Un format poco diffuso, una struttura non convenzionale, non facile sembrava in partenza, eppure alla fine si rimane più o meno soddisfatti dalla nuova serie antologica (12 puntate in totale) di HBO, Room 104. Una serie, firmata dai fratelli Duplass (che per HBO avevano già sviluppato la dramedy Togetherness, non con tanto successo), con un concept molto semplice ed una struttura narrativa decisamente suggestiva, si raccontano cose accadute all'interno della stanza 104 di un albergo. Infatti ogni episodio fa storia a sé e l'unica cosa che rimane invariata per tutta la stagione è la location: la stanza 104 di un motel statunitense, non meglio localizzato geograficamente. In tal senso viene spontaneo associare questa configurazione (anche se in questo caso però è sicuramente importante anche menzionare l'influenza della serie britannica Inside No.9, che con Room 104 condivide anche l'ambientazione al chiuso, oltre che il format) a Black Mirror, probabilmente lo show che in questi anni ha contribuito maggiormente (grazie alla sua qualità e al successo ottenuto) a rilanciare questo tipo di prodotti, ed effettivamente si individuano alcuni punti di contatto, seppur esclusivamente a livello concettuale, tra le idee alla base delle due serie televisive: i fratelli Duplass, così come Charlie Brooker soprattutto nelle ultime due stagioni, scelgono di spaziare molto tra i generi narrativi a loro disposizione, proponendo episodi molto diversi tra loro per struttura narrativa, tematiche introdotte e caratteristiche tecniche. Ogni episodio, quindi, ha una storia diversa, con attori e autori diversi, temi diversi, taglio differenti, con un proprio stile caratteristico e sviluppi imprevedibili: non c'è un filo logico evidente o una tematica di fondo a collegare la stagione, né dal punto di vista narrativo che strutturale rispetto alla trama verticale di ogni episodio. La stagione è a tutti gli effetti una raccolta di cortometraggi (considerata la durata molto breve di ogni puntata, poco più di venti minuti) che vanno analizzati singolarmente e che, proprio per questo motivo, determinano l'andamento altalenante della qualità della serie. Anche perché raccontare una storia in 20 minuti è difficile, si può sbagliare in qualsiasi momento e arrivare in fondo senza aver trovato una chiave efficace o senza aver costruito un percorso inattaccabile. Non a caso ad episodi eccellenti ne corrispondono altri molto deludenti e alle volte addirittura disastrosi, con una trama inconsistente e priva di mordente.
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mercoledì 10 aprile 2019
venerdì 8 settembre 2017
It Follows (2014)
Davvero angosciante è It Follows, film del 2014 prodotto, scritto e diretto da David Robert Mitchell, che certamente si porta dietro tutto un bagaglio di illustri modelli (slasher e non) che, probabilmente, hanno fatto di il giovane regista che è oggi, non solo John Carpenter (Halloween su tutti), ma anche Wes Craven (Nightmare: Dal profondo della notte) e Tobe Hooper (che ci ha da poco lasciati con Non aprite quella porta), solo per citarne alcuni. Tanti titoli da perdersi quindi, anche se non si tratta solamente di citazionismo fine a se stesso, dato che il regista, di cui l'intento sembra quello di confezionare uno film contemporaneo, ma in grado di parlare al giovane pubblico di oggi, così come a quello degli anni '70 e '80, riesce in maniera straordinaria a contestualizzarli in un ambito dove le cittadine vivono in uno stato di sottile assedio da una crisi economica e morale, dove bastano pochi isolati a trovare case diroccate ed abbandonate. "Sesso uguale morte", sentenziava uno dei protagonisti in Scream (1996) nell'elencare le principali regole per sopravvivere in un horror. Il regista prende quel postulato, lo rende il motore della storia, lo demolisce per poi ricostruirlo. Ma non vi è alcun intento moralistico nel film, poiché il sesso, considerato come fonte di contagio, non di natura virale bensì soprannaturale, è semplicemente il mezzo per introdurre una riflessione sul disagio giovanile. Il disagio di chi senza un supporto adeguato (sintomatico in tal senso l'esclusione di figure adulte che rende il film non scontato, anzi, ne aumenta il senso di disagio, facendo capire come non via via di scampo anche a chiedere aiuto, perché gli adulti non comprenderebbero) si immagina diventi un modo per trasmettere una sorta di maledizione, simile a quella di certi celebri J-Horror.
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