soddisfacendo a volte maggiormente rispetto a serie supereroistiche più pubblicizzate ma meno riuscite. E adesso, dopo Inumani impazziti, teschi infuocati e androidi in rivolta, è giunto il turno degli alieni. Infatti dopo aver affrontato le vicende legate al Framework lo S.H.I.E.L.D viene inaspettatamente inviato nel futuro, dove la terrà è stata distrutta e i pochi rimasti vivono in schiavitù. La squadra dovrà affrontare varie sfide, ma riusciranno a tornare nel loro tempo. Sarà così che tenteranno di cambiare il corso degli eventi, per evitare che il loop temporale si ripeta e la fine del mondo avvenga ancora una volta. Reduce da una quarta stagione non proprio accolta dalla critica in maniera positiva (non da me, che l'ho promosso nonostante alcuni problemi, qui la mia recensione), la quinta ondata di episodi di Agents of S.H.I.E.L.D. è stata accompagnata da un certo scetticismo, ben giustificata poi dal basso grado di qualità di gran parte degli episodi proposti. L'ambientazione futuristica dei primissimi episodi serve solo da prologo per quello che poi è il fulcro narrativo dell'intera quinta stagione, il salvataggio della Terra dalla distruzione. Ma è purtroppo il modo con cui certi eventi vengono proposti allo spettatore che fa storcere il naso. I protagonisti, a mio avviso, vengono catapultati in futuro post-apocalittico introdotto narrativamente in maniera approssimativo, c'è bisogno, difatti, di seguire mezza stagione per riuscire ad unire tutti i puntini, e capirci qualcosa. La seconda parte della stagione fortunatamente (questa quinta stagione come detto si può dividere in due parti: quella ambientata nel futuro e quella nel presente, per impedire il futuro) sposta gli equilibri.

martedì 19 marzo 2019

Tutti i soldi del mondo (2017)

Sarò stato uno dei pochi a vedere prima la serie tv e poi il film, quest'ultimo uscito molti mesi prima rispetto alla serie diretta da Danny Boyle, ovvero Trust, e già all'epoca rimasi un po' dubbioso sul fatto di come il film potesse in 120 minuti, paradossalmente eccessivi, a sciorinare tutti i temi e a cogliere tutte le sfumature, ed infatti non ci riesce al contrario della serie, seppur la suddetta aveva nel corso delle tante puntate la possibilità di riuscire nell'intento senza alcun problema, e difatti quella grande possibilità l'ha sfruttò nei migliori dei modi. Perché regia, stile della narrazione, le parti italiane, il cast (su tutti Donald Sutherland più Luca Marinelli), tutto (a parte forse la fotografia) è nettamente superiore a questo film. Un film, Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World), film del 2017 diretto e co-prodotto da Ridley Scott, mediocre, che poteva e doveva raccontare di più, soprattutto in virtù dell'ottimo potenziale di una sceneggiatura (di una storia nota e famosa, di una storia avvincente ed appassionante), scritta da David Scarpa, molto promettente. Ed invece, nonostante in se la storia, proprio in quanto vera, avesse delle sfumature che erano necessariamente interessanti, tutto sbiadisce. Il suo primo difetto è tuttavia l'eccessiva lunghezza. La durata del film, che preme volontariamente sulla lunga durata della prigionia del protagonista, annoia ben presto, riscuotendo così l'opposto dell'effetto desiderato. La lunghezza non riesce nemmeno a creare il pathos desiderato, facendo scadere buona parte delle scene in un insensato giro di parole e azioni. Alla base come detto c'è una storia vera che, come prassi, è stata rivista e romanzata per l'occasione, al fine di lasciare la dovuta libertà allo sceneggiatore di affrontare i diversi temi (ed effettivamente l'intera vicenda risulta assai elaborata e romanzata rispetto ai fatti realmente accaduti come titoli di testa ci avverte, i fatti presentati sono stati infatti dal regista liberamente tratti da un libro concernente il rapimento del ragazzo) purtroppo, tutto scivola via nella mediocrità (perché sì, uno dei limiti, per non dire, uno dei tanti, di questa pellicola è che l'intera vicenda è stata presentata parecchio distante dalla realtà), nella prevedibilità dei luoghi comuni (ormai titanici) sugli italiani che, spiace dirlo, vengono visti nel ruolo di mangiatori di spaghetti, con forze dell'ordine idiote e corrotte e Brigate Rosse che, per evitare attacchi di amnesia, tappezzano il loro rifugio con decine di bandiere recanti il loro nome.

lunedì 18 marzo 2019

Peter Rabbit (2018)

Dopo il criticabile remake di Annie (l'adattamento cinematografico dei fumetti Little Orphan Annie), il regista Will Gluck ci riprova, adattando la serie televisiva Peter coniglio (Peter Rabbit), basata a sua volta sul racconto di Beatrix Potter (conosciutissima nel mondo anglosassone e meno da noi), uno dei capisaldi della letteratura inglese per l'infanzia. Qualche anno fa una biografia cinematografica con protagonisti Renée Zellweger e Ewan McGregor, che ne aveva raccontato anche la storia d'amore poco convenzionale con il suo editore, ebbe poca fortuna. Forse non ha avuto neanche questo live action tanta fortuna, eppure, rendendo le avventure dell'irresistibile coniglio e della sua combriccola adatte non solo ai più piccini, ma anche ai teenager e agli adulti, il regista riesce a fare centro. Anche perché a parte l'indiretto omaggio all'autrice nel nome della protagonista femminile umana, poco rimane (fortunatamente) dello spirito originale dei racconti (alquanto stucchevole), che si trasformano in una specie di slapstick comedy in stile Tom e Jerry, dove la sfida è tra il roditore astuto e senza paura e un giovane umano che ha la pessima idea di sbarrargli la strada verso i suoi ortaggi. In più, al vecchio e burbero McGregor dei racconti originali (che tira le cuoia a inizio film per un infarto, proprio quando aveva finalmente acchiappato il coniglietto e si accingeva a trasformarlo in una torta da forno) si sostituisce il pronipote Thomas, un personaggio più "fresco". Fresco come il film, Peter Rabbit è infatti, un film (del 2018) divertentissimo e dal ritmo frenetico, che tra musica pop, irriverenza e sarcasmo, assicura risate e coinvolgimento. Realizzato con la stessa tecnica del bellissimo Paddington 2, grazie al lavoro straordinario dell'Animal Logic sulle animazioni e i modelli in CGI dei conigli, Peter Rabbit è un live action pieno di personaggi indimenticabili, a cui è facile affezionarsi per la capacità della sceneggiatura di dipingerli in modo ironico, realistico e gustosamente "scorretto". Oltre ai cattivissimi conigli antropomorfizzati, pienamente convincenti sono, difatti, anche i personaggi umani, in primis un perfetto Domnhall Gleeson (ottimo protagonista di film come Ex machina e Questione di tempo, che farebbe bene a non accumulare altri ruoli come quello dell'insulso generale Hux di Star Wars), che sembra nato per il ruolo dell'impacciato Thomas.

venerdì 15 marzo 2019

The Post (2017)

E' di notevole interesse la questione dei rapporti tra potere politico e libera stampa e Steven Spielberg dirige con affinato mestiere due grandi interpreti, tuttavia la sceneggiatura non è particolarmente avvincente né scoppiettante ed il film non esce dai binari del convenzionale: un lavoro non innovativo rispetto ai numerosi film a tema "giornalistico". In questa ultima fatica del grande regista, The Post, film del 2017 diretto appunto dal regista americano, si parla, infatti, dei rischi che aveva corso la libera stampa negli Usa nel 1971 (Presidenza Nixon), dopo gli arroganti tentativi di imbavagliarla, quando erano state pubblicate dal New York Times alcune pagine blindate dei Servizi Segreti (Pentagon Papers) che permettevano di vedere chiaramente attraverso quale rete di menzogne e manipolazioni per circa trent'anni si fosse celato all'opinione pubblica il coinvolgimento militare degli USA nelle operazioni di guerra in Indocina (la guerra del Vietnam). Quattro presidenti americani di ogni fede politica, repubblicani (Eisenhauer) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson), non solo non avevano mai detto la verità al Paese, ma avevano fatto credere che la vittoria contro i vietcong, ovvero contro gli abominevoli comunisti, fosse imminente, cercando in tal modo di giustificare l'incremento sempre maggiore di risorse economiche e umane destinate dai loro governi all'infernale tritacarne di quella guerra, nonostante le disfatte militari e la morte dei soldati, non solo volontari ormai, fossero triste realtà quotidiana. Ma nonostante nel complesso sia comunque appassionante, anche perché il messaggio sembri, ancor oggi dopo 30 anni, attuale più che mai, nel film, un film abbastanza soddisfacente, con delle ottime interpretazioni, ma un po' carente nell'esecuzione, c'è parecchio potenziale sprecato nella scelta del regista di concentrarsi quasi esclusivamente sul punto di vista della redazione del Post e sulla figura di Katharine Graham, che, per quanto siano magnificamente rappresentati da delle ottime interpretazioni di Tom Hanks, Meryl Streep e Bob Odenkirk, rendono la vicenda un po' troppo ristretta. Il film avrebbe potuto giovare sicuramente nel mostrare di più la reazione del popolo americano dell'epoca, sui sentimenti di tradimento e di disprezzo nei confronti di chi credevano fossero stati fino ad allora dei leader onesti e giusti e che invece avevano mentito spudoratamente per anni sugli andamenti della guerra in Vietnam e su come l'intero scandalo dei Pentagon Papers avesse gettato le basi della presa di coscienza del popolo statunitense a non fidarsi mai completamente dei loro leader. Non lo fa, peccato, eppure questo è un film riuscito, soprattutto importante.

giovedì 14 marzo 2019

Jurassic World - Il regno distrutto (2018)

A distanza di tre (ora quattro) anni dal film (personalmente riuscito) che ha rilanciato a livello mondiale il franchise con cui Steven Spielberg nel 1993 aveva brillantemente aperto l'era del cinema degli effetti speciali digitali, i protagonisti di quella pellicola, l'addestratore di velociraptor Owen Grady e l'ex direttrice del parco tematico preistorico Claire Dearing (ora convertitasi alla protezione dei diritti dei lucertoloni redivivi) tornano sul "luogo del delitto". Questa volta però, in Jurassic World - Il regno distrutto (Jurassic World: Fallen Kingdom), film del 2018 diretto da Juan Antonio Bayona e sequel appunto di Jurassic World del 2015, quinto capitolo cinematografico del franchise di Jurassic Park, sono i dinosauri a rischiare grosso, perché un'eruzione vulcanica sta per provocare una seconda estinzione e il mondo si divide sull'opportunità di offrire a quegli esperimenti di genetica la stessa protezione data ad animali "comuni". Dopotutto i dinosauri nemmeno dovrebbero esistere più, forse vale la pena di lasciar fare alla Natura il suo corso. Ovviamente, per la gioia di chi non sa rinunciare agli inseguimenti e ai massacri ad opera di T- Rex e affini (ma anche del politicamente corretto, perché in un certo senso questo è anche il film più animalista di tutti i Jurassic Movies, sta dalla parte di dinosauri come mai prima d'ora) le cose sono destinate ad andare diversamente. Lo avevamo già visto in altre pellicole della serie (e anche nel "recente" Kong: Skull Island), al netto dell'illusione di sicurezza della tecnologia, tra uomini armati e animali giganteschi non c'è partita. La missione di salvataggio però si rivela qualcosa di molto più inquietante: i dinosauri sono destinati ad un'asta per ricchi acquirenti, si tratti di appassionati di preistoria, case farmaceutiche che sperano di fare ricerca avanzata e illegale, o mercanti di armi russi per cui il dinosauro può trasformarsi in un'arma di precisione. La pellicola, sfortunatamente, invece di abbracciare il tono scanzonato dello scorso capitolo, che rilanciava alla grande sul sentimento di meraviglia dell'originale e sul tema della famiglia (aggiungendo l'elemento interessante dell'interazione di branco tra uomo e animale), si perde nel mescolare tematiche "serie": dalla sfida della genetica e della clonazione, al bracconaggio, passando per il commercio clandestino di armi e la critica al capitalismo arrogante.

mercoledì 13 marzo 2019

Happy Birthday to Me

In queste occasioni non so mai cosa dire, anche perché per me questo giorno è un giorno come un altro, dove al massimo ricevo alcune telefonate (perlopiù tantissimi messaggi, comunque sempre graditi), al massimo ricevo qualche ospite (anche se è comunque abbastanza raro) e festeggio tranquillamente in famiglia e a casa, mangiando al massimo qualcosa in più e qualcosa di diverso dal solito. Niente di cui lamentarsi però, anzi, perché anche se in grande stile ho festeggiato poche volte, a me piace festeggiare, passare questa giornata, senza troppi pensieri, in tranquillità, dopotutto è solo un numero, quest'anno il numero 34. E così, come ho già fatto in altre occasioni, in tutte quelle in cui ho avuto la possibilità di fare un riepilogo o di esporre novità in merito al blog, eccomi qui ad enunciare alcuni cambiamenti. Cambiamenti che tuttavia non riguardano la cifra stilistica o grafica del blog, ma solo un importante ed interessante (spero per tutti) upgrade che vedrà la luce in occasione del quarto anniversario del blog a Luglio. Un upgrade che dovrebbe in teoria essere l'ultimo step, personalmente possibile, per rendere questo blog "definitivo". Un upgrade, meglio un progetto "esternamente interno" che affiancherà il blog stesso, che da dicembre ho cominciato a produrre e che si concluderà esattamente a pochi giorni dall'anniversario. Esatto, ben 8 mesi per fare tutto ciò, dopotutto il tempo non mi manca e mancherà, anche se questo significherà rimandare alcune visioni, soprattutto inerenti alla Promessa cinematografica, a dopo quella data. Comunque a proposito di cambiamenti, anzi notizie, quest'anno mi prenderò una pausa di 2 settimane prima e dopo Pasqua, soprattutto per ricaricare le batterie e mettere fieno in cascina. Detto questo, fino alla Domenica delle palme, sarò sempre presente (e lo sarò anche in quelle due settimane, dopotutto il giro dei blog non interrompo mica) e pubblicherò costantemente. Ma oggi non pensiamo a quello che verrà, io penso solo a godermi (nonostante tutto) questo giorno, un giorno sempre felice. In tal senso grazie già in anticipo a tutti quelli che allieteranno questo mio giorno speciale. Auguri a me.

martedì 12 marzo 2019

Il giustiziere della notte - Death Wish (2018)

Nel 1974 il regista Michael Winner portò al cinema l'adattamento del romanzo omonimo di Brian Garfield Il giustiziere della notte con protagonista Charles Bronson. Dopo quarantacinque anni è Eli Roth ad adattare la storia ai tempi moderni, riproponendone il remake. Questa volta è Bruce Willis ad interpretare lo stesso ruolo che fu di Bronson ma donando al personaggio un tratto politico più spiccato rispetto al film originale. Paul Kersey (Bruce Willis) è un rinomato chirurgo di Chicago che, in seguito all'omicidio della moglie e al ferimento della figlia durante una rapina, decide di farsi giustizia da solo. La polizia non sembra in grado di trovare i responsabili della distruzione della sua famiglia e quindi, rimboccandosi le maniche, il Dott. Kersey comincerà ad assumere una doppia identità diventando, agli occhi dell'opinione pubblica, il Mietitore. Ad un primo sguardo Il giustiziere della notte - Death Wish (Death Wish), film del 2018 diretto da Eli Roth, potrebbe sembrare come quei tanti film d'azione che sono soliti interpretare attori come Bruce Willis o Liam Neeson (che era stato scelto precedentemente per il ruolo da protagonista), ma non è così (o almeno non del tutto). La trama ovviamente resta molto ancorata all'originale, essendo comunque un adattamento di un romanzo, ma si tinge di sfumature contemporanee e di escamotage che solamente registi come Eli Roth oserebbero inserire. Sfumature contemporanee però che sono l'aspetto meno convincente, perché esse talvolta fanno ridere ed irritare, ma soprattutto tolgono quell'aura cupa e cruda necessaria a film del genere. In tal senso il film è diverso dal precedente perché mentre nel primo Paul girava a viso scoperto adesso cammina incappucciato per evitare le telecamere e le riprese dei cellulari, ciò nonostante viene ripreso e diventa in incognito un divo dei Talk-Show e della TV soprannominato il "mietitore". Il film affronta quindi non solo il problema della giustizia e quindi se sia lecito agire al posto dello stato inerte, ma anche come anche i fatti più terribili diventino spettacolo. E' anche affrontato il problema della difesa legittima specie quando i malviventi si introducano in casa del cittadino. Il film rispetto al remake affronta quindi più questioni tutte di attualità, ma nessuna che riesce tuttavia a centrare appieno il bersaglio.

lunedì 11 marzo 2019

Lady Bird (2017)

Lei si chiama Christine, ma vuole che tutti la chiamino "Lady bird". È una giovane donna all'ultimo anno delle superiori che deve decidere cosa fare della propria vita e a cui stanno strette le regole della società in cui vive e della famiglia. Questa in sintesi la trama di Lady bird, film del 2017 scritto e diretto da Greta Gerwig. La pellicola, una pellicola "carina" e pulita, ma non travolgente, ispirata all'adolescenza della stessa attrice, sceneggiatrice e regista statunitense, è un percorso di formazione al femminile, una commedia sofisticata che affronta con delicatezza e sensibilità appunto un "coming of age" femminile, scritta certamente con cura e con alcune sequenze che colpiscono nel segno (la scena iniziale in cui Lady Bird si getta dalla vettura, l'intenso primo piano della madre, sempre in macchina, verso il finale), tuttavia, nel complesso non si discosta più di tanto da altri film del genere già visti e, nel suo sguardo intellettuale ed un po' freddo, manca di un respiro potente che trasmetta fino in fondo la passione che anima un'adolescente alla ricerca di se stessa e di una via di fuga. Lady bird infatti, tenta di discostarsi dalla solita commedia adolescenziale, ciò grazie alla sua impronta fortemente autobiografica, che prova in tal modo a superare (non sempre riuscendoci) gli svariati aspetti non convincenti contenuti nella storia strutturandosi comunque tenacemente come una commedia indie con il giusto connubio tra i canoni brillanti e quelli drammatici, ma ci riesce solo in parte, e non è mai troppo incisivo, manca quel coraggio di osare di più. Per cui, pur considerandolo in ogni caso un lavoro onesto e dignitoso, bisogna dire che non possiede lo slancio necessario per spiccare il volo, come sembra invece desiderare la protagonista, così che le emozioni rimangono imbrigliate in una passione troppo sopita, per essere viscerale. In tal senso non c'è nulla di sorprendente, trascendentale o indimenticabile in questo film, se non quelle valanghe di premi e nomination (dall'evidentissimo e agrodolce sapore politico) che hanno addirittura elevato questa normalissima (anche simpatica, per carità) commedia adolescenziale allo status di istantaneo capolavoro senza tempo. Perché appunto, pur essendo un film gradevole e piacevole, non vi ho trovato qualcosa che lo distingua da altri teen movie, anzi, è piuttosto modesto in certi frangenti. Egli infatti non aggiunge nulla alla ricca e fiorente produzione di film o serie tv passata e recente che raccontano la vita degli adolescenti americani con maggior profondità, sensibilità o passione, e in tal senso proprio non si capisce la ridondante critica generalmente positiva attribuitagli.

venerdì 8 marzo 2019

Gifted - Il dono del talento (2017)

Crescere un bambino non è mai facile. Decidere quello che sarà meglio per lui è il dilemma che accomuna tutti i genitori. Se poi questo bambino ha un dono eccezionale e a soli sette anni riesce a risolvere con facilità sconcertante equazioni molto complesse, la situazione diventa ancora più difficile. Questo è quello che deve affrontare il Frank Adler di Gifted - Il dono del talento (Gifted), film drammatico americano del 2017 diretto da Marc Webb, che si prende cura da anni della nipotina Mary, figlia di sua sorella, un vero genio matematico, che l'ha affidata a lui prima di togliersi la vita. L'uomo negli anni ha insegnato alla nipotina tutto quello che sa e ha cercato di farla vivere in maniera semplice a prescindere dal suo incredibile talento con i numeri. Per curare anche la capacità di relazionarsi con i suoi coetanei di Mary, Frank la iscrive alla scuola primaria. Sin dal primo giorno però le capacità della piccola attirano l'attenzione della maestra che segnala il suo caso per una borsa di studio che le permetterebbe di frequentare una scuola prestigiosa per ragazzi geniali. Da questo momento iniziano i problemi. Infatti, torna nelle vite dei due Evelyn, madre di Frank e nonna di Mary, che ha intenzione di coltivare e sfruttare il dono della nipote, come a suo tempo fece con quello della figlia. Naturalmente le posizioni di Evelyn e Frank sono diametralmente opposte e ciò li porta inevitabilmente in un'aula di tribunale per discutere l'affidamento della piccola. Tutto ciò avrà ripercussioni nella vita di tutti, ma in particolare della piccola Mary, il cui mondo viene sconvolto dalle decisioni degli adulti che la circondano. La storia di Gifted sembra una di quella già viste mille volte al cinema con un bambino genio protagonista da gestire e da crescere tra mille difficoltà, dubbi e reticenze, ma questo film, che ricorda un po' Kramer contro Kramer e E io mi gioco la bambina, dove i dialoghi sono scritti con gusto e i personaggi sono meno banali di quanto possa sembrare, si distingue per saper alternare in modo misurato dramma e commedia, lacrima e risata, arrivando a formare un prodotto tecnicamente perfetto.

giovedì 7 marzo 2019

Maze Runner - La rivelazione (2018)

Ha fatto appassionare milioni di spettatori in tutto il mondo, diventando una delle saghe cinematografiche distopiche, e letterarie, più amate dai giovani, e finalmente è tornata per l'ultimo capitolo della sua mirabolante storia, ecco finalmente il terzo e ultimo capitolo della saga young-adult tratta dai fortunati best-seller di James Dashner, ecco Maze Runner - La rivelazione (Maze Runner: The Death Cure). Alla regia troviamo ancora una volta Wes Ball, che aveva già diretto i primi due capitoli della saga: Maze Runner: Il Labirinto e Maze Runner: La Fuga. E dal momento che squadra che vince non si cambia, nel nuovo film ritroviamo Dylan O'Brien (ultimamente visto in gran forma in American Assassin) nel ruolo del protagonista Thomas, Kaya Scodelario (vista di recente in Pirati dei Caraibi: La Vendetta di Salazar e dopo in Tiger House) come Theresa, Thomas Brodie-Sangaster e Nathalie Emmanuel (rispettivamente Jojen Reed e Missandei de Il Trono di Spade) nei panni di Newt e Harriet, accompagnati dagli altri ex-radurai Minho (Ki Hong Lee), Sonya (Katherine McNamara) e Frypan (Dexter Darden), e tornano anche i "cattivi", interpretati da Patricia Clarkson e Aidan Gillen. Un capitolo su cui la prima cosa da dire sarebbe che si è fatto attendere, anche troppo, perché la distanza di ben tre anni si è fatta sentire, e purtroppo vantaggi e svantaggi hanno pesato. Le riprese infatti erano già iniziate nel 2016, ma un grave incidente sul set ha costretto a fermare la produzione, rimandando l'arrivo del film. Un film che, nonostante le buone premesse, tende a lasciare parecchi punti in sospeso, facendo sorgere più domande e dando pochissime risposte. Perché certo, da un lato questo ritardo è andato a svantaggio del film, dal momento che negli ultimi due/tre anni si è andato molto perdendo l'interesse verso la saga, mentre dall'altro ha permesso forse al regista di prendersi più libertà nella narrazione senza incappare in critiche (soprattutto dei cultori della saga letteraria), peccato che, sarà che è passato diverso tempo dal film precedente, che gli attori hanno definitivamente perso i tratti fanciulleschi che li contraddistinguevano nei due prequel, sarà il completo distacco dall'ambientazione originale del labirinto o più semplicemente il fatto che ci sono più proiettili ed esplosioni che parole, ma Maze Runner: La Rivelazione non convince. Il regista difatti, anche se dirige con una certa naturalezza l'ultimo capitolo di Maze Runner, confezionando una pellicola ad uso e consumo dei fan della saga cinematografica (i lettori dei libri di Dashner probabilmente avranno storto parecchio il naso), ed offre nuovamente, una storia altamente action, con contaminazioni futuristiche ed apocalittiche, ed il suo giovanissimo cast, non riesce (almeno non del tutto) a chiudere degnamente la saga.

mercoledì 6 marzo 2019

Tredici (2a stagione)

All'epoca ci furono molte discussioni, che continuano tuttora, sull'utilità o meno di una seconda stagione, anche perché la storia sembrava conclusa (dopotutto era stato trasposto tutto ciò che l'autore del romanzo aveva raccontato nella sua opera, quindi il compito della serie pareva essere ormai concluso), le cassette erano terminate, le storyline avevano raggiunto il loro culmine (Clay Jensen aveva svelato la realtà sul suicidio di Hannah, così i suoi genitori avevano intentato causa alla scuola e il suo violentatore, Bryce, sembrava destinato a fare i conti con la legge, insomma tutto lasciava presagire che la vita per gli altri sarebbe continuata senza troppi patemi), ma soprattutto il finale della prima stagione di Tredici (la serie televisiva statunitense basata sul romanzo 13 di Jay Asher) era meraviglioso, così come le tante domande le cui risposte venivano lasciate all'immaginazione dello spettatore. Brian Yorkey era infatti riuscito a realizzare una serie teen come non la si vedeva da anni, un gioiellino di recitazione e straordinariamente attuale. Vedendo però la seconda stagione (comunque prodotta complice l'enorme successo) ci si rende conto che una continuazione ha tutto il senso del mondo. Perché certo, forse non l'ha detto sempre nel modo esatto e non usando le tempistiche esatte, ma il prosieguo risulta nel complesso plausibile. In tal senso di nessuna utilità sarebbe invece una terza stagione (ahimè già in cantiere) perché tutto quello che poteva essere ancora svelato, quello che ancora non si era detto, viene definitivamente qui svelato e detto, lasciando praticamente zero margine. Non sarebbe un rischio incentrare un nuovo racconto senza la protagonista principale, senza il fulcro di tutto? Per me sì, infatti non sentivamo la necessità di un cliffhanger a fine di questa stagione, che anche per questo fatto perde mezzo voto, era meglio concludere e basta. In ogni caso sono passati cinque mesi dal suicidio di Hannah e Clay sembra aver voltato pagina, iniziando una relazione con Skye, vecchia amica d'infanzia. Sembra. La notizia che, dopo mesi in cui il patteggiamento appariva certo, i genitori di Hannah abbiano deciso di fare causa alla scuola, coglie impreparato il giovane Clay, che improvvisamente comincia a vedere la ragazza defunta dappertutto, iniziando anche delle lunghe e drammatiche conversazioni con lei. Il tutto mentre qualcuno mette nella sua cassetta delle foto scattate con una polaroid che mostrano Bryce e altri atleti della Liberty High intenti a violentare delle ragazze, rivelando un pozzo nero di misfatti che supera persino le violenze subite da Hannah e Jessica.

martedì 5 marzo 2019

Downsizing - Vivere alla grande (2017)

Ci sono registi che non deludono mai, nemmeno per sbaglio. Alexander Payne, autore di pellicole splendide come Nebraska e A proposito di Schmidt, era tra questi. Downsizing - Vivere alla grande (Downsizing), film del 2017 co-sceneggiato e diretto dal regista americano, sembrava quindi promettere molto bene: una storia fantascientifica proposta in chiave realistica, l'aura da commedia, un Matt Damon convinto. C'era tutto. Eppure, a fine visione, Downsizing si rivela per quello che, effettivamente, è: un film che parte da un'idea di base interessante e a tratti geniale (più per com'è sfruttata nella prima parte, che per l'originalità) ma privo di una reale sostanza, con un ritmo discontinuo e un cambio di rotta esagerato, che lo rende pesante da seguire. Una pellicola drammatico-scientifica tinteggiata di una ironia molto acida che però rimane non poco superficiale. Un lavoro che non solo non osa ma addirittura non sceglie una direzione in cui andare, vagando erraticamente in un oceano di spunti potentissimi, il cui approfondimento è però sempre inspiegabilmente schivato con esperienza. Un lavoro con uno straordinario potenziale che soccombe a un'irrimediabile indecisione in fase di scrittura e alla più totale assenza di una visione registica. Il soggetto è infatti accattivante. Per affrontare il problema della sovrappopolazione, degli scienziati (tra questi Rolf Lassgard del sorprendente Mr. Ove) inventano un modo per rimpicciolire gli esseri umani: quando sei alto dodici centimetri, puoi permetterti una vita da nababbo lasciando un'impronta ambientale quasi nulla. Il protagonista (Matt Damon) decide per l'appunto di sottoporsi a miniaturizzazione insieme alla moglie (Kristen Wiig). La donna però cambia idea all'ultimo, quando il compagno è già rimpicciolito, e così la coppia chiude rapidamente la propria relazione senza che la cosa abbia grandi effetti sul prosieguo della pellicola. Da quel momento le potentissime idee suggerite in apertura diventano una chimera, e lo script si trasforma in qualcosa di irrimediabilmente generico e confuso. Gli ingredienti per un mix emozionante ci sono: Damon inizia la sua vita di lusso da single affranto, e nell'arco di pochi mesi il divorzio lo riduce in condizioni di quasi indigenza (in quel mini-mondo in cui tutti sono ricchi). Per una serie di vicissitudini a dir poco pretestuose scopre che esiste la povertà estrema anche in quella colonia di ometti abbienti e si lega senza motivazioni comprensibili a una poverissima vietnamita burbera e idealista. Tra un amore per nulla convincente con la ragazza (anzi, alquanto stucchevole) e un'altrettanto immotivata amicizia con un ricco contrabbandiere donnaiolo (un Christoph Waltz sempre magnetico ma ormai caratterista), finirà per navigare verso una fine del mondo (in senso letterale) improvvisa e sostanzialmente inutile ai fini narrativi.

lunedì 4 marzo 2019

Ferdinand (2017)

Quando vidi la prima volta il trailer, non mi stupì affatto, mi stupì invece la scelta da parte dell'Academy di nominare e quindi candidare il suddetto film agli Oscar 2018, non riuscivo infatti a capire perché Ferdinand (noto anche come Il toro Ferdinando), film d'animazione del 2017 diretto da Carlos Saldanha, potesse rientrare in quella cinquina. Ebbene, dopo averlo visto ho trovato forse la risposta a quella fatidica domanda che mi chiesi all'epoca, del perché appunto fosse stato nominato, è la risposta è che questo film faccia parte di quella piccola porzione cinematografica del politicamente corretto, che l'Academy spesso nomina per compiacere una fetta di pubblico, una fetta di pubblico soprattutto americano. Perché dico questo? E' difatti ovvio l'intento della pellicola di accontentare ambientalisti e vegani. Protagonista è infatti un gigantesco toro dal cuore tenero, innamorato dei fiori, delle farfalle e della bellezza della natura. Ferdinand, vitellino dalla natura pacifica e gentile, nasce in un allevamento di tori destinati alla corrida o al macello, tuttavia riesce fortunatamente, dopo esser rimasto orfano a causa della morte del padre, deceduto in una corrida, a fuggire prima che per lui sia troppo tardi e viene cresciuto con amore da una famiglia che vive in campagna e rispetta gli animali. Un giorno, però, scendendo in città, con la sua mole ingombrante e goffa involontariamente porta un gran scompiglio, creduto pericoloso viene ricondotto dai suoi vecchi padroni. Il suo passato torna così ad esigere qualcosa da lui, ma grazie alla sua tenacia e al suo buon cuore il giovane toro riuscirà a dimostrare che la sua apparenza non deve necessariamente condizionare la sua vita, che non ci sono apparentemente solo due strade alternative (combattere o morire) per gli animali come lui. E insomma è chiaro dove vorrebbe andare a parare il film, un film non brutto sia chiaro, ma colpevolmente buonista e convenzionale (solo sufficientemente riuscito), un film prevedibile non assolutamente da Oscar.

venerdì 1 marzo 2019

Hush (2016)

Ho visto da qualche giorno, per rispondere alla richiesta della combriccola di blogger cinefili di vedere e recensire un film con protagonista una "maschera", Hush, film del 2016 diretto da Mike Flanagan già regista di Oculus e di Somnia. Ebbene dico subito che il film mi è piaciuto nella sua sobria semplicità, l'ora e mezza scarsa di durata è passata in un baleno senza mai annoiare. E' un classico home invasion, tipo quelli dentro la casa devono difendersi da quelli fuori, che non si discosta molto dall'archetipo del genere e con una trama ridotta all'osso, che ruota tutto attorno alla lotta tra preda e cacciatore. Tuttavia, il particolare più interessante della classica storia della giovane e promettente scrittrice che vive in una casa isolata nei boschi ma che si ritroverà improvvisamente attaccata da un uomo mascherato, che sarà ovviamente l'inizio di una lenta ma inesorabile caccia in cui nulla è come sembra, è che la nostra protagonista femminile è sordomuta a causa di una meningite contratta all'età di 13 anni. La sua disabilità fisica, come già nel personaggio principale dell'horror Don't Breathe (il protagonista era cieco), giocherà difatti un ruolo centrale all'interno dell'intera trama dove lo stereotipo della "vittima con disabilità" sarà più volte sovvertito. La questione del sovvertimento degli stereotipi (una tendenza riscontrabile in molto cinema horror da un po' di anni a questa parte) non è però il solo punto di forza della vicenda. Il regista, infatti, riesce a mettere in piedi una piccola perla grazie a un uso sapiente di alcuni elementi presi direttamente dagli slasher classici, mescolati con arguzia e un pizzico di coraggio ad altre caratteristiche più di stampo moderno. Egli difatti, specialista e molto attivo nel campo dell'horror, anche se dal suo esordio positivo di Oculus e del discreto Somnia ha fatto un passo falso con Ouija - L'origine del male, sembra aver ben imparato bene (sin troppo!) la lezione di Wes Craven riepilogata ed estrinsecata con cura in Scream e nei successivi seguiti, e firma un horror classico e puro giocato tutto sullo scontro frontale tra un nemico potente, ed una vittima che ha solo la possibilità di temporeggiare per evitare il peggio.

giovedì 28 febbraio 2019

Gli altri film del mese (Febbraio 2019)

Sarà che è naturalmente il mese più breve dell'anno, eppure in questo mese di Febbraio ne sono successe di cose, in campo musicale, economico, politico, cinematografico, sportivo e personale. C'è stato Sanremo e la sua scia di polemiche, c'è stata la manovra e la sua scia di polemiche, ci sono state le elezioni regionali e la sua scia di polemiche, c'è stata la cerimonia degli Oscar e la sua scia di polemiche, ci sono stati gli ottavi di finale e la sua scia di polemiche, insomma le polemiche non sono affatto mancate, fortunatamente però, nella mia sfera personale, non c'è stata nessuna polemica, anzi, ho re-incontrato la mia (ormai) carissima amica Claudia, ed è stato nuovamente bello parlare faccia a faccia (e non solo virtualmente) con lei, ho passato un San Valentino (un giorno un po' triste per chi non ha mai avuto una ragazza) senza scosse ma tranquillo, a sorpresa ha nuovamente nevicato e sembrava esser tornati al periodo natalizio ed infine oggi che i miei festeggiano il loro anniversario di matrimonio, mi sento bene, sia fisicamente che mentalmente. Insomma è stato, anche se oggi l'ultimo giorno è appena cominciato, un mese intenso, sperando che il mese prossimo sia di medesima intensità. Ma essendo il mese di Marzo il mese del mio compleanno potrebbe forse esserlo nuovamente, o almeno spero sarà così, sperando altresì che qualche bella sorpresa arrivi (e in qualsiasi campo). Intanto però ecco cosa ho visto di buono, oltre a quello che avrete certamente già letto, in questo mese di Febbraio.

mercoledì 27 febbraio 2019

I peggiori film del mese (Febbraio 2019)

Proprio ieri parlavo dei Premi Oscar 2019, ma per chi non lo sapesse (i cinefili sicuramente avranno letto e saputo) il giorno prima sono stati assegnati i Razzie Awards, per la precisione i Golden Raspberry Awards, premi (consistenti in un lampone appoggiato su un nastro Super8, dal modico valore di 5 dollari) assegnati ogni anno, premi che nel corso di una vera e propria cerimonia a Los Angeles, premiano i film, i registi, le canzoni e gli attori peggiori della stagione cinematografica precedente. E così prima di esporvi le mie pellicole peggiori viste in questo mese, vediamo chi sono stati codesti vincitori. Se l'anno scorso a fare incetta di premi è stato il film Emoji - Accendi le emozioni (che non a caso ho evitato), quest'anno sono due le pellicole ad aver ottenuto un consistente numero di nomination per i poco ambiti premi. Parliamo di Gotti - Il primo padrino e Pupazzi senza gloria. A vincere (anzi, a perdere) tuttavia sono stati Holmes & Watson: 2 (de)menti al servizio della Regina con 4 premi, peggior film, peggior regista (Ethan Coen), peggior remake, parodia o sequel e peggior attore non protagonista (John C. Reilly), Donald J. Trump con 2, peggior attore e peggior coppia sullo schermo (lui e la sua meschinità), e con un premio: Cinquanta Sfumature di Rosso per la peggior sceneggiatura, Kellyanne Conway in Fahrenheit 11/9 come la peggiore attrice non protagonista, ed infine, udite udite (perché fa effetto ricevere nello stesso anno la candidatura all'Oscar con un film, e poi ricevere il peggior riconoscimento possibile per un altro), Melissa McCarthy in Pupazzi senza gloria e Life of the Party come la peggiore attrice. Detto questo, ecco a voi i miei Razzie Awards del mese.

La fratellanza (Thriller, Usa 2017): Dopo aver causato accidentalmente la morte di un amico in un incidente d'auto, Jacob finisce in carcere con l'accusa di omicidio colposo. Per sopravvivere ai pericoli della detenzione si schiera con la fratellanza ariana la quale, dopo che l'uomo viene rilasciato per buona condotta, lo costringe a dover compiere un crimine per proteggere la sua ex-moglie e suo figlio. Modesto film carcerario che ricorre a un immaginario di violenza razziale francamente grossolano e già visto. L'estetica dei corpi scultorei, dei tatuaggi e dei neonazisti non trova uno sviluppo originale nel lavoro del regista Ric Roman Waugh (Snitch: L'infiltrato), che appare piuttosto grezzo e bidimensionale anche nella direzione degli attori e nella gestione di atmosfere e messa in scena. Gli elementi cardine di questo prodotto elementare sono la forza muscolare dei personaggi, la tensione congelata in grumi di cattiveria e di vendetta, ma si tratta di elementi che anziché dare forma al dramma carcerario lo appesantiscono a vuoto. Retorico e manicheo nella contrapposizione tra vittime e carnefici, La fratellanza può vantare la prova volenterosa Nikolaj Coster-Waldau, il notissimo Jamie Lannister de Il trono di spade, e nulla più di significativo. Il film infatti, e semplicemente, non vanta un testo forte. L'intuizione di base, la ricerca effettuata sul campo, la critica al sistema carcerario statunitense parevano indirizzarsi verso un orizzonte virtuoso, ma il tutto sfocia nel nulla nel momento in cui l'autore abbandona il territorio studiato per improvvisare un thriller. Dal momento in cui Jacob mette piede fuori dalle celle la pellicola abbandona l'idea di voler sondare la decadenza di un uomo e si converte a contenuti più banali e cinematografici. E insomma, l'impegno riposto nella pellicola è evidente, ma le tematiche toccate avrebbero necessitato di una delicatezza che il regista (più stuntman) non è stato in grado di garantire (purtroppo). Comunque a parte qualche iperbole forzata e dettagli che mettono alla prova la sospensione dell'incredulità (Jacob è assistito dall'avvocato più incompetente della storia), Shot Caller risulta digeribile, ma è evidente sia narrativamente inferiore a molti dei prodotti televisivi e cinematografici già in circolazione. Voto: 5,5

martedì 26 febbraio 2019

I vincitori e le mie considerazioni su i Premi Oscar 2019

Mai come quest'anno è stato difficile trovare un film che spiccasse su tutti gli altri, mai come quest'anno è stato difficile pronosticare i vincitori, mai come quest'anno è stato reso evidente come per comprendere meglio e/o qualcosa sui film candidati quest'anno bisognasse vedere il suddetto film, ma purtroppo al cinema non posso andare, ed anche se potessi non facilissimo è vedere tutti i film, giacché non tutti sono in programmazione prima della cerimonia ufficiale, e infatti non ho potuto fare altro che pronosticare a simpatia o a conoscenza, e realisticamente sulle mie doti di appassionato non proprio eccellenti, ed il risultato si è visto, su 24 ne ho azzeccati soltanto 8. Eppure su questi numeri bisogna puntualizzare su un dato importante, ancor peggio dell'anno scorso (qui tutto il mio resoconto) difatti, come a ribadire che le idee sono parecchie confuse, o più semplicemente non c'è stato il Film dell'anno, una dispersione di premi c'è nuovamente stata. E in tal senso le polemiche divampano, anche perché non solo le previsioni sono state completamente stravolte (le candidature a volte sono un'arma a doppio taglio), ma purtroppo ha preso il sopravvento il politicamente corretto (e non solo in tema razziale), seppur in questo caso niente di clamoroso (a parte in un caso specifico), perché sembrerebbero (almeno secondo critici e quant'altro) giusti riconoscimenti a pellicole davvero belle ed interessanti. Però, c'è un però, in una cerimonia abbastanza banale e monotona (a parte l'eccezionale introduzione iniziale), per la prima volta dacché mi ricordi senza un conduttore ufficiale, ma comunque paradossalmente migliore della precedente (senza gag e sketch ridicoli, e battute imbarazzanti) tante sono state le sorprese in positivo ma tante anche in negativo. Su tutti l'assurdo premio Oscar agli effetti visivi rifilato quasi senza motivo a First Man, che a battuto lo straordinario comparto visivo di Avengers: Infinity War, e quello molto simile, come livello, di Ready Player One. L'altro, anzi, gli altri, al cinecomics meno bello dell'MCU.

lunedì 25 febbraio 2019

Un sacchetto di biglie (2017)

A nemmeno un mese dal Giorno della Memoria, giorno (quello dopo) in cui ho visionato e recensito La Signora dello Zoo di Varsavia con Jessica Chastain, eccomi nuovamente a parlare di quella tragedia immensa, grazie ad uno dei film andati in onda in prima visione su Sky Cinema lo scorso Gennaio, un film che riesce a essere toccante soprattutto grazie alle performance dei sue giovani protagonisti, anche se esaspera i momenti di più facile commozione, ma che risulta prevedibile ed infantile. Perché ci sono tante prospettive per raccontare un avvenimento cruciale per l'umanità intera come l'olocausto, Christian Duguay però, regista e co-sceneggiatore di Un sacchetto di biglie (Un sac de billes), film del 2017 diretto dal regista canadese (già regista della miniserie Il giovane Hitler e del campione di incassi transalpino Belle & Sebastien - L'avventura continua), ha deciso di adottarne, seppur non scarna comunque di significato, una fanciullesca e forse ingenua (più di quella avventura per ragazzi del 2015). È infatti difficile rintracciare in questo film quegli spunti universali che il regista avrebbe voluto molto probabilmente ottenere. La possibilità di raccontare quello che è successo ieri per parlare anche di oggi è difatti limitata da uno stile molto tradizionale di racconto: Un sacchetto di biglie non aggiunge niente a quanto si è già visto o letto riguardo alla Shoah, perché sceglie di incanalarsi in quei binari sicuri di racconto già ampiamente solcati. E questo è un peccato, perché l'Olocausto è un argomento sempre denso di significato, che merita approcci che non lo banalizzino (seppur in buona fede). La linearità del racconto e l'assenza di guizzi registici rende infatti Un sacchetto di biglie un film adatto esclusivamente a un pubblico di bambini. Un'opera a scopo divulgativo (più un avventura che un racconto di grande intensità drammaturgica) che si accontenta di stare nel suo, facendolo anche bene, ma che con un po' di coraggio e inventiva in più avrebbe potuto essere accattivante per un pubblico molto più ampio.

venerdì 22 febbraio 2019

Tonya (2017)

Non il solito film biografico-sportivo, non assolutamente conforme al genere, poiché il suddetto film è privo fin dall'inizio di due degli aspetti principali che caratterizzano di solito il genere, la linearità del racconto e l'epica trionfale con la quale sono normalmente celebrate le gesta dei protagonisti delle pellicole biografiche, questi ultimi mediamente ritratti come supereroi tra i normali o uomini giustificabili di tutto per via del loro genio. Tonya (I, Tonya) infatti, film del 2017 diretto da Craig Gillespie, partendo da una sceneggiatura di Steven Rogers, non racconta di un eroe vincente, bensì di una sciagurata perdente e autrice, forse, di un atto spregevole. Ma la cosa più incredibile è che riesce a farlo con uno stile anticonformistico, ritmato e brillante che (quasi mai) annoia. Questo perché il regista australiano (che dopo il bellissimo esordio Lars e una ragazza tutta sua non si era più fatto apprezzare particolarmente, perché bello ma eccessivamente stereotipato era L'ultima tempesta), riesce con questa pellicola candidata agli Oscar, appunto uscendo dai soliti schemi del biopic, a costruire in modo narrativamente e tecnicamente impeccabile una dramedy moderna, originale, sgargiante e animata da una vivida estetica pop anni '90 senza mai perdere di vista l'obiettivo principale: quello di raccontare la storia di Tonya Harding (la prima pattinatrice artistica in USA ad eseguire correttamente un triplo axel e poi al centro di uno scandalo di cronaca nera che coinvolse lei e la collega Nancy Kerrigan all'alba delle Olimpiadi invernali del 1994) senza eccedere nel melodramma ma senza nemmeno sminuire o ridicolizzare la vicenda e la protagonista. Una vicenda e una protagonista, controversa, segnata da un passato pieno di abusi, un presente scintillante e promettente ma anche un epilogo altrettanto brusco, punitivo e irreversibile. Ma controverso è anche il film, che si apre con un cartello che fornisce in poche righe la chiave di lettura e il tono di tutta la storia: "Tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gilooly". Infatti, la pellicola in questione racconta la vita della nota (ed ovviamente controversa) pattinatrice americana attraverso il suo punto di vista e quello delle persone che le sono state vicine, ovvero la madre, il marito Jeff e i loro amici in comune. Le opinioni e i punti di vista, naturalmente non potrebbero essere più distanti e contraddittori facendo emergere un'immagine tutt'altro che omogenea della pattinatrice.

giovedì 21 febbraio 2019

Das Boot (prima stagione)

Sarà che non ricordi bene il film da cui questa serie sembra l'ideale seguito (sono passati trentotto anni e non sapevo manco che sarebbe servito un ripasso), sarà che i nazisti li vedrei sempre morti (qui infatti il nazismo e il conflitto che ha sconquassato il mondo è visto dal punto di vista tedesco, personalmente non proprio così tanto interessante), sarà che non sopporti più (o almeno non sempre) il politicamente corretto (emblematica in tal senso la scelta di mettere forzatamente all'interno di una storia di spie e di guerra l'ennesima storia d'amore gay, anzi lesbo, senza nessun evidente motivo), sarà che avendo odiato Vicky Krieps ne Il filo nascosto non sopporti più la sua presenza, sarà che le serie di produzione Sky (a parte rari esempi) abbiano quasi sempre deluso, ma Das Boot, la serie televisiva franco-tedesca di guerra, sequel del film del 1981 U-Boot 96 di Wolfgang Petersen, ma ambientata un anno dopo gli eventi del film, basata sui romanzi Das Boot e Die Festung di Lothar-Günther Buchheim, andata in onda dal 4 gennaio 2019 su Sky Atlantic e fino a pochi giorni fa, non mi ha convinto, non mi è tanto piaciuta ed anzi, mi ha personalmente deluso. Questo nonostante va detto, la suddetta provenga dal territorio tedesco, patria ultimamente di discrete produzioni internazionali (lo è anche questa, almeno tecnicamente senza dubbio), e nonostante la suddetta aveva dalla sua una storia dalle apparenze tanto interessanti (in alcune parti per esempio davvero riuscito è il soggetto). Che i tempi fossero maturi per la Germania si era già capito nel 2018 grazie a Dark, opera coraggiosa per nulla intimidita dal confronto coi campioni americani, quindi forse le aspettative erano parecchio alte, e non vedendole esaudite abbia io avuto qualche problema, ed abbia più facilmente storto il naso. La serie infatti, che ci porta nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, concentrandosi sulla Resistenza francese e al contempo sulla durissima vita dell'equipaggio a bordo del sottomarino tedesco U-612, non era quella eccezionale storia che mi aspettavo, una storia di epiche battaglie, gloriose resistenze e spionaggio internazionale, però qui annacquata e privo di sufficiente mordente.