lunedì 29 giugno 2026

Le serie tv del mese (Giugno 2026)

Ecco la lista delle serie tv e/o miniserie viste questo mese. Programmate o meno, opere visionate dalle piattaforme streaming a mia disposizione (a pagamento o meno), ovvero da Netflix, Sky e Prime Video, da Paramount Plus, Disney Plus e TimVision, sporadicamente anche da RaiPlay, Apple Tv Plus e siti vari (anche non legali).

The Last Kingdom (4a stagione) - La quarta stagione rimane un capitolo valido, sostenuto da un comparto tecnico ormai pienamente maturo: la fotografia è più ricercata, le battaglie sono crude e spettacolari, tra le più potenti dell'intera serie. Anche il percorso di Uhtred continua a funzionare, grazie a nuove alleanze e tensioni politiche che mantengono vivo il cuore della storia e ampliano il respiro dell'Inghilterra in formazione. Allo stesso tempo, però, si avverte il peso delle assenze: la perdita di figure carismatiche delle stagioni precedenti lascia un vuoto che i nuovi personaggi non colmano del tutto. Alcune sottotrame (soprattutto quella di Brida) risultano meno incisive, quasi meno convinte, e il ritmo non ha più la compattezza feroce della terza stagione. Si percepisce una scrittura più incerta, che alterna momenti molto riusciti ad altri più deboli. Pur con questi limiti, la stagione resta buona: non raggiunge gli standard altissimi fissati fin lì, ma offre ancora momenti potenti, battaglie memorabili e un mondo narrativo che continua a respirare autenticità, tensione e un'identità visiva ormai riconoscibile. Una stagione imperfetta, sì, ma ancora capace di lasciare il segno. Voto: 6,5

Stranger Things - Storie dal 1985 (1a stagione) - Uno spin‑off animato piacevole ma non indispensabile: un'avventura horror per ragazzi che punta tutto su atmosfera, nostalgia e ritmo, senza incidere davvero sulla mitologia della serie. L'animazione è fluida, l'estetica rétro funziona e Hawkins ritrova colori e leggerezza, con un tono che richiama i cartoon anni '80. È un prodotto curato e divertente, pensato per colmare il vuoto lasciato dalla serie madre (conclusasi con una spettacolare quinta stagione). Il limite è narrativo: collocato tra due stagioni già note, non può rischiare né cambiare nulla. I personaggi restano statici, i pericoli innocui, gli eventi troppo "grandi" per essere ignorati ma troppo piccoli per contare davvero. In sintesi: una parentesi nostalgica ben fatta, godibile e affettuosa, ma sostanzialmente superflua. Voto: 6

Big Sky (3a stagione) - La serie partiva con un'identità forte: un villain memorabile, un'atmosfera tesa e un intreccio che, pur irregolare, aveva un fascino autentico. La prima stagione era caotica ma viva, mentre la seconda (pur già più instabile) riusciva ancora a restare sul filo, mantenendo un minimo di coerenza e di tensione nelle sue derive più eccentriche. Con la terza stagione, però, tutto si spezza. Il cambio di rotta non è un'evoluzione ma un deragliamento: trame sovraccariche, personaggi che entrano ed escono senza logica, casi riempitivi e un tono sempre più patinato trasformano la serie in qualcosa di irriconoscibile. L'arrivo di Reba McEntire, invece di dare spessore, accentua la sensazione di artificio, con un personaggio poco credibile e fuori tono rispetto ai cattivi delle origini. Il risultato è una stagione confusa, poco tesa e spesso inverosimile, dove le scelte dei protagonisti sembrano dettate più dalla necessità di far avanzare la trama che da una logica interna. Ed è un peccato, perché Big Sky aveva davvero le basi per diventare un thriller solido e coerente. Per me la terza è la peggiore: quella in cui la serie perde definitivamente se stessa. Voto Stagione: 4; Voto complessivo: 5,5

Call My Agent - Italia (3a stagione) - La terza stagione di Call My Agent - Italia è un evidente passo indietro: la perdita di Marzia Ubaldi e dell'apporto di Lisa Nur Sultan pesa moltissimo, e le guest star (troppe, spesso fuori contesto) diventano una distrazione più che un valore. La scrittura è meno brillante, le situazioni sempre meno credibili e l'ironia perde mordente, trasformandosi in complicità con un sistema che avrebbe invece bisogno di essere preso in giro con più coraggio. Pur mantenendo eleganza formale e un cast affiatato, la serie si appiattisce su caricature e dinamiche prevedibili, mentre molte puntate con i talent risultano deboli o sprecate. Funzionano solo pochi ospiti e i protagonisti interni alla CMA, che restano l'unico vero motivo per continuare a guardarla. Avendo amato le prime due stagioni, questa terza è una delusione: un'annacquatura dell'originale, priva di cattiveria, di verve e di quella scintilla che aveva reso il remake sorprendentemente efficace. Voto: 6

Amadeus (Miniserie) - La miniserie di Joe Barton, nasce già con un peccato originale: misurarsi con un capolavoro assoluto senza avere né l'ambizione né il coraggio di deviare davvero dalla sua ombra. Riprende l'opera di Shaffer e imita Milos Forman in ogni scelta (dal look di Salieri anziano alle scene iconiche) ma senza possederne né la forza visiva né la potenza emotiva. Il color‑blind casting sarebbe anche interessante, se non cozzasse con un'estetica che finge verosimiglianza storica per poi sabotarla con scelte incoerenti. Will Sharpe e Paul Bettany fanno il possibile, ma i loro personaggi sono versioni annacquate e meno incisive dei modelli cinematografici; l'unica vera intuizione è Constanze, inizialmente più sfaccettata, salvo poi essere tradita da una scrittura confusa. Il vero tradimento, però, è la musica: missaggio povero, scelte timide, orchestrazioni soffocate dai dialoghi. In un'opera che dovrebbe vivere del genio mozartiano, la musica diventa rumore di fondo. Imperdonabile. Il risultato è una serie modesta, irrisolta, incapace di giustificare la propria esistenza e schiacciata dal confronto con Forman. A tal proposito, meglio rivedere l'unico Amadeus che conta. Voto: 5

BONUS

Outlaw Star (1998) [Serie - 26 Episodi] - Uno space‑western classico ma ancora molto godibile: non punta all'originalità né all'introspezione, ma offre avventura, ritmo e quel sapore anni '90 fatto di azione, humour e leggerezza. La trama principale resta un po' sacrificata e i personaggi seguono archetipi semplici, con Gene come unico davvero approfondito, ma l'insieme funziona grazie alla varietà degli episodi e al buon equilibrio tra toni diversi. È una serie che non sorprende, ma sa intrattenere con una naturalezza che oggi si vede sempre meno. Sul piano tecnico la serie è solida, con fondali curati, animazioni altalenanti ma efficaci e un character design tipico dell'epoca. Le sigle e la colonna sonora aggiungono molto all'atmosfera: l'opening energica e le ending più morbide accompagnano bene l'avventura, mentre le musiche di sottofondo sostengono con naturalezza sia l'azione che i momenti più quieti. È un comparto sonoro semplice ma sorprendentemente efficace, capace di dare identità alla serie e di evocare perfettamente il suo spirito scanzonato e avventuroso. In sintesi, Outlaw Star è un'avventura spaziale convenzionale ma divertente, ideale se cerchi ritmo e intrattenimento puro; meno adatta se desideri profondità o un fanta‑western più maturo. Rimane comunque un viaggio piacevole, con abbastanza stile e personalità da meritare una visione, soprattutto se ami quell'estetica e quell'energia tipiche degli anime di fine anni '90. Valutazione 7,50

Lupin III - Ritorno alle origini (2018-2019) [Serie - 24 Episodi] - Serie che segna un passo avanti rispetto a L'avventura italiana e allo spin‑off La donna chiamata Fujiko Mine. Ambientata in Francia per celebrare i 50 anni del personaggio, la serie introduce la giovane hacker Ami e trascina Lupin, Jigen, Goemon, Fujiko e Zenigata in una trama che intreccia tecnologia, identità e segreti personali. La struttura è divisa in quattro archi narrativi, intervallati da episodi autoconclusivi che recuperano atmosfere e figure del passato. Il tono è più serio del solito: Lupin è meno invincibile, i rapporti tra i personaggi vengono approfonditi e anche Zenigata mostra lati inediti. L'uso dei social e della sorveglianza digitale aggiorna la formula classica, pur sacrificando talvolta l'imprevedibilità delle rapine tradizionali. Sul piano visivo la serie è ricca di dettagli e colori intensi, con qualche inserto in CGI meno riuscito. Le sigle, in particolare l'opening in flash, rappresentano uno degli elementi più originali e riusciti della produzione. Pur con qualche discontinuità e archi narrativi non sempre incisivi, la serie resta solida, moderna e ben realizzata, capace di rinnovare Lupin senza snaturarlo. Valutazione 6,90

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