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venerdì 9 agosto 2019

La mia compilation Anni '70

Dopo la compilation dello scorso anno inerente ai mitici anni '80 (qui), eccone un'altra, come avevo preannunciato, inerente questa volta al decennio precedente, un decennio davvero incredibile. Rock e pop, funk e punk, un decennio controverso, costellato da nomi che sono entrati nella Storia della Musica. Gli anni '70, infatti, sono stati un decennio particolarmente variegato dal punto di vista musicale. Vecchi generi andavano via via scomparendo, anche se regalavano di tanto in tanto dei colpi di coda interessanti. Nuovi sound, d'altra parte, si affacciavano all'orizzonte, a volte anche in maniera prorompente. Senza contare che poi, sul finire del decennio, la disco music e il punk avrebbero di nuovo cambiato tutto, facendo sembrare improvvisamente vecchi i maestri che erano emersi appena qualche anno prima, sullo slancio di Woodstock, del progressive o dell'hard rock. La faccenda poi si complica ulteriormente se ci si sposta da casa nostra al resto del mondo. Nelle nostre classifiche c'erano ancora mostri sacri del decennio precedente, altrove, la lotta era invece tra il soul e il rock, tra l'impegno e il disimpegno, tra il punk e la disco. È proprio per questo che gli anni '70 sono così interessanti e meritano di essere riscoperti, perché vi sono convissute senza particolari problemi anime tra loro diversissime e anche opposte. Nella difficoltà di uno scenario del genere, ho comunque cercato di raggruppare un po' di canzoni, le più rappresentative della scena italiana e internazionale dell'epoca, ovviamente basandomi sulle mie preferenze, e il risultato è questo, una compilation (che conterrà categoricamente solo le canzoni uscite tra il 1970 e il 1979) particolarmente corposa (ascoltabile tramite un'unica raccolta video), che riassume il meglio del meglio, personalmente parlando, della scena musicale dell'epoca, con artisti quali (non dimenticando gli italiani Alan Sorrenti, Umberto Tozzi, Rino Gaetano e Lucio Dalla, ma anche alcuni altri) David Bowie (che aprirà il "concerto"), Bee Gees, Abba, Led Zeppelin, Boney M, Donna Summer, Deep Purple, AC/DC, Barry White, Queen, Pink Floyd, John Lennon (più tantissimi altri) e Bob Dylan (che invece lo chiuderà). Insomma davvero tanta roba, un piccolo (grande) regalo praticamente, che io vi faccio per congedarmi al meglio in vista della consueta pausa estiva, una settimana per ricaricare, e poi ripartire senza più soste (forse). Quindi non vi resta che scartarlo ed alzare il volume, buon ascolto e a presto.


mercoledì 4 gennaio 2017

Le migliori sigle e colonne sonore delle serie viste nel 2016

Come lo è stato pochi giorni fa per le colonne sonore dei film, anche per le serie, l'abbellimento acustico e sonoro, è elemento imprescindibile, se poi a questo ci aggiungiamo le classiche sigle, che comunque non sono presenti in tutte le serie, ecco che non potevo non farvele vedere e ascoltare, perché alcune sono davvero belle. In ogni caso comincerò la mia classifica prima con le sigle, che comunque si distinguono dalla serie stessa in alcuni casi, anche per quanto riguarda le colonne sonore, colonne sonore che ovviamente ci saranno nella seconda parte, perciò buona visione e buon ascolto.





LE SIGLE

1. Vince il Saba Serial Awards 2016 per la migliore sigla, quella stilossima e bellissima di Westworld, dallo stesso creatore di quella de Il trono di spade, che comunque non ci sarà, ha già fatto il suo tempo, ma questa in ogni caso merita davvero

venerdì 9 dicembre 2016

Janis & Steve McQueen (2015)

Quest'anno di documentari ne ho visto ben pochi, perciò per rimpolpare un genere che finirà anch'esso nel calderone di uno speciale sul cinema e serie tv, di cui prossimamente vi parlerò, ho visto due film biografici-documentaristici di due miti, due star internazionali famosissimi, purtroppo prematuramente scomparse, una è ancora adesso una delle stelle cinematograficamente parlando e non solo più grandi di Hollywood di sempre probabilmente, ovvero Steve McQueen, e l'altra Janis Joplin è stata un'icona rock e una grande interprete musicale, anche se dietro le apparenze si celava molto più di ciò. E quindi dopo quello su Amy WinehouseAmy, ecco un altro film che racconta la biografia di una famosa ed eccellente cantante, anch'ella purtroppo morta per overdose. Janis, infatti, parla e presenta il ritratto di Janis Joplin, cantante blues estremamente dotata ed affermatasi più o meno nel decennio degli anni '60 fino al 1970 che costituisce l'anno della sua morte, anche se la regista Amy Berg e il produttore Alex Gibney guardano oltre la Janis del rock 'n' roll, svelando dietro la leggenda una donna gentile, sensibile e al contempo potente, che con la sua breve, turbolenta ed epica esistenza ha contribuito all'evoluzione del mondo della musica rock. La regista difatti, in questo ritratto appassionato, dolce ed emozionante, assai delicatamente e con un profondo atteggiamento psicologico, rifacendosi alle interviste di vari personaggi che la conobbero ed interagirono con lei e soprattutto alle lettere reali (nella versione italiana lette dalla cantante Gianna Nannini, non proprio una scelta saggia) che la cantante nel corso della sua carriera e negli anni immediatamente prima scriveva ai propri genitori, non entra nei particolari tecnici dei dischi, non indaga troppo sulle sue influenze musicali, e ci permette, in maniera splendida e implacabile, di cadere nel vortice di vita e dolore che ha accompagnato la cantante texana nella sua breve esistenza. Dagli accenni alla nascita a Port Arthur, da una famiglia borghese (il padre ingegnere, la madre insegnante), primogenita dal carattere ribelle, incerta sulle sue aspirazioni, ma sorridente e amabile nelle molte foto esibite, nonostante oggetto di bullismo dai compagni di scuola, per la sua scarsa avvenenza rispetto ai canoni dell'epoca, si passa attraverso la high school, dove predilige il disegno, all'Università di Austin dove interrompe gli studi per completarli in Scienze Sociali, con ottimi voti, presso l'università di Houston/Lamark. Ma invece di fare l'insegnante, secondo il desiderio dai genitori, si sente attratta dalla musica, scopre di avere una bella voce e comincia cimentarsi nel Blues e nel Folk con alcuni amici, è da lì tutto comincerà e finirà. Un racconto forte, dove si evince la figura di una donna estremamente dotata dal punto di vista artistico, più precisamente del canto, ma assai insicura, bisognosa d'affetto e molto sofferente per svariati problemi, legati anche al suo aspetto fisico presenti in lei sin dall'adolescenza, che credeva di riuscire a superare con l'uso smodato e frequente di sostanze alcoliche e droghe di ogni tipo.

venerdì 22 luglio 2016

Teneramente folle (2014)

Opera prima della sceneggiatrice Maya Forbes, Teneramente folle (Infinitely Polar Bear, 2014) è una commedia drammatica ispirata alla vita familiare della regista, ricorrendo alla propria memoria infantile degli anni 70, raccontandoci la sua vita con un padre folle e disoccupato che affascina ed emoziona. Siamo nel  Massachusetts a Boston (nel 1978), la città americana tra le più antiche, la più colta ed aristocratica, la più "Europea". La regista racconta la storia di un uomo meraviglioso ed imbarazzante, geniale ed ingestibile con la tenerezza che solo una figlia innamorata del padre sa elargire a piene mani. I genitori Cam e Maggie si sono conosciuti, innamorati e sposati ma Cam (Mark Ruffalo) è affetto da sindrome bipolare e quando si ammala e perde il lavoro lo stress per Maggie (la bellissima Zoe Saldana) diventa insopportabile ma non cessa il reciproco amore. Cam viene da una famiglia importante di Boston ed è mantenuto dai ricchi genitori, Maggie, ha la pelle nera e non viene dal privilegio e deve rimboccarsi le maniche e lavorare, l'instabilità emotiva e comportamentale rende Cam uomo, marito e padre inaffidabile ma l'amore tra loro resiste più forte di tutto. Per migliorare la sua posizione Maggie decide di riprendere gli studi e si trasferisce temporaneamente a New York lasciando Cam a casa ad occuparsi delle ragazze, che malgrado il suo stato di salute mentale è pieno di buona volontà. Per Cam però non è facile abituarsi alle responsabilità di padre, tanto da demandare le faccende domestiche alle due bambine, fortunatamente molto più mature della loro età. Nel corso delle giornate e dei mesi trascorsi col padre infatti, le bambine impareranno sempre di più a fronteggiare uno stile di vita alquanto singolare che il padre impone loro e soprattutto a relazionarsi col genitore e con le sue crisi. Tra alti e bassi e molta buona volontà da parte di tutti i componenti della famiglia la famiglia continuerà a vivere unita e sentimentalmente legata, anche quando Maggie (dopo essersi laureata nelle grande Mela e dopo non essere riuscita a trovare un lavoro a Boston) capisce che a New York le bambine sarebbero completamente sole, con lei costretta a rientrare tardi dall'ufficio, decide quindi di lasciare le cose come stanno, partendo sola e lasciando le bambine a Cam. Un anno dopo, Amelia e Faith sono finalmente iscritte a una scuola privata e Cam può continuare a prendersi amorevolmente cura di loro.

mercoledì 29 giugno 2016

Omaggio a Bud

Oggi che dovrebbe essere per me una festa, infatti lo è (il mio onomastico), e festeggerò, siccome tutto comunque va avanti, anche la vita, sono però triste, non posso infatti non sentire una certa malinconia se penso alla triste notizia di lunedì sera, una di quelle notizie che non avrei mai voluto sentire e ricevere (ma che sarebbe arrivata probabilmente prima o poi, ma non così, dopo anche la bella vittoria dell'Italia), quella che Il Gigante Buono del cinema italiano ci aveva improvvisamente lasciato. Sì perché purtroppo (come ormai tutti sanno) il grandissimo Bud Spencer alla veneranda età di 86 anni si è spento. E se penso e ripenso a quello che mi ha regalato, sarebbe riduttivo dire solo durante la mia infanzia, in tutta la mia vita, mi farei prendere dallo sconforto, ma lui poiché ha regalato solo risate e gioia in me e in tantissimi di noi, è giusto ricordarlo con questo (nostalgico e gioioso) post, che mai avrei voluto scrivere (soprattutto dopo la sua dipartita), anche se era e doveva essere uno dei primi personaggi cinematografici di cui parlare nella mia raccolta che presumibilmente a settembre doveva partire, ovvero i miei miti, anche se di uno 'Rocky' ho già scritto qualcosina in occasione dell'ultimo film della saga. Prima di tutto Bud Spencer (Carlo Pedersoli) io l'ho sempre visto come uno di famiglia, uno zio, un secondo padre, un amico e quindi la sua dipartita fa ancora più male (un pezzetto che se ne va), perché lui è stato e per sempre rimarrà uno di quegli attori che vorresti sempre rivedere anche se l'hai visto centinaia di volte, di lui infatti non mi sono mai stancato di vedere (e mai farò), soprattutto nei suoi inimitabili ed indimenticabili film. Film che quando passano in tv, cascasse il mondo non mi perdo mai (come è immancabile accaduto ieri sera). Film che grazie anche e soprattutto al suo amico Terrence Hill sono e rimangono dei cult, perché i loro film sono dei capolavori di un genere, troppo spesso ridicolizzato, quello dei 'spaghetti western'. Non solo ovviamente, poiché nei loro sedici film insieme e in tutti i suoi da 'solista', portavano alla luce una comicità, nello loro commedie-spaghetti, vera e assoluta, senza volgarità e senza andare mai oltre anche quando facevano a botte, anzi, come Jackie Chan ha fatto dopo, si inventavano una 'coreografia' ad ogni scazzottata facendo sempre ridere, divertire e intrattenere come mai (quasi) nessuno riesce più a fare. Come anche lui da solo era in grado ovviamente di fare nei suoi tantissimi film. Che sono così tanti, così belli, che non ci sono dei preferiti (oddio ci sono, ma tutti meritano), perché tutti sono indimenticabili. Io ricordo quasi a memoria le epiche scene (un'infinità, che adesso impazzano ovunque), le battute spettacolari (veramente gustose ed efficaci), le citazioni (che al volo riesco a cogliere quando le vedo), le straordinarie colonne sonore (tutte bellissime, avevo anche il greatest hits una volta, da Fantasy, Movin cruisin e Dune Buggy per citarne alcuni) che hanno contraddistinto la sua lungimirante e lunghissima filmografia e carriera.

mercoledì 4 maggio 2016

Vynil (1a stagione)

Vinyl è la nuova serie capolavoro targata HBO. La prima stagione è andata in onda in Italia (una settimana dopo l'America) su Sky Atlantic dal 22 febbraio al 25 aprile. La serie che racconta l'ascesa del rock e del punk nella New York anni settanta, è stata già rinnovata per una seconda stagione. La serie è una vera e propria immersione nella Grande Mela dei primi anni '70, dai costumi agli oggetti, e ovviamente poi c'è la musica. Quella non può mancare, d'altronde il titolo è Vinyl, ossia i vecchi dischi di una volta che ormai non si usano più, una serie che sicuramente potrebbe piacere a Nella Crosiglia, se riuscisse a vederla, dato che con le serie tv non va d'accordo. Ambientato tra gli anni sessanta e settanta, Vinyl gira soprattutto attorno al mercato discografico e la politica, quella sporca a ritmo di sesso, droga e puro rock, che governa nelle case discografiche. La serie è diretta da un Martin Scorsese in stato di grazia, della serie il regista è anche produttore insieme a Mick Jagger e Terence Winter, due dai curriculum sicuramente non banali. Il regista premio Oscar che ha anche firmato la regia del lungo pilot con il quale Vinyl ha ufficialmente debuttato ha realizzato qualcosa di eccezionale, grazie anche soprattutto a Terence Winter (già autore ed executive de I Soprano, Boardwalk Empire e The Wolf of Wall Street) che porta in seno un protagonista azzeccatissimo nel ruolo, quel Bobby Cannavale, che in Vinyl è il discografico Richie Finestra, visto proprio in Boardwalk Empire nel ruolo di Gyp Rosetti (ruolo per cui ha vinto anche un Emmy), ma anche alla forza musicale di Mick Jagger e di suo figlio Jasper, che interpreta il leader del gruppo musicale dei Nasty Bits, futura band nascente nella serie. La serie parte col botto, con un pilot di quasi due ore veramente eccezionale, la puntata migliore, che sfiora la perfezione, dato che le successive puntate deluderanno un po' le mie aspettative, non tanto la musica (l'elemento più importante, e su questo aspetto non c'è niente da dire, nessuna pecca, nessun errore), quanto la trama principale non tanto originale e quasi inverosimile, ma soprattutto quasi identica ad Empire, ovvero il capo di una casa discografica in cerca di nuovi talenti, in cerca di nuovi sponsor, in cerca di qualcosa di eccezionale cercando di non far affondare la baracca, ma mentre lì è sesso, droga e rap, qui sesso, droga e rock'n roll, quello vero. Non solo ai cantanti è permesso 'divertirsi' ma anche ai discografici stessi, come Richie Finestra, fondatore e presidente della American Century Records, un'etichetta musicale un tempo di successo che naviga in cattive acque, che è sul punto di essere ceduta, in una New York capace di entusiasmarsi all'assolo di una chitarra elettrica. Un evento però cambia la sua vita e riaccende il suo amore per la musica ma rovina la sua vita privata.