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mercoledì 13 giugno 2018

Io, Daniel Blake (2016)

Tutto il mondo è paese quando si tratta di burocrazia lenta e contraddittoria che lede la dignità umana. E Ken Loach (uno dei più integerrimi, lucidi ed impegnati cineasti militanti, da sempre proteso al difesa della classe sociale più povera e soggetta a soprusi ed ingiustizie) è un maestro nel trattare argomenti che riguardano la classe operaia, il ceto medio, la cosiddetta "middle class" inglese, con le problematiche, le necessità e le mancanze che ruotano attorno ad essa. Non a caso il ritorno (dopo aver annunciato dopo il bel dramma romantico Jimmy's Hall il suo ritiro) del regista, attivista e politico britannico con Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake), è nel pieno del suo stile. Questo film del 2016 infatti (vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes 2016), segna il suo ritorno alla critica sociale (che lo ha reso famoso grazie a molti film) in un'Inghilterra dei giorni nostri, in cui si intrecciano le vite di anziani e giovani, accomunati dalla difficoltà che incontrano in un sistema sociale in cui tutto sembra essere contro di loro. Un sistema che permette, anche a chi ha lavorato per tutta la vita, di ritrovarsi in uno stato d'indigenza. E il regista Ken Loach quindi, racconta con molta sensibilità e con uno stile essenziale e sobrio (senza alcun fronzolo), un dramma che è umano e sociale, partecipando con slancio sincero e generoso al dolore dei suoi protagonisti. Protagonisti che fanno di tutto per poter dare una vita normale ai suoi figli o che esprimono rabbiosamente, tutto il loro disappunto (scrivendo con una bomboletta spray sui muri dell'ufficio nome e necessità) per il cinismo spietato e ottuso degli impiegati di un ente statale. Il film per questo (che riesce a coinvolgere con una storia immaginaria ma che è più reale di una storia vera) colpisce direttamente al cuore, fino a spezzarlo, fino alle lacrime che scaturiscono un po' per commozione e un po' per rabbia.