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mercoledì 3 ottobre 2018

Gold: La grande truffa (2016)

Tratto da una storia fottutamente vera (come dice il banner) questo Gold: La grande truffa, film del 2016 diretto da Stephen Gaghan, è un film vivo e talvolta sconvolgente, un'avventura piena di torsioni e capovolgimenti che però, talvolta, si impantana nei dettagli. I personaggi sono fantastici, e al centro di questi c'è Matthew McConaughey che brilla in un ruolo che gli richiede di cambiare completamente il suo modo di vedere le cose. Non a caso il protagonista della vicenda è impulsivo e talvolta ingenuo, è innanzitutto un impavido visionario il cui oro simboleggia la possibilità stessa di sognare, di autodeterminarsi, oltre che di imprimere orgogliosamente il proprio nome su un successo, qualsiasi esso sia, ciò si contrappone all'usurata e avida versione utilitaristica del capitalista promossa ultimamente. Il punto nodale del film riguarda quindi non tanto l'inseguimento della ricchezza e l'inevitabile "roller coaster" finanziario connaturato al mondo borsistico (elementi comunque presenti), ma piuttosto l'innata propensione dell'uomo verso la scalata sociale, in barba alla matematica razionalità che il contesto affaristico richiederebbe. E in questo senso, l'istrionica performance di Matthew McConaughey risulta l'arma vincente di Gold: sopra le righe, l'interprete catalizza l'attenzione del pubblico oscurando di fatto i comprimari e spingendo le corde dell'umanità, con quel pizzico di retorica che però non disturba (secondo cui, per un vecchio detto popolare, chi trova un amico trova un tesoro). Si prova empatia per la passione messa in campo dall'eroe, a maggior ragione intuendo il pericolo in agguato (purtroppo incautamente anticipato dal sottotitolo italiano) ma il danno ormai è fatto. E' davvero troppo rivelatore infatti quel titolo italiano che aggiunge all'originale Gold un'informazione fondamentale, cioè che quella che stiamo vedendo è la storia di una truffa, un heist per dirlo all'hollywoodiana. È vero che, trattandosi di una storia vera, è possibile che qualcuno sappia già tutto, ma non si dovrebbe dare tanto per scontato. La scelta di inserire, in modo anche ridondante, un sottotitolo italiano può esser stato riconducibile a motivi di marketing: risulta inevitabile adesso pensare a film usciti prima di questo come La grande scommessa (2015), che raccontava il crollo delle borse del 2008. Filo rosso dell'intera campagna di promozione, poi, è un altro paragone, quello a The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013), sebbene le due pellicole abbiano davvero poco a che fare l'una con l'altra.

lunedì 11 settembre 2017

Ben-Hur (2016)

È consuetudine (ormai acquisita, sarebbe una novità il contrario) di Hollywood sfornare remake o sequel di film che hanno avuto successo, e in certi casi che hanno fatto la storia del cinema. Ma alcuni rifacimenti cinematografici però non li avremmo proprio voluti vedere. L'ultimo caso e ultimo della serie (perché negli anni molti altri sono stati i casi simili e quasi tutti in negativo) è Ben-Hur, film del 2016 diretto da Timur Bekmambetov, che quasi svilisce il capolavoro kolossal del 1959 di William Wyler, con protagonista un immenso Charlton Heston e vincitore di ben 11 Oscar (solo Titanic di James Cameron è riuscito a eguagliarlo). Tra i due film infatti non c'è proprio partita, tra l'epica della Hollywood di fine anni Cinquanta e quella fredda dei giorni nostri c'è un muro invalicabile che sinceramente non andava minimamente infranto. E invece eccoci qui ancora una volta a recensire l'ennesimo remake che sarebbe subitamente da cancellare, se solo potessimo. Giacché questo remake non fa altro che deludere lo spettatore che invece, ingannato dal trailer, si aspetta un film vulcanico, dinamico, avvincente, ben ritmato, con una sceneggiatura che certamente non avrebbe fatto rimpiangere l'originale scritto da Lew Wallace nel 1959. Difatti, senza voler usare ipocriti e ingenui eufemismi, questo film, diretto da un regista personalmente sconosciuto, ri-scritto e ri-sceneggiato dagli statunitensi John Ridley (seppur vincitore del Premio Oscar 2013 per la migliore sceneggiatura non originale del Film 12 Years a Slave) e Keitt R. Clarke (quasi sconosciuto al grande pubblico cinematografico americano avendo realizzato poche sceneggiature importanti, The Way Back (2010)In Search of Dr. Seuss (1994), ma forse più conosciuto come produttore e scrittore statunitense), è quasi dilettantesco e certamente inutile da farsi.

mercoledì 30 agosto 2017

Kong: Skull Island (2017)

Era da tanto che non subivo una scossa di adrenalina nel vedere un film, quest'anno mi è capitato due volte, per quel capolavoro di Mad Max: Fury Road e quell'altrettanto straordinario Deadpool, ma soprattutto l'anno scorso ne ebbi una forte con Godzilla, di cui Kong: Skull Island, film del 2017 diretto da Jordan Vogt-Roberts, reboot del franchise di King Kong, è una specie di sequel. Entrambi infatti fanno parte del MonsterVerse, universo filmico realizzato dalla Legendary Pictures, che ha già previsto altri due capitoli negli anni a venire. Ed erano invece anni che non si vedeva sul grande schermo e non solo (giacché l'ho visto su Infinity première del 25-31 Agosto) un film d'avventura così efficace e coinvolgente, fedele ai canoni del genere che qui vengono presentati ed esaltati con grande maestria. Un genere che andrebbe affidato alle persone giuste e che, se mal gestito, non porterà di certo novità. Dopotutto di film con mostri che uccidono persone e mostri che si uccidono tra di loro è pieno il mondo. Kong: Skull Island ha però qualcosa di diverso, un tocco in più, una cura nei dettagli e nelle inquadrature che lo rende molto più piacevole e affascinante da guardare. Grazie anche al regista, un director (il quasi esordiente Jordan Vogt-Roberts, autore dell'inedito in Italia The Kings of Summer) che fa il suo lavoro senza particolari trovate, ma comunque in grado di gestire un Monster Movie con lo scopo di incantare lo spettatore e che, prendendo le distanze dai precedenti episodi dedicati all'enorme gorilla e soprattutto pensando all'ultimo episodio diretto da Peter Jackson si allontana dalla classica formula del remake, per tentare di proporci qualcosa di nuovo senza tuttavia snaturare la figura del mostro incompreso.