venerdì 18 maggio 2018

The Autopsy of Jane Doe (2016)

Per prima cosa va detto che, se non si è visto il film, è sconsigliabile leggere questa recensione (anche le parti senza spoiler) ed è sconsigliabile leggere qualsiasi cosa a riguardo. Sì, perché il regista e gli sceneggiatori hanno creato un film in cui, per una volta, è fondamentale l'effetto sorpresa. Se lo si vede senza avere informazioni lo si apprezza di più nel suo evolversi. Non è facile infatti inquadrare Autopsy (The Autopsy of Jane Doe), film del 2016 diretto da André Øvredal, senza rischiare un minimo di spoiler, ma si può dire che appartiene per certi versi al sottogenere dell'occulto, ma non solo. Infatti, quest'horror originale, atipico ed inquietante, in grado di garantire una buona dose di tensione e mistero che non può lasciare indifferenti, è un misto di generi diversi che vengono amalgamati abbastanza bene: di base si tratta di un horror, la trama aggiunge un carattere thriller e non manca il tono splatter, seppur pacato. Il film difatti si apre con la polizia locale che sta indagando sul massacro di tre persone in una casa nella quale le stanze presentano segni di lotta e caos: gli agenti trovano un quarto cadavere, quello di una giovane ragazza, semisepolto in cantina ed è l'elemento più enigmatico della scena in quanto, oltre a non essere identificabile, non presenta nessun tipo di ferita. Difficile stabilire le cause della morte e spetterà al coroner locale Tommy Tilden, coadiuvato dal figlio Austin, cercare di chiarire i motivi del decesso. Il tutto nel laboratorio situato nei locali sotterranei della loro casa, che è anche obitorio, durante la proverbiale notte buia e tempestosa. Inutile dire che i risultati saranno sconcertanti. Giacché il cadavere di Jane Doe (nome usato solitamente nel gergo giuridico statunitense per indicare un uomo, o in questo caso una donna, la cui reale identità è sconosciuta o va mantenuta tale) si offre ai medici, e al pubblico, come un puzzle inquietante, dove ogni particolare costruirà un quadro di solida tensione e di curiosità, in cui fra razionale e irrazionale, tutto sarà messo in discussione.

giovedì 17 maggio 2018

GLOW (1a stagione)

Gli anni Dieci dei Duemila saranno ricordati come l'epoca dei revival e di come l'effetto nostalgia abbia avuto la meglio su ogni tentativo di spingersi al di là dei confini finora conosciuti nel mondo dell'arte. Un discorso che abbraccia a 360° ogni genere, dal cinema alla musica, alla televisione. E così la Netflix pensa bene di coniugare l'effetto nostalgia a doppio strato con una serie originale, da una parte gli anni '80 e dall'altra il wrestling. Il wrestling, che per noi figli degli anni '80 è stato un appuntamento settimanale fisso, scandito inizialmente da quell'inconfondibile voce made in USA con cui Dan Peterson ci ha raccontato, con ugual enfasi, le incredibili mosse di Hulk Hogan o i voli dei giocatori della NBA. E questo imprinting emozionale è rimasto in attesa di riesplodere adesso (in verità il 23 giugno scorso, praticamente un anno fa) con GLOW, una serie appunto originale ma ispirata liberamente alla storia di GLOW, acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, circuito (molto famoso all'epoca, almeno in america) che negli anni '80 metteva sul ring delle donne in uno scenario fino a quel momento ovviamente a vocazione maschile. E così prendendo ispirazione dalla serie originale, la serie Netflix parte dalla sigla GLOW e decide di scrivere una storia nuova, quasi in toto (anche se la serie si svolge comunque in quegli anni, epoca d'oro del wrestling americano rappresentato in primis dalla WWF, odierna WWE), ed altresì decide di presentarci questa nuova serie, appellandosi sia ai tifosi di wrestling sia a coloro che pensano che sia stupido. In tal senso è utile sottolineare che come da tradizione della piattaforma streaming, GLOW si muove sul flebile confine tra comedy e drama. Infatti, la serie si concentra principalmente sul fattore commedia, inserendo situazioni surreali e tragicomiche e dando fin da subito una caratterizzazione ben definita ad ogni personaggio. Persino la meno sfruttata delle protagoniste ha un passato da cui attingere e da poter raccontare. In tutto questo, il fattore drama rappresenta una piccola parte della narrazione ma, ciò nonostante, rappresenta il perno principale attorno al quale tutta la vicenda.

mercoledì 16 maggio 2018

Il bene e il male della guerra (L'amore oltre la guerra, Lettere da Berlino e Agnus Dei)

Nella passata settimana mi è capitato di vedere tre film ambientati più o meno nello stesso periodo, che più o meno trattavano il medesimo tema ed argomento, ovvero la seconda guerra mondiale e le sue derivazioni nel bene e nel male. Perciò ho preso al balzo l'occasione per recensirli insieme, proprio perché queste tre pellicole ci fanno capire e vedere cosa quella maledetta guerra, la più ignobile di tutte, che ha stravolto il mondo e il nostro modo di pensare, abbia lasciato di positivo e negativo, ma anche tanti strascichi e portato a conseguenze inimmaginabili. Soprattutto la seconda opzione (inutile sottolineare chi o cosa), tuttavia prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale la nostra umanità, positiva umanità, orgoglio e dignità sono state conservate da chi non ha perso la speranza e ha lottato per un mondo migliore, il più delle volte riuscendoci, nonostante tutto. Non a caso i film in questione ci svela prima come l'amore può sopravvivere alla guerra, come può essere essa la scintilla, la fievole luce in mezzo alla crudeltà di un mondo in preda all'isteria, poi durante, quando nonostante il potere dominante di un'élite dittatoria e soffocante, due persone coscienziosamente hanno provato a resistere, tramite una resistenza attiva fatta di parole e non di munizioni, e infine dopo, dove in mezzo a qualcosa di indicibile brutalità (colpa della violenza che porta altra violenza) una donna e tante donne di fede, incrollabile fede, hanno avuto il coraggio di fare delle scelte sì estreme, ma di grande valore umano, che hanno rafforzato lo spirito, per quanto possibile, di chi nello scempio ha trovato la luce, la speranza di una visione ottimistica del mondo, un mondo che quando vuole sa essere "umano" e amorevole.

martedì 15 maggio 2018

[Tag] Le cose che mi piacciono

In piena libertà di sgraffignare l'idea che a sua volta Silvia del blog La nostra passione non muore ma cambia colore ha preso in prestito tramite invito da un altro blog, ho deciso di proporvi un originale e interessante Tag. Un Tag, davvero facile da "rifare" (giacché ognuno è libero di "rubare" l'idea e farne ciò che vuole, dato che pure qui non ci saranno "nomination") con cui farmi/farvi conoscere meglio (anche se molte cose ho già detto e avete saputo in altre occasioni). Infatti l'idea alla base di questo Tag è semplice, per ogni lettera dell'alfabeto, elencherò qualcosa che mi piace (cibo, musica, cinema, etc), che mi interessa o che fa parte della mia vita per diversi motivi. Non proprio una cosa semplice in verità, tuttavia cercherò di essere breve.

A - Ananas: Uno dei pochi frutti esotici di cui vado ghiotto.
B - Blu: Il mio colore preferito.
C - Caldo: Mi piace, soprattutto in inverno, stare al caldo.

lunedì 14 maggio 2018

La cura dal benessere (2016)

Difficile esprimere un giudizio sull'ultima opera di Gore Verbinski, il quale gira un film decisamente visionario e criptico, molto ambizioso, con diversi livelli di interpretazione. Fonti d'ispirazione e d'imitazione tantissime, ci sono tracce di Argento, echi di Kubrick e Lynch, qualche richiamo a "Shutter Island" di Scorsese, con momenti di smarrimento paranoico alla Polanski e perfino un finale che fa venire in mente "La maschera di cera". Classificabile come thriller-horror, tra paranormale e psicologico, non a caso quest'impasto di generi diversi inizia come un thriller aziendale, prosegue come un giallo psicologico, per poi diventare sempre più un horror e chiudere come un melodramma gotico, è una storia che si mantiene ad un ritmo sostenuto malgrado la sua lunghezza. Immerso in un clima onirico, il protagonista sembra seguire un percorso altalenante, tra delirio e realtà, tra pazzia e lucidità, tra farneticazione e pericoli reali. Dopotutto ci sono delle invenzioni visive molto suggestive e le atmosfere sono perfettamente allucinanti ed estranianti, insomma sembra di essere in un forte "trip "da acidi. Tuttavia la storia appare disordinata e affollata da troppi elementi eterogenei, che ne rendono poi difficile l'assimilazione e la relativa interpretazione. Tanto che personalmente, non mi ha entusiasmato più di tanto. Questo perché La cura dal benessere (A Cure for Wellness), film del 2016 diretto dal regista statunitense, seppur è un lavoro decisamente interessante, per buona parte avvincente e ricco di interessanti suggestioni ottimamente sfruttate nell'eccellente prima parte, presenta però un certo (netto) calo nella meno efficace seconda quando (e soprattutto nell'ultima mezz'ora di film, in cui tutte le aspettative s'infrangono) i nodi vengono al pettine. La presunta rivelazione finale è infatti ampiamente intuibile dagli elementi sparpagliati nel corso della narrazione che non possono sfuggire all'attenzione dello spettatore più accorto. A tal proposito sembra che il regista abbia provato (non riuscendoci ahimè) a far qualcosa in cui altri ci sono riusciti. Sono difatti moltissimi gli esempi di film costruiti come giochi di prestigio, il cui motore trainante altro non è che il colpo di scena finale, macchine illusorie perfette che depistano e seminano falsi indizi per tutto l'arco della propria narrazione, con l'unico scopo di lasciare di stucco lo spettatore, regalandogli poi la soddisfazione di tornare a casa con in tasca la soluzione del trucco. A questa categoria vorrebbe appartenere anche questo film se non fosse appunto che già nei primissimi minuti viene offerta allo spettatore, in maniera chiara ed evidente, la soluzione all'inganno attorno a cui ruotano le due ore e mezza del film.

venerdì 11 maggio 2018

La canzone del mare (2014)

A metà tra favola e poesia, La canzone del mare (Song of the Sea), film d'animazione del 2014 diretto da Tomm Moore, che già si era cimentato in qualcosa di simile nel suo precedente The Secret of Kells, anch'esso candidato agli Oscar come quest'ultimo come miglior film d'animazione (nel 2010 e nel 2015), ma che tuttavia è ancora inedito in Italia, è un affascinante favola a cartoni animati dalle suggestive atmosfere nordiche, dal disegno stilizzato e un po' rigido che per questo appassiona e cattura grandi e piccini attorno ad una natura selvaggia ed incontaminata di un paradiso naturale da sogno. La canzone del mare infatti, che comunque non è un film come gli altri, non solo per lo stile visivo, ben lontano dall'omogenea grafica 3D a cui ci ha abituato l'animazione degli ultimi anni, coerentemente con la passione del regista per la tradizione, ed intingendo i pennelli nella tradizione folkloristica irlandese, riesce ad animare ambientazioni e creature del folklore celtico come le selkies e i folletti per tratteggiare con ombre di poesia una storia che parla a tutta la famiglia. Questo film poetico e fiabesco difatti, usa la leggenda delle selkie, metà foche e metà donne, per parlare di famiglia, di morte, di lutto e di sentimenti da affrontare con la semplicità tipica dei bambini, ma anche per raccontare il viaggio, anche e soprattutto interiore, che porta i due bambini protagonisti alla ricerca di se stessi e all'ela-borazione catartica appunto del loro terribile lutto. Proprio perché seppur i protagonisti sono bambini, a confronto con l'aridità e l'incapacità degli adulti di comprendere il meraviglioso, i temi del film sono tutt'altro che infantili. Temi importanti, come il valore del sacrificio, veicolati appunto con parole e immagini adatte alla comprensione dei bambini, ma con una chiave di lettura anche per gli adulti. Non per niente Il mito delle selkie è sempre stato usato da generazioni come allegoria del dolore della perdita in mare di una persona cara.

giovedì 10 maggio 2018

X-Files (11a stagione)

Dopo la (solo momentanea) conclusione con la nona annata nel 2002, la serie cult X-Files creata da Chris Carter era tornata nel 2016 con sei nuovi episodi, ora è nuovamente tornata con altri dieci episodi, due stagioni-evento che hanno riportato sul piccolo schermo le avventure degli agenti FBI Fox Mulder (David Duchovny) e Dana Scully (Gillian Anderson). Un ritorno che tuttavia non solo ha messo probabilmente il punto definitivo sulla serie (visto il finale e le notizie non proprio positive sugli ascolti e l'abbandono probabile della Anderson), ma che purtroppo si conclude nuovamente in modo frustrante, danneggiando in parte un'operazione non priva di pregi. Perché se anche nel complesso questa undicesima stagione diverte abbastanza, se questa dovesse essere la stagione finale viene quasi da pensare che si poteva evitare del tutto il revival. Giacché non solo questo nuovo X-Files è certamente qualcosa di molto diverso e, ahimè, inferiore, da quella in onda dal 1993 al 2002, che sostanzialmente aveva rivoluzionato la qualità delle serie tv, ma perché sia due anni fa che ora, una cosa è chiara, e cioè che con due stagioni ridotte come le due del revival di X-Files sarebbe stato difficile riprodurre l'alternanza di storie auto-conclusive e mitologiche che aveva sapientemente caratterizzato la serie di Chris Carter dalla sua prima trasmissione fino all'ultima. Era stato il punto debole della 10a stagione di due anni fa, che aveva visto i suoi momenti migliori nei quattro episodi dal secondo al quinto che separavano le due parti di My Struggle, e si è confermato in misura minore quest'anno. La stagione 11 di X-Files è infatti riuscita a mitigare questo problema, sia grazie ad un numero totale di episodi superiore alla precedente, da sei a dieci, sia per il modo in cui la storyline orizzontale è stata in qualche modo ripresa o citata anche in molti degli episodi standalone che hanno separato le parti tre e quattro di My Struggle, ovvero Memorie dal futuro e Il figlio perduto. Proprio quest'ultima, può rappresentare il vero finale della serie Fox andata in onda dal 29 gennaio al 2 aprile.

mercoledì 9 maggio 2018

The Bye Bye Man (2017)

Non è certamente un buonissimo horror ma neanche sono d'accordo nel cestinare in toto la pellicola, prodotta dal produttore di Oculus e The Strangers, che non fa altro che aggiungere un nuovo Boogeyman (nonostante questa variante sia decisamente migliore di altri) alla sterminata schiera già esistente. Certo, mi aspettavo molto di più da questo nuovo titolo orrorifico, dato che il soggetto per il genere è davvero micidiale, ma The Bye Bye Man, film del 2017 diretto da Stacy Title e basato sul capitolo The Bridge to Body Island del romanzo The President's Vampire di Robert Damon Schneck, anche grazie alle capacità straordinarie dell'attore Doug Jones (famoso per i film di Guillermo del Toro e non solo) e alle "sue" inquietanti fattezze nei panni del nuovo "Babau", riesce comunque a rendersi sufficientemente godibile ed apprezzabile. Perché nonostante l'ambientazione non sia così originale in quanto si tratta di un luogo isolato e per certi aspetti inquietante già per sé, Stacy Title (di cui si ricorda solo Una cena quasi perfetta) da vita a un prodotto degno di nota che sarebbe più giusto definire un horror/thriller di stampo psicologico. Questo perché la presenza che perseguita i tre ragazzi (e non solo) è qualcosa che si avvicina a loro e diventa più pressante nel momento in cui si pensa alla creatura o semplicemente si dice il suo nome (l'aspetto certamente più innovativo ed interessante allo stesso tempo della pellicola). The Bye Bye Man infatti non è il solito film horror in cui c'è un cattivo che uccide, poiché in questo caso il cattivo (un'entità malvagia che si insinua nella testa dei personaggi, provocando in essi allucinazioni e pensieri negativi, e che quindi potrebbe essere sconfitta solo con la forza di volontà) è colui che spinge gli essere umani a uccidere per lui come se fosse un burattinaio che manovra i fili.

martedì 8 maggio 2018

[Games] Deus Ex: Mankind Divided

Dopo l'ottimo Human Revolution (pessimo invece fu il suo spin-off The Fall), era lecito aspettarsi che Eidos Montreal avrebbe innalzato Mankind Divided (sesto ed ultimo forse capitolo della saga Deus Ex), partendo proprio dalle solidissime basi gettate dal suo predecessore (di cui questo è il sequel diretto). E in effetti, non solo tutti gli aspetti migliori della produzione sono ancora lì, ad incastrarsi perfettamente l'uno con l'altro, ma gli spigoli del vecchio capitolo (pochi a dir la verità) sono stati smussati per trarre il meglio da questa prima incarnazione del franchise sull'attuale generazione. Il background, l'aspetto esplorativo e la meravigliosa contestualizzazione delle ambientazioni sono infatti tutti elementi che risultano più che mai efficaci nel trascinarci in un mondo vivo e credibile. Dopotutto i quattro anni intercorsi tra Human Revolution e questo Deus Ex: Mankind Divided hanno permesso ai produttori, di lavorare alacremente di ottimizzazione e rifinitura, presentandoci, a tutti gli effetti, una versione 2.0 di Human Revolution, arricchita e trasportata all'ennesima potenza, riuscendo nell'impresa di regalarci nuovamente una delle esperienze videoludiche migliori degli ultimi anni. Una trama degna di un kolossal hollywoodiano, piena di risvolti umani, sociali e di spunti di riflessione sul mondo in cui viviamo, ci condurrà attraverso le oltre venticinque ore di gioco necessarie per completare debitamente Mankind Divided (che i fan del genere cyberpunk non si saranno fatti certo scappare, anche se ho aspettato di comprare da Steam la versione completa) trama che, unita ad una giocabilità e ad una libertà di azione fuori dal comune, ci consegna un gioco praticamente e graficamente appagante. Tuttavia oltre a una trama davvero accattivante, Deus Ex: Mankind Divided nasconde un gameplay in grado di unire diversi generi in un'avventura più stealth che action. Ma ecco in ogni caso quali sono i punti di forza, e quelli deboli (perché seppur pochi ci sono comunque), della nuova fatica di Square Enix.

lunedì 7 maggio 2018

La grande scommessa (2015)

Non è un film facile e ammetto che mi aspettavo qualcosa di diverso, più simile a Wall Street, tuttavia questo film "sui generis" sorprende per l'originalità e la freschezza nel trattare una materia complessa come quella dell'alta finanza, alla quale il regista riesce a conferire quel "quid" di cinematografico. La pretesa è infatti quella di rendere cinematografica, nonché comprensibile al grande pubblico, una materia complessa come quella dell'alta finanza, e Adam McKay centra (sorprendentemente) il bersaglio. Perché una volta tanto un film, questo, La grande scommessa (The Big Short), film del 2015 diretto dal regista statunitense, basato su una storia drammaticamente reale, come l'esplosione della bolla immobiliare del 2008 (e tratto dal libro di Michael Lewis The Big Short: Il grande scopertoThe Big Short: Inside the Doomsday Machine), permette di capire perché e che fine hanno fatto i soldi dei risparmiatori americani, di chi erano le responsabilità e chi ha preferito far finta di niente, nonostante in parecchi avessero capito su quale china il mercato avesse iniziato a correre. Ma se tutti conoscono l'impatto che ha avuto nel mondo la crisi economica del 2008, altresì forse non tutti sanno che tre gruppi di persone l'avevano ipotizzata e ci avevano pure scommesso. Nel 2005, infatti, l'eccentrico manager di hedge Michael Berry (Christian Bale) scopre che il mercato immobiliare statunitense è estremamente instabile, essendo formato da mutui "subprime" ad alto rischio e fornendo sempre meno ritorni. Secondo lui era possibile ipotizzare il crollo nel secondo trimestre del 2007 e trarne addirittura profitti scommettendo contro il mercato immobiliare stesso con la creazione di "credit default swap". Di questa sua ipotesi ne viene a conoscenza anche l'investitore Jared Vennett (Ryan Gosling), il trader Mark Baum (Steve Carrell) e due giovani avidi investitori, Charlie Geller (John Magaro) e Jamie Shipley (Finn Wittrock), che chiedono aiuto al banchiere Ben Ricket (Brad Pitt), i quali non si lasciano scappare la possibilità di far soldi, tanti soldi.

venerdì 4 maggio 2018

Yattaman: Il film (2009)

Partiamo da un presupposto importante per questa recensione e per questa pellicola facente parte delle mie promesse cinematografiche 2018, ovvero che questa roba assurda non va giudicata come un normale film. Se no, si dice subito che è totalmente improponibile, spesso imbarazzante per le scemenze proposte, malgrado qualche bella situazione umoristica, tanto che a volte viene da dire che il traduttore si è preso delle belle licenze (anche se in verità è uno primi che vedo di questo genere in ambito non occidentale). Giudicandolo invece per la totale pazzia che è, non è poi malvagio, anzi. Bisogna avere in mente i cartoni animati da cui prende ispirazione, che a loro volta erano strampalati assai. Questa pellicola del 2009 infatti, è il live action di uno cartoni (degli anni '80) più folli e bizzarri forse di sempre, cioè Yattaman, uno dei miei cartoni preferiti da bambino, come avrete potuto constatare nella mia Compilation Geek di settimane fa. Non a caso il prologo di questa pazza pellicola è ricco d'azione e d'ironia, risultando, soprattutto grazie alla capacità di rimanere altamente fedele al bizzarro spirito del cartoon, dal quale riprende addirittura i temi musicali, immediatamente accattivante ed infine risultando un prodotto godibile e riuscito. Proprio perché Yattaman (Yatterman nella versione internazionale) è un prodotto di semplice intrattenimento senza doppi fini, senza profondi messaggi, senza eroi oscuri e tetre controparti: puro divertissement d'autore senza pretenziosità e quasi senza passi falsi. In tal senso, dato che si tratta di una produzione che doveva miscelare adeguatamente attori reali e CGI, si è scelto di puntare interamente sull'affetto dei fan verso l'opera, sia in patria (dove ha ottenuto un successo clamoroso) che fuori, e si è deciso di affidare il progetto al regista Takashi Miike (The Call: Non rispondere, la trilogia di Dead or Alive13 Assassini e tanto altro) che nella carriera ha alternato produzioni abbastanza discutibili a film inaspettati e più che piacevoli. Non a caso è uno dei registi più incredibili e visionari (per molti un genio perverso) della scena cinematografica asiatica, più semplicemente la visione spesso estrema del "Tarantino d'Oriente", un regista forse e soprattutto amato per i film ambientati nel mondo della Yakuza che tuttavia si è negli anni dimostrato un regista poliedrico che prendendo spesso spunto per le sue sceneggiature dalla produzione manga e tanto altro, ha saputo abbracciare generi e tematiche disparate riuscendo sempre a prevalere.

giovedì 3 maggio 2018

The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story

L'avrei dovuto probabilmente prevedere o anche sapere che non ci fosse nessun collegamento tra la vittima e il carnefice (al massimo solo nella mente del secondo), che in verità non ci sarebbe stato un "processo" e che di storia da raccontare, quella vera, c'era in verità poca roba (anche perché la serie è "solo" tratta dal libro Vulgar Favors scritto nel 1999 dalla giornalista Maureen Orth e dalle poche informazioni della polizia), ma quando il fatto accadde ero mentalmente troppo piccolo (avevo dodici anni) per capire più in profondità e negli ultimi mesi non ho voluto conoscere, seppur abbastanza ho letto, qualcosa in più. Perché se l'avessi saputo, che The Assassination of Gianni Versace avrebbe raccontato la storia dell'assassino (di cui in verità oggi frega niente a nessuno) e non di quella del morto, molto probabilmente non l'avrei nemmeno vista. Perché lo dico fin da subito che American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace è stata una delusione. Ammetto che sinceramente mi aspettavo un prodotto incentrato sulla figura di Versace e invece proprio perché la narrazione dopo il delitto si è spostata da un'altra parte, nel passato dell'omicida, avvicinandosi ad un dramma psicologico, sono rimasto leggermente scottato. Scottato anche nel constatare che il richiamo mediatico (di stampa e di marketing promozionale), anche perché è la prima volta che una intera serie americana è dedicata a uno dei casi mediatici più famosi della storia italiana, tanto che non stupisce che l'attesa per la serie (andata in onda dal 19 gennaio su FoxCrime), e secondo capitolo dell'antologia di Ryan Murphy "American Crime Story", era alta, fu ed è stato fuorviante. Nonostante il titolo infatti, The Assassination of Gianni Versace non dichiara subito l'intenzione di mostrare il punto di vista dell'assassino e di ricostruire perciò la sua storia (quell'Andrew Cunanan che si è suicidato 8 giorni dopo, senza mai spiegare le sue motivazioni). In tal senso quindi sarebbe stato più onesto chiamarla "L'Assassino di Gianni Versace".

mercoledì 2 maggio 2018

Snowden (2016)

Oliver Stone è un mago dei film di denuncia politici, tratti dalla realtà, è questa pellicola non delude di certo. È più coinvolgente della migliore spy story e per tutto l'arco della sua durata (che pure è notevole) l'unico rischio è dimenticare che si tratta di una storia vera, per di più ancora in corso e non risolta. C'è azione, ritmo, rabbia, polemica e persino sentimento, un uso strepitoso del mezzo, che conferma la bravura del regista. E poi c'è quel voler andare a fondo, quel non arretrare di fronte alle icone del potere, che può piacere o irritare, ma che rimane il marchio di fabbrica del grande regista americano. Inoltre come ogni film d'inchiesta che meriti tale titolo, fa pensare e riflettere e contiene un inno alla libertà ed alla democrazia che, seppure sia un po' retorico, convince, coinvolge ed avvince lo spettatore a sé, riuscendo quasi a commuoverlo. Snowden infatti, film biografico molto interessante del 2016 co-scritto e diretto dal tre volte premio Oscar Oliver Stone (e presentato all'undicesima edizione della Festa del cinema di Roma), delinea, in modo forse non originale ma decisamente accurato e convincente, il ritratto di una delle figure (un personaggio certamente passato in sordina in Italia mentre nel mondo generava un forte scandalo) più controverse del nostro secolo, quella di Edward Snowden, colui che ha violato i sistemi di sicurezza dei principali servizi segreti americani con il solo scopo di proteggere la privacy delle persone, spinto dai principi in cui crede fermamente. Il suo atto difatti ha comportato forti polemiche tra chi lo reputa un eroe o un traditore, il film sembra protendere più per l'eroe, d'altronde, si dice nel film, anche i nazisti processati a Norimberga obbedivano a degli ordini, il mio pensiero e giudizio anche. Poiché il film fa capire fino in fondo e in modo comprensibile e diligente il perché delle azioni che ha deciso di intraprendere, al termine di una lunga e dolorosa battaglia personale in nome dei propri principi morali. Il film quindi ricostruisce la suddetta vicenda, una vicenda in verità su cui ancora non tutto si sa con certezza assoluta, viste le tante carte ancora in gioco.

lunedì 30 aprile 2018

Gli altri film del mese (Aprile 2018)

Solo un mese fa era la settimana di Pasqua, ora siamo più vicini all'estate che a primavera inoltrata, giorni (tanti) son passati senza tuttavia riscontrare nessuna novità, a parte una che forse potrete vedere presto sul blog. Infatti, dopo il mio "appello" (come potete constatare dal post di Erica de Il Bollalmanacco di Cinema in cui illustrava il "progetto") il team di isnotTV (una community internazionale che ha messo a disposizione gratuitamente un widget rivolto agli appassionati di cinema e non) mi ha contattato. E così spero prossimamente e quando avrò capito il suo corretto utilizzo di poter usufruire (nelle recensioni singole) di questo interessante "specchietto". Nel frattempo che ciò avvenga, eccomi nuovamente oggi per farvi conoscere gli altri film che ho visto in questo mese, anche se in verità ho visto anche altro, e poiché adesso lo spazio e il tempo c'è, ecco cosa, anzi, quali documentari e spettacoli ho visto grazie all'interessante (alquanto spesso) canale tematico Sky Arte di Sky. Partendo dalla serie di documentari Soundtracks: Canzoni che hanno fatto storia, una coinvolgente serie che ci permetterà (perché le puntate, 8, non sono ancora finite, anche se in verità ne ho vista solo una e non ho ancora deciso se vederle tutte) di rivivere la storia delle canzoni (indimenticabili che hanno fatto da sfondo a cambiamenti storici, sociali, culturali e politici) che hanno segnato appunto la storia della nostra civiltà. Di queste molto interessante è quella della musica che ha accompagnato gli anni della costruzione e dell'abbattimento del muro di Berlino, in cui David Bowie e incredibilmente David Hasselhoff (e tanti altri artisti) ha dato una grossa mano. Di ben altra natura (almeno parzialmente) invece il concerto evento intitolato 2 Cellos: Soundtrack, in cui nella cornice della Sydney Opera House si vede, anzi si ascolta, il duo dei 2 Cellos (di cui ne ho parlato già benissimo tempo fa, qui) in una performance indimenticabile, dove i due noti violoncellisti omaggiano il cinema eseguendo le colonne sonore dei film più celebri di sempre. Qualcosa di veramente eccezionale, come alquanto bello (interessante ed appassionante) è altresì Stanlio & Ollio: L'arte di far ridere, un'esclusivo documentario che ripercorre la vita dei mitici Stanlio e Ollio, tramite filmati tratti dai loro film più celebri, video inediti, immagini d'archivio e interviste a chi ha conosciuto da vicino il duo comico più famoso del mondo. Insomma, davvero niente male, come non malaccio sono i film qui di seguito.

venerdì 27 aprile 2018

It: Capitolo Uno (2017)

Sono una di quelle persone rimaste traumatizzate per anni solo per aver visto alcuni pezzi del film TV del '90 per poi scoprire, rivedendolo, che era davvero poca cosa dal punto di vista della paura. Da questa specie di remake mi aspettavo perciò un film terrorizzante, e così è (in parte) stato. Lo si capisce bene fin dalla prima terrificante sequenza (addirittura forse fin troppo esagerata di questo cambio d'abito), dove lo spettatore comprende immediatamente che bisogna dimenticarsi della pungente ironia nera del capitolo originale e addentrarsi in qualcosa di più profondo e inquietante, qualcosa di senza dubbio riuscito. Certo, forse resterà (e qualcuno sarà rimasto) deluso chi si aspettava un horror nel vero senso della parola, perché questo film è soprattutto un'avventura, l'avventura di un gruppo di ragazzini che amano stare insieme, che insieme affrontano le loro paure più grandi e, sempre insieme, crescono. Una storia di formazione puntellata da palloncini rossi e da qualche spavento. Non a caso il romanzo It, uno dei libri più spaventosi di Stephen King (e molto più che una storia horror), che tuttavia non ho mai letto (e in questo caso difficile è capire se la storia che viene qui raccontata è coerente e fedele o no ai libri) è un racconto di crescita e formazione in cui l'horror serve "solo" a raccontare paure e disillusioni di un importante periodo della vita, quello a metà tra l'infanzia e l'età adulta. Ed It (vero nome Pennywise), mostro terribile dalle fattezze innocenti che si ciba di terrore, rappresenta simbolicamente il trauma di questo delicato passaggio. In tal senso l'obiettivo principale del film It, conosciuto anche come It: Capitolo Uno (It: Chapter One), film del 2017 diretto da Andrés Muschietti, per regista e sceneggiatori, era soprattutto restituire questo tema. E per fare ciò hanno pensato bene e giustamente di dedicare questo primo capitolo esclusivamente alle vicende vissute dai protagonisti da bambini, per poter meglio raccontare le loro storie personali e l'amicizia che li lega.

giovedì 26 aprile 2018

I peggiori film del mese (Aprile 2018)

Dopo svariati mesi a vedere film mediocri su film mediocri, finalmente il mio lavoro di "selezione", avviato tempo fa, sta dando i suoi frutti, tanto che questo mese sono state solo 6 le pellicole che non mi sono piaciute, ed anzi, potevano essere anche meno se 2 di questi avessero fino in fondo chiuso il loro percorso narrativo in modo più convincente. Tuttavia questo numero più basso, di questo classico post mensile, fa ben sperare e acuisce in parte lo scotto per questi comunque deludenti film che ho visto in questo primo primaverile mese, che in ogni caso non ha riservato alcuna sorpresa, anche perché tutto è rimasto invariato nelle difficoltà burocratiche riguardanti l'INPS (di mio padre), che ancora non hanno risolto la situazione. Non resta quindi che aspettare, anche se è da almeno sei mesi che continua questo tira e molla. Nel frattempo però ecco le difficoltà che ho sopportato vedendo i peggiori film del mese.

Hemingway & Gellhorn (Drammatico, Usa 2012): I film biografici sono per loro natura difficili e spesso non riescono efficacemente e/o descrivere obbiettivamente personaggi realmente esistititi, o perché in qualche modo faziosi o semplicemente perché gli autori non sono in possesso, delle necessarie informazioni per confezionarli verosimilmente o anche perché piegati dall'esigenza di copione, ai fini di una migliore resa scenica. E' questo il caso di questo biopic per la televisione della HBO, un film sicuramente interessante e coinvolgente, anche perché si racconta di due personaggi molto importanti, il famoso scrittore Ernest Hemingway e una dei più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo, ovvero Martha Gellhorn (e della loro quindi storia burrascosa a cavallo della seconda guerra mondiale e nata sullo sfondo della guerra civile spagnola), ma che annoia (ben 150 minuti di visione), non convince e sembra non avere una direzione precisa. Il fulcro della pellicola dovrebbe essere infatti la storia d'amore dei due, ma non si capisce bene alla fine cosa il regista voglia trasmettere, se proprio l'amore (la passione), o l'avventura delle loro vite, i frequenti cambi di ambientazione, o altro. Non riesce a trasmettere (nonostante il gran materiale a disposizione) nulla su nessun fronte. Neanche sul piano della imperterrita guerra. Hemingway & Gellhorn difatti è stato studiato e realizzato per poter ricreare i conflitti più diversi in ogni angolo del globo, nonostante un budget piuttosto limitato. Ed è possibile notare che dal punto di vista prettamente visivo, vengono impiegati alcuni filmati d'archivio che si intrecciano con la narrazione, il cui effetto a volte tende al surreale. Non convince assolutamente infatti guardare i due protagonisti avvolti in immagini di found-footage. Il film passa da immagini color seppia a colori vividi, come se cambiasse tono e stile trasferendosi naturalmente dal reale all'artificiale, dalla verità alla narrazione. Una pecca visiva non indifferente che dilapida quel poco di buono che resta. Che in verità è poco, perché la pellicola, mi è sembrata un tantino sopravvalutata, in considerazione dei numerosi premi che ha rastrellato, forse non del tutto meritati (nominato a 14 Emmy Awards e vincitore di due di essi), inoltre la sceneggiatura mostra numerose falle, e infine il racconto è molto discontinuo e nel complesso non è un lavoro memorabile. Giacché la regia (non proprio dilettantesca trattandosi di Philip Kaufman) latita parecchio, il modo di raccontare le vicende è spesso un po' troppo caotico e talvolta stereotipato, le personalità degli scrittori/giornalisti non viene debitamente approfondita (non a caso le figure di entrambi escono molto penalizzati da una caratterizzazione mediocre), le ambientazioni in certi momenti sembrano sbrigative e grossolane, così come i loro repentini cambi e nemmeno tanto credibili sono i protagonisti. Nicole Kidman (stranamente libidinosa e abbastanza anonima) è forse un po' troppo "bella" per questa parte, e Clive Owen (decisamente sopra le righe spesso) mi è parso meno di spessore e autorevole di quanto ci si aspetterebbe da Hemingway (uno dei pochi scrittori che conosco avendo letto e visto Il vecchio e il mare). Insomma un film con luci e più ombre, tanto che risulta alla fine non sufficiente. Voto: 5

martedì 24 aprile 2018

Le mie canzoni straniere preferite (Marzo/Aprile 2018)

Come avevo anticipato settimana scorsa in cui ho dato il mio giudizio su Sanremo e aver postato le canzoni italiane del momento mie preferite, qui, eccomi tornato oggi per farvi sentire e ascoltare le mie canzoni straniere preferite di questi ultimi due mesi. Tante canzoni anche questa volta di artisti emergenti e di tanti altri che si affacciano per la prima volta, almeno nella mia personale sfera musicale, nel mondo globale discografico. Tuttavia prima di cominciare, anche in questo caso una piccola critica va a molti cantanti che troppo spesso compongono canzoni per tanti film, che avessero però la cortezza di scegliere pellicole migliori, perché va bene Kendrik Lamar con addirittura due canzoni nella colonna sonora per Black Panther (che non ho comunque visto), ovvero All the Stars e Pray for me, entrambe davvero belle, ma Rita Ora perché renderti partecipe, soprattutto musicalmente e anche nell'ultimo capitolo, della saga più ridicola di tutti? Infatti è un peccato che una canzone bella come For You, sia stata così "imprudentemente" usata per 50 sfumature di rosso, che pur non avendo visto so già che mi farà un po' ribrezzo. Tuttavia è solo una parte di un mondo musicale non italiano che ha comunque fornito interessanti novità, quali? eccoli qui di seguito, nella seconda parte del classico bimensile post musicale. Inoltre come in occasione della scorsa settimana ripropongo l'esperimento dell'intera playlist (17 canzoni) su Youtube, qui.