martedì 21 maggio 2019

The Big Sick - Il matrimonio si può evitare... l'amore no (2017)

Tema e genere: Commedia romantica che, basata su di una reale storia d'amore, segue le vicende di una coppia di etnie diverse che deve affrontare le loro differenze culturali.
Trama: Kumail, un comico nato in Pakistan, e la studentessa americana Emily si innamorano a dispetto delle diverse culture a cui appartengono e che spesso sono fonte di scontro. Quando Emily contrae una misteriosa malattia, Kumail dovrà far fronte alla crisi con i genitori di lei, confrontandosi anche con la propria famiglia e con i desideri del suo cuore.
Recensione: Sento sempre più spesso dire che i film che vengono candidati agli Oscar siano nella maggior parte dei casi film decisamente sopravvalutati, e in certi casi chi lo dice hanno ed hanno avuto ragione, come ho potuto anche personalmente notare (soprattutto ultimamente che ne vedo molti). Ora non che questo lo sia (questo film che è stato candidato per la migliore sceneggiatura originale agli Oscar del 2017), anche perché The Big Sick è una commedia (presentata al Sundance Film Festival 2017 dove ha raccolto critiche entusiastiche) fresca e divertente, però non è affatto un film indimenticabile, tale da rimaner impresso nella storia dell'Academy e del Cinema. Dopotutto di films sulle differenze razziali e difficoltà sorte in seguito ad esse se ne sono ideati moltissimi precedentemente, pertanto, l'argomento non risulta affatto nuovo. Vero che oscillando tra commedia e dramma, il film ha una sua originalità nel far evolvere la storia tutta o quasi nel rapporto tra Kumail con se stesso, la sua famiglia e la famiglia di Emily, vero che, forse la parte della sceneggiatura più originale, sebbene troppo dilatata nella durata, è proprio quella che tratta dello strano e originale rapporto che si viene a creare, durante la malattia di Emily, tra Kumail e i genitori di lei, un po' "spostati" e disturbati dal benessere americano e dalla ossessione del terrorismo di matrice islamica, ma The Big Sick rimane confinato nel suo alveo di genere, quello della commedia romantica con malattia annessa, a cui si aggiungono i riferimenti culturali esotici, che fanno tanto politically correct. Ma il problema è che questa originalità, questa sincerità, non fa né ridere né emozionare. Il film infatti è un film intimo, personale, un po' troppo chiuso in sé stesso. Non bastasse che il conflitto tra la famiglia pakistana e il protagonista venga raccontato in modo molto tradizionale. In tal senso la simpatia degli attori coinvolti evita cadute di tono, ma il film è complessivamente prevedibile, anche nella sua parte drammatica, oltre nella rappresentazione del loro incontro e dell'happy ending finale. Va bene che particolarmente interessante è il modo in cui la storia viene presentata sullo schermo, per l'intera durata del film aleggia un'ironia sottile ed agro-dolce che rende piacevole seguire la vicenda, anche quando quest'ultima precipita in un aspetto più drammatico, ma il film è (nonostante quest'ultimo aspetto) stranamente sottotono, e i caratteri, sia quelli dei protagonisti principali che quelli dei personaggi di contorno, sono poco definiti. E insomma a questa commedia, che prova a darsi un tono ricorrendo un po' a tematiche sociali (integrazione razziale, valori costitutivi di una famiglia), un po' a citazioni e riferimenti al cinema (grande e meno grande) di passato e presente, manca il ritmo, l'incisività, la verve che avevano film ben diversamente brillanti su temi analoghi. Comunque gli va dato merito alla pellicola (anche se la storia è del tutto vera) di aver proposto una storia diversa dal solito, appunto un'insolita storia romantica, una storia carina, simpatica ed originale, anche se purtroppo alquanto tiepida.

lunedì 20 maggio 2019

Ottimizzazione Blog

Ottimizzare, è questa la parola chiave. Ottimizzare il tempo, lo spazio e la lettura. Si perché, in attesa di alcune importanti migliorie già programmate e che saranno promulgate in occasione del compleanno del blog (il 22 luglio tutto sarà svelato), il blog cambia metodo, cambia la visione. Infatti, da domani e d'ora in poi, le recensioni (di qualsiasi tipologia) cambieranno faccia, saranno per davvero più brevi (ma non troppo), più compatte e più tecniche. Come una scheda tecnica, le recensioni saranno difatti più essenziali. Questo perché arrivati a questo punto, arrivati al momento in cui la blogosfera vive un periodo d'impasse, un cambiamento è funzionale. Non solo con il nuovo metodo il lettore potrà essere più coinvolto, non si si stancherà troppo nella lettura, perché è evidente che ultimamente e con i social network sempre più attivi con i loro commenti veloci e sbrigativi, leggere post abbondanti, nella maggior parte dei casi, sia diventato "problematico", ma avrà più selezionate informazioni per eventualmente scegliere di vedere o meno i film che proporrò. Un metodo che tuttavia farà comodo anche me, infatti perderò meno tempo, in media delle due/tre ore che impiego per scrivere una recensione risparmierò, ed ho risparmiato, giacché ho già in archivio parecchie recensioni, a conti fatti mezz'ora. Ma il tempo io risparmierò (tempo = meno stress), anche cambiando qualcos'altro, ovvero cercando meno immagini (da Google) ed evitando di comporre continuamente banner personalizzati. I peggiori e gli altri film del mese avranno infatti un solo banner da completare inserendo il mese in questione. Insomma, cercherò di ottimizzare al meglio i miei contenuti e rendere più fruibile e semplice il blog, anche visivamente. In tal senso dovreste aver visto dalla Home l'aggiustamento e l'inserimento di alcune pagine ed anche che la suddetta è più compatta, cioè non troppo lunga. Ho eliminato infatti alcuni gadget/immagini ed ho ridotto l'elenco di blog, visibili 25 dei 100 e più. Ma, se sarà stata la scelta giusta lo diranno i lettori (da domani potrete vedere e constatare), io però con questo nuovo metodo soffro di meno e mi trovo meglio, quindi problemi zero mi farò lo stesso.

venerdì 17 maggio 2019

L'isola dei cani (2018)

Il texano Wes Anderson alla fine degli anni '90 si è imposto al mondo con Rushmore come uno degli alfieri del cinema indipendente americano. Poi con il passare degli anni è diventato molto di più di un regista "indie", è diventato uno dei maggiori registi mondiali, arrivando ad ottenere importanti riconoscimenti e ampi consensi di critica e pubblico. Nel corso degli anni 2000 ha sfornato una serie di gioielli che hanno abituato il pubblico di tutto il mondo a una narrazione di simmetrie, colori pastello, musica vintage, personaggi borderline e grandi sentimenti. Con il suo stile particolare, estremamente riconoscibile, preciso fino ad essere maniacale si dimostra continuamente come uno degli autori contemporanei più coraggiosi e attenti alla forma. In tal senso, poiché chiunque conosca Anderson e la sua poetica sa benissimo che si troverà di fronte a delle scene curate al dettaglio, in cui la simmetria la fa da padrona e i dialoghi sono sempre brillanti, si ha sempre la paura di una costante ripetizione dei temi trattati, ma Wes Anderson, che ha alle spalle forti sostenitori come altrettanti detrattori (io dalla parte dei primi), riesce a reinventare con sapienza sempre la stessa storia, più o meno la stessa storia. Perché L'isola dei cani (Isle of Dogs), film del 2018 scritto, diretto e co-prodotto da Wes Anderson, film molto atteso (sicuramente da me) che ha vinto l'Orso d'argento per la regia al Festival di Berlino 2018 (di cui era anche film d'apertura), che arriva dopo il successo mondiale di critica e pubblico di Grand Budapest Hotel e che segna un coraggioso ritorno all'animazione in stop motion dopo Fantastic Mr. Fox, è comunque un film d'animazione d'autore ricco d'intelligenza e di inventiva che, con toni favolistici e metaforici, affronta temi assolutamente attuali: l'inquinamento, l'ipocrisia e l'avidità dei potenti che schiacciano i più deboli ed indifesi (i cani potrebbero essere una metafora degli immigrati, dei poveri o fate voi), il potere che distrugge con la violenza il dissenso, la televisione che obnubila le menti delle persone ecc. Il tutto narrato come fosse un cartone animato per bambini, in cui i protagonisti sono i cani, pur non essendolo, o meglio: molto adatto ai bambini, ma anche adatto agli adulti, perché ha una narrazione parecchio più complessa di quella di un normale film d'animazione.

giovedì 16 maggio 2019

Escobar - Il fascino del male (2017)

Il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar viene spesso raccontato nel cinema e televisione recenti: dalle opere che ne fanno l'indiscusso protagonista, come la serie tv Narcos o il film Escobar di Andrea Di Stefano, a "cameo" significativi come Barry Seal con Tom Cruise. Ora ecco quest'altro film, film di Fernando León de Aranoa che debuttò fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017. Un film che, basato sul memoriale "Loving Pablo, Hating Escobar", pubblicato nel 2007 dall'ex conduttrice televisiva Virginia Vallejo (quest'ultima è stata amante di Escobar nella realtà), si pone come obiettivo quello di mostrare la realtà dei fatti da diversi punti di vista. Diversi punti di vista (soprattutto uno, quello della stessa Virginia) per poter osservare la politica di vita di un personaggio nell'occhio del ciclone, vero e proprio simbolo di un'esistenza criminale incentrata sull'essere in assoluto i numeri uno, e lui numero uno lo è stato, in modo alquanto insolito e poco incline alle regole morali di una persona qualsiasi. Tali ambizioni vengono quindi descritte ora in questo film che doveva probabilmente essere il resoconto di una conflittuale storia d'amore all'ombra del sangue versato in quel regno criminale. Ma questa premessa viene fin da subito tradita dal regista, tanto che ad un certo punto, Escobar - Il fascino del male si discosta completamente dalla relazione avuta dai due per raccontare semplicemente le gesta del narcos più ricercato della storia, gesta ormai note. E purtroppo è per questo che il tentativo di raccontare la storia del patron colombiano sotto un nuovo punto di vista non riesce bene. Su questo personaggio si è detto veramente tutto (anche se la serie non l'ho ancora iniziata) e questa pellicola appunto non riesce a sviluppare l'unico spunto originale, la narrazione affidata all'amante di Pablo, e il rapporto tra i due che viene ridicolizzato a banale storiella di corna. L'operazione di raccontare per l'ennesima volta la figura di Pablo Escobar perde ancora più valore in quanto il film del regista spagnolo arriva per l'appunto dopo una lunga serie di film e serie tv sul trafficante di droga colombiana che meglio avevano svolto il loro lavoro (sul film basta leggere la mia recensione, sul buon lavoro della serie invece mi fido dei giudizi altrui).

mercoledì 15 maggio 2019

Cobra Kai (1a stagione)

Stiamo vivendo un periodo particolarmente denso di novità in termini di produzione e distribuzione televisiva. Dopo Netflix e Amazon Prime Video, con Disney ormai pronta a mettere giù i suoi carri armati e Apple che si dice stia investendo miliardi in produzioni originali, anche Youtube si è affacciato al mondo delle produzioni originali attraverso il suo nuovo "canale" Youtube Red. L'esordio è stato di quelli che fanno parlare, e hanno fatto parlare, e tanto. Karate Kid, un vero e proprio caposaldo per chiunque sia stato un ragazzino negli anni Ottanta, riportato ai giorni nostri. Una serie che, a differenza del tentativo di reboot di qualche tempo fa, prende ambientazioni, situazioni e protagonisti dei film originali e li riporta ai giorni nostri, mescolando abilmente (anche di più) le cose. Sì perché Cobra Kai, serie televisiva statunitense, creata da Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg e Josh Heald, basata sulla serie di film The Karate Kid, creata da Robert Mark Kamen, sorprendentemente è una gran bella serie tv. Le aspettative erano basse, e invece stupisce alla grande. Diciamocelo, sono ormai anni che ci propinano sequel, reboot e prequel di film rimasti nell'immaginario popolare, fallendo molto spesso miseramente perché il problema di fondo è uno, secondo me: una storia appartiene ad un momento storico, a quell'epoca e basta. Appartiene al colpo di genio, ad un momento irripetibile che un autore, un regista o uno sceneggiatore hanno avuto e che non potrà mai essere eguagliato. In più l'offerta di film e serie è ormai quasi saturata da prodotti che puntano sulla nostalgia degli anni '80, che sono appunto l'ennesimo remake o reboot tutto fondato sull'hype, o che per far tifare per i "cattivi" prendono la via facile di ridurre i "buoni" a macchiette, e quindi era lecito essere curiosi ma anche tenere tutte le spie accese approcciandosi a Cobra Kai, serie seguito sui generis dei film originali di Karate Kid, di cui soprattutto il primo è uno dei miei film preferiti dell'infanzia. E dico "dell'infanzia" perché mi vergogno un po' a dire "di sempre" (ma di questo dirò dopo). Poi succede il miracolo e a rispondere ad un prodotto dimenticabile quale può essere The Karate Kid con Jackie Chan, arriva qualcosa che ha passione e rispetto per ciò che è stato. Cobra Kai è il risultato di questi due ingredienti. Prodotto anche da Ralph Macchio (il fu Daniel Larusso) e William Zabka (Johnny Lawrence) stessi, questa serie è infatti l'ideale e perfetto sequel della trilogia di Karate Kid (che per quanto citato, parodiato e richiamato, non era ancora stato protagonista di un vero e proprio ritorno) diretta dal compianto John G. Avildsen dall'84 all'89, conservandone tutte le caratteristiche ci hanno fatto amare Daniel Larusso, Sensei John Kreese e sopratutto il mitico maestro Miyagi.

martedì 14 maggio 2019

Papillon (2017)

Il remake di un importante classico della storia del cinema è sempre un argomento spigoloso. Spesso i rifacimenti riescono ad entusiasmare al pari degli "originali", contribuiscono ad arricchire un universo discorsivo già noto conferendogli sfumature e chiavi di lettura inedite, ripropongono grandi storie e grandi personaggi ancorandoli all'attualità. Ebbene, nulla di tutto ciò accade nel Papillon (del 2017) del danese Michael Noer, nuova versione dell'omonimo film cult (ma non solo, personalmente un piccolo capolavoro) di Franklin J. Schaffner del 1973, tuttavia il film, che ci racconta le avventure di Henri Charrière, della sua ingiusta prigionia nella colonia penale dell'Isola del Diavolo e di come sia riuscito ad architettare una delle fughe più emozionanti mai raccontate, è girato bene con un buon ritmo, avvincente, un buon prison movie che intrattiene e introduce lo spettatore in un contesto sporco, pericoloso, solitario e ansiogeno. E' insomma un remake sufficientemente valido che non fa esageratamente rimpiangere l'originale. Un remake forse non necessario ma che riesce sotto ogni fronte a livello immersivo, facendo "entrare" lo spettatore e facendolo identificare dentro il carcere dell'Isola del Diavolo. Carcere dove negli anni '30 finisce per un'ingiusta accusa e condannato all'ergastolo, il giovane ladro Henri Charrière soprannominato "Papillon". Spedito nella colonia penale sull'isola nella Guyana francese dovrà trascorre la sua intera pena ai lavori forzati. Qui conosce il milionario Louis Dega, un falsario che accetta di finanziare il piano di evasione progettato da Papillon a patto che lo protegga per tutta l'avventura, cosa non facile dato che gli altri internato sono disposti ad uccidere per qualche spicciolo. Tra i due nasce un sentimento di amicizia e complicità duraturo che li accompagnerà in tutto questo viaggio caratterizzato da rocambolesche fughe e pericoli di ogni genere.

lunedì 13 maggio 2019

L'insulto (2017)

La questione mediorientale, israeliani e palestinesi, palestinesi e libanesi, ebrei e musulmani, musulmani e cristiani, è questione complicata, delicatissima, annosa, sempre sul punto di riesplodere (come i recenti accadimenti dimostrano) che L'insulto, di Ziad Doueiri (che affronta come fece Nadine Labaki con E ora dove andiamo? la difficile divisione interna che sta attraversando il Libano) riesce a condensare e a rappresentare simbolicamente attraverso un normale episodio di banale quotidianità: Beirut, un muratore di origine palestinese deve sistemare una gronda di un terrazzo che sgocciola in strada. Il proprietario, un libanese cristiano, si oppone. Il muratore la aggiusta lo stesso, il proprietario prende la gronda a martellate, il muratore gli si rivolge dicendogli "sei un cane". Questo il la che farà da innesco ad una serie di eventi a catena di portata sempre più ampia (seguendo la falsariga di Una separazione) dove verranno messi in gioco antichi rancori e odi razziali, corsi e ricorsi storici, traumi infantili, personalismi, arrivismo e avidità, nazionalismi e patriottismi posticci. Non solo, perché la questione mediorientale ricostruita in chiave storica non è il solo obiettivo de L'insulto in quanto il film di Doueiri, perfettamente calato nel presente, vuole mettere in guardia dal pericolo dell'uso strumentale che si può fare della storia da parte della politica e dei mass media, dei rischi che si corrono acuendo i conflitti in nome di un'ideologia che non ha niente degli ideali che dovrebbero incarnarla ma che viene utilizzata in modo fazioso e propagandistico con l'unico scopo di mistificare la realtà per attrarre l'opinione pubblica da una parte piuttosto che da un'altra. Alla fine si smarrisce il buon senso che dovrebbe guidare le nostre scelte verso il bene comune all'interno di un calderone dove tutti hanno contemporaneamente ragione e torto e le soluzioni, anche le più semplici, sono destinate a galleggiare in eterno senza trovare compimento. Ciò che forse più sorprende del film di Doueiri, candidato 2018 all'Oscar per il Libano, è la sua capacità di raccontare una storia apparentemente così lontana eppure così vicina, così globale. La potenza evocativa del film è infatti universale.

venerdì 10 maggio 2019

Hostiles - Ostili (2017)

Si tende a ritenere il western come un genere ormai morto e sepolto, io invece non sono per nulla d'accordo. Il western non è affatto morto, è solo felicemente in pensione, pur consapevole di essere ancora in grado di donare qualcosa. Basti pensare ai titoli usciti negli ultimi anni, non solo in ambito cinematografico, per renderci conto che il genere, benché ormai minoritario, è ben lungi dal finire sottoterra. Questo qui però, grazie anche a una storia di integrazione che parla alle generazioni moderne, le ostilità che i protagonisti sono costretti ad affrontare lungo il cammino sono il segno di un film che in realtà tratta un tema attuale e molto sentito, Hostiles - Ostili (Hostiles), film del 2017 diretto da Scott Cooper, non è un western come tutti gli altri. Questo è un infatti un film diverso, almeno per quella che è l'idea comune di western. E' diverso da ogni Sentieri Selvaggi o Balla coi lupi, non ha niente a che fare con The Lone Ranger ovviamente, con nessun film di Leone, The Eightful Eight o con I Magnifici Sette. E' diverso perché alla base della storia non c'è l'azione con cavalli, fucili e frecce (anche se rende tuttavia onore ai grandi capolavori del genere), bensì il conflitto e la crescita interiore di un uomo, di un soldato, che sta vivendo personalmente il cambiamento di punto del vista nei confronti del conflitto americano-indiano. Un conflitto che nel 1892 stava cambiando pelle, in cui era difficile stabilire chi fosse nel torto fra le due parti, la brutalità e la violenza non erano risparmiate da nessuna fazione. Quelli che erano quindi giochi di potere fra lo stato americano e le tribù diventarono questioni personali, tra soldati americani e indiani. Non a caso il capitano Joseph Blocker ha passato la vita a combattere gli indiani, li considera selvaggi e crudeli e non si è mai fatto scrupoli ad usare contro di loro tutta la violenza che riteneva necessaria e che il Governo consentiva senza problemi. Per questo sembra la scorta più improbabile per il capo Falco Giallo, a cui, dopo anni di prigionia e a causa di una grave malattia, è stato concesso di andare a morire nella sua terra di origine. La situazione si complica ancora di più quando al gruppo si unisce Rosalie Quaid, una donna a cui un gruppo di indiani Comanche ha sterminato la famiglia. Donna che quindi diventerà una dei protagonisti di questo racconto di integrazione tra gli abitanti di uno stesso territorio ma dalle tradizioni differenti. Difatti il viaggio che dovranno compiere sarà più che altro metaforico, sarà un viaggio verso la tolleranza e il riconoscimento della parola "omicidio", un viaggio in cui non ci saranno vincitori ma solo vinti.

giovedì 9 maggio 2019

Ritorno al Bosco dei 100 Acri (2018)

Parto subito dicendo che nonostante io non sia un grande amante della serie di Winnie the Pooh ho apprezzato questo live action, un live action veramente ben realizzato e fedele all'atmosfera del lungometraggio animato originale, anche se forse un po' tedioso e fin troppo buonista perfino per gli standard del genere. In una Londra pre e post seconda guerra mondiale i personaggi reali "rendono" infatti perfettamente la grazia di cui si ammanta da anni una saga che oggi potrà sembrare anacronistica ma che riesce, nella sua semplicità e, a volte, banalità a piacere soprattutto ai più piccoli. Perché tra una scorpacciata di miele, il pessimismo cosmico dell'asino di pezza Ih-Oh (che perde continuamente la coda), le fughe della combriccola dai fantomatici Efelanti e Nottole, creati dalla fantasia più fervida dei paciosi personaggi, il regista Marc Foster crea un mondo magico, semplice e magnetico che grandi e piccoli vorrebbero condividere. Non bastasse che nonostante qualche caduta di tono nella sceneggiatura (che si può comunque perdonare poiché fedele allo stile infantile e sempliciotto dei personaggi della serie dell'orsacchiotto di peluche) risulti questa, una pellicola con buon ritmo e godibile anche per i più grandi. Una pellicola, Ritorno al Bosco dei 100 Acri, non male il titolo in italiano anche se quello originale, come capita praticamente sempre, risultava più appropriato (Christopher Robin), semplice ma efficace. A proposito di Lui (interpretato da Ewan McGregor), egli è diventato adulto e, nonostante la promessa fatta a Winnie The Pooh, ha dimenticato il Bosco dei 100 acri e i suoi simpatici abitanti. Ora è un grigio impiegato, responsabile del settore "efficientamento" della valigeria Winslow, tutto dedito al lavoro, per il quale trascura la famiglia composta dalla moglie e dalla figlioletta Madeleine. Un giorno Pooh ha bisogno del suo aiuto per ritrovare gli amici scomparsi e decide di cercarlo a Londra. Ma forse è Christopher Robin ad aver più bisogno del suo amico orsetto per riscoprire le cose importanti della vita.

mercoledì 8 maggio 2019

Tin Star (2a stagione)

Si potrebbe semplificare tutto con poche parole, è tornata Tin Star, è tornata la serie targata Sky, tornata con una seconda stagione, ma i problemi sono rimasti gli stessi della precedente stagione, anzi, sono pure di più. Se avete già letto la mia recensione riferita alla prima infatti (se non l'avete fatto la potete leggere qui), vi potreste rendervi conto di quanti e quali difetti ne hanno minato la resa finale, la resa finale di un prodotto che ha continuato anche in questa (inevitabile ma anche "era meglio di no") seconda stagione (ovviamente nuovamente trasmessa su Sky Atlantic il mese scorso e quello prima ancora) a soffrire degli stessi problemi, alcuni di essi addirittura accentuati da un percorso ancor peggiore, ancor più senza senso, banale e a tratti ridicolo. Eppure il finale della prima stagione aveva lasciato (diciamo bene) gli spettatori in sospeso con un cliffhanger di indubbio impatto: Anna che spara in direzione del padre Jim (Tim Roth) dopo che questi, contro la volontà della moglie Angela (più o meno), aveva (giustamente) ucciso sulle montagne innevate canadesi Whitey, di cui la ragazza si era innamorata nonostante il giovane fosse colpevole dell'omicidio del fratellino Petey (e questo fa già capire dell'elevata stupidità della giovane e della serie, che vagava senza un senso). L'episodio era stato il culmine di una serie tv che, dopo la promettente prima puntata di Tin Star in cui venivano introdotti contesto e protagonisti, con il passare del tempo aveva progressivamente perso coerenza e capacità di suscitare interesse ed empatia, tra personaggi delineati in maniera molto superficiale, sviluppi narrativi affrettati, dialoghi spesso retorici e sensazionalistici che conducevano ad interpretazioni sopra le righe. Il tutto condito da un goffo tentativo di fondo di ispirarsi al modello della tragedia greca, che finiva però per sfociare negli assai più modesti canoni della soap opera (di cui sopra, oltre a tanto altro nel mezzo che non vi sto a raccontare). Pur essendo discretamente realizzata dal punto di vista tecnico e avvalendosi del carisma di un Tim Roth che provava in tutti i modi a sopperire con il mestiere a evidenti lacune della sceneggiatura, Tin Star aveva tradito le buone premesse iniziali. Nonostante qualche colpo di scena piazzato al momento giusto, la serie britannica del 2017 si era rivelata una delusione.

martedì 7 maggio 2019

The Greatest Showman (2017)

Sapete bene della mia non predilezione per i film musical, eppure dopo il successo di La la land (film che ho apprezzato tanto), successo che sembra aver giustamente avviato, dato che di questi tempi il pubblico forse ha di nuovo voglia di leggerezza e di perdersi in un mondo più o meno lontano dalla realtà di tutti i giorni, un nuovo interesse a Hollywood verso un genere che un tempo aveva innegabilmente reso gloriosa la mecca del cinema, sono piacevolmente e nuovamente rimasto sorpreso da un film musical, un film musical del 2017 davvero "energizzante". E questo film è The Greatest Showman, uno di quei musical che fanno venire voglia di alzarsi ed applaudire: performance straordinarie e una colonna sonora magnetica. The Greatest Showman infatti, che ci porta via dai giorni nostri con una narrazione a metà strada tra favola e romanzo dickensiano, dove protagonisti sono il rutilante mondo del circo, i freaks, i fenomeni da baraccone, ma soprattutto la voglia di riscatto e le sfide che valgono il sogno di una vita, anche se perfetto non è certamente, anzi, è un film davvero bello che attira lo spettatore e lo coinvolge specie grazie alla musica. Le musiche in un musical sono spesso punto di forza del film, qui, sorprendentemente, pur essendo apprezzabili e di buona fattura (anche di più), vengono superate per coinvolgimento dal contesto in cui la storia si svolge. E questo è il vero punto di forza di quest'opera, eccessiva e vorticosa che ti fa superare le due ore di spettacolo in un lampo. Siamo nell'America nell'Ottocento e il giovane Phineas Taylor Barnum, figlio di un umile sarto, stringe una forte amicizia con Charity, appartenente alla ricca famiglia per cui il padre lavora. Tuttavia il loro legame viene ostacolato per ragioni di carattere sociale e le cose non si mettono meglio per il ragazzo quando rimane orfano di padre. Senza perdersi di coraggio, convinto che la fortuna risieda tutta nella buona volontà e intraprendenza dell'uomo, dopo vari espedienti per tirare avanti, l'ormai adulto Phineas (Hugh Jackman) fugge a New York con Charity (Michelle Williams), si sposa e trova un lavoro. Le cose non vanno sempre bene e infatti, perso il lavoro per la solita imprevedibilità della sorte, Phineas deve fronteggiare ancora una volta le avversità, senza darsi per vinto e con un'incrollabile fiducia nelle possibilità dell'uomo.

lunedì 6 maggio 2019

La prima notte del giudizio (2018)

Nel panorama cinematografico degli ultimi anni, il franchise The Purge ha attirato l'attenzione fin dal 2013, quando uscì il primo episodio di questa serie distopica e apocalittica, dove si immaginavano gli Stati Uniti d'America nelle mani di un regime ultraconservatore e reazionario denominato I Nuovi Padri Fondatori. Per loro decisione, viene istituita una giornata all'interno della quale per 12 ore viene sostanzialmente permesso ogni crimine, incoraggiando violenze e soprusi di ogni genere, al fine di creare un momento di sfogo e "purificazione". Il film era stato scritto e diretto da James DeMonaco, e aveva incontrato un successo di pubblico niente male per un b-movie costato solo 3 milioni ma capace di metterne dentro 90, mentre la critica (tra cui io) era ed è stata molto severa, definendo il tutto poco plausibile, incoerente e a tratti involontariamente ridicolo (anche se il problema era proprio il banale genere utilizzato appunto nel primo episodio). Tuttavia, i due episodi successivi, Anarchia ed Election Year (tutti e tre i capitoli li trovate qui), oltre a incrementare incassi e popolarità, hanno anche strappato qualche voto in più. Questa saga infatti, particolarmente mutevole, riuscì a rimanere sul pezzo reinventandosi da (classico) thriller home invasion qual era nella sua prima incarnazione con Ethan Hawke in (energico) action suburbano grazie ai muscoli di Frank Grillo nei due capitoli successivi. Cosicché tentando di tenere desto l'interesse ecco il prequel, La prima notte del giudizio (The First Purge), film del 2018 diretto da Gerard McMurray, un film pronto a spiegarci l'origine di questo controverso fenomeno socio politico, ovvero lo "sfogo", con l'obiettivo di farci capire come tutto è cominciato. Il film infatti, è ambientato nel 2014, a Staten Island, dove il neoeletto partito dei Nuovi Padri Fondatori decide di creare un esperimento sociale: portare il crimine a meno dell'1% creando all'interno di un'area circoscritta l'opportunità di commettere qualsiasi nefandezza per 12 ore, senza temere conseguenze o altro, se l'esperimento avrà successo (il fattore umano può contare parecchio, soprattutto quando alcune minoranze son già rabbiose di suo), l'idea è quella di applicare tale iter al resto del paese. Peccato che, di questa origine, di questo inizio, sinceramente se ne poteva fare a meno.