Ecco la lista delle serie tv e/o miniserie viste questo mese. Programmate o meno, opere visionate dalle piattaforme streaming a mia disposizione (a pagamento o meno), ovvero da Netflix, Sky e Prime Video, da Paramount Plus, Disney Plus e TimVision, sporadicamente anche da RaiPlay, Apple Tv Plus e siti vari (anche non legali).
The Last Kingdom (4a stagione) - La quarta stagione rimane un capitolo valido, sostenuto da un comparto tecnico ormai pienamente maturo: la fotografia è più ricercata, le battaglie sono crude e spettacolari, tra le più potenti dell'intera serie. Anche il percorso di Uhtred continua a funzionare, grazie a nuove alleanze e tensioni politiche che mantengono vivo il cuore della storia e ampliano il respiro dell'Inghilterra in formazione. Allo stesso tempo, però, si avverte il peso delle assenze: la perdita di figure carismatiche delle stagioni precedenti lascia un vuoto che i nuovi personaggi non colmano del tutto. Alcune sottotrame (soprattutto quella di Brida) risultano meno incisive, quasi meno convinte, e il ritmo non ha più la compattezza feroce della terza stagione. Si percepisce una scrittura più incerta, che alterna momenti molto riusciti ad altri più deboli. Pur con questi limiti, la stagione resta buona: non raggiunge gli standard altissimi fissati fin lì, ma offre ancora momenti potenti, battaglie memorabili e un mondo narrativo che continua a respirare autenticità, tensione e un'identità visiva ormai riconoscibile. Una stagione imperfetta, sì, ma ancora capace di lasciare il segno. Voto: 6,5
Stranger Things - Storie dal 1985 (1a stagione) - Uno spin‑off animato piacevole ma non indispensabile: un'avventura horror per ragazzi che punta tutto su atmosfera, nostalgia e ritmo, senza incidere davvero sulla mitologia della serie. L'animazione è fluida, l'estetica rétro funziona e Hawkins ritrova colori e leggerezza, con un tono che richiama i cartoon anni '80. È un prodotto curato e divertente, pensato per colmare il vuoto lasciato dalla serie madre (conclusasi con una spettacolare quinta stagione). Il limite è narrativo: collocato tra due stagioni già note, non può rischiare né cambiare nulla. I personaggi restano statici, i pericoli innocui, gli eventi troppo "grandi" per essere ignorati ma troppo piccoli per contare davvero. In sintesi: una parentesi nostalgica ben fatta, godibile e affettuosa, ma sostanzialmente superflua. Voto: 6
Big Sky (3a stagione) - La serie partiva con un'identità forte: un villain memorabile, un'atmosfera tesa e un intreccio che, pur irregolare, aveva un fascino autentico. La prima stagione era caotica ma viva, mentre la seconda (pur già più instabile) riusciva ancora a restare sul filo, mantenendo un minimo di coerenza e di tensione nelle sue derive più eccentriche. Con la terza stagione, però, tutto si spezza. Il cambio di rotta non è un'evoluzione ma un deragliamento: trame sovraccariche, personaggi che entrano ed escono senza logica, casi riempitivi e un tono sempre più patinato trasformano la serie in qualcosa di irriconoscibile. L'arrivo di Reba McEntire, invece di dare spessore, accentua la sensazione di artificio, con un personaggio poco credibile e fuori tono rispetto ai cattivi delle origini. Il risultato è una stagione confusa, poco tesa e spesso inverosimile, dove le scelte dei protagonisti sembrano dettate più dalla necessità di far avanzare la trama che da una logica interna. Ed è un peccato, perché Big Sky aveva davvero le basi per diventare un thriller solido e coerente. Per me la terza è la peggiore: quella in cui la serie perde definitivamente se stessa. Voto Stagione: 4; Voto complessivo: 5,5










