Il regista di film cult degli anni '90 come Il Corvo e Dark City, ma anche i discreti recenti Io, Robot e Segnali dal futuro, un cast stellare che sfoggia i nomi di attori di enorme talento (dimostrato più volte) quali Nikolaj Coster-Waldau, Geoffrey Rush, Gerard Butler e Brenton Thwaites, una storia fantasy-epica che avrebbe dovuto echeggiare la maestosità e la grandeur della mitologia egizia. Tutte le premesse lasciavano presagire per il meglio e tutto prometteva che avremmo avuto a che fare con un prodotto di buon livello. Ovviamente tutte le nostre, mie aspettative sono completamente disattese e il prodotto finale che ci ritroviamo è una spanna più in giù della minima sufficienza. Poiché se un titolo troppo generico Gods of Egypt (film del 2016 diretto da Alex Proyas) da un lato potrebbe attrarre spettatori, facendo leva su uno spettacolare effetto sorpresa, dall'altro rischia seriamente di nascondere un film inconcludente, che alla fin fine non dice assolutamente nulla. Purtroppo il film appartiene a quest'ultima tipologia. Una trama confusa, intrecciata male e a volte a caso, sembra infatti sposarsi con la voglia morbosa di spettacolarità, in cui gli effetti speciali sembrano predominare sia sulla recitazione (decisamente mediocre) sia sulla sceneggiatura (molto, ma molto elementare). Una sceneggiatura che, sebbene esposta in modo lineare, racconta in modo abbastanza caotico la storia di quando Osiride, dio che vigila sul popolo del Nilo, decise di lasciare il regno nelle mani del figlio Horus, ma il fratello Set, accecato dalla rabbia, usurpa il trono con la forza, uccidendo il padre e accecando il legittimo erede. Sfuggendo al crudele dominio di Set però, un mortale, il ladro Bek, cerca la prigione di Horus per liberare il dio e liberare così la sua amata e il popolo d'Egitto.
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giovedì 6 aprile 2017
martedì 7 marzo 2017
Mad Max: Fury Road (2015)
Dopo più di trent'anni dalla saga originale, George Miller è tornato. Un lunghissimo lasso di tempo, nel quale me lo immagino intento a fondersi le meningi nel tentativo di ridare vigore e dignità alla sua opera più emblematica e dopo tanti ripensamenti eccoci qua, a recensire l'ultimo capolavoro del maestro dell'azione, Mad Max: Fury Road, film del 2015 diretto, co-sceneggiato e co-prodotto da lui stesso, vincitore di ben 6 Premi Oscar, che sviluppa la nuova avventura di Max e lo fa nel modo più roboante e scoppiettante possibile. Perché subito lo spettatore si trova catapultato in un mondo frenetico, nel quale non è consigliabile abbassare la guardia, tra tempeste di sabbia e attacchi in massa di tribù motorizzate. L'asticella dell'adrenalinometro non si abbassa un attimo per tutto il film, non c'è pausa dall'inizio alla fine i motori rombano, i pugni volano e i cannoni sparano. L'eccesso è la norma nell'immaginario di Miller, basti pensare che le lance, intese come armi, non trafiggono, ma esplodono. Un po' forzata come cosa? No, nemmeno minimamente perché Mad Max: Fury Road (quarto capitolo della saga) è estremo, e l'estremizzazione in questo film ci sta dannatamente bene. Nel tripudio di azione che accompagna la folle corsa del film, un film d'azione con la A maiuscola, i pochi che non saranno colti da infarto, potranno accorgersi che tra una esplosione e l'altra c'è anche una storia che, oltretutto, funziona molto bene. Perché se è vero che da una parte la trama è assente (inutile negarlo), il resto è curato e strutturato in modo coerente e "credibile", a fornire un ritratto caricaturale di un umanità poi non così diversa da quella reale, in fondo una moltitudine di straccioni e affamati, sulla quale poggia una classe elitaria, protetta da un corpo pseudomilitare, e paradossalmente osannata da coloro che dovrebbero odiarla, il tutto tenuto assieme dalla paura dello straniero, dalla fame, dalla sete e soprattutto dalla fede, rappresentata qui da un mix di Valhalla e Immortan Joe come dio supremo e immortale, per i quali vale la pena sacrificare la propria vita (ovviamente in modo spettacolare e non mediocre).
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