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martedì 19 novembre 2019

The Handmaid's Tale (3a stagione)

Tema e genere: Terza stagione per la distopica (drammatica) serie di produzione Hulu tratta dal romanzo Il Racconto dell'Ancella di Margaret Atwood.
Trama: June ha messo al sicuro sua figlia Nichole in Canada insieme all'amica Emily, ma è rimasta a Gilead per cercare di salvare anche la sua prima figlia, Hannah. La situazione a casa Waterford prevedibilmente precipita e June viene affidata a un nuovo comandante, Joseph Lawrence, lo stesso che aveva avuto in affidamento Emily. Lawrence è stato un importante ideologo del regime e tutt'ora riveste una posizione di grande potere, anche se in realtà nutre grandi sensi di colpa. La sua prima preoccupazione però non è la propria coscienza, bensì la salute della moglie, sull'orlo della follia. Nel mentre Serena Waterford inizia a tessere il proprio piano per riavvicinarsi a Nichole.
Recensione: La terza stagione di The Handmaid's Tale si riconferma come uno show di grande effetto e di grande impatto, sia sul piano contenutistico sia sul piano estetico (Gilead è ancora lì, sui piccoli schermi, e da lontano ci osserva, ci minaccia e ci inquieta). Questa stagione infatti (disponibile su TimVision), è il perfetto terzo atto di un racconto la cui evoluzione rispecchia sempre di più i nostri tempi. La prima stagione dell'acclamata serie Hulu aveva colpito per il mondo distopico che era riuscita a portare in scena: dal libro di Margaret Atwood (che a quanto pare starebbe lavorando ad un sequel letterario) alla serie tv, The Handmaid's Tale aveva scosso l'opinione pubblica, acceso dibattiti e fatto pensare che non sarebbe stato possibile essere ancora più cupi. La smentita è arrivata con la seconda stagione, sicuramente non perfetta ma non una passeggiata dal punto di vista emotivo, che è servita a porre le basi per il terzo atto rappresentato, appunto, dalla terza stagione. Se nella seconda stagione la protagonista, ormai chiamata definitivamente con il suo nome di battesimo e non da Ancella, ha affrontato una gravidanza, la rassegnazione e quindi il distacco dalla figlia appena nata, nella terza deciderà di alzare la testa (non è un caso che il suo sguardo ora sia decisamente ben differente da quello che sì è conosciuto). The Handmaid's Tale 3 è difatti la stagione della rivolta, tanto auspicata nelle prime due stagioni ma vista ancora da lontano. Ora, invece, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti: la prima a pensarla così è proprio la protagonista, che sceglie di non scappare in Canada e salvarsi, ma di affidare la figlia ad Emily (Alexis Bledel) e di restare a Gilead per combattere il nemico dall'interno. Ad aiutarla, oltre ad alcune Ancelle ribelli, anche un insolito alleato, il Comandante Joseph Lawrence (Bradley Whitford), ed alcune Marte.

giovedì 25 ottobre 2018

The Handmaid's Tale (2a stagione)

Nel 2017 (personalmente solo pochi mesi fa, esattamente prima di questa seconda stagione) The Handmaid's Tale aveva trascinato gli spettatori nel mondo distopico immaginato da Margaret Atwood con una crudezza feroce (tale che non serviva comunque essere madri o donne per sentire il timore agghiacciante del mondo tratto dall'omonimo romanzo della scrittrice canadese, un mondo che condivideva le ansie distopiche di George Orwell con il look grigissimo de I Figli degli Uomini e soprattutto col fanatismo religioso di un romanzo di Stephen King) dalla quale non si riusciva a staccarsi per il fascino magnetico di una sceneggiatura attenta, dei temi profondi, della bravura impareggiabile di un cast dove Elisabeth Moss era la luce più calda e brillante in un cielo dove splendevano stelle altrettanto ammirevoli (qui la mia recensione). La storia di Offred e delle altre ancelle vessate dalla teocrazia di Gilead era riuscita ad attirare su di sé le luci della critica e del pubblico anche per la capacità di insinuare il ferale dubbio che la distopia immaginata dalla scrittrice canadese oltre trent'anni fa non fosse poi un incubo tanto irrealizzabile in una società moderna dove femminicidi e discriminazioni sessuali sono ancora troppo presenti. In tal senso e per davvero si ha la sensazione che Gilead sia il posto (in cui tornare non è facile) più orribile, crudele e disumano che l'immaginazione possa mai concepire, una specie di specchio distorto ed estremizzato all'ennesima potenza dell'attuale governo USA. Non a caso il Canada, vicino di casa più piccolo e più verde (e soprattutto più liberale, come vedremo spesso in questa seconda stagione) è visto come il luogo idilliaco da raggiungere. A tal proposito una delle sequenze più riuscite di questo nuovo intermezzo è proprio quella ambientata a Toronto, quando una delegazione dello stato autoritario di Gilead viene invitata per discutere una serie di accordi bilaterali fra i due governi, ebbene, fino a quel momento abbiamo passato talmente tanto tempo nei confini di questa spregevole nazione estremista da iniziare a considerarla distante anni luce dalla nostra mentalità e soprattutto dal nostro mondo...solo per scoprire che, appena spingiamo la testa fuori, è proprio del nostro mondo che si sta parlando. E' quasi destabilizzante come viene bilanciato il rapporto fra Gilead e il Canada: quella che fino ad allora avevamo considerato una fantascienza distopica viene immediatamente trapiantata nel nostro presente. In quella scena c'è tutta la forza politica di The Handmaid's Tale, perché la serie non ci sta raccontando un ipotetico domani, ci sta raccontando l'oggi. E ci rendiamo conto che in questo momento, nel mondo in cui viviamo, ci sono donne i cui diritti vengono calpestati ancora di più rispetto a quanto accada nell'immaginario stato dei Comandanti.

martedì 20 marzo 2018

The Handmaid's Tale (1a stagione)

In attesa della seconda stagione, che godrà presto di molte attenzioni (anche da me), perché eccezionale è stato il primo intermezzo, ho finalmente recuperato, grazie e tramite a TimVision (che manderà in onda da aprile il secondo attesissimo intermezzo) la prima stagione di The Handmaid's Tale, la serie televisiva statunitense del 2017 ideata da Bruce Miller, di produzione Hulu e basata sul romanzo omonimo distopico del 1985 dell'autrice femminista Margaret Atwood. La serie infatti (dai contenuti forti e spiazzanti) ha disorientato in positivo anche me, anche perché la suddetta si basa su di un mondo distopico davvero inquietante, oscuro e ambiguamente attuale, poiché se per noi maschiacci la serie può appartenere al filone del dramma distopico, per una donna (e per una madre soprattutto) The Handmaid's Tale (letteralmente Il racconto dell'ancella) fa presto a trasformarsi in un horror-psicologico-distopico, nel quale il mondo è diventato letteralmente un inferno, un mondo in cui a confronto quello di Mad Max è Mirabilandia. Una volta al mese difatti, il padrone di casa violenta la sua ancella durante la Cerimonia, un atto legale (anzi, perfino religioso) per ingravidarla, e se per caso l'ancella dovesse rimanere incinta, nove mesi dopo il figlio le verrà strappato senza tanti complimenti subito dopo lo svezzamento, il neonato così sarà affidato alla famiglia del patriarca, e lei spedita in un'altra casa, a farsi ingravidare da un altro patriarca. Tutto perché in un immaginario futuro non nascono quasi più bambini, e quindi le donne fertili (tenute nelle famiglie più abbienti, sostanzialmente come madri surrogato, ma completamente prive di libertà e della possibilità di esprimersi in qualunque ambito) vengono utilizzate per ripopolare il mondo. Tuttavia oltre ad una riflessione in questo senso davvero utile (d'altronde potrebbe questa distopia diventare realtà?), si parla anche di come la paranoia riesca ad influenzare il comportamento umano, di come la religione possa diventare l'arma dei governi per schiacciare le masse, di società anti-femministe e di rivoluzioni. Ma anche di amore, amore fra uomini e donne e amore fra madri e figlie. Il tutto raccontato attraverso impressionanti interpretazioni di molti (ora ma anche prima) grandi attori.

mercoledì 8 febbraio 2017

Risorto & The Young Messiah (2016)

Durante le scorse feste natalizie Sky ha pensato bene di mandare in onda due film sulla vita e uno sulla sua vita dopo la morte di Gesù, ma siccome non mi sembrava il caso di vederli a Natale, ho deciso di posticiparli, ed ecco che a poche settimane dal Carnevale li ho finalmente recuperati. Ebbene nonostante qualche perplessità, soprattutto per il secondo, ritengo che siano due discreti film biblici (anche se in questo caso il primo è decisamente superiore in tutto), film che anche se potrebbero sembrare di semplice propaganda, proprio non lo sono. Certo, la fede qui è un tema che viene spesso citato e messo in risalto, ma poiché alcuni elementi sono anche innovativi, anche se non sempre, qualcosa di buono oltre ad essere dei semplici film biblici c'è. E si trova non tanto nelle trame, abbastanza conosciute, quanto nello stile e il cambiamento di certi parametri. Partendo da Risorto (Risen), film del 2016 diretto da Kevin Reynolds, che ispirandosi al Nuovo Testamento, narra gli eventi, la storia biblica ed epica della resurrezione di Cristo, dall'altro lato della barricata, ossia dal punto di vista di un soldato romano, che a seguito della crocifissione e morte di Gesù Cristo, vengono (insieme al suo aiutante Lucio) istruiti da Ponzio Pilato per assicurarsi che i seguaci radicali di Gesù non rubino il suo corpo e in seguito dichiarino la sua risurrezione. Ma il cadavere sparisce e Clavio avvia un'indagine che mette progressivamente in dubbio le sue certezze di scettico e si fa ad un certo punto ricerca di altro genere, interrogativo che gli cambia la vita. Risorto, è una pellicola interessante sotto alcuni aspetti, dato che la prima parte fa pensare molto a L'inchiesta del 1986 (Damiano Damiani) e della successiva versione televisiva di Giulio Base del 2006con un Joseph Fiennes sfregiato nel labbro inferiore che interroga, anche con durezza, i credenti e le guardie al sepolcro con il classico scetticismo dei romani, accanto all'ex-Draco Malfoy Tom Felton. Insomma, in attesa di "La Resurrezione" di Mel Gibson, la versione di Kevin Reynolds è di fatto un remake di quel film. Poi però, dopo una prima parte eccezionale (nonostante alcune inevitabili suggestioni da "gladiatore"), dove sembra quasi di assistere ad un "giallo" (il tono da indagine difatti regge piuttosto bene), con l'indagine appunto di Clavio volta a raccogliere gli indizi utili alla 'causa', c'è il colpo di scena che trasforma il tutto in una fiction religiosa come tante, cambiando troppo radicalmente, tanto che nel secondo tempo in effetti ci sono alcuni segni di fiacca e di minor convinzione. Certo, bisogna uscire dall'impasse del post mortem, l'idea del tribuno che riesce ad agganciare tramite la Maddalena il gruppo degli apostoli, e che progressivamente si interroga fino ad ammettere di non essere più lo stesso uomo, il suo cammino di crisi, sulla carta sarebbe onesta e interessante ma la realizzazione è a singhiozzo e i contatti con il resuscitato Jeshua (anche più volte chiamato il figlio di Javhè, Geova, cosa che difatti assolve il film da essere propagandistico, poiché cosa mai riconosciuta dalla Chiesa) poco convincenti.

mercoledì 28 settembre 2016

I film visti in tv in questo mese di Settembre

Anche se sono passati un po' di giorni da quando li hanno mandati in onda in televisione, e da alcuni dalla mia visione ecco le mie quattro recensioni dei film visti durante questo mese, cominciando da The Danish Girl, controverso e delicato film del 2015 diretto da Tom Hooper (Les Misérables e Il discorso del re) che si avvale di un cast di livello, da Eddie Redmayne ad Alicia Vikander, da Ben Whishaw a Matthias Schoenaerts, per raccontare il dramma umano e sociale nella Danimarca di inizio '900, quello Einar Wegener, una delle prime persone a essere identificata come transessuale e la prima a essersi sottoposta a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale. Il film infatti, liberamente ispirato alle vite dei pittori danesi Lili Elbe e Gerda Wegener, adattamento del romanzo La danese (The Danish Girl), scritto nel 2000 da David Ebershoff,  racconta di un pittore danese, (che sente prorompere in sé una natura femminile), pioniere del transgender che da Copenaghen (quando le problematiche sull'identità di genere venivano viste esclusivamente come patologie o, peggio, veri e propri casi di schizofrenia) arriva fino a Dresda per coronare il sogno di diventare donna. Aiutato e supportato attraverso molte difficoltà da una moglie da cui è sempre meno attratto, Einar conscio che quella che intende provare è un'operazione mai tentata prima e dai rischi immani, decide ugualmente di tentare poiché l'idea che muove il personaggio è chiara, piuttosto che rimanere se stessi nel corpo di qualcun altro, meglio la morte. Il messaggio del film invece non lo è altrettanto, così preso a rimanere equilibrato tra il dipinto agiografico di un pioniere dell'omosessualità e la condanna ad una medicina rozza ed incapace, in cui solo un coraggioso dottore ripudiato dalla scienza ufficiale capisce la tragedia interiore del protagonista. La parte migliore del film è la prima, quando la vera natura di Einar si palesa prima per scherzo, e per la complicità involontaria della moglie Gerda (una splendida Alicia Vikander), poi sempre più consapevolmente per entrambi i coniugi, con una metabolizzazione della nuova realtà infarcita di paura mista ad amore incondizionato.