E' stato probabilmente cinque anni fa quando vidi The Conjuring - L'evocazione, quando non faceva parte di qualcosa di più grande venuto dopo, poi non so perché ma non ho più seguito il "filo del discorso", ho rimandato e rimandato, però dopo 5 film, e grazie alla Promessa, ho potuto finalmente riprenderlo (ripartendo dall'inizio). Ed è così che ho visto i primi capitoli di questa particolare ed agghiacciante saga, denominata successivamente come il "The Conjuring Universe", che è forse una delle saghe horror più di successo degli ultimi anni. Da The Nun ai racconti della vita dei coniugi Ed e Lorraine Warren, tutti i film della serie includono sia eventi storici realmente accaduti, che verità e idee completamente inventate. I vari capitoli sono disseminati di sacrilegi, sedute spiritiche e elementi soprannaturali che possono benissimo funzionare come storie indipendenti, ma che in realtà sono tutte meticolosamente intrecciate (anche se la sensazione che qualcosa non torni c'è ugualmente), attraverso le storie di bambole di porcellana, suore e persino uno zootropio di stagno d'epoca. Cominciato nel 2013 con The Conjuring (appunto) di James Wan (che è rimasto come produttore esecutivo di tutti gli episodi successivi), il The Conjuring Universe ha preso il via dal racconto della vita di Ed e Lorraine Warren, una coppia di Monroe, in Connecticut, realmente vissuta e che ha dedicato la sua vita ad investigare sugli eventi soprannaturali. Le loro indagini hanno permesso all'universo cinematografico di espandersi (è tuttora in espansione), introducendo diversi personaggi demoniaci (che pian piano faranno il loro debutto in singolo). Ma i vari episodi della saga non sono mai usciti nelle sale secondo un ordine cronologico preciso. Ed è questo forse l'unico difetto di questa saga, giacché tra spin-off, sequel e prequel ogni tanto ci si perde, proprio perché tutti i capitoli sono uno collegato con un altro o gli altri. In tal senso fa specie che La Llorona - Le lacrime del male (che ovviamente devo ancora vedere, come Annabelle 3, entrambi usciti quest'anno) sia entrato in questo universo cinematografico quasi per caso. Tuttavia alcuni pregi notevoli questa saga ha, soprattutto uno, ed è indubbiamente quello di andare (quasi sempre) oltre la media del genere e dei suoi simili (che si attestano intorno alla mediocrità o giù di lì). Però a tal proposito si spera che non allunghino troppo il discorso, per non depauperare ulteriormente (giacché la base è sempre quella) un mercato già logoro di suo, anche se appunto qui la qualità e quantità è migliore. In ogni caso ecco cosa ne penso io di capitolo in capitolo, visti e recensiti in ordine di uscita.
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giovedì 14 novembre 2019
giovedì 18 ottobre 2018
La mummia (2017)
Molti di noi credo abbiano sussultato alla notizia di un remake de "La Mummia" quando ne fu annunciata la produzione anni fa. Per tanti la trilogia di Stephen Sommers, o perlomeno il capitolo del 1999, è stata infatti una solida impronta nell'infanzia che ha regalato e, forse, inventato un senso del mistero, della ricerca dell'occulto e della scoperta che si vorrebbe riscoprire in un film del medesimo genere. È questo che si cerca, a maggior ragione, in un remake/reboot (o qualsiasi altra cosa) che ha sulle spalle il duro compito di non infangare il nome che porta, ed è questo che non si è trovato nel lungometraggio di Alex Kurtzman che, al suo secondo film dopo "Una famiglia all'improvviso", sceglie la strada più scontata e probabilmente la più sbagliata. I film di Sommers inoltre avevano il pregio di saper divertire, erano un blockbuster di discreto livello in grado di intrattenere bene, qui siamo all'ennesima rappresentazione della mummia ma priva di ironia e con effetti speciali appena discreti. Con La mummia (The Mummy) infatti, film del 2017 diretto dal regista statunitense, ci troviamo davanti ad un film piuttosto insufficiente, in termini di sceneggiatura e di evoluzione narrativa. La storia è piuttosto piatta e, soprattutto nella parte centrale il ritmo cala in maniera vistosa, tanto che rischia di annoiare. L'idea di per se non è male, ma il suo stare in bilico tra film d'azione (a tratto quasi supereroistico) e una sorta di omaggio al cinema horror, lo trasforma in una pellicola insipida e soprattutto scontata, con l'unica eccezione per una brava e intrigante Sofia Boutella (che esalta la sua sete di potere senza sforzo, oltre ad essere incredibilmente seducente), e una serie di effetti speciali piuttosto riusciti. E in tal senso niente di cui sorprendersi, dopotutto La mummia è il classico film dove la storia è costretta a servire uno spettacolo puramente visivo invece che un lavoro di spessore. A tal proposito vorrei raccontarvi la trama (una trama semplice tuttavia piena di scene WTF?!, in cui la cosiddetta "sospensione dell'incredulità" viene abbondantemente superata), ma finirei solo col dirvi con troppi giri di parole che, in fin dei conti, si tratta della classica storia in cui una creatura malvagia viene risvegliata dal sonno eterno e comincia a seminare caos e distruzione. Piuttosto, preferisco passare subito al sodo.
giovedì 8 febbraio 2018
King Arthur: Il potere della spada (2017)
Guy Ritchie è un regista che fa sempre discutere e riesce a dividere il pubblico, dai suoi esordi e fino all'ultimo Operazione U.N.C.L.E. (che a me piacque parecchio), e anche questo suo nuovo adattamento della leggenda di Re Artù ha ricevuto abbastanza critiche, da alcuni accusato addirittura di essere al limite del trash, o, più semplicemente, un polpettone. Di certo gli incassi al botteghino in perdita non gli sono stati d'aiuto, ma King Arthur: Il potere della spada (King Arthur: Legend of the Sword), avventura action del 2017, diverte e si fa molto apprezzare, anche perché lo zampino di Ritchie è evidente, tanto nei dialoghi quanto in certe zampillanti scelte registiche. Infatti il regista britannico grazie alla sua rutilante cifra stilistica fatta di un montaggio serratissimo con linee temporali sovrapposte ed intersecate tra loro, riesce a rendere la storia (tutto sommato piuttosto semplice e scontata) un intrattenimento valido, in cui la noia non fa mai capolino. Certo, questo adattamento cinematografico è molto lontano dalla storia originale, ma avvalendosi di una sceneggiatura avvincente, ricca di dettagli e dialoghi molto curati sia nel linguaggio (tipico delle storie di genere), sia nella loro forza emotiva (spesso, infatti, le battute sono dirette e accattivanti, mentre raramente sentiamo qualche banalità), il regista fa centro. Ovviamente è necessario stare al gioco, pronti a sorbirsi dialoghi ridondanti, accelerazioni furiose in contrasto con ralenti bellici in cui Ritchie si specchia, ma capito il trucchetto il divertimento è assicurato. Il regista difatti, pur affrontando un tema inflazionato e più volte rivisitato, riesce abilmente a non snaturare il proprio stile e a marchiare il prodotto con la sua indistinguibile impronta ottenendo un risultato che, seppur non entusiasmante, si può definire soddisfacente.
venerdì 20 ottobre 2017
Mine (2016)
Ciò che mi incuriosiva di Mine, film del 2016 scritto e diretto da Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, non era tanto la trama o il tema in sé, dato che Land of mine aveva già donato spessore a questo argomento (quello delle mine antiuomo ovviamente), ma era il fatto che fosse (semplificando) per un terzo italiano (prodotto e girato negli USA) e che fosse per la coppia di registi l'opera prima. E quindi ero curioso di vedere come se la fossero cavata, d'altronde quando il cinema italiano arriva ad Hollywood c'è sempre il rischio di fare una figuraccia, ma come recentemente visto in Escobar del regista italo-americano Andrea Di Stefano (e in altre rare eccezioni), quando c'è la qualità, la voglia e la bravura, qualcosa di buono esce sempre. E infatti davvero sorprendente è questo film realizzato con un budget non elevatissimo, un film molto curato tecnicamente (un prodotto di altissima qualità, con ottimo montaggio e direzione artistica) e ben recitato (dopotutto Armie Hammer qui dimostra tutta la sua bravura, perché il film si basa e si poggia per più di un ora su di lui) che raggiunge un discreto voto grazie ad un'ottima idea di base che forse poteva anche essere sfruttata (anche se la suddetta è comunque efficace e funzionale alla pellicola) ancora meglio. L'inizio infatti (della missione fallita miseramente) non è proprio perfetto, anzi, un po' banale e forzato, ma come il film prosegue devo ammettere che ti cattura. La pellicola, difatti, racchiude in sé particolari in grado di coinvolgere lo spettatore dall'inizio alla fine. Questo grazie non solo a una narrazione ben delineata e dal ritmo serrato (talvolta lento, ma adeguato al tipo di storia raccontata), ma anche all'attenzione ai dettagli sia dal punto di vista degli avvenimenti, sia da quello psicologico che ne deriva. Anche perché seppur i primi 20 minuti si presentano nel modo classico di un film di guerra moderna, ma che non è il classico film sui militari americani (anche se ricorda un po' il comunque personalmente discreto American Sniper), il racconto, che parte dalla situazione senza via di scampo in cui un soldato calpestando una mina e rimanendovi sopra per non farla esplodere si trova in una situazione apparentemente senza via d'uscita, si apre a una miriade di riflessioni (con la comparsa dello splendido personaggio berbero) che scorrono quasi come fossero allucinazioni nel deserto.
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