venerdì 16 novembre 2018

Black Panther (2018)

Per la prima volta nella storia dei cinecomics, a dieci anni esatti dall'inaugurazione del Marvel Cinematic Universe (Iron Man ha compiuto dieci anni ad Aprile scorso), ecco arrivare il primo film (il diciottesimo del MCU) tratto da fumetti con protagonista un eroe di colore (il film è infatti basato sul personaggio di Pantera Nera della Marvel Comics), con un cast e una crew quasi completamente composta da talenti di settore di colore, un unicum persino a Hollywood che mai aveva visto un progetto di tale scala (e budget), realizzato da attori, registi, tecnici, sceneggiatori e produttori afroamericani. Questo aspetto produttivo e l'unicità del personaggio facevano di Black Panther, film del 2018 diretto e co-scritto da Ryan Coogler, un film storicamente importante (perché strutturalmente e concettualmente diverso), non solo nell'ambito del genere, ed era quindi normale che le aspettative fossero alte. Anche perché in tal senso tutti parlavano di un film diverso, ben lontano dai soliti Marvel che, ammettiamolo pure, belli e divertenti (altresì eccezionali), ma sono un po' tutti uguali. Ecco dopo aver visto quest'ultimo action fumettistico, non sono poi così convinto che qualcosa di diverso significhi "qualcosa di buono", a me è sembrata un'accozzaglia di roba abbastanza difficile da digerire per intero. Accozzaglia che la critica americana, anche questa volta, l'ha etichettata come l'ennesimo capolavoro Marvel, ma la verità (come sempre, quasi sempre, perché i due Guardiani della Galassia capolavori lo sono per davvero e tanti altri sono davvero eccezionali) sta nel mezzo. Giacché è abbastanza ovvio che questo cinecomic, in questo frangente, venga utilizzato come mezzo per parlare di rivalsa dei neri e porre dunque l'attenzione sulla questione delle minoranze etniche, afroamericane in particolare. Black Panther, quindi, sembra essere una "tacita" risposta alle manovre politiche (in quasi un anno poco è cambiato) di Donald Trump, dacché si riempie la bocca di tanti temi importanti, quali l'immigrazione, l'integrazione tra popoli diversi e la corsa agli armamenti, cercando una dimensione narrativa propria dove ambisce mettere in parallelo messaggi politici e intrattenimento, laddove quest'ultimo (ahimè) viene meno. Perché certo, ci sta ed è anche giusto che questi temi vengano alla luce, ma per colpa di ciò il film diviene presto statico, appesantito, debolissimo per la mancanza di ritmo e, paradossalmente, si rivela povero di combattimenti.

giovedì 15 novembre 2018

Il livello della commedia italiana moderna (Test secondo)

E' successo nuovamente, Sky ha ulteriormente proposto ai suoi spettatori e mandato in onda alcune commedie italiane a pochi mesi dalle sale, è così non ho resistito per riprovare con il test già effettuato ad agosto (qui) sulla qualità, sul livello raggiunto dalla commedia italiana moderna. Ebbene, sarà stata una coincidenza o meno, ma nuovamente il risultato è stato il medesimo, perché ancora una volta solo una commedia su 4 riesce nel suo intento (come potrete vedere dalle mie recensioni), solo una commedia riesce a raggiungere la sufficienza piena (di più è alquanto raro), mentre la metà sono da bocciare (probabilmente era meglio non produrre nemmeno) e l'ultima da "rimandare". Il cambio di rotta insomma non c'è stato, anzi, se contiamo anche Sono Tornato dell'altro giorno (che in verità farebbe parte della rassegna cinematografica proposta da Sky ai suoi clienti) la situazione è anche peggiore. E tuttavia non tutto è da buttare, anche se questa volta a salvare la situazione non c'è Edoardo Leo, ma sorprendentemente qualcuno del tutto inatteso che è riuscito, anzi, sono riusciti a salvare la baracca. Trattasi di Gennaro Nunziante e Fabio Rovazzi che, evitando di esser volgare e proponendo invece qualcosa di genuino, semplice ed efficace, sono incredibilmente riusciti appunto a consegnarci a noi pubblico una commedia che, lontana dalle classiche commediole italiane, riesce nell'intento di far sorridere, un po' riflettere e divertire, senza per questo proporre o far vedere volgarità, vietandone in tal senso (anche se ormai lo sdoganamento è completo) la visione ai minori, ma un qualcosa di fruibile a tutti, che senza grandi difficoltà può far piacere a chiunque, soprattutto a chi da una commedia cerca soprattutto lo svago e il divertimento senza grosse pretese, e farlo con lo scopo ultimo di far ridere il suo pubblico senza esagerazioni inutili. Ebbene il film ci riesce anche senza essere un qualcosa di eccezionale, al contrario delle altre, ma per saperne di più meglio leggere.

mercoledì 14 novembre 2018

Sharp Objects (Miniserie)

In un anno in cui la HBO ha dovuto fare a meno delle sue galline dalle uova d'oro (si pensi a The LeftoversBig Little Lies e Game of Thrones, queste ultime due torneranno nel 2019), galline che appunto avevano riportato in auge l'immagine della rete che aveva subito un brutto colpo dopo la messa in stand by di True Detective (ora però non più) e la cancellazione di Vinyl (questa sì definitivamente), ecco che dal cilindro vien spuntare il classico coniglio, ovvero una delle serie televisive più attese dell'anno, una serie sulla carta pensata per suscitare titoli altisonanti sulle riviste specializzate prima ancora di rivelare anche una sola sequenza. Si tratta infatti di uno show che prende le mosse dal famoso e omonimo romanzo scritto da Gillian Flynn (già sceneggiatrice di Gone Girl), ha come regista di tutti e otto gli episodi Jean-Marc Vallée (già regista in tv con Big Little Lies e di film quali Dallas Buyers Club e Demolition), ha una showrunner abbastanza famosa come lo è Marti Noxon (perché tra gli autrici di Buffy, la serie cult) e in ultimo (ma non certo per importanza) vanta un cast dominato da due eccezionali dive cinematografiche come Amy Adams e Patricia Clarkson. Le ottime premesse di partenza sono in gran parte confermate da Sharp Objects, in particolare grazie alla presentazione di un personaggio principale estremamente tormentato, di grande cupezza ma al contempo anche capace di indurre una spiccata empatia nello spettatore. Camille infatti non è altro che una versione femminile di tanti antieroi (protagonisti dalla condotta non esattamente impeccabile, profondamente traumatizzati e capaci di destreggiarsi in un mondo in cui il Male si nasconde dietro ogni dettaglio forti di un profondissimo tormento interiore che consente loro di affrontare la brutalità della realtà ad occhi aperti) che abbiamo visto sullo schermo per tanti anni, soprattutto su HBO.

martedì 13 novembre 2018

Lui è tornato (2015) & Sono tornato (2018)

L'idea alla base del film (e del libro best-seller da cui è tratto) è semplice ma geniale. Infatti Lui è tornato (Er ist wieder da), film del 2015 diretto da David Wnendt e basato sull'omonimo romanzo di Timur Vermes, ipotizzando che Adolf Hitler improvvisamente faccia ritorno sulla Terra propone una satira geniale, una critica sociale molto forte, in un film davvero interessante, dissacrante e al tempo stesso inquietante. Difatti il film, che appunto vorrebbe rispondere a quel semplice interrogativo che troviamo sulla locandina italiana (e non solo) del film, ovvero "Cosa potrebbe succedere se Adolf Hitler si risvegliasse improvvisamente in un pomeriggio berlinese, oggi?", muovendosi tra il grottesco e il drammatico, riesce a far sorridere ma soprattutto riflettere. Proprio perché il film, un film necessario che deve essere fatto vedere (la gente deve vederlo e deve riflettere), fa una satira molto intelligente, che fa davvero riflettere sull'importanza e la pericolosità anche (e soprattutto) dei mass media, sulla politica e la società moderna, sulla paura del diverso. In tal senso, sicuramente un bel rischio quello che si è voluto assumere il regista che, maneggia un'idea senza dubbio interessante, ma con un coefficiente di difficoltà elevato che avrebbe potuto portare la pellicola sul pericoloso campo minato dell'empatia e della comprensione nei confronti del Fuhrer, mitizzando una figura che ancora oggi rappresenta per il popolo tedesco, un tabù. Invece, il suo lavoro muovendosi sempre sull'orlo del precipizio, mischiando commedia, documentario, satira, grottesco con una miscela spesso molto vicina alla deflagrazione, riesce anche a fare di più. Giacché il film, film in cui molte sono le tematiche messe alla berlina, dalla politica alla società, dai rappresentanti di partito alle idee popolari (fino alla potenza pericolosa del mezzo televisivo), mette in guardia l'esser umano su come sia assurdamente facile ripiombare nell'oblio nazista se non si sta attenti. Anche perché secondo scrittore e regista se Hitler si risvegliasse sarebbe certamente inizialmente disorientato, ma impiegherebbe poco a rimettersi in carreggiata, aggiornarsi sulla situazione politico-sociale della sua amata patria e riconquistarsi l'attenzione dei tedeschi facendo comizi in televisione in prima serata, inoltre, come se non bastasse, gli argomenti del redivivo sarebbero accolti con entusiasmo dal pubblico, che lo scambierebbe giustamente per un attore, ed egli finirebbe per assicurarsi la fama di "combattente della democrazia" grazie a un'aggressione subita da alcuni neo-nazisti sin troppo zelanti.

lunedì 12 novembre 2018

The Square (2017)

Film eccessivamente lungo e dilatato, dotato di originalità di stile e di racconto ma nel complesso freddo e compiaciuto della sua caratura intellettuale, The Square (Palma d'oro a Cannes 2017) conferma la forza provocatoria dello svedese Ruben Östlund, che già si fece apprezzare con il precedente, durissimo Forza maggiore. Anche in questo caso infatti, egli torna a lavorare sul rapporto causa-effetto e sulle conseguenze imprevedibili che un evento apparentemente innocuo potrebbe scatenare, come svelare per esempio la spiazzante personalità del protagonista (anche se qui al contrario del suo precedente lavoro, le cose sono molto più complicate, per i tanti elementi e personaggi in campo, e il caos che ne deriva è proporzionale, in un quadro allarmante di vita contemporanea ansiogena e prossima a una quieta follia generalizzata), ma lo fa purtroppo con un film ostico e privo di baricentro, che costituisce una sfida costante per lo spettatore, continuamente destabilizzato dalla varietà dei registri toccati e dalla tendenza a veicolare il racconto tramite macrosequenze apparentemente slegate tra loro. Un'opera che cerca di porsi essa stessa, in maniera per certi versi coraggiosa, come una installazione artistica, riflettendo, spesso con una buona dose di narcisismo, sul confine che separa la provocazione dall'arte concettuale, non a caso The Square è l'opera di un cinema intelligente ma tuttavia poco coinvolgente, angosciante e molto compiaciuto di sé, elitario come l'arte su cui ironizza (tra creativi con idee balzane e inutilmente provocatorie), peccato che proprio per ciò che The Square è un oggetto (personalmente) impalpabile, decisamente discutibile seppur ipnotico e affascinante. Un azzardo cinematografico sbilanciato anche nel ricorso al grottesco, in molte sequenze fine a se stesso, e appesantito da una estenuante dilatazione narrativa. Un film insomma che è possibile respingere in toto dal punto di vista teorico, anche se forte di un approccio originale che non può lasciare indifferenti. Il talento del regista si vede, ma nel complesso il film rimane una mezza occasione sprecata. In tal senso generosa la Palma d'oro al Festival di Cannes 2017 e altrettanto generosa la candidatura all'Oscar 2018 come miglior film straniero (che poi è l'unico motivo per cui ho visto il film, altrimenti ben sapendo di come spesso i film che escono dal suddetto Festival sono abbastanza discutibili, per non dire altro, non l'avrei probabilmente e quasi certamente visto).

venerdì 9 novembre 2018

Seven Sisters (2017)

Il cinema fantascientifico ci ha abituati negli ultimi tempi a film di grande spessore, non solo in termini di qualità filmica, ma anche di contenuti (psicologici e filosofici) che grazie a interessanti soluzioni narrative riescono a raggiungere altissimi livelli. Nel caso di Seven Sisters, film del 2017 diretto da Tommy Wirkola con protagonista Noomi Rapace nel ruolo di sette gemelle, ambientato in un futuro distopico dove vige la legge del figlio unico, non siamo neanche lontanamente nei dintorni di film come ArrivalBlade Runner et similia, ma in molte occasioni il ricordo di quella cara, vecchia fantascienza distopica che sa intrattenere senza pretese sembra riaffiorare, e proprio per merito dell'originalità dell'impianto narrativo, anche se in verità questo suddetto impianto, tanto fantascientifico od originale non è, visto che la Cina ha adottato questo tipo di politica di contenimento della natalità in tempi più o meno recenti (solo da poco ha dato il via libera al secondo figlio). Comunque da questa semplice idea, idea che sta alla base della sceneggiatura (che tratta di 7 gemelle omozigote costrette a vivere nell'ombra e ad alternarsi nella vita sociale), sceneggiatura (concepita nel 2001 dallo sceneggiatore Max Botkin, che all'inizio prevedeva sette fratelli invece che sorelle, almeno fino a quando a Wirkola venne la brillante idea di traslarla al femminile) che come nel caso di Gold: La grande truffa entrò nella Black List delle migliori sceneggiature non prodotte, nasce un valido prodotto d'intrattenimento che grazie ad un molto attento e curato nei dettagli script, e ad una corposa dose d'azione ed effetti speciali all'avanguardia riesce a distinguersi e guadagnarsi l'attenzione dello spettatore. Spettatore che se riesce a soprassedere a i vari difetti di una sceneggiatura comunque forzata e poco plausibile in alcuni passaggi, addirittura prevedibile nel colpo di scena finale e fin troppo melensa nell'epilogo a tarallucci e vino, si ritrova di fronte ad un film avvincente grazie ad un ritmo particolarmente indiavolato che rende la pellicola un mero passatempo (l'implicazione politica o morale va letta come pretesto, non vi è alcuna ambizione "nobile" e questo è un bene).

giovedì 8 novembre 2018

The Affair (4a stagione)

E' giudizio unanime che le prime due stagioni di The Affair siano considerate un grande esercizio di stile e scrittura, e quindi una delle serie drammatiche più innovative, intriganti ed intensa degli ultimi anni (sopratutto per la sua formula, quella di raccontare il tutto da un punto di vista diverso ogni volta, qui la recensione di entrambe), altrettanto unanime è il giudizio alla poco convincente terza stagione, colpa di una narrazione confusionaria e strana (qui la recensione), non è altrettanto unanime invece il giudizio a questa quarta stagione appena conclusa (son passati due mesi), alcuni per esempio affermano che la serie sia tornata ai suoi fasti, che sapendo rimediare ai propri errori sia riuscita a migliorarsi e superarsi, io invece, pur ammettendo che un piccolo passo avanti sia stato fatto (di certo non tecnicamente, perché musiche, scenografie e quant'altro siamo allo stesso discreto livello di tutte le altre stagioni) affermo di non esser d'accordo. La serie infatti, anche se è tornata ad essere un racconto corale, con un ritmo più serrato, e un sottile ma decisivo senso di mistero, non mi ha soddisfatto pienamente. Colpa non solo della struttura, che torna parzialmente indietro, la rigida alternanza di punti di vista non c'è più e viene sostituita da una più semplice divisione degli episodi in capitoli dedicati a questo o quel personaggio (quasi rinnegando il suo punto di forza che ha fatto la fortuna della serie), ma anche della sua narrazione, che si concentra forse troppo all'aspetto più drammaturgico della vicenda. Non è un caso che il finale di stagione di The Affair 4 (una stagione in cui l'amore e la morte sono stati più che mai temi dominanti, con le due puntate conclusive, in particolare, incentrate interamente sul concetto della perdita: una perdita da elaborare attraverso il lutto o una perdita a cui prepararsi, consapevoli del dolore imminente e inesorabile), sia segnato dalla morte di uno dei personaggi storici, alla fine però di un percorso non sempre convincente. Perché certo, del deludente e scarso coerente epilogo della scorsa stagione non c'è inizialmente più traccia, la quarta stagione infatti (che dice finalmente adieu agli idilli romantici parigini e alla professoressa Juliette Le Gall) ricomincia con un'inedita e nuova ambientazione (sulla West Coast), ma a dominare l'attenzione c'è solo l'improvviso addio a uno dei quattro protagonisti storici della serie firmata da Sarah Treem e Hagai Levi, un addio certamente sconvolgente ma ambiguo, strano e furbetto.

mercoledì 7 novembre 2018

La Notte del Giudizio "La Trilogia"

Buono e davvero originale il soggetto de La notte del giudizio (The Purge), film del 2013 scritto e diretto da James DeMonaco (dopotutto è stato questo il motivo per cui ho voluto recuperare tramite le mie Promesse cinematografiche, questo film, questa saga), in un futuro molto vicino al nostro presente (2022), il problema della criminalità viene contrastato con successo introducendo per una volta all'anno "la notte dello sfogo", per 12 ore, dalle 19.00 della sera fino alle 7.00 del mattino seguente, omicidi, stupri, furti e ogni tipo di violenza vengono ammessi senza essere perseguiti penalmente, inoltre autoambulanze, vigili del fuoco e qualsiasi tipo di intervento di aiuto è sospeso, vige la legge del "senza legge", in modo che la violenza, l'odio e la frustrazione repressa per un anno possano essere sfogati senza problemi di eventuali processi, disordini o arresti, peccato che malauguratamente il tutto non venga poi supportato da una narrazione all'altezza, che riesca a svilupparsi mai del tutto, il copione è infatti pieno di stereotipi e finisce per risultare poco credibile e grossolano già dopo alcuni minuti. Perché certo, il "Giorno del Ringraziamento" raccontato da James DeMonaco in questa sua seconda prova registica propone (come detto) una visione interessante e indubbiamente originale, e offriva molte tematiche da approfondire: il rapporto tra genitori e figli, il senso di questa giornata, l'analisi introspettiva di come una scelta possa cambiare gli equilibri dei rapporti familiari e soprattutto la classica domanda "cioè davvero, in assenza di leggi e regolamenti, saremmo più animali di qualsiasi essere la natura abbia mai concepito?", ma purtroppo il regista non si preoccupa di cuocere a dovere ogni ingrediente, finendo per buttare tutto nel pentolone e bruciacchiare tutto (anche le buone intuizioni di partenza). Il film infatti, dopo una prima parte decisamente da brividi, la presentazione del futuro distopico in cui vivono i protagonisti stessi è inquietante, visto il grado di accondiscendenza con cui i protagonisti accettano l'esplosione di violenza annuale, da parte dell'intera nazione, non bastasse che una volta che nella casa dei protagonisti viene poi staccata la luce, le paure ancestrali dello spettatore vengono a galla per dei momenti da far accapponare la pelle, presenta una seconda decisamente da brividi però "freddi", perché neanche dieci minuti dopo l'arrivo degli assassini nella casa il film sfortunatamente vada prevedibilmente a finire in un (banale) limbo del "dejà-vu", tale da rendere la visione troppo simile a molti altri film dello stesso genere, The Strangers su tutti.

martedì 6 novembre 2018

[Tag] Serie Tv

Avevo già in mente di fare un ulteriore excursus, però completo, sulle mie serie tv preferite, se vi ricordate infatti 3 anni fa feci il post su I telefilm con cui sono cresciuto (un contenitore dei miei primi telefilm, all'epoca si chiamavano così le attuali serie tv, che vedevo e che mi avevano letteralmente cresciuto), ma grazie (anzi "miao") al salotto del Gatto Librario, ho potuto finalmente farlo, come? Semplice, con questo Tag, un Tag fatto apposta per l'argomento Serie Tv.

La serie TV che a memoria ricordi di aver visto per prima:
La prima in assoluto è stata probabilmente Le simpatiche canaglie, serie americana degli anni '30/'40 che andava in replica costante in Italia negli anni '80. Poi tutti quelli per i bambini dell'epoca, SuperVicky, Zorro e Rex, e poi successivamente Willy principe di Bel Air e i Power Rangers.

lunedì 5 novembre 2018

The Place (2017)

Cosa accadrebbe se esistesse un genio della lampada in grado di realizzare i nostri desideri? E cosa accadrebbe se dovessimo compiere delle azioni che vanno contro morale e legge per ottenere quello che abbiamo chiesto? The Place, l'ultimo film di Paolo Genovese, parla proprio di questo. Il film infatti analizza il comportamento umano di fronte ad una scelta difficile, spesso estrema e dicotomica. E in tal senso questo film del 2017 co-scritto e diretto dal regista Romano, è un film provocatorio, perché parla di morale, di desideri, di possibilità e pone come fulcro di tutto il libero arbitrio dell'uomo. Dopotutto, di fronte all'occasione di ottenere qualcosa di agognato, l'animo umano è corruttibile? Si è disposti a sacrificare gli altri per arrivare ai propri scopi? C'è un mostro dormiente in ognuno di noi pronto a risvegliarsi qualora si presenti la giusta occasione? Forse sì, forse no, sta di fatto che c'è qualcosa di misterioso che aleggia per tutta la durata di The Place, un'opera estremamente particolare, audace e sperimentale che arriva dopo il grandissimo ed inaspettato successo (secondo alcuni ma non per me) di Perfetti Sconosciuti, un film simile un po' nella sostanza e un po' nella struttura, giacché ancora una volta il regista mette in scena una storia in cui si intrecciano le vicende di vari personaggi, le cui intersecazioni sfuggono ai diretti protagonisti, mentre di esse solo il pubblico riesce, almeno in parte, a rendersi conto e l'impostazione è nuovamente "teatrale". E quindi come il film precedente, questo si rivela essere una boccata d'aria fresca al cinema nostrano che, con due/tre film all'anno, dimostra di voler ancora tornare ad essere cinema di qualità ma soprattutto originalità (anche se il tutto è ispirato alla serie tv americana The Booth at the End, che comunque non conosco e non ho mai visto). E quindi, esattamente come in quel caso, si tratta di un film veramente difficile, perché, a causa della sua singolarità, percorre durante tutta la sua durata su di un sottile filo teso tra due grandi bivi: nel primo si rivela essere un pessimo film, completamente assurdo, noioso, presuntuoso ed irritante, dall'altro invece si rivela, come poi è stato per Perfetti Sconosciuti, un autentico gioiellino che emoziona, appassiona, coinvolge. Ma inaspettatamente in questo caso la pellicola sta nel mezzo.

venerdì 2 novembre 2018

Quando c'era Marnie (2014)

È un film particolare, l'ultima fatica dello Studio Ghibli, un film, Quando c'era Marnie (Omoide no Marnie), lungometraggio d'animazione giapponese del 2014 diretto da Hiromasa Yonebayashi (quasi certamente il regista erede dello studio e della tradizione Ghibli), che ahimè potrebbe essere l'ultimo, in quanto dall'estate 2014 (quando è uscito in Giappone) ad oggi non sono usciti altri lungometraggi animati, e potrebbe esserlo anche nel lungo periodo. Ed ora che Hayao Miyazaki si è ritirato, che Isao Takahata ci ha lasciati, la chiusura, della casa capace d'averci regalato capolavori indiscussi, potrebbe non essere difatti solo temporanea (anche se mai dire mai). E Hirosama Yonebayashi dopo il delicatissimo (e bellissimo) Arietty, piuttosto timido ai botteghini all'epoca ma personalmente un capolavoro, dirige così il primo film Ghibli a non avere nei suoi crediti, in nessuna veste, né Miyazaki né Takahata, che all'epoca era reduce dall'inatteso ed immeritato (ora che l'ho visto) flop economico de La Storia della Principessa Splendente. Un'eredità pesante quindi quella che ha dovuto portare ed ha portato sulle spalle il film e il regista, sarà riuscito nell'impresa? cosa ne è venuto fuori? Prima di tutto, semplice e diretta è questa favola che punta sulle emozioni e sulle immagini, davvero straordinarie (l'animazione è ottima), ma soprattutto, anche se quest'anime si allontana dallo stile dei due maestri, più intimo e in tono "minore", esso funziona e colpisce ugualmente. La storia è quella del romanzo per ragazzi omonimo di Joan G. Robinson, adattata per l'occasione (dal regista e sceneggiatori), storia che cerca di spiegare il profondo e angoscioso dolore dell'abbandono, non a caso il film, con la deliziosa (ma non molto simpatica, ahimé) protagonista Anna, intenerisce e immalinconisce (in tal senso stategli alla larga, se avete la lacrima di facile empatia).

mercoledì 31 ottobre 2018

Movies for Halloween: Terrifier (2016)

Se qualcuno ha visto "All Hallow's Eve" ricorderà di certo il personaggio di Art il Clown, se non lo si è visti (tra questi ci sono io) di certo lo ricorderà, e di certo non lo dimenticherà, dopo aver visto Terrifier, film del 2016 diretto da Damien Leone. Il suddetto pagliaccio infatti, non fa assolutamente nulla, a parte starsene per i fatti suoi, eppure basta la sua presenza per caricare la scena di una tensione più inquietante dell'intero minutaggio di Pennywise in It (che ha fatto comunque il suo dovere bene). Perché basta l'inizio, quando Art entra in una pizzeria e si siede, non solo per capire la potenza enorme del personaggio, ma anche per mettere a confronto tutti gli altri (tra cui quel misto di Joker/Pagliaccio che fece la fortuna di 31, il film di Rob Zombie che fu uno dei film consigliati l'anno scorso in occasione di Halloween, di cui questo Terrifier ne è l'ulteriore consiglio di quest'anno) e non avere più dubbi su quale sia il più "terrorizzante". Non a caso il punto di forza del film, un film indipendente e artigianale capace di ridare dignità alla figura del killer clown, riportandolo a quella dimensione grottesca di terrore primordiale (un ghigno malefico stampato su quella maschera piena di significati) e un film che è la pregevole rievocazione dell'horror vintage, regressione all'essenza più brutale ed elementare di un genere tornato a farsi beffe di psicologie e raffinatezze, è proprio Art the clown, psicopatico e feroce villian, che agisce senza alcuna motivazione. Non sappiamo niente di lui, anche se devono essergli successe cose orrende, visto il modo in cui si comporta. Per tutta la durata della pellicola assisteremo a un vasto campionario di torture e umiliazioni di vario genere, che soddisferanno appieno anche gli spettatori più sadici. Il sangue scorre a fiumi da teste spaccate, ferite da arma bianca...e da una ragazza tagliata in due. Eppure non c'è da sorprendersi, dopotutto Terrifier è a tutti gli effetti uno slasher in pieno stile anni '80: sporco, esagerato, grondante sangue ed effetti speciali pratici, che sfoggia una serie di efferatezze estreme molto succulente per gli amanti del genere. Il risultato perciò è un film certamente sopra le righe su diversi fronti, con un'impennata soprannaturale nel finire (forse la sola nota stonata) su cui sorvolare, ma è sicuramente un vero horror moderno ed estremo (che aggirando l'aspetto romantico e nostalgico di molti altri prodotti più commerciali ne amplia la carica ferale) davvero eccezionale, perché capace di regalarci alcuni momenti assolutamente degni di nota.

Hallowgeek 2018: La paura fa novanta VIII

Avevo già in programma anche quest'anno di proporre la recensione di un film adatto e da consigliare per Halloween, e il programma sarà rispettato, anche se con un po' di ritardo e con un orario differente dalla consueta pubblicazione, ovvero nel primo pomeriggio di oggi, perché prima devo, con questo post a tema, rispondere alla convocazione della Geek League, combriccola di blogger che ha pensato bene di proporre per questa speciale giornata una rassegna di episodi speciali di una serie (animata e non) a tema Halloween da esaminare. E così, sapendo bene che, se c'è una serie in cui è facile pescare a piene mani nel suddetto tema, quella è I Simpson, ho scelto di prendere ad esamina una puntata dei classici annuali di questa straordinaria serie animata, annuali Halloween Special che in America vanno tanto di moda. E così, memore di aver già nominato la puntata speciale de La paura fa novanta VIII del 1997 in occasione della recensione nella Notte Horror del film La Mosca, ho scelto proprio quella per rispondere alla chiamata. Se infatti conoscete almeno un pochino il mondo simpsoniano, sapete che uno no degli elementi che compongono il grandioso successo degli speciali di Halloween de "I Simpson", è l'intelligente uso di citazioni di grandi film. A tal proposito se volete scoprire di più, anche sulla puntata in questione della nona stagione, e conoscere tutte le citazioni od informazioni, questo è il link su cui cliccare, questo è il blog su cui bazzicare, quello di Marco Grande Arbitro di Gioco Magazzino e la sua Simpsonspedia (io mi limiterò a commentare solamente ogni intermezzo). Come dicevo, nei tre intermezzi la più grossa citazione è al bellissimo film "La Mosca", di David Cronenberg, ma gli altri non sono da meno, e rappresentano bene l'anima di questi special, e quindi ecco cosa ne penso della quarta puntata della nona stagione.

martedì 30 ottobre 2018

Gli altri film del mese (Ottobre 2018)

E insomma è passato un altro mese, e l'inverno e il periodo natalizio si avvicina sempre più, il freddo come detto ieri, nel post relativo ai peggiori film (che anticipa appunto questo sugli altri film di questo autunnale mese) è già arrivato, mentre non sono arrivate e non ci sono cose belle da segnalare, tutto nella norma, anche se mi è successo comunque qualcosa di positivo, ovvero che si è rafforzato un legame di amicizia nato in questi mesi, e poiché l'amicizia per me è qualcosa di importante (di vitale e di indispensabile), son contentissimo di averla incontrata (di aver incontrato la sua esuberanza). In tal senso vorrei fare (prima di lasciar spazio alle recensioni delle pellicole visionate) un "elogio dell'amicizia" (a tutti i miei amici vicini e lontani, virtuali e non, veri o presunti), con alcune frasi prese dallo scrittore Paolo Crepet dal suo libro omonimo (che comunque non ho letto). "L'amicizia non fa sconti, è un sentimento onesto: restituisce tutto ciò che si è seminato", "L'amicizia è necessità, mai convenienza. Esigenza dettata dall'intelligenza emotiva", "L'essenziale non lo si coglie quando i conti tornano, ma soltanto quando il sipario cala all'improvviso e non resta che una platea vuota e ci si sente immensamente soli", "Che significato potrebbe avere mai la vita se fosse soltanto un gioco con la propria ombra?", "L'amicizia è un lavoro serio, necessita continuità, dedizione, manutenzione attenta, come accade per tutte le cose rare e preziose" e "L'amicizia non serve per sé ma per entrambi, non è visione egocentrica ma relazione svelata". Bene, ed ora buona lettura.

lunedì 29 ottobre 2018

I peggiori film del mese (Ottobre 2018)

Come ben sapete in occasione di questo classico post mensile è mia consuetudine esporre le cose negative e/o brutte che mi sono capitate in questo mese, ebbene niente di tutto ciò, perché questo mese di Ottobre è stato relativamente tranquillo (a parte ovviamente i primi freddi che mi hanno già portato ad avere costantemente mani congelate da mattina a sera). E quindi non mi resta che lasciarvi al cospetto di queste recensioni di film, lista di film che al contrario di altre volte non contiene pellicole (od una pellicola) pessime/a, ma solo mediocri. Un miglioramento di scelta c'è insomma stato, anche se era lecito aspettarsi da tutti questi otto film (chi più chi meno) qualcosa in più.

The Great Wall (Azione, USA, Cina, 2016): No, da Zhang Yimou proprio non me l'aspettavo un film del genere, un film certamente godibile (anche perché come mero prodotto di intrattenimento, il suddetto funzionerebbe pure, ha una sua logica nella sua illogicità, e mi ha strappato pure qualche sorriso) ma non certo indimenticabile, anzi. Il film infatti, che sembri pescare dalla sua stessa filmografia e che sembri palesemente citare Il Signore degli Anelli e i Power Rangers, che perciò nella sostanza viaggi con il pilota automatico, al di là di alcuni dettagli (scenografie e costumi) importanti, si rivela essere un blockbuster, furbescamente passato per film d'avventura storico ambientato durante il medioevo (ovviamente la grande muraglia di cui si parla è quella cinese, che secondo la pellicola, come vedranno alcuni guerrieri occidentali finiti lì per caso, fu realizzata per tenere lontani non solo i mongoli ma anche qualcosa di più disumano e pericoloso), abbastanza mediocre. Difatti si tratta tristemente del primo "marchettone" (dopotutto si tratta del suo primo film in lingua inglese) del grande regista cinese (sono suoi i bellissimi film Lanterne Rosse, La Foresta dei Pugnali Volanti e Hero tra gli altri) che piega il suo talento alle esigenze commerciali hollywoodiane per il solito polpettone tutto effetti visivi e poca sostanza della Legendary che mescola qui wuxia e fantascienza con risultati indigesti. E al netto di una computer grafica che si rivela non propriamente all'altezza, e di creature dal design non proprio originale, ci si ritrova soprattutto a chiedere quale sia la funzione di Willem Dafoe nel film, un film dove tutti i personaggi (da Matt Damon a Pedro Pascal fino alla bella Tian Jiang) sono tagliati con l'accetta e monodimensionali, figli di una sceneggiatura svogliata (e ampiamente prevedibile). Perché certo, le battaglie sono spettacolari e il divertimento non manca, ma tutto è al limite del trash. In conclusione perciò, The Great Wall, è un difettosissimo blockbuster che (se preso per quel che è) riesce a intrattenere il tempo giusto per farsi odiare o per riempire una serata vuota o noiosa. Tuttavia cinematograficamente parlando è poca cosa. Voto: 5+

venerdì 26 ottobre 2018

Barry Seal: Una storia americana (2017)

Se fottutamente vera era la storia di Gold: La grande truffa, certamente assurda e clamorosa è la storia di questo film, di Barry Seal: Una storia americana (American Made), film del 2017 diretto da Doug Liman con protagonista Tom Cruise. Il film infatti racconta l'incredibile storia vera di Barry Seal, pilota della TWA che negli anni '80 fece una montagna di soldi lavorando come corriere prima per la CIA, poi per il cartello della droga di Pablo Escobar, poi per tutte e due le organizzazioni contemporaneamente e infine diventando collaboratore ufficiale della DEA. Sì lo so, sembra una storia inventata, eppure questa aggrovigliata storia, che in verità è più ingarbugliata di quanto sembri, anche perché di sfumature la suddetta storia è piena, è proprio vera verissima. Difatti Barry Seal, inteso come il protagonista e il suddetto film, è un personaggio realmente esistito che si trovò, senza saperlo (e forse senza volerlo), coinvolto in qualcosa di più grande di lui che di lì a poco avrebbe cambiato le sorti di un continente e di un popolo intero, qualcosa che il regista, attraverso un'estetica profondamente anni '70 (un'estetica ben efficace tramite una discreta realizzazione tecnica della messinscena) ed una regia avvincente, perfettamente in linea con la storia e gli avvenimenti (ritmi frenetici ben scanditi da continue contestualizzazioni storiche raccontano infatti, avvalendosi anche di filmati di repertorio, i fatti accaduti durante quegli anni), riesce benissimo a raccontare. Costruendo per questo un film biografico decisamente atipico, certamente molto pop, molto intelligente, con qualche difetto ma sicuramente tanto, tanto divertente. Un film non certo originale, di taglio abbastanza Scorsesiano, tanto che Barry Seal non è poi tanto dissimile dal Jordan Belfort del lupo di Wall Street, tuttavia il taglio leggermente satirico e la buona regia del regista statunitense insieme alla convincente prova del di divo hollywoodiano (i due tornano a collaborare dopo il bellissimo Edge of Tomorrow), ne fanno un prodotto di tutto rispetto e piacevole da vedere. Un prodotto altresì ricco ed avventuroso che grazie a dei continui colpi di scena rendono difficile il colpo di sonno.

giovedì 25 ottobre 2018

The Handmaid's Tale (2a stagione)

Nel 2017 (personalmente solo pochi mesi fa, esattamente prima di questa seconda stagione) The Handmaid's Tale aveva trascinato gli spettatori nel mondo distopico immaginato da Margaret Atwood con una crudezza feroce (tale che non serviva comunque essere madri o donne per sentire il timore agghiacciante del mondo tratto dall'omonimo romanzo della scrittrice canadese, un mondo che condivideva le ansie distopiche di George Orwell con il look grigissimo de I Figli degli Uomini e soprattutto col fanatismo religioso di un romanzo di Stephen King) dalla quale non si riusciva a staccarsi per il fascino magnetico di una sceneggiatura attenta, dei temi profondi, della bravura impareggiabile di un cast dove Elisabeth Moss era la luce più calda e brillante in un cielo dove splendevano stelle altrettanto ammirevoli (qui la mia recensione). La storia di Offred e delle altre ancelle vessate dalla teocrazia di Gilead era riuscita ad attirare su di sé le luci della critica e del pubblico anche per la capacità di insinuare il ferale dubbio che la distopia immaginata dalla scrittrice canadese oltre trent'anni fa non fosse poi un incubo tanto irrealizzabile in una società moderna dove femminicidi e discriminazioni sessuali sono ancora troppo presenti. In tal senso e per davvero si ha la sensazione che Gilead sia il posto (in cui tornare non è facile) più orribile, crudele e disumano che l'immaginazione possa mai concepire, una specie di specchio distorto ed estremizzato all'ennesima potenza dell'attuale governo USA. Non a caso il Canada, vicino di casa più piccolo e più verde (e soprattutto più liberale, come vedremo spesso in questa seconda stagione) è visto come il luogo idilliaco da raggiungere. A tal proposito una delle sequenze più riuscite di questo nuovo intermezzo è proprio quella ambientata a Toronto, quando una delegazione dello stato autoritario di Gilead viene invitata per discutere una serie di accordi bilaterali fra i due governi, ebbene, fino a quel momento abbiamo passato talmente tanto tempo nei confini di questa spregevole nazione estremista da iniziare a considerarla distante anni luce dalla nostra mentalità e soprattutto dal nostro mondo...solo per scoprire che, appena spingiamo la testa fuori, è proprio del nostro mondo che si sta parlando. E' quasi destabilizzante come viene bilanciato il rapporto fra Gilead e il Canada: quella che fino ad allora avevamo considerato una fantascienza distopica viene immediatamente trapiantata nel nostro presente. In quella scena c'è tutta la forza politica di The Handmaid's Tale, perché la serie non ci sta raccontando un ipotetico domani, ci sta raccontando l'oggi. E ci rendiamo conto che in questo momento, nel mondo in cui viviamo, ci sono donne i cui diritti vengono calpestati ancora di più rispetto a quanto accada nell'immaginario stato dei Comandanti.

mercoledì 24 ottobre 2018

Song to Song (2017)

Speravo in un cambiamento, un'evoluzione, o quantomeno un lieve discostamento. Niente da fare. Siamo sempre fermi nello stesso identico punto. Perché esattamente come il suo predecessore, questo film dice poco. Perché già con il vacuo e noioso Knight of CupsTerrence Malick aveva iniziato a mostrare primi segni di cedimento, e con Song to Song, film del 2017 scritto e diretto dal leggendario regista statunitense, le cose non sembrano essere migliorate. Certo, rispetto ai film precedenti (sopratutto l'ultimo) la trama è più lineare ed è chiaro fin da principio dove si voglia andare a parare, ma mai come in questo film tutti gli attori sono ridotti a bellissimi archetipi spersonalizzati, simboli in movimento che in un flusso di coscienza forzatamente poetico si fanno portatori di una morale sintetica e ingannevole, che cerca di sublimare la banalità del messaggio attraverso l'utilizzo della forma. Una forma pretenziosa e ricercata (attraverso immagini sublimemente e lentamente riprese della natura, attraverso locations in generale e personaggi, esteticamente sempre molto attraenti) e con numerosi e continui flash back troppo elevata ed affatto necessaria al significato del film (assimilabile nel concetto dell'amore nel suo evolversi e nelle sue diverse sfaccettature ed incongruenze) e pertanto l'opera si appesantisce notevolmente, divenendo "costruita" e poco diretta (d'altronde il regista costruisce questa storia con le stesse ed identiche modalità con cui ha creato le sue pellicole precedenti, ovvero solo tramite immagini e suoni). Insomma un trionfo, quasi eccessivo, dell'estetica che (nuovamente), sì, appaga l'occhio dello spettatore (dopotutto anche qui sempre eccezionale è la fotografia di Emmanuel Lubezki), ma poiché esso viene (nuovamente) ripetuto in continuazione senza aggiungere nulla di nuovo, lo tedia anziché affascinarlo. Perché non possono le immagini sostituire una storia affascinante ma inconcludente come questa, quella di BV (Ryan Gosling), un musicista che cerca il successo con l'aiuto della compagna (Rooney Mara) e del suo produttore Cook (Michael Fassbender, che nel frattempo irretisce la cameriera Rhonda ovvero Natalie Portman) le cui esistenze si intrecciano in un mondo di seduzioni e tradimenti.