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mercoledì 5 agosto 2020

[Cinema] Horror Fest 2020

Poco tempo fa, in occasione dell'esordio cinematografico di George Lucas, presi quattro piccioni con una fava, ora con una ne ho presi ben otto. Già perché ad un film della Promessa 2020, che doveva portarmi alle origini di Art il clown, non ho resistito e ne ho aggiunti, anche grazie al Guardaroba di Giuseppe, sempre fonte di pellicole "scaricabili" da visionare (che siano vecchie e nuove, di qualsiasi genere, ma rigorosamente sottotitolate), tanti altri, tanti altri film horror ovviamente (oddio, di base sono tutti horror, tuttavia alcuni sono atipici e particolari). E così, tra fantasmi, pagliacci, demoni, serial killer e zombie (ed altri personaggi orridi) ho organizzato la mia piccola festicciola, ovvero una Horror Fest (la prima ed unica per il momento), e voi tutti siete stati invitati, buon divertimento (...risata malefica).

All Hallows' Eve (Horror/Thriller 2013) - Si salva per il rotto della cuffia questo horror ad episodi girato (all'epoca) dall'esordiente Damien Leone, colui che un lustro prima di girare il (scusate il gioco di parole) "terrificante" Terrifier (gran film che avrà presto un sequel), realizzò un lavoro non particolarmente originale o indimenticabile, appunto questo qui, in cui l'ultimo episodio e la cornice rendono accettabile una visione altrimenti improponibile, che sembra citare decadi di genere e ispirarsi ad altri, ma che riuscì nell'impresa di renderlo comunque e tutto sommato gradevole. I primi due corti che compongono il film (tre i capitoli in totale, alcuni girati precedentemente dal regista, con una "cornice" che come V/H/S, titolo non a caso, li "raggruppa") non sono un granché, partono entrambi da delle idee carine ma vengono purtroppo sviluppati in modo terribilmente mediocre (il primo è una specie di delirio visionario, poco compatto nell'insieme ed indeciso alla fine, il secondo ha una costruzione del plot più solida ma la componente sci-fi è ridicola), buono invece il terzo corto (un gustoso, seppur banale, slasher on-the-road che non lesina sul gore), dove a dominare incontrastato è finalmente Art il Clown, già presente come filo conduttore negli episodi precedenti però in ruoli marginali e qui invece come villain principale, dove l'atmosfera che sa molto di film d'exploitation anni 70-80 gioca un ruolo fondamentale, come quella di questo clown, dal potenziale notevole, ben sfruttato qui e poi sfruttato maledettamente bene in seguito con la pellicola a lui dedicata. Mi è piaciuta anche la storia di cornice (a fare da collante al tutto c'è Sarah, babysitter interpretata dall'unica attrice riconoscibile, Katie Maguire, alle prese con una coppia di marmocchi piuttosto irritanti e una VHS apparsa per caso, ovviamente essendo la notte di Halloween la videocassetta non può che contenere storie dell'orrore), che riesce a colpire con un finale abbastanza cattivo (excursus di metacinema capace di fornire qualche brivido). Tutto sommato guardabile questo low-budget, ci sarebbero volute un po' più di coerenza e fantasia nella realizzazione dei primi due cortometraggi, ma meglio di niente. Voto: 6

lunedì 27 maggio 2019

Un sogno chiamato Florida (2017)

Tema e genere: Un dramma che parla di indigenza e marginalizzazione.
Trama: Poco distante da Disneyworld c'è un condominio chiamato Magic Castle. Che ha poco del castello e del magico, e in cui vive una bambina che si accontenta di quello che ha e ama la sua giovane madre irresponsabile.
Recensione: Vivere al Magic Castle Hotel, un residence dalle pareti colorate di lilla, può sembrare piacevole e divertente. Soprattutto se il residence si trova a pochi passi da Disneyland, il parco dei divertimenti più famoso al mondo. Per Moonee, Scooty e Jancey (i giovani, giovanissimi protagonisti del film) effettivamente le giornate trascorrono in libertà, scorrazzando e divertendosi spesso a spese degli adulti. Peccato, però, che per gli adulti in questione, la vita non sia così prodiga di soddisfazioni e divertimenti. Perché il luogo dove abitano è un motel che accoglie gente che fatica a sbarcare il lunario. Madri sole che faticano a tirar su i figli, giovani donne che, come Halley, mamma della seienne Moonee, passano le giornate a guardare tv spazzatura, a litigare con Bobby, il gestore del motel o, peggio, a prostituirsi per poter pagare l'affitto. È un'America borderline, quella descritta da Sean Baker (che ha già all'attivo 6 film, ma questo è il primo che vedo). L'America povera e derelitta delle periferie in cui il sogno americano, con le luci sfavillanti del parco dei divertimenti, si frantuma inesorabilmente sulle pareti del residence, inutilmente colorate per fingere un'allegria che qui, nella parte sbagliata di Disneyland, non c'è più. Un film che nell'intento e nel contesto che vuole rappresentare è quindi certamente interessante, una Florida defilata rispetto al sogno del divertimento americano. Qui si consuma la vita di stenti di famiglie che sfidano la loro capacità di sopravvivere, l'unica ancora della loro salvezza è l'ottimo Willem Dafoe nel difficile ruolo di capo del Motel dove i nostri protagonisti vivono giorno per giorno cercando di dare dignità alla propria vita ai margini. I protagonisti sono i bambini ai quali basta poco per trovare un pretesto per divertisti anche nell'illegalità che per loro diventa presto una componente inevitabile. Altro elemento centrale del film è l'uso dei pastelli che colorano tutto quasi a voler stigmatizzare il fatto che non basta un colore per nascondere una vita in bianco e nero. Tuttavia il film c'entra pochi dei propri obiettivi, anche perché nella pellicola di Baker (presentata a Cannes) non succede granché. Le giornate dei protagonisti trascorrono sempre uguali, con i soliti problemi e le solite difficoltà. Forse troppo uguali per lo spettatore medio che, dopo circa un'ora di spettacolo, inizia a domandarsi se, prima o poi, potrà accadere qualcosa di diverso. Un limite oggettivo di un film che, tuttavia, prende quota nel finale, quando il dramma irrompe, inesorabile, nella vita di Halley e Moonee. Non aspettatevi però un lieto fine, anzi, non aspettatevi una fine tout court. I personaggi ci coinvolgono, ma quello di cui si sente un po' la mancanza (anche se forse è proprio ciò che il regista vuole) è il climax di una "storia" che si sviluppa e si compie. Il film può contare tuttavia su più che discrete interpretazioni, non solo Dafoe (che per la sua interpretazione ha ricevuto diverse candidature, una ai Premi Oscar 2018), ma anche quella della piccola Brooklyn Prince nel ruolo di Moonee (anche se le sue urla infastidiscono), su un felice contrasto di caratteri e su uno studio estremamente efficace dell'inquadratura, del colore, del gioco tra primi piani e sfondo che tutti insieme disegnano spietatamente la triste America del regista Baker.