mercoledì 18 ottobre 2017

Riviera (1a stagione)

Più soap che crime, Riviera, una delle ultime serie proposte da Sky Atlantic (in onda dall'11 luglio in Italia), creata dal regista e sceneggiatore premio Oscar Neil Jordan (Intervista col vampiro, La moglie del soldato) insieme allo sceneggiatore e scrittore John Banville, nata da un'idea dello storico manager degli U2 Paul McGuinnes, pur presentandosi benissimo (come un'intrigante spy thriller), alla fine è eccessivamente serioso, molto spesso inverosimile, e non ce la fa a lasciare il segno. Riviera infatti, assomigliando a una cornice molto costosa ma piazzata su un dipinto fatto con le dita, manca decisamente di spessore. Ed è un peccato perché nonostante l'enorme budget, che la rende una serie progettata per attirare il grande pubblico, e nonostante il gran cast internazionale, guidato da Julia Stiles (Save the last dance, la saga di Jason Bourne, Il lato positivo), Lena Olin (Remember me, Chocolat), Iwan Rheon (l'odiatissimo Ramsay Bolton de Il Trono di Spade, Misfits), Adrian Lester (Jimi: All Is by My Side e Hustle) ed Anthony LaPaglia (A good marriage), completato dall'attore egiziano Amr Waked (Lucy e Il pescatore di sogni) e Phil Davis (Whitechapel, Poldark), a cui si aggiungono le splendide vedute della Costa Azzurra, macchine sportive, yacht e opere d'arte da milioni di dollari, per alcune evidenti lacune o problemi, quasi poco o niente ha fino in fondo convinto. Si ha l'impressione infatti che dietro la patina dorata del glamour, delle auto da capogiro, degli elicotteri, delle ville che trasudano un lusso sfrenato, alla fin fine resti ben poca sostanza, anche se in questo torbido mondo dei ricchissimi (come già visto in altre serie simili, Billions per esempio, ma più deciso), è sempre bello sguazzare. Purtroppo come detto il risultato è confuso, privo di umorismo e (salvo una manciata di momenti interessanti) noiosamente generico.

martedì 17 ottobre 2017

Arrival (2016)

Anche se non è più una novità, il regista dell'appassionante e convincente Prisoners, dello spiazzante Enemy e dell'avvincente SicarioDenis Villeneuve (uno dei migliori registi del panorama mondiale contemporaneo), colpisce ancora (e non è detto che non farà altrettanto con Blade Runner 2049). Con Arrival infatti, film del 2016 diretto dal regista canadese, egli si conferma, portando sui grandi schermi di tutto il mondo una pellicola di fantascienza atipica ma efficace (con un'evoluzione strana, ma d'effetto), anche a questo giro. Dato che questo film propone sì una storia di primo contatto con un popolo extraterrestre, ma esso si evolverà in una maniera alquanto insolita eppure convincente. Il regista infatti, ispirandosi ad un racconto dell'americano Ted Chiang (coetaneo del regista), racconta ben più di una storia di invasione aliena della Terra. Giacché Arrival non è il classico prodotto fantascientifico americano pieno di battaglie, esplosioni e astronavi che viaggiano alla velocità della luce (seppur spettacolare il film lo è ugualmente), Arrival è un film sul linguaggio, sulla comunicazione, sulla diversità, sulla fiducia e la comprensione fra popoli e razze differenti, un titolo molto intelligente che onora il genere e lo fa sfruttandolo per trasmettere un messaggio di grande spessore. Il film difatti, che parla dell'arrivo degli alieni senza scene pirotecniche e senza americanismi conditi da effetti speciali a raffica e dati senza sosta, che cerca di esplorare la tematica (del confronto tra razze) mettendoci un pizzico di sentimentalismo e profondità emotiva, anche rischiando di diventare in alcuni punti un po' autoreferenziale e poco scorrevole nel ritmo, infastidendo chi da un film di fantascienza vuole qualcos'altro di meno psicologico e riflessivo, è un bell'esempio di fantascienza che sa unire spettacolarità e tensione a un contenuto non banale, che mescola linguistica, matematica, politica e fisica, nel raccontare una storia che parla di comprensione e accoglienza dell'altro, ma anche del modo in cui la lingua plasma il pensiero (e viceversa) e del nostro modo di concepire il tempo.

lunedì 16 ottobre 2017

Blogger Recognition Award

Nella blogosfera di certo non mancano i premi o riconoscimenti da assegnare ai tanti nuovi e vecchi blogger che vagano incessantemente in questo intricato mondo, ora dopo il Liebster Award 2017 eccone un altro graditissimo, il Blogger Recognition Award che, come il precedente è un riconoscimento assegnato ai blogger da altri blogger, ma che non prevede limiti di follower. Identico è quasi invece lo scopo, quello di far conoscere ai propri lettori altri blog interessanti e creare un collegamento tra loro, oltre in più a raccontare la nascita del proprio blog e dare consigli a nuovi blogger. Ebbene a questo giro sono stati quattro (a dir il vero tre moschettieri e D'Artagnan dell'Isola del Gran Sasso che ha lasciato a tutti la possibilità di prenderne il testimone) gli amici che mi hanno insignito di questo premio. Premio che come ogni progetto che prevede un riconoscimento ha le sue regole:

1.Ringraziare il blogger da cui si è stati nominati e linkare il suo blog
2.Raccontare la nascita del proprio blog
3.Dare qualche nuovo consiglio ai nuovi blogger emergenti
4.Commentare il blog di chi ti ha nominato linkando il tuo articolo di ringraziamento
5.Nominare a tua volta quindici (15) blogger che ritieni meritevoli

E quindi senza ulteriori indugi si parte!

RINGRAZIAMENTI: In ordine di tempo devo prima di tutto ringraziare Vanessa di questo premio, perché è sempre un piacere riceverli e darli questi riconoscimenti, lei che con il suo blog Gattara Cinefila in due anni ha raggiunto meritatamente importanti traguardi, sempre gentile, cortese e tanto simpatica. Poi ringrazio anche Marco Contin de La Stanza di Gordie, un appassionato di cinema sempre ben educato e bravo nelle sue interessanti recensioni, e quel gran simpaticone di Cassidy de La Bara Volante, sempre eccellente nei suoi mirabolanti post. Infine devo anche ringraziare il mitico Miki Moz del Moz O'Clock, un personaggio esuberante da cui c'è sempre da imparare e grande fonte d'ispirazione.

venerdì 13 ottobre 2017

Doctor Strange (2016)

Quattordicesimo titolo di quello che ormai viene chiamato "L'universo cinematico Marvel", Doctor Strange, film del 2016 diretto da Scott Derrickson, è fin dal titolo, una delle mosse più azzardate della casa di produzione, forse persino più di Ant-Man. Al pari de I guardiani della galassia, il personaggio in questione è fra i meno conosciuti dal pubblico al di fuori della cerchia ristretta dei cultori dei fumetti Marvel (io infatti non conoscevo affatto), ed è, tra l'altro (da quello che prima ho percepito e poi visto), uno dei più bizzarri ed eccentrici, ma quasi sicuramente uno dei personaggi più affascinanti usciti dalle menti e dagli inchiostri di Steve Ditko e Stan Lee. Una origin story su queste basi quindi non era solo difficile da realizzare, ma per di più il risultato finale poteva rivelarsi di un kitsch estremo. Oltreché precipitare nel ridicolo, con il suo carico di misticismo New Age e orientalizzante. Invece, per fortuna, il regista e la sua squadra sono riusciti a contenere al minimo indispensabile le sferzate "mistiche", concentrandosi più sull'azione e sullo stupire lo spettatore, e, soprattutto, non trascurando la componente dell'autoironia, che in più occasioni salva il film dal cadere nel già menzionato ridicolo involontario. D'altronde in Doctor Strange, che ci mostra qualcosa di innovativo ed incredibilmente originale, come mai si era visto prima nei vari film, lo spettacolo straordinario e l'azione non mancano affatto, anche se per questo viene fuori il vero tallone d'Achille, la sceneggiatura, che produce un film che non sembra saper bene dove voler andare a parare, e spesso procede per semplice accumulazione, di effetti speciali, di combattimenti, di allenamenti, di scenette comico-ironiche, di lunghi e stanchi monologhi sul tema stantio dei supposti limiti della scienza che impedirebbero di vedere "oltre". E tuttavia il film, che certamente non brilla per acume o intelligenza data l'indubbia semplicità e superficialità della storia, girando su binari già percorsi, con cliché ed altro, riesce efficacemente ad andare avanti senza fermarsi. Anche perché, anche se questo non è difatti un film eccezionale, è però singolare, atipico, piacevole da seguire e vedere, e non è poco.

giovedì 12 ottobre 2017

[Games] The Crew, RAGE, Dishonored e Beyond Good & Evil

Dopo aver finalmente trovato la via giusta per la pubblicazione dei post e quindi aver finalmente trovato più tempo a disposizione per giocare, anche quest'estate la mia passione per i videogiochi (e d'ora sempre così sarà) è tornata in gran fermento. Ho infatti giocato spesso, anche durante le vacanze e le due pause forzate (per colpa dell'interruzione della linea internet e telefonica), senza mai stancarmi. E così come fu a maggio scorso (qui) sono stati ben 4 i titoli a cui ho giocato, soprattutto da Ubisoft e Steam, da Origin ultimamente non ho comprato niente. Giochi di cui ovviamente ora farò una piccola recensione, anche se prima di fare ciò, ecco le mie impressioni sui giochi gratuiti ricevuti dalle piattaforme di gioco e quelli ad accesso limitato e a tempo (anche in questo caso 4 titoli). A partire da Steep, il videogioco sportivo della Ubisoft sugli sport estremi sulle montagne e la neve, un gioco certamente originale, affascinante e di sicuro d'impatto, peccato che da non amante di questi tipi di giochi e per colpa della discreta difficoltà di gioco (data dai controlli complicati), è stata solo un perdita di tempo (e quindi lo consiglio solo per chi ama gli sport estremi). Come anche per Trials Fusion, un simulatore di guida motociclistica, sempre della Ubisoft, visivamente spettacolare ma poco duttile, poiché la piattaforma a 2D personalmente non convince e perché di fare acrobazie proprio non mi è mai piaciuto, per cui evitabile anche questo (consigliabile solo a chi piace il genere). Discorso diverso invece per Tom Clancy's The Division che (seppur uguale è lo sviluppatore) in stile Call of Duty, convince, coinvolge e appassiona, tanto che mi ha convinto a metterlo in lista per un eventuale acquisto. Non solo perché amo i giochi action e di guerra (i cosidetti RPG), ma perché questo survival game è davvero fatto bene, con una storia alquanto interessante. Gratuito (interamente o quasi) mi è stato infine regalato da Steam, il FPS cooperativo Payday 2. Ma è stato una vera delusione, giacché nonostante ho trovato intrigante e avvincente la possibilità di entrate in una banda di criminali per commettere furti e rapine, e nonostante il genere a favore, per colpa di alcune (forse mie) difficoltà, di alcuni bug e di una sistema e gioco troppo incentrato sul multiplayer, niente mi è piaciuto (consigliato perciò ai fan della saga). Bene, ora ecco finalmente le recensioni che stavate (pochissimi lo so..) aspettando.

mercoledì 11 ottobre 2017

Indivisibili (2016)

Calato in un contesto di squallore (quello della Campania del malaffare, sordida e disperata, volgare e trash) che ben si sposa con la vicenda, che segue la storia di due gemelle siamesi (senza organi in comune), sfruttate dalla loro squattrinata famiglia (padre, madre e zii) che le "usa" per esibizioni e cerimonie religiose, anche se loro vorrebbero una vita normale, Indivisibili, drammatico film italiano del 2016 di Edoardo De Angelis, grazie appunto al racconto della loro passione e desiderio di libertà, che commuove ed esalta, e del loro slancio di fuga dalla ribalta, verso la normalità, che ci impone rispetto insegnandoci la dignità, riesce a fare breccia. Dopo Jeeg Robot infatti, il cinema italiano sforna un altro piccolo gioiello, anche se da non dimenticare tra i film italiani visti quest'anno il riuscitissimo Perfetti Sconosciuti e il comunque discreto La Pazza Gioia, seppur personalmente non mi ha convinto. Quello che convince è il regista, che al terzo lungometraggio si conferma (dopo il discreto debutto di Mozzarella Story e la buona opera seconda Perez) come uno dei registi più interessanti del panorama nazionale. Giacché Indivisibili con la forza del desiderio di libertà delle due ragazze, in cui famiglia e religione non offrono alcun conforto, ma anzi sono parte integrante di una gabbia a cielo aperto, rappresenta il film più compiuto di questo regista, capace di dare sostanza ai personaggi facendoli interagire in simbiosi con il contesto, anche se qui nonostante la ulteriore capacità di centrare storie ambientazioni, calca nuovamente un po' troppo su toni e situazioni (un po' più di controllo esalterebbe maggiormente le vicende raccontate, e qualche grevità in meno non guasterebbe). Indivisibili però e fortunatamente è una storia più forte e ricca di spunti e simboli, l'immagine delle due sorelle siamesi (le classiche galline dalle uova d'oro per un padre sfruttatore) che caratterizza tutto il film è visivamente potente e umanamente toccante. E quando un medico introduce il dubbio nelle due ragazze (soprattutto in una delle due, più coraggiosa e ribelle), il film fa esplodere nella storia la voglia di fuga da quel mondo asfittico e mefitico delle due protagoniste, interpretate in maniera eccezionale dalle giovani esordienti Angela e Marianna Fontana, due interpreti sorprendenti e indimenticabili.

martedì 10 ottobre 2017

Il Trono di Spade (7a stagione)

C'è chi ha amato la settima stagione, conclusasi appena un mesetto fa, e chi invece l'ha odiata. E chi ancora non sa che cosa dire e pensare. Ebbene, personalmente un cambio di rotta doveva esserci (come avevo sperato al tempo della sesta stagione, qui) e c'è stato, ma è stato decisamente troppo repentino, anche se resta pur sempre ammaliante come prodotto. Anche perché ogni puntata racchiude in sé grandi momenti di televisione, difficili (se non impossibili) da trovare altrove, e al netto di tutti i difetti è pur sempre intrattenimento d'altissima qualità (a partire dalla sempre fantastica sigla, alla colonna sonora e le sontuose ambientazioni). Nella settima stagione de Il trono di Spade infatti, soprattutto le sequenze di azione e battaglia hanno tenuto lo spettatore incollato dal primo fino all'ultimo episodio, in un continuo crescendo di tensione e azioni. Ma queste nuove puntate, diverse dalle precedenti per stile, velocità (con buchi temporali perdonati solo per l'epicità delle sequenze) e numero di avvenimenti che accadono in ogni puntata, non hanno del tutto convinto. Che la serie tv sarebbe cambiata (perché per forza di cose doveva farlo dopo averla tirata un po' per le lunghe), e anche di molto, non era un segreto per nessuno. Ma forse nessuno si aspettava che avvenisse così velocemente, che procedesse lineare e senza grandi intoppi (difatti non ci sono stati più i colpi di scena cocenti delle ultime sei stagioni, i personaggi sono diventati più prevedibili e i tempi narrativi, si sono ridotti) e che si chiudesse come era prevedibile sin dall'inizio, anche se era quello che si prospettava.

lunedì 9 ottobre 2017

Captain Fantastic (2016)

Captain Fantastic, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2016, vincitore all'undicesima edizione della Festa del cinema di Roma e vincitore del premio alla miglior regia al Festival di Cannes 2016 (proiettato nella sezione Un Certain Regard), è un'avventura emozionante e divertente (del 2016 scritta e diretta da Matt Ross) che vede protagonista un padre fuori dagli schemi ed i suoi sei figli. Dopotutto questa è essenzialmente una commedia, che, strizzando l'occhio al genere indie, e al contempo, e soprattutto, ad una cultura hippie, mai eradicata dallo stereotipo anticonformista statunitense, tratta temi alquanto delicati e riflessivi, come quello dell'adolescenza, e di conseguenza dell'educazione, passando per borghesia e proletariato, nonché per l'economia di mercato, col suo fervente e dissonante capitalismo. Infatti la pellicola racconta di Ben (Viggo Mortensen), un padre decisamente sui generis e sopra le righe, che ha deciso assieme alla moglie Leslie di crescere i figli lontano dalla moderna civiltà consumista, nei meravigliosi boschi del Nord America. I ragazzi seguono una rigida disciplina basata sostanzialmente sulla filosofia della mens sana in corpore sano, questi sono, difatti, quotidianamente impegnanti in duri allenamenti atti a temprare ed irrobustire il loro fisico e vengono inoltre sottoposti ad una impegnativa istruzione che spazia dai testi di filosofia e di politica, a quelli di letteratura, di scienze e via dicendo. In questo modo tanto i più grandi quanto i più piccoli saranno, secondo Ben, perfettamente in grado di difendersi e di procurarsi del cibo da soli nonché di sostenere una discussione su qualsiasi argomento in maniera esaustiva e di avere una propria opinione critica negli ambiti più disparati. Questa vita apparentemente arcadica e paradisiaca però viene interrotta quando arriva la notizia che la madre dei ragazzi si è suicidata in ospedale. A quel punto, nonostante il suocero (Frank Langella) minacci di fa arrestare il padre se oserà farsi vedere al funerale, la tribù sale un vecchio scuolabus dipinto di blu e si mette in viaggio per il caldo del Nuovo Messico. Ma sarà solo l'inizio di un viaggio che porterà la famiglia a confrontarsi non solo con la società moderna ma con le loro idee e modi alquanto poco convenzionali e forse inadatti nel mondo reale.

venerdì 6 ottobre 2017

Very Pop Blog - I miei anni '90

Ed eccomi nuovamente a ricordare bellissimi momenti passati, come fu 6 mesi fa con il Tag relativo agli anni '80, ora grazie a Mikimoz e alla nomination ricevuta dall'autore del blog La stanza di Gordie (che ovviamente ringrazio, anche se avevo già in mente di fare questo post), oggi mi ritrovo a viaggiare negli altrettanti mitici anni '90, anche perché sono stati per me anni importanti (essendo nato nel 1985), dopotutto erano e sono stati gli anni della mia crescita ed adolescenza, che seppur vissuta diversamente da tutti, ha regalato momenti intensi e indimenticabili, momenti che hanno segnato il mio percorso personale, in positivo e in negativo. Giacché molte delle mie attuali passioni sono maturate proprio in quegli anni, come adesso vedrete, prima però, ecco le regole da seguire:

1. Elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni '90, in base ai vari macro-argomenti forniti (nota: parlare del vissuto dell'epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi! Chi non era ancora nato può parlare invece per esperienze indirette)
2. Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento QUI 
3. Taggare altri cinque blogger avvisandoli
I MIEI ANNI '90

MUSICA: come detto nel precedente post, solo ad inizio anni '90 ho scoperto la vera musica anni '80, e quindi oltre agli immancabili Queen, ecco che finalmente scopro tanti altri grandi artisti, Michael Jackson in primis e poi Madonna, i R.E.M., The Cranberries e Aerosmith tra gli altri. Ma è soprattutto con la musica italiana che si crea il feeling maggiore, anche perché in quel periodo faccio la conoscenza di un gruppo che mai smetterò di amare, parlo ovviamente degli 883, però non dimentico Raf, Vasco Rossi, Articolo 31, Gigi D'Agostino, Jovanotti ed Alexia.

CINEMA: Non ho visto tanti film al cinema in quel periodo (anche perché ero giovanissimo ed economicamente bisognava risparmiare), al massimo quando andavo con la scuola, anche se soprattutto due film ricordo benissimo, soprattutto per i ricordi legati ad essi, il primo è con mio padre a vedere La vita è bella e il secondo con mio fratello per vedere Entrapment.

FILM: Ecco, questo è un altro discorso, perché grazie alle vhs ho potuto vedere tantissimi film, oltre a quelli che passavano in tv, tra cui il mio primo horror, che mi procurò tanti incubi, ovvero IT. Ma tramite noleggi vari vidi Jurassic Park, Forrest Gump, Stargate e Ghostbusters, senza dimenticare che Le mie personali Top Ten cinematografiche si formano in particolare proprio in questi anni.

giovedì 5 ottobre 2017

Escobar (2014)

Nick, giovane surfista, raggiunge il fratello in Colombia, pensando di aver trovato finalmente il paradiso. L'incontro con Maria, una bellissima ragazza del posto, segna però l'inizio di un amore che cambierà presto il resto dell'esistenza di Nick. Nel momento in cui tutto sembra perfetto infatti, Maria decide di presentare a Nick suo zio: Pablo Escobar, il capo del cartello della droga colombiano di Medellin, che inevitabilmente lo coinvolgerà nelle sue losche attività. Queste le premesse che ci introducono all'opera prima di Andrea Di Stefano, al suo debutto internazionale come regista e sceneggiatore. Un'opera, un film, Escobar (Escobar: Paradise Lost), del 2014 scritto e diretto dal regista italo-americano, indubbiamente riuscito e discreto seppur non memorabile, che però ancora una volta ci consegna una robusta e magnetica interpretazione di un sempre più affermato Benicio Del Toro, qui calatissimo nella parte di Pablo Escobar, di cui riesce perfettamente a far esaltare luci e ombre, debolezze e manie, regalandoci un affresco impeccabile di uno dei più noti e controversi criminali dei nostri tempi, e lasciando come attore la sua impronta distintiva. Il ruolo di Escobar, infatti, sembra naturalmente pensato per essere indossato da un fenomenale Benicio, che ancora una volta ruba la scena al vero e proprio protagonista, Nico (interpretato da Josh Hutcherson), diventando il centro gravitazionale del film. Inquietante ma affascinante al tempo stesso, la figura di El Patron assume nuove dimensioni, e ci viene presentata in tutte le sue forme più umane e spietate al tempo stesso, prima un uomo e padre modello, un punto di riferimento per il popolo colombiano, un uomo devoto alla famiglia e alla religione ma anche uno spietato assassino che ordina le stragi persino dei suoi collaboratori più fidati, e un narcotrafficante tra i più pericolosi e ricercati al mondo.

mercoledì 4 ottobre 2017

Black Mirror (3a stagione)

Ho aspettato forse troppo a vedere la terza stagione di Black Mirror, la serie antologica che ho adorato nelle precedenti due incarnazioni e che Netflix ha preso in mano producendo ben sei nuovi episodi, ma l'attesa è stata ripagata. Perché la serie tv britannica sulla distopia tecnologica creata da Charlie Brooker, ha nuovamente fatto centro, inquietando, divertendo e facendo riflettere, anche meglio e più che nelle precedenti stagioni. La serie infatti ci costringe a fare i conti con la nostra realtà, un vero e proprio pugno nello stomaco che ti lascia al tappeto. Sedersi davanti ad una puntata di Black Mirror difatti, assicura allo spettatore, dalla prima ignaro e poi avvezzo, che dopo un'ora di visione, prima di alzarsi, dovrà spendere 10 minuti buoni a riprendere fiato e raccogliere l'ammasso di budella che gli si sono lentamente colate ai piedi per la tragicità degli eventi che hanno travolto i caratteri in scena. Giacché anche Black Mirror 3 si preoccupa di mostrare l'ignoranza, la pericolosità e l'importanza dell'essere umano di fronte a quelli che sono i nuovi mezzi tecnologici. Un essere umano vulnerabile, apparentemente innocente, ma che al suo interno può celare i misteri più oscuri. Dopotutto la serie non si pone mai in maniera critica nei confronti della tecnologia in sé, ma piuttosto ci mostra come un singolo individuo possa abusare di tali strumenti o trovarsi completamente soggiogato ad essi. Fin dalla sua prima puntata (e via via tutte le altre comprese queste sei) è risultato chiaro difatti come l'intento autoriale fosse quello di esplorare il rapporto tra uomo e tecnologia. Ognuna delle puntate infatti analizza e sviscera una tecnologia (in un paio di occasioni estremamente velata) che nella contemporaneità tutti possiamo concepire o, quantomeno, comprendere. Puntate, sei episodi stand-alone (tutte auto-conclusive e totalmente sconnesse tra loro come format ormai consolidato) di circa un'ora (con eccezione dell'ultimo episodio che è praticamente un film di 90 minuti) che ci raccontano appunto sei diverse vite, sei diversi mondi soggiogati dall'abuso della tecnologia. Sei episodi così incredibili, originali e spiazzanti, su ognuno dei quali, credetemi, si potrebbe parlare per decine di articoli (soprattutto uno), ma mi limiterò a dei soli giudizi tecnici e personali, anche se molto comunque c'è da dire e dirò.

martedì 3 ottobre 2017

Jack Reacher: Punto di non ritorno (2016)

Non sono mai stato un fan accanito di Tom Cruise, ho visto sporadicamente i suoi film (in 2 due anni ben 3, il più che sufficiente Mission Impossible: Rogue Nation, l'affascinante e spettacolare Oblivion e l'originale ed eccezionale Edge of Tomorrow) e non ho mai gridato all'oscar dopo un suo film. E nemmeno in questo caso, nel caso di Jack Reacher: Punto di non ritorno (Jack Reacher: Never Go Back), film del 2016 scritto e diretto da Edward Zwick (discreto regista autore tra gli altri di Attacco al potere, L'ultimo samurai, Defiance: I giorni del coraggio e Blood Diamond: Diamanti di sangue), adattamento cinematografico del romanzo del Punto di non ritorno (2013) di Lee Child e sequel del film del 2012 Jack Reacher: La prova decisiva, è successo. Ma è riuscito ad intrattenermi per le due ore di durata (circa). Perché se anche il film presenta tutti i limiti che i film hollywoodiani ci ripropongono ormai da anni e anni, è un film a mio parere assolutamente piacevole per il genere, anzi, è anche molto meno scontato della media e per niente lento e contorto. Certo, questo secondo capitolo di Jack Reacher è decisamente diverso dal primo per impostazione e anche un po' per il ritmo (e per il risultato), ma è ugualmente godibile. Giacché il film ha ancora una volta il suo punto di forza nella presenza di Tom Cruise, anche se questa volta, con un'apparizione tanto improvvisa quanto narrativamente poco spiegabile. La sua carica anti-sistema però, funziona ancora, poiché grazie agli elementi che hanno reso il primo film un action duro e puro, anche questa volta la sua presenza, coadiuvata con scene d'azione e sequenze permeate in tutto e per tutto dal suo carisma, tutto o quasi viene reso alla perfezione.

lunedì 2 ottobre 2017

Passengers (2016)

Parto subito dicendo che dal regista del buonissimo e bello The Imitation Game mi sarei aspettato di più, perché l'incipit di Passengers, film di fantascienza del 2016 diretto da Morten Tyldum e scritto da Jon Spaihts, è davvero interessante e coinvolgente. In più esso nasce da un'idea intrigante, risvegliarsi (a causa di un grave guasto nella nave, che complicherà di molto l'intera missione) completamente soli nel bel mezzo di un viaggio interstellare, a 90 anni dalla tua meta (con a disposizione una nave galattica con tutti i comfort, compresa una piscina, un barman-robot con il senso dello humour, un ristorante messicano e perché no, una donna a cui rubare la vita per non sentirsi soli). Ma nel momento in cui il film si trasforma appunto in una banale storia d'amore (quella tra i due protagonisti, Jim interpretato da Chris Pratt ed Aurora interpretata da Jennifer Lawrence) qualcosa nel meccanismo s'inceppa e la pellicola sembra iniziare a girare a vuoto, fino ad arrivare ad un finale che, francamente, non mi ha affatto convinto. Passengers infatti, è di fantascienza solamente per l'ambientazione perché la storia non è altro che una sorta di storia d'amore forzata dagli eventi e dalla deludente sceneggiatura. Lei difatti, nonostante scorra bene (seppur con alcuni cliché) e coinvolga, essa si sviluppa un po' (troppo) banalmente nella parte finale, parte che appunto è la parte (che definirei incompleta o, meglio, tagliata troppo presto) meno riuscita, se avessero infatti approfondito e ampliato maggiormente questo punto sarebbe stato eccellente, e invece no, poiché anche se la storia è bella e visivamente il film, è un piacere per gli occhi, dove il film fallisce sta proprio nel modo in cui quella storia è stata scritta. Giacché un film che tenta di affrontare argomenti filosofici, di rielaborare il tema della sopravvivenza e il dubbio morale (è giusto sacrificare qualcuno per la propria felicità?), ha bisogno di una sceneggiatura con i giusti risvolti e dialoghi brillanti quanto intensi, Passengers, purtroppo, non riesce a contare su quello. E il film quindi risulta solo un'epica storia d'amore ambientata nello spazio, senza la profondità che sembrava promettere all'inizio.