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giovedì 9 gennaio 2020

City on a Hill (1a stagione)

Tema e genere: Serie televisiva statunitense di genere drammatico che, creata da Charlie McLean, basata su un'idea originale di Ben Affleck (firmata Showtime), racconta e segue il cosiddetto Boston Miracle, il fenomeno che iniziò a debellare la violenza dalla città di Boston e che ne rappresentò realmente la sua rinascita, dopo un periodo cupo.
Trama: Un assistente procuratore distrettuale forma un'insolita alleanza con un veterano dell'FBI corrotto. Insieme i due si mettono sulle tracce di una banda criminale facendo nascere un caso per coinvolgere ad alto livello il sistema giudiziario di Boston.
Recensione: Bisogna partire con dei presupposti importanti prima di cominciare la recensione di questa serie americana fino al midollo, una serie classica che, mettendosi al punto di incontro tra drama, thriller e noir, che fondendo bene i generi crime e procedural, quasi al livello ma senza raggiungere quell'intensità drammatica che contraddistinse il bel Show Me A Hero (che è poi il mondo di riferimento) di David Simon (che era di produzione HBO), riesce comunque a farsi valere. Nella serie infatti, trasmessa in Italia su Sky Atlantic, si parla tanto e soprattutto si discute di cose di cui noi italiani sappiamo poco o nulla, di quartieri sconosciuti (di Boston) e di rinascite (culturali o meno) di poco significato, un argomento insomma forse interessante per gli americani, ma non per il resto del mondo. Tuttavia limiti culturali a parte, comunque importanti ai fini di tutto, City on a Hill, che inizia (bene da una parte male dall'altra per il discorso di prima) senza introduzioni (solo qualche piccolo riferimento per spiegare il contesto), ha dalla sua una qualità di produzione (ovviamente tutta americana) di tutto rispetto. Tra i produttori nomi di spicco, da Ben Affleck (che aveva già ambientato nel quartiere di Charlestown il suo The Town) a Matt Damon (nato nei pressi di Boston), quest'ultimi principali artefici nel coinvolgimento di importanti personalità di Hollywood come James Mangold, Barry Levinson e Michael Cuesta (regista del primo episodio). In tal senso è quindi strano che abbiano deciso di affidare la regia "principale" allo sconosciuto Chuck MacLean il quale, bisogna ammetterlo, rielaborando un'idea concepita assieme allo stesso Affleck, si è sorprendentemente dimostrato molto abile a svolgere il compito assegnatogli, mostrandoci una Boston corrotta fino al midollo, in cui la differenza tra buoni e cattivi appare spesso molto sottile, e dove chi cerca di portare dei miglioramenti alla città viene subito isolato o peggio, deriso. Lo sceneggiatore americano sceglie di non puntare i riflettori solo su pochi protagonisti, ma di dedicare ampio spazio anche a parecchi personaggi secondari. E così inevitabilmente, anche i criminali e le loro famiglie diventano parte integrante della vicenda. Proprio per questo, per lo spettatore risulta ancora più difficile distinguere tra cosa è bene e cosa è male: per quanto Jonathan Tucker (che interpreta il capobanda Frankie Ryan) si riveli meno espressivo di un blocco di marmo (molto meglio Amanda Clayton nei panni di sua moglie), la difficoltà del suo personaggio a far quadrare i conti di casa, che lo costringe a organizzare di continuo nuove rapine, non porta il pubblico a vederlo necessariamente come il cattivo di turno.

lunedì 19 marzo 2018

Il diritto di contare (2016)

Segregazione razziale, emancipazione e conquista dello Spazio, ecco le tre tematiche così apparentemente diverse che fanno da collante a questo "originale" e interessante (anche storicamente) film. Perché tutti questi temi ne Il diritto di contare (2016), titolo italiano dell'americano Hidden Figures (che gioca sul doppio significato Figure nascoste/Cifre nascoste) e diretto da Theodore Melfi (già regista del bel St. Vincent), non solo vengono trattati in modo appunto originale ma anche in modo convincente. Il film infatti, ben costruito, a tratti avvincente, e che ha il grande merito di trattare un argomento sgradevole e avvilente come quello del razzismo con una dose di ironia difficile da riscontrare in opere che trattano questo tema (senza per questo apparire superficiale o scontato), con grande abilità e maestria porta i riflettori sulla storia vera e inedita di tre brillanti donne afroamericane che sono riuscite a integrarsi e imporsi in un'ambiente tipicamente maschile (e maschilista) sfidando pregiudizi e discriminazioni razziali di ogni tipo. Anche perché il film, arrivato certamente con un tempismo perfetto per la data situazione politica e sociale che stiamo attraversando, non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra. Tanto che già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi, niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi. Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani. Infatti, puntando la camera su tre eroine "sconosciute", il regista fa emergere tutte le caratteristiche brillanti e notevoli di queste donne (la loro tenacia, il coraggio, la perseveranza e la determinazione), evitando tuttavia di appesantire la pellicola con dosi abbondanti di retorica o moralismi che ne avrebbero snaturato il contenuto. Mantenendo sempre una debita leggerezza tipica della commedia, e sdrammatizzando alcune situazioni Il diritto di contare risulta così un prodotto pienamente riuscito, che racconta di una storia inedita e lo fa senza pietismi ma puntando piuttosto sul messaggio finale, intrinsecamente ottimista e costruttivo, che lascia agli spettatori.

martedì 3 ottobre 2017

Jack Reacher: Punto di non ritorno (2016)

Non sono mai stato un fan accanito di Tom Cruise, ho visto sporadicamente i suoi film (in 2 due anni ben 3, il più che sufficiente Mission Impossible: Rogue Nation, l'affascinante e spettacolare Oblivion e l'originale ed eccezionale Edge of Tomorrow) e non ho mai gridato all'oscar dopo un suo film. E nemmeno in questo caso, nel caso di Jack Reacher: Punto di non ritorno (Jack Reacher: Never Go Back), film del 2016 scritto e diretto da Edward Zwick (discreto regista autore tra gli altri di Attacco al potere, L'ultimo samurai, Defiance: I giorni del coraggio e Blood Diamond: Diamanti di sangue), adattamento cinematografico del romanzo del Punto di non ritorno (2013) di Lee Child e sequel del film del 2012 Jack Reacher: La prova decisiva, è successo. Ma è riuscito ad intrattenermi per le due ore di durata (circa). Perché se anche il film presenta tutti i limiti che i film hollywoodiani ci ripropongono ormai da anni e anni, è un film a mio parere assolutamente piacevole per il genere, anzi, è anche molto meno scontato della media e per niente lento e contorto. Certo, questo secondo capitolo di Jack Reacher è decisamente diverso dal primo per impostazione e anche un po' per il ritmo (e per il risultato), ma è ugualmente godibile. Giacché il film ha ancora una volta il suo punto di forza nella presenza di Tom Cruise, anche se questa volta, con un'apparizione tanto improvvisa quanto narrativamente poco spiegabile. La sua carica anti-sistema però, funziona ancora, poiché grazie agli elementi che hanno reso il primo film un action duro e puro, anche questa volta la sua presenza, coadiuvata con scene d'azione e sequenze permeate in tutto e per tutto dal suo carisma, tutto o quasi viene reso alla perfezione.

lunedì 4 settembre 2017

Straight Outta Compton (2015)

Un bellissimo e se vogliamo anche ferocissimo affresco dell'America "del ghetto" e dei suoi ragazzi che crescono tra sparatorie, droga, scontri con la polizia e numerose gravidanze è Straight Outta Compton, film del 2015 diretto da F. Gary Gray. Il film infatti, che prende il nome dell'omonimo album del 1988, con il quale gli N.W.A. hanno fatto il loro debutto, ripercorre la rapida ascesa e l'altrettanto rapida caduta di uno dei gruppi simbolo dell'hip-hop, tra i più importanti esponenti del cosiddetto "gangsta rap", che parla della quotidianità nel ghetto, dello stile di vita delle bande di strada, di sesso, droga e violenza, e della brutalità delle forze dell'ordine. A Compton difatti, città-ghetto della Contea di Los Angeles, si incontrano i destini di tre ragazzi: Eric, detto Eazy-E, uno spacciatore che vuole uscire dal giro, Andre, detto Dr. Dre, un dj dal talento prodigioso che ha fretta di emergere ed O'Shea, detto Ice Cube, un rimatore straordinario. Tre ragazzi che quindi, ispirati dalla sofferenza a cui assistono quotidianamente nel ghetto, tra droga, delinquenza e abusi della polizia, formano il gruppo rap più estremo (e più importante negli anni anni a venire) in circolazione. D'altronde la musica (usata per dare voce a una generazione ancora in silenzio che vorrebbe ribellarsi allo strapotere abusivo della malavita) è l'unica valvola di sfogo per loro, il loro successo travolgente sarà perciò assicurato. Ma tutta la strada e la via di cotanto successo sconvolgerà però gli equilibri del gruppo, tra un manager che se ne approfitta e crescenti conflitti di ego, i problemi non mancheranno.