Black Mirror (5a stagione) - Ben lontana dalla qualità dei suoi esordi, la serie Black Mirror torna, dopo una quarta stagione non del tutto disprezzabile e l'esperimento interattivo di Bandersnatch, con la sua quinta stagione, con un sensibile cambio di rotta rispetto al passato. Ritorna sì al formato classico, senza però riacquistare la stessa cattiveria e la stessa ispirazione di un tempo. Narrando infatti vicende poco complesse e concentrate maggiormente sull'umanità e sui drammi dei suoi protagonisti, la nuova stagione di Black Mirror dimostra di non essere in grado di osare e sconvolgere come un tempo. Tra i difetti (trame e personaggi dal debole approfondimento), la serie mostra qualche pregio, una buona capacità di intrattenimento, la qualità delle interpretazioni (Anthony Mackie in primis) e il fatto di aver annullato quello scarto temporale che ci separa da un futuro tecnologico mostrato nei primissimi episodi, rendendo le questioni etiche ancora più attuali e inquietanti. Nonostante ciò rimane un prodotto ben confezionato e poco più, questo è Black Mirror adesso, che si prende pure il lusso di deludere. Delude nel complesso difatti questa stagione, nuovamente disponibile su Netflix e con Charlie Brooker al timone, che si salva dal baratro grazie e paradossalmente al terzo episodio dei tre complessivi, quello più criticato. Il primo episodio è infatti un racconto di amicizia in cui il contesto tecnologico diventa più che altro una scusa per narrare la vicenda, che non avrebbe avuto bisogno di un'ora intera per essere sviluppata. Non è certamente la peggior puntata della serie (apprezzabile è il citazionismo nei confronti dei picchiaduro, con tanto di riferimenti ai vari Tekken e Street Fighter, condensati nel fittizio Striking Vipers nel cui mondo virtuale si rifugiano i protagonisti), ma si può facilmente collocare tra quelle non memorabili (una puntata alla San Junipero, ma di livello molto molto inferiore). Smithereens è il secondo tassello narrativo, il più lungo dei tre e forse quello che fa maggiore affidamento sugli attori. In particolare, per quasi tutto il minutaggio la puntata è sorretta dal talento di Andrew Scott. Il problema è che oltre all'interpretazione del protagonista c'è ben poco, perché la pericolosità della dipendenza dai device mobili è tutto eccetto un'idea illuminante e soprattutto ciò che succede non ha nulla a che vedere con la pervasività tecnologica ma solo con una crisi in tutto e per tutto umana. Il terzo e ultimo episodio della stagione, in maniera antitetica rispetto al precedente, si concentra su un'idea già ampiamente utilizzata sia dalla fantascienza contemporanea sia dalla stessa Black Mirror, perché la migrazione della personalità di un individuo in un involucro artificiale era già stata sviluppata in maniera infinitamente più complessa in Be Right Back. Rachel, Jack and Ashley Too è stato l'episodio protagonista della campagna promozionale della stagione per via della presenza di Miley Cyrus e sebbene non racconti nulla di originale riesce a essere lo specchio migliore della Black Mirror di questi ultimi anni: idee molto semplici (o già viste) e sviluppate in un modo meno cupo, che in questo caso si aggira dalle parti della favola e del coming of age, decisamente simpatico (e non solo, tematiche per riflettere). Ma ovviamente non basta, e alla fine resta da dire che Black Mirror praticamente non c'è più. Voto: 5
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venerdì 25 settembre 2020
Le serie tv del mese (Settembre 2020)
mercoledì 6 marzo 2019
Tredici (2a stagione)
All'epoca ci furono molte discussioni, che continuano tuttora, sull'utilità o meno di una seconda stagione, anche perché la storia sembrava conclusa (dopotutto era stato trasposto tutto ciò che l'autore del romanzo aveva raccontato nella sua opera, quindi il compito della serie pareva essere ormai concluso), le cassette erano terminate, le storyline avevano raggiunto il loro culmine (Clay Jensen aveva svelato la realtà sul suicidio di Hannah, così i suoi genitori avevano intentato causa alla scuola e il suo violentatore, Bryce, sembrava destinato a fare i conti con la legge, insomma tutto lasciava presagire che la vita per gli altri sarebbe continuata senza troppi patemi), ma soprattutto il finale della prima stagione di Tredici (la serie televisiva statunitense basata sul romanzo 13 di Jay Asher) era meraviglioso, così come le tante domande le cui risposte venivano lasciate all'immaginazione dello spettatore. Brian Yorkey era infatti riuscito a realizzare una serie teen come non la si vedeva da anni, un gioiellino di recitazione e straordinariamente attuale. Vedendo però la seconda stagione (comunque prodotta complice l'enorme successo) ci si rende conto che una continuazione ha tutto il senso del mondo. Perché certo, forse non l'ha detto sempre nel modo esatto e non usando le tempistiche esatte, ma il prosieguo risulta nel complesso plausibile. In tal senso di nessuna utilità sarebbe invece una terza stagione (ahimè già in cantiere) perché tutto quello che poteva essere ancora svelato, quello che ancora non si era detto, viene definitivamente qui svelato e detto, lasciando praticamente zero margine. Non sarebbe un rischio incentrare un nuovo racconto senza la protagonista principale, senza il fulcro di tutto? Per me sì, infatti non sentivamo la necessità di un cliffhanger a fine di questa stagione, che anche per questo fatto perde mezzo voto, era meglio concludere e basta. In ogni caso sono passati cinque mesi dal suicidio di Hannah e Clay sembra aver voltato pagina, iniziando una relazione con Skye, vecchia amica d'infanzia. Sembra. La notizia che, dopo mesi in cui il patteggiamento appariva certo, i genitori di Hannah abbiano deciso di fare causa alla scuola, coglie impreparato il giovane Clay, che improvvisamente comincia a vedere la ragazza defunta dappertutto, iniziando anche delle lunghe e drammatiche conversazioni con lei. Il tutto mentre qualcuno mette nella sua cassetta delle foto scattate con una polaroid che mostrano Bryce e altri atleti della Liberty High intenti a violentare delle ragazze, rivelando un pozzo nero di misfatti che supera persino le violenze subite da Hannah e Jessica.
giovedì 6 dicembre 2018
Tredici (1a stagione)
In originale s'intitola 13 Reasons Why (in italiano, più semplicemente, Tredici), e questa è già una dichiarazione d'intenti: tredici sono le ragioni che portano al suicidio di Hannah Baker, tredici sono le sue registrazioni sulle audiocassette, e tredici sono le puntate della prima stagione della serie Netflix. Questa rigida impostazione (ogni episodio corrisponde a una singola motivazione, quindi a una singola persona) si ripercuote sull'intera serie, che espande il romanzo omonimo di Jay Asher per valorizzare sia le sfaccettature della trama sia la pluralità dei punti di vista, adattandolo inoltre alle dinamiche del nostro presente. Ma attenzione però, perché Tredici, prodotta da Selena Gomez, non è un semplice teen drama, ma un'opera complessa e dalle diverse sfumature che, pur in un contesto adolescenziale tratta tematiche profonde e crude quali lo stupro, il bullismo e la depressione. Partito come teen drama scolastico, Tredici infatti si trasforma presto in un prodotto drammatico, intenso e maturo con un un forte accento votato al genere crime. Un vero e proprio specchio della società moderna e un monito per gli adolescenti attuali, che andrebbe proiettato in tutte le scuole. In tal senso è utile e giusto specificare però che Tredici è una serie che non indora alcuna piccola, anzi, il più grande merito della creatura prodotta da Netflix è proprio quello di non edulcorare nessuno dei suoi delicatissimi temi, ma di trasporli con lucidità e spesso con crudezza. L'epopea adolescenziale di Tredici è difatti una straziante riflessione sul disagio giovanile, senza retorica e senza alcuna scappatoia morale. Giacché Brian Yorkey e il resto degli sceneggiatori costruiscono un ottimo dramma dalle venature thriller senza paura di mostrare la vacuità e l'orrore che caratterizzano la vita dei protagonisti, ognuno tratteggiato splendidamente e colto quasi alla perfezione mentre cerca di barcamenarsi con presunta furbizia e palese ingenuità tra le proprio paure, le proprie insicurezze, la propria posizione privilegiata all'interno di quell'inferno che può essere il liceo e i propri scheletri nell'armadio. A tal proposito è inutile fingere che Tredici sia un prodotto di finzione, vorremmo tanto che sia così, ma la realtà, inutile negarlo, spesso è quella descritta dal prodotto originale Netflix. L'ambiente scolastico non è idilliaco per tutti gli adolescenti, alcuni di loro vivono questi anni con estremo tormento e angoscia, subissati da atti di bullismo, cyberbullismo, violenze, che spesso sfociano in fatti di cronaca nera giudicata inspiegabile. E sarà proprio uno di questi casi a dare il via alla prima stagione di un'opera che se ti prende non la lasci più, ad un'opera coinvolgente e sconvolgente allo stesso tempo.
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