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venerdì 16 luglio 2021

I film del periodo (1-15 Luglio 2021)

Premettendo ancora una volta di non avere Netflix nel mio carnet, e mi dispiace, ma ripeto, non c'è possibilità o volontà al momento, ho comunque (e finalmente) recuperato (tramite metodi in ogni caso legali o al limite della legalità, che consente lo scaricamento "privato") un po' di film dalla suddetta piattaforma. Cosa che raramente faccio, ma quando necessario assolutamente da fare, una cosa che in verità è una novità (almeno per quanto riguarda il servizio streaming più importante da anni a questa parte), dato che solo alcune serie negli ultimi ho da lì visto. In questo caso complici alcune circostanze, in questi quindici giorni ne ho visti alcuni, tra quelli candidati agli Oscar, tra quelli che devo recuperare entro l'anno e tra quelli (già) in lista da un po' di tempo. Certo, il catalogo è (ancora) ricco, ci sono infatti tantissimi film ancora da vedere dei film prodotti e/o distribuiti da Netflix, ma per il momento mi sono accontentato dei dodici qui presenti, in questo "Speciale" (dopo quello di Amazon) che racchiude tanto buon cinema e tante sperimentazioni interessanti e/o riuscite, oppure incapaci di colpire il bersaglio.

The Irishman (Dramma/Noir 2019) - Quando Martin Scorsese non è impegnato a dire cavolate, ma a lavorare, nel 90% dei casi ne uscirà sempre qualcosa di notevole, è il caso di questo film, che conferma, come se fosse ancora necessario, il talento immenso di un grande regista. Lui che torna nuovamente a rappresentarci un mondo criminale che ci fa sentire ed immaginare atmosfere che non vorremmo mai veramente conoscere, ma che al "cinema" ci attraggono come una calamita. Sappiamo che al di qua dello schermo, non ci fanno troppo male. Quelle storie accadono in America, ma quei personaggi provengono da diverse nazioni lontane e conservano radici a cui rimangono saldamente legati, con propri codici e consolidate ritualità (anche ambiguamente). Una storia di mafia che egli ha raccontato più volte sullo schermo eppure The Irishman l'ho percepito in maniera diversa dagli altri. E' un film cupo, quasi funereo, dai toni crepuscolari e disillusi di un uomo, apice di un triangolo fra il mondo criminale della mafia e il mondo corrotto del sindacato. Frank Sheeran è solo un meccanismo di un sistema perverso, dalle regole fuorilegge applicate con orrenda disinvoltura. Non ci sono esplosioni di violenza incontrollata, quanto la freddezza di un burocrate del crimine, escluso a sua volta dalla propria famiglia che gradualmente scompare dal film per fare ogni tanto capolino nello sguardo muto ma accusatorio della figlia (brava Anna Paquin, dice in tutto due battute nell'intero film, ma quel volto accusatorio nei confronti del padre dice più di mille parole). Passato e presente che si confondono in linee narrative apparentemente differenti e distinte, ma accomunate da una colpa che non darà redenzione e lascerà Sheeran solo e vecchio in un ospizio in compagnia del proprio rimorso verso una scelta che in fondo non ha mai avuto. La fine cinematografica della mafia nella ricostruzione dell'uccisione della discussa e discutibile figura di Jimmy Hoffa. Al di là della stranezza di vedere attori anziani ringiovaniti digitalmente (le cui movenze riflettono tuttavia l'effettiva età, un errore che pesa ai fini del giudizio complessivo e finale), tre ore e mezzo di durata e non sentirle minimamente, ma essere impaziente di proseguire con la visione per vedere come va a finire. Eccellente opera (la critica l'ha celebrata come un nuovo capolavoro, per quanto poi agli Oscar, pure ottenendo 10 nomination, non abbia vinto neanche una statuetta, e in alcuni casi anche giustamente, per quanto la querelle Netflix sì o no abbia probabilmente influito) con i grandi vecchi del cinema americano capaci di un'ultima epocale interpretazione. Robert De NiroAl PacinoJoe Pesci e gli altri riprendono i panni ricoperti nei grandi film degli anni '70 e '80, lasciandoci immagini di epica decadenza. Per quello che è un grande omaggio al suo cinema e non solo suo. E per quanto non sarà forse ricordato come l'apice della carriera di Martin Scorsese, questo film ne è il punto di arrivo, è la chiusura di un cerchio di pellicola lungo mezzo secolo. Non ai livelli del suo Quei bravi ragazzi o del non suo capolavoro C'era una volta in America, ma ottimo affresco d'epoca e tematiche senza tempo. Voto: 8

Triple Frontier (Azione/Avventura 2019) - Artista versatile (i suoi film hanno affrontato diversi generi), il regista J. C. Chandor dirige una storia che parla di un furto ad un boss del narcotraffico compiuto da ex militari americani. Il tema non è nuovo ma il film è ben realizzato, anche per la scelta delle suggestive location del continente sudamericano. Gli attori sono ben scelti ed offrono una buona prova corale (c'è pure il Ben Affleck ugualmente palestrato già visto in Tornare a vincere), sebbene la sceneggiatura caratterizzi i personaggi in modo alquanto basico. In fin dei conti una pellicola piacevole e ben fatta. Un buon action, teso e avvincente, anche se con le premesse che c'erano (il promettente, seppur deluse un po' con All Is Lost, regista statunitense alla regia, Mark Boal allo script, già premiato sceneggiatore e spesso al servizio di Kathryn Bigelow, e il vasto cast, comprendente anche Oscar IsaacCharlie HunnamGarrett Hedlund e Pedro Pascal), mi aspettavo di più. Qualche discreto twist qua e là e qualche buona sparatoria, le due ore di durata scorrono fluide e nel complesso non delude. Voto: 6+

lunedì 25 marzo 2019

Nelle pieghe del tempo (2018)

Anche la Disney può sbagliare. Lo sappiamo da sempre (è già successo, ricordate Alice attraverso lo specchio? No? Meglio) eppure si rimane ancora sconcertati di fronte alla possibilità della casa dei sogni di fallire. Questa volta poi si rischia di toccare il punto più basso del percorso cinematografico del mondo immaginifico creato agli inizi degli anni Venti, una caduta rovinosa in cui nessuno, davvero nessuno, riesce ad uscirne illeso. La colpa di tali ferite è causata dall'ultimo lungometraggio targato Disney del 2018, intitolato Nelle pieghe del tempo (A Wrinkle in Time), pellicola tratta dal romanzo omonimo del 1963 scritto da Madeleine L'Engle e diretta da Ava DuVernay, che dai fatti reali di Selma – La strada per la libertà passa all'inverosimile e all'astratto in questo suo ultimo lavoro. Un lavoro che non soddisfa (ma per niente proprio) le aspettative, dimostrandosi fallimentare sotto molteplici punti di vista. Perché sì, senza mezzi termini, Nelle Pieghe del Tempo (che va avanti tra scenari ridicoli, personaggi inutili e momenti completamente piatti) è sia un film brutto sia un film sbagliato, non c'è scampo. Anche capire da dove partire per descrivere il fallimento del film è compito arduo, perché davvero non c'è un aspetto che si salvi. Manca il grande senso di avventura e scoperta dei film per ragazzi, manca l'intrattenimento puro, con le scene allungate fino a che il già poco senso di esse non diventi autentica e inspiegabile tortura. Forse a dare più fastidio è la costante ripetitività del nulla che il film propone. I protagonisti sono sballottati avanti e indietro senza che se ne capisca il senso. Se l'emozione latita, la tensione manca totalmente, ed assistiamo ad un carrozzone di colori e CGI tirato avanti col pilota automatico. Insomma un film, che si fa quasi fatica a definirlo un vero film, davvero sconclusionato, malfatto e goffo. Un film che pecca di un'eccessiva noncuranza dei dettagli. Giocando senza logica con lo spazio e il tempo, il film dimentica spesso la basilare regola della consequenzialità causa-effetto, alternando eventi incoerenti tra loro con improbabili deus ex machina risolutivi. Tra enormi lacune narrative e mancanze para-sintattiche, la storia si snoda pertanto con fatica, rendendo la visione non eccessivamente difficile ma indubbiamente fastidiosa. A peggiorare la situazione, non manca poi il classico buonismo della Disney che, nonostante in altre pellicole sia perfettamente equilibrato, qui produce una perenne e paternalista atmosfera moraleggiante.