martedì 17 luglio 2018

Vi presento Toni Erdmann (2016)

Spesso tendiamo a prendere troppo sul serio la nostra vita, perdendo di vista il lato più bello dell'esistenza: il bisogno di emozioni, leggerezza, di prendersi del tempo per pensare a se stessi e reinventarsi per trovare quella sensazione di cui tutti sono in cerca, la felicità. Come ad esempio emerge dal complicato ma tenero rapporto di una giovane donna manager, dedita solo al successo e alla carriera, con l'eccentrico padre in Vi presento Toni Erdmann (Toni Erdmann), film del 2016 diretto da Maren Ade. Quest'ultimo infatti fa di tutto per farle tornare il senso dell'umorismo e la leggerezza della vita, e recuperare altresì il tempo perduto nel legame affettivo con la figlia. Come? Giocandosi l'unica carta che gli rimane a disposizione, lo sberleffo, impersonando e quindi assumendo l'identità del proprio alter ego Toni Erdmann. Peccato che il finale lasciato alla libera interpretazione, non spiega se padre e figlia abbiano finalmente allacciato un rapporto oppure no. Peccato anche che, il messaggio simpatico e carino del bisogno di prendersi meno sul serio rinunciando talvolta al conformismo, non porti da nessuna parte. Peccato altresì che il film, disseminato di scene dell'assurdo alquanto inutili e sconclusionate, non riesca a coinvolgere appieno nell'intento critico alla disumanizzazione dei rapporti di lavoro all'interno delle multinazionali. Peccato soprattutto che il grottesco padre non sia mai divertente ma solo inutilmente imbarazzante. Non dimenticando che il film, proprio ridere o sorridere tanto non fa e forse non vorrebbe, perché il suddetto, è tutto fumo e niente arrosto. Si ride, è vero, ma le situazioni che lasciano spazio alla comicità sono parecchio diluite all'interno delle due ore e mezza del film, il quale alla fine risulta maggiormente incentrato sugli sguardi e sul non detto. Ma questo accade perché dopotutto non vi è molto da dire: l'ambiente di lavoro di Ines, dedito al maschilismo e alla freddezza dei rapporti umani, non viene mai realmente approfondito, come del resto era nelle intenzioni della stessa regista. Regista che avrebbe forse dovuto girare una pellicola drammatica, perché l'intento del regista di dare largo spazio anche alla commedia, non sempre funziona come previsto, ed è parecchio deludente.

lunedì 16 luglio 2018

Split (2016)

Dopo The Visit, con il quale aveva impressionato milioni di telespettatori, compreso me, lasciandogli però l'amaro in bocca sul finale (amaro che tornerà prepotentemente anche qui), M. Night Shyamalan, torna a raccontare una storia dai tratti inquietanti, soffermandosi questa volta sul lato psicologico dei personaggi più che sulla vicenda in sé. Spesso, infatti, alcune scelte sono dettate da fatti precedenti, accaduti nel proprio passato, che difficilmente si dimenticano. Ed è anche su questo tema che il regista gioca in Split, film del 2016 diretto dal regista di origini indiane, la vita ci pone davanti a delle situazione che segnano nel profondo l'animo di chi le vive, portando a volte a cambiamenti radicali o a malattie psicologiche che prendono il sopravvento. Non a caso il film, affronta il tema della personalità multipla, un evergreen del genere horror-thriller, matrice di spunti e idee per racconti suggestivi. Così Shyamalan dà vita a un maniaco che rapisce e imprigiona in uno scantinato tre ragazzine: Claire, Marcia e Casey. Le giovani si accorgeranno presto di combattere non uno, bensì 23 rapitori differenti, racchiusi in un unico individuo. Il suo nome è Kevin "Wendell" Crumb ma in lui si dimena un intero condominio di categorie umane: dallo stilista omosessuale Barry, al timido ma educato Dennis, al bambino capriccioso Hedwig, fino alla signora Patricia. Tutti interpretati virtuosamente da James McAvoy, che riesce in scioltezza a coordinare una molteplicità di posture e atteggiamenti. Nel mucchio però, serpeggia una pericolosa 24esima personalità, che gode di un appellativo poco rassicurante: "La Bestia". Riusciranno le ragazze a uscire vive dalla cattività? Mentre la polizia brancola nel buio, la loro unica speranza è riposta in un'anziana psicanalista dalla quale Kevin è in cura e che comincia a temere per gli atteggiamenti del paziente. Ma quando se ne accorge che qualcosa non va, è troppo tardi, e la lotta per non finire nelle sue grinfie diverrà sempre più pericolosa e complicata.

venerdì 13 luglio 2018

Madre! (2017)

Com'è difficile parlare di questo film, francamente sono spiazzato, su di un piano emotivo l'ho trovato molto disturbante, non vedevo l'ora che finisse, su di un piano più cerebrale, si può giudicare come un'opera molto ambiziosa, che guarda molto in alto, anche se proprio quest'aspirazione, non sembra corrispondere al risultato ottenuto, un risultato tuttavia discreto. Di certo è innegabile che dopo aver assistito a Madre!, film drammatico, horror grottesco o thriller non si sa del 2017, si può tranquillamente affermare che quella concepita da Darren Aronofsky è un'opera come se ne vedono poche (un'opera incredibilmente sopra le righe che non assomiglia a niente altro), che non assomiglia a nulla di quanto realizzato dal regista in precedenza e che probabilmente lo stesso non sarà più in grado di replicare. Darren Aronofsky infatti, che dopo alcuni film tutto sommato quasi convenzionali, regista già affermatissimo e autore di pellicole importanti caratterizzate da un'insolita e caratteristica vena visionaria, che qui non rinuncia allo stile che lo ha reso celebre per questa sua ultima fatica, anzi, Mother! spinge la sua ricerca espressiva ancora più in là (forse questa volta a scapito della narrazione, che soffre di un'eccessiva frammentarietà e ridondanza), si rituffa in un film (un'opera interessantissima, di evidente impostazione psicanalitica arricchita da elementi horror, cui peraltro non manca neanche un sottile, e malato, sense of humour e su cui aleggia un'atmosfera da teatro dell'assurdo) aberrante e stravagante. Perché anche se egli ci aveva già abituati all'esplorazione delle paure e dei desideri inconfessabili che si insinuano nell'animo umano grazie a pellicole come Requiem for a Dream e Il Cigno Nero, con Madre! il regista amplifica la rappresentazione del malessere del singolo individuo e la estende a personalissimo e visionario intreccio di inquietudini e paranoie sul destino del mondo e dell'umanità. Il risultato è quindi un quadro scioccante, a tratti indecifrabile e disturbante, parrebbe sulla follia del nostro tempo, sull'insostenibilità della nostra condizione di esseri umani schiacciati dalle prospettive che gravano sul pianeta e dalle aspettative di chi ruota attorno a noi, e forse anche sulla forza dirompente dell'amore, quello che ci rende vulnerabili, quello che ci terrorizza a morte, ma è difficile capirlo con esattezza.

giovedì 12 luglio 2018

Legion (2a stagione)

E' stata una delle sorprese più gradite della scorsa stagione televisiva grazie alla sua qualità e alla sua originalità nell'approcciarsi al genere supereroistico, ora Legion (di cui seconda stagione si è conclusa un mese fa ma finita di vedere solo pochi giorni fa), la serie più iconoclasta appunto del panorama supereroistico, torna a sorprendere per follia e inventiva in una seconda stagione che non delude (giacché dopo gli stravolgimenti di una prima stagione dal corso discontinuo, caotico e completamente folle, era davvero un'incognita il futuro di Legion, uno dei prodotti più originali e innovativi dell'attuale panorama seriale) le aspettative, anche se personalmente, e alla fine, l'ho trovata tuttavia meno "originale", paradossalmente più prevedibile nonostante la sua clamorosa imprevedibilità, troppo riflessiva, e quindi poco dinamica, rispetto all'incredibile ed eccezionale prima stagione (qui la mia recensione). Ma è innegabile però che questa seconda stagione, riesca comunque, non solo a raggiungere lo stesso livello qualitativo del precedente percorso ma anche quasi a superarlo. E in tal senso tuttavia c'era d'aspettarselo, perché certo, pronosticare che la creatura nata dalla mente di Noah Hawley potesse tornare alla ribalta superando addirittura se stessa (tanto nei contenuti quanto in una messa in scena sempre più lisergica e surreale), difficilmente lo si sarebbe potuto prevedere, ma dopo la prima stagione questo show, scollegato sia dal Marvel Cinematic Universe che dalla linea narrativa dei film cinematografici sugli X-Men, che convinse critica e parecchio pubblico, era chiaro che potesse sorprendere nuovamente (fortunatamente in positivo), d'altronde il protagonista della storia, ovvero David Haller, alias Legione (un mutante che nella sua storia editoriale non ha mai avuto una testata a lui dedicata, al massimo è stato protagonista di qualche miniserie, ma non può essere di certo considerato un personaggio tra i più rilevanti dei fumetti) grazie alle sue particolari caratteristiche era perfetto (soprattutto vedendo lo splendido risultato ottenuto nel precedente blocco di puntate) per la storia che Noah Hawley (creatore anche della serie tv Fargo, che conto prima o poi di recuperare) voleva raccontare. Proprio perché egli, rincarando la sua personale dose di stranezze e bizzarrie ci catapulta (giacché invece di adagiarsi sugli allori, pare alzare l'asticella del rappresentabile) ancora una volta, in un vortice sempre più profondo e disturbante, incredibile e complesso (e tuttavia comunque non perfetto). Un vortice che però non può che confermare questo uno dei prodotti più anomali e inventivi della serialità televisiva.

mercoledì 11 luglio 2018

The Devil's Candy (2015)

Ho letto in giro commenti e giudizi entusiasti, ma dopo aver visto The Devil's Candy, film del 2015 scritto e diretto da Sean Byrne, la mia impressione è che si tratti di un film, un horror, sicuramente sufficiente, minimamente innovativo ma parecchio deludente per come era stato presentato. Ovvero una grandissima pellicola, una piccola rivoluzione, una delle più belle sorprese dello scorso anno, invece, seppur questo The devil's candy è sicuramente un opera godibilissima e parecchio interessante, un ibrido assai preciso tra suggestioni culturali "alte" e "basse", un ibrido di due sottogeneri dell'horror, lo slasher con il pazzo assassino che uccide e squarta vittime e che perseguita una famiglia e il film di possessioni demoniache, dove a perseguitare una famiglia è il demonio, esso è però un'opera confusa e per niente spaventosa, con un finale anche troppo benevole. Perché certo, è realizzato con una certa cura (con uno stile pulito, rigoroso ed essenziale, fotografia e montaggio di livello) e Sean Byrne (alla sua seconda prova da regista dopo The Loved Ones, film che tuttavia non ho visto) non manca di estro visivo alla regia, una marcia in più è sicuramente data dalla colonna sonora metal (sempre che piaccia, e a me sinceramente non tanto) che unita all'arte dark presente nel film lo rende un prodotto che vive di luce propria nonostante soggetto e sceneggiatura siano derivativi da molti thriller-horror, perché certo, c'è tensione, c'è atmosfera e ci sono delle buone prove attoriali, il panico della famiglia, specie della figlia, traspira sino allo spettatore e Pruitt Taylor Vince come villain fa la sua figura, vi è una certa crudeltà, anche se alla fine visivamente non si mostra chissà quanta violenza, ma purtroppo la sceneggiatura è un poco superficiale o forse criptica per quanto riguarda certi argomenti (e penso alla società d'arte per cui lavora il protagonista) ed il finale banale oltre che "caciarone" per quanto concerne la sequenza dell'incendio.

martedì 10 luglio 2018

[Tag] Conosciamoci un po' meglio!

Come dovreste forse aver capito, a me piacciono le domande, non so, forse perché è più "facile" in modo diretto e senza preamboli rispondere e farvi così conoscere qualcosa in più su di me, ma non contento di aver risposto quest'anno a già tantissime (nel precedente anche tante), prima nel Liebster Award, poi addirittura nelle 100 domande che nessuno farebbe, e infine in altri tre Tag, in Le cose che mi piaccionoLe cose che NON mi piacciono e La prima volta non si scorda mai (non dimenticando quello sui viaggi e quella delle estati "pop"), eccomi nuovamente (e in modo del tutto autonomo) partecipare all'ennesimo Tag, che non sarà di certo l'ultimo, quello a cui ha partecipato Silvia e poi Riccardo, per l'appunto intitolato Conosciamoci un po' meglio. E quindi ecco ancora qualcosa su di me di cui spero non sappiate già (giacché per casualità ad alcune delle 20 domande a qualcuno ho già risposto in altri post), ma in ogni caso partiamo dalle regole, che ovviamente hanno subito un ribaltamento importante, perché 1: seguire il blog che ti ha nominato, non mi hanno nominato ma seguo comunque entrambi i blog; 2: rispondere alle sue 10 domande, è quello che farò; 3: nominare a tua volta altri 10 blogger e formulare altre 10 domande (che possono essere su VITA PRIVATA, VIAGGI, CINEMA, MUSICA, SERIE TV, LIBRI e CIBO) per i blogger nominati, come sopra, e quindi eviterò di formulare domande; 4: informare i blogger della nomination, come prima, tuttavia ho già informato i due blog che avrei risposto alle loro domande; 5: taggare il blog che ti ha nominato nelle risposte, il link che rimanda ad entrambi i blog li trovate nelle rispettive immagini dei loro blog. Ebbene, puntualizzato il tutto, si parte.

lunedì 9 luglio 2018

20th Century Women (2016)

Partiamo subito con un appunto importante, il titolo inglese era probabilmente più adeguato e sicuramente più originale (non a caso è quello che ho preferito mettere) di quello scelto dalla distribuzione italiana, ovvero Le donne della mia vita, giacché il film 20th Century Women, film del 2016 scritto e diretto da Mike Mills, seppur è un racconto di formazione adolescenziale (dove le "sue" donne forti e indipendenti lo aiuteranno a crescere in una delle fasi più difficili dell'essere umano ma anche il racconto di una madre e di un figlio, del cambiamento che sta alla base della giovinezza), è soprattutto il racconto di tre donne, di tre età diverse, di tre concezioni della femminilità e dell'essere donna negli anni settanta, un periodo di forti cambiamenti. Un racconto in tal senso però innocuo (senza moralismi), semplice (il film infatti non ha una vera trama, che è come dire la vita stessa) e alquanto originale (insolito e interessante è il modo di raccontare). Giacché questo film di formazione di un quindicenne con madre single di 55 anni che ritiene utile coinvolgere nella sua crescita e maturazioni alcuni personaggi conviventi nella sua casa, tutti ben tratteggiati anche nella loro storia personale e rapportati al periodo storico (a cavallo tra gli anni '70 e '80, che delinea l'inizio di un cambiamento sociologico molto forte che si otterrà solo negli anni '80), è presentato in un modo piuttosto lontano dagli schemi tradizionali di oggi, ricordando in tal senso il periodo, colorato e bizzarro, degli anni '70. La pellicola infatti, una storia nostalgica, ma senza piagnistei, anzi piena di brio, di una singolare maternità, di una famiglia allargata ante litteram, e quindi essenzialmente di una lunga serie di scene aneddotiche, dove il regista mostra le passioni e paure semi sepolte di questi personaggi interessanti (e interpretati egregiamente), che hanno una vita e un passato profondo e complicato, di cui veniamo man mano a conoscenza, che altresì ci porta all'interno di un mondo affascinante e profondo, dove varie storie si intrecciano in una grande casa americana, cela spesso (e sorprendentemente) un sottile senso dell'umorismo che rende tutto molto divertente.

venerdì 6 luglio 2018

Bleed - Più forte del destino (2016)

È curioso come il cinema sportivo sia quasi esclusivamente rappresentato da storie che raccontano il mondo della boxe. Dopo il successo mondiale del capolavoro Rocky (1976), hanno cominciato a proliferare film incentrati sul mondo della pugilistica e ispirati a storie più o meno vere. Da Toro Scatenato (1980) ad Alì (2001), Million Dollar Baby (2004) e Hurricane (1999), fino ad arrivare ai più recenti The Fighter (2010) e Southpaw: L'ultima sfida (2015), non dimenticando Creed: Nato per combattere, sempre nel 2015, tutti film che raccontano la boxe come metafora della vita e della difficoltà di farsi strada in un mondo competitivo e incentrato sul mito dell'immagine. Un filone fiorente e appassionate a cui ora (personalmente s'intende), si aggiunge Bleed: Più forte del destino, film del 2016 diretto da Ben Younger, regista di 1 km da Wall Strett, e prodotto da Martin Scorsese. Un film per questo, l'ennesima storia di caduta e resurrezione, tipica della boxe, "nobile arte" e sport appunto più cinematografico di sempre, che ha forse la "colpa" di arrivare da buon ultimo in questo sterminato (ho citato solo una parte dei film che formano un vero e proprio sottogenere) elenco, racconta infatti eventi che, sia per il fatto di essere tratti da una storia vera sia per il fatto di seguire uno "schema prestabilito" (che rientra nei canoni di tali film), si intuiscono subito dove vanno a parare, ma colpisce per il realismo, adottato dal regista, con cui vengono narrati gli incontri di boxe, dove per fortuna sono evitati gli eccessi, mostrando invece lo sport per quello che è. Uno sport di uomini duri ma soprattutto tenaci, come il protagonista, un uomo caparbio e deciso, che ha letteralmente cambiato il corso della propria vita, quasi come un eroe, anche se nella vita reale, costui Vinny Paz, non è stato un eroe, anzi si è presentato agli onori della cronaca anche per alcuni deplorevoli episodi di violenza domestica. Il film però non guarda all'aspetto negativo di Paz, pur non esaltandolo mai nemmeno come un eroe. Paz è un uomo e come tale dimostra pregi e difetti, ma un qualche cosa di eroico la possiede: quella grande forza di volontà, mista anche una dose di sana incoscienza, che l'ha reso un esempio per chi, come lui, potrebbe veder sfumare in un attimo i propri sogni e le ambizioni. E Bleed: Più forte del destino, che dedica alla sua rinascita il racconto di quello che è considerato uno dei più incredibili ritorni nella storia dello sport, comunica con efficacia questo concetto.

giovedì 5 luglio 2018

Billions (3a stagione)

Se c'è una serie di cui praticamente quasi nessuno (a parte me) ha parlato è Billions, se c'è una serie che praticamente quasi nessuno (a parte me) ha visto è Billions, se c'è una serie che meriterebbe certamente più attenzione (a parte quella che ho dato io anche nelle stagioni precedenti) è Billions, se c'è una serie che ha mantenuto alto il livello e ad ogni stagione ha migliorato sempre più (per ulteriori rimandi leggere la recensione della prima qui e della seconda qui), quella serie è Billions, la serie della Showtime infatti, andata in onda dal 13 aprile su Sky Atlantic e conclusasi settimane fa, anche in questa terza stagione (che riconferma la qualità di una serie che purtroppo come detto viene seguita fin troppo poco) sorprende gli spettatori raccontando (nuovamente) delle storie tremendamente attuali, usando i personaggi come specchio della società. Una società quella Americana che sta cadendo (nuovamente) sotto la stessa immagine che si è creata, quella di liberatrice e ispiratrice di giustizia e libertà. Qui i soldi e la politica contano e Billions ce lo fa vedere nel modo più crudo possibile con innocenti che finiscono (nuovamente) nel fuoco incrociato. Non a caso forse, lo scoglio principale da superare in questa serie non è solo quel senso di ripetizione continuo dei suoi schemi di base che potrebbe stancare il pubblico considerando anche la difficoltà di seguire le dinamiche finanziarie e certi termini ostici usati, ma anche perché incentrare lo show sul mondo dell'alta finanza e sottigliezze giudiziarie poteva essere per forza di cose un'idea folle, malsana e destinata ad affondare, fin troppo complessa da digerire per lo spettatore avulso da nozioni di economia. Eppure anche questa stagione ha trasformato il suo potenziale tallone d'Achille in un punto di forza. Questo perché la trama, i personaggi e lo stesso andamento di Billions sono studiati, calcolati e scritti così minuziosamente da rendere comprensibile il suo universo mutevole e incerto, senza che ciò comporti una semplificazione eccessiva del complesso mondo che la serie ritrae. Rimane sempre un telefilm imperniato sulla sua originale complessità e ricercatezza, stilistica e non, ma costantemente decifrabile con un piccolo sforzo, che spalanca (nuovamente) le porte ad uno dei migliori drama/thriller in circolazione, anche grazie ad un solido, eccezionale e bravissimo cast, che in questa terza può contare nelle sue fila del grande John Malkovich, un perfetto boss mafioso russo.

mercoledì 4 luglio 2018

A United Kingdom: L'amore che ha cambiato la storia (2016)

I politici sono pedine e la politica e il gioco che li muove in giochi di potere che si intrecciano con altre derive come lo sfruttamento del territorio e leggi razziali che tendono a dividere e annullare la democrazia. Tutti sono manovrabili, tutti hanno un prezzo. Fortunatamente ci sono persone che si ribellano a queste ingiustizie e lottano, non senza aspre conseguenze, per la libertà, l'uguaglianza e il rispetto dei popoli. E A United Kingdom: L'amore che ha cambiato la storia (A United Kingdom), film del 2016 diretto da Amma Asante, racconta la (reale e molto interessante) storia di una di queste persone che hanno lottato, e vinto, per i propri diritti e quelli di una intera nazione. E' infatti una storia vera (dopotutto il carattere biografico è molto riconoscibile nel corso del film che ci mostra una serie di avvenimenti che si estendono su un periodo di alcuni anni) quella che la regista mette in scena, raccontando le vicende di Seretse Khama (che non solo diventerà re, ma che sarà anche il primo presidente eletto del Botswana) e di sua moglie Ruth, che al marito e alla popolazione africana consacrerà la sua vita intera. Non a caso il film intreccia vicende politiche a questioni sentimentali, in una cornice forse troppo melò e patinata che rischia di lasciare perplesso lo spettatore (giacché è proprio l'immagine a disturbare l'armonia d'insieme e a prevalere troppo, creando un'allure sofisticata che non era necessaria, perché la storia era già molto importante, forte e ben diretta di suo), spettatore che tuttavia si ritroverà coinvolto in una vicenda appassionante, perché non solo essa tocca argomenti e tematiche sociali di grande impatto, ovvero il razzismo e il colonialismo, ma perché appunto il tema e il cuore della storia (se non ci si fa travolgere dal sentimentalismo in verità un po' troppo strappalacrime) hanno comunque il loro fascino. Una vicenda che in tal senso, può ricordare per certi versi The Help, dove persone dalla pelle bianca e persone dalla pelle nere s'incontrano (si scontrano anche), si confrontano e avviano il percorso verso un cambiamento. D'altronde è il cambiamento a spingere questa coppia interrazziale a non farsi sopraffare dai pregiudizi sociali e politici.

martedì 3 luglio 2018

Knight of Cups (2015)

Ho apprezzato, seppur non tantissimo, Terrence Malick nei suoi quattro film prima del suddetto, ma questo Knight of Cups, film del 2015 scritto e diretto dal regista statunitense, l'ho trovato molto difficile da portare a termine. Egli punta sempre in alto, e il più delle volte ci riesce bene e con discreti risultati, ma stavolta gli è sfuggita di mano la situazione. La linea è quella di The Tree of Life e To the Wonder, ma portata all'estremo in una sfida allo spettatore in cui la bellezza di certe immagini della natura solo a tratti compensa la fatica di aderire a un percorso esistenziale enigmatico, dove la voice over commenta ma non chiarisce. Se infatti in To the Wonder, il viaggio tormentato nei meandri della psiche del protagonista Ben Affleck, risultava tutto sommato efficace e abbastanza convincente, qui finisce per essere una stancante sequela di sequenze quasi tutte uguali in cui l'originalità e il fascino del mistero delle pellicole di Malick lasciano spazio ad una spiacevole sensazione di noia e di già visto/percepito. Se infatti in The Tree of Life, la ricostruzione di una vicenda umana si incastrava alla perfezione con quel flusso stordente visivo capace di evocare il conflitto tra umanesimo e spiritualità, qui questo raccordo appare molto più sfilacciato, talvolta pretestuoso, e la voce over ostentata e solenne che predica lungo tutto il film crea un maggiore distacco verso l'immagine che non una riflessione di completamento. Tanto che, peggio che in altre occasioni, la parte più difficile diventa tentare di estrapolare una trama comprensibile ai più. Nel film difatti, si susseguono confusamente le relazioni più o meno durature del protagonista, i personaggi entrano ed escono dalla scena secondo una logica non sempre comprensibile e di tanto in tanto il flusso di parole e immagini è illuminato sì da momenti di sfolgorante bellezza, ma di cui si fa fatica a capirne il senso. Tra la sinossi del film e il suo effettivo risultato c'è infatti una discrepanza enorme, perché impegnato com'è a raccontarci ancora una volta di un maschio bianco in crisi esistenziale che cerca la terra promessa nelle proprie amanti senza trovare risposta, Malick conversa più con se stesso che con lo spettatore.

lunedì 2 luglio 2018

Power Rangers (2017)

Ci tengo fin da subito a precisare che faccio parte di quella categoria di persone che da bambino era leggermente fissato con i Power Rangers essendo io un 1985, la primissima serie dedicata a loro, quella che è durata dal 1993 al 1995, quelle nuove uscite successivamente non le ho mai viste se non a sprazzi, ormai ero un po' troppo grandicello. Dunque è questa un'altra semplice e misera operazione nostalgia? Sì, ma non del tutto, non solo perché chi non ha mai sentito parlare di questi supereroi grazie a questo film li amerà, soprattutto grazie ai ragazzi protagonisti, simpatici e stravaganti, interpretati da attori poco conosciuti ma decisamente funzionali, ma perché chi appunto li ha visti, sarà forse rimasto come me piacevolmente sorpreso da un riadattamento "reboot" davvero piacevole nel contenuto e nella forma. Perché certo, ci si aspettava in tal senso una pellicola trash (non dimentichiamoci com'era la serie tv), e invece no, non del tutto almeno. Perché questo Power Rangers, film del 2017 diretto da Dean Israelite, si rivela essere un film fedele al materiale originale (mantenendone tuttavia lo spirito trash e volutamente sopra le righe) ma riuscendo comunque nell'impresa di essere più profondo del previsto, prendendosi il più possibile sul serio, pur lasciando spazio ad una velata ironia che è tipica di certe produzioni. Il film del regista sudafricano infatti, restando fedele al suo target di riferimento e a quello contemporaneo, offre una rilettura onesta e godibile della celebre serie tv, con l'occhio rivolto all'adolescenza. Egli difatti confeziona un film perfetto per i teenager ricco di effetti speciali, riflessioni sull'adolescenza e qualche momento horror. Via quindi quelle atmosfere fantastiche e cartoonesche che caratterizzavano il serial (la vena scanzonata a cui eravamo abituati non c'è più), per far posto ad un approccio più concreto e realistico che il cinema di oggi, e di un certo tipo, predilige. Un approccio, nonostante la trama ricalchi grossomodo le orme della serie tv, completamente nuovo.

venerdì 29 giugno 2018

Gli altri film del mese (Giugno 2018)

È da poco cominciata l'estate, ma in questa settimana più che il sole a picchiare è la pioggia, imperterrita pioggia che non smette di scendere, che spero finisca presto per cominciare a godere delle miti e piacevoli temperature del periodo. Al contrario per quanto riguarda la cinematografia e il mio cinema, a splendere sono alcune pellicole, perché certo, questa rubrica è nata proprio per contenere buoni film, tuttavia interessanti sorprese sono capitate in questo, ancora del tutto primaverile, mese. Mese che non ha riservato in ogni caso nessuna sorpresa o novità nella vita reale, realtà che proprio oggi tuttavia mi permette di festeggiare il mio onomastico senza nessun relativo fastidio psico-fisico, in tranquillità e in pace, nonostante tutto. Ora però concentriamoci sui film, gli altri film, quelli dalla sufficienza e oltre, che ho visto e che vi consiglio di vedere, che sono sei, e tutti, chi più chi meno, interessanti e da apprezzare.

giovedì 28 giugno 2018

Le uscite special con Cannibal Kid e Ford

Per la prima volta in quasi tre anni (tra un mese più o meno lo saranno), questo blog presenta le uscite al cinema, relative in questo caso ai film in uscita questo giovedì. Ed essendo quindi la prima volta (e forse non l'ultima o forse l'unica) non poteva che essere speciale, infatti ho avuto l'opportunità di finire anch'io nella consueta rubrica di due dei blog, di due dei blogger, più cool della blogosfera, Cannabil Kid di Pensieri Cannibali e Ford di WhiteRussian. E perciò eccomi qui, i post "originali" li trovate nei loro rispettivi blog, a fare questo sporco e duro (simpatico e divertente) lavoro.

Introduzione: E' inusuale per me presentare i film in uscita, dato che al cinema non vado mai, e non perché sono tirchio. Tuttavia ogni settimana vedo sempre quali film escono, dopotutto è utile segnarmi subito quali film vedere e quali no, e quali quindi segnarmi sulla lista, che comunque credo non finirà mai. In ogni caso mi sono cimentato in questa "sfida" con grande piacere, d'altronde non capita tutti i giorni di far parte di questa memorabile rubrica. Rubrica che questa settimana contiene, non solo pochi film, ma soprattutto alcune interessanti proposte, quali? Vediamole insieme.

mercoledì 27 giugno 2018

I peggiori film del mese (Giugno 2018)

Nel mese in cui l'inizio dei Mondiali ha gettato nello sconforto milioni di tifosi italiani, il motivo è (ahimè) arcinoto, una piccola sorpresa per questo consueto post, clamorosamente tuttavia in negativo, quella di un genere che ha visto giorni migliori. Perché a parte due thriller, che scontano soprattutto la prevedibilità del racconto, sono ben 6 le commedie che in questo calderone dei peggiori film del mese liberamente sguazzano. Colpa di cosa non so, anche se non ci vuole certo un genio per capire che il genere stia subendo una certa preoccupante involuzione, perché se alcune riescono a tener botta, altre latitano nella assoluta mediocrità, come queste sei commedie. Commedie (italiane, francesi, spagnole e americane) tutte poco originali e poco divertenti. E quindi spero presto di imbattermi nel primo caso, ma nel frattempo eccovi le recensioni del secondo, e dei motivi del perché essi non mi sono sufficientemente piaciuti.

Una piccola impresa meridionale (Commedia, Italia 2013): La seconda fatica cinematografica di Rocco Papaleo (dopo Basilicata coast to coast  e prima di Onda su onda) può definirsi in tutto e per tutto "un'occasione sprecata". Il film infatti, al di la delle nobili intenzioni del regista (che agisce in modo genuino e indipendente), che s'ispira a un racconto scritto da lui medesimo, s'impantana nei luoghi comuni, all'insegna del facile buonismo, con una sceneggiatura raffazzonata. Perché la suddetta commedia, anche se riesce a farsi apprezzare per più fattori, innanzitutto lo scorcio di territorio utilizzato è semplicemente meraviglioso, peraltro ripreso spesso e volentieri, un vero protagonista partecipativo (il film difatti è ambientato in Puglia ma interamente girato in provincia di Oristano), è discontinua, risultando anche incompiuta in diversi settori, visto che si aprono tante strade, dovute alla coralità dell'insieme, che non sempre trovano degna valenza e/o una destinazione calibrata. E questo nonostante una trama all'apparenza accattivante, quella di Costantino, che costretto a trasferirsi in un faro una volta "spretato", si ritrova presto a condividere questo spazio con l'ex prostituta Magnolia ed il cornuto Arturo, lasciato dalla moglie nonché sorella di Costantino. In breve tempo poi com'è ovvio altre persone convergono in questo luogo che riprende vita tra nuove consapevolezze e qualche sogno. Ma saranno proprio quest'ultime, insieme all'inutile e men che meno divertente compagnia girovagante dei due uomini e la bambina che aiutano nella ristrutturazione Papaleo e gli altri, ad "affossare" una commedia che non riesce ad essere particolarmente incisiva, come dovrebbe e vorrebbe (soprattutto nel suo debole tratteggio omosessuale). Certo, il registro è ad ogni modo piacevole, sufficientemente delicato e scandito senza (troppe) uscite fuori luogo e qualche scorcio surreale, ma la struttura, come detto, è assai più opinabile, appare infatti esile, prevedibile seppur coraggioso nel finale, ma soprattutto insoluta, colpa anche di una regia poco attenta al ritmo (qui lento), una narrazione non scorrevole e dialoghi alquanto slegati. Peccato perché il cast in parte è buono, a partire da Rocco Papaleo, che è bravo e simpatico, tutti gli altri invece non tanto (Riccardo Scamarcio lasciamo perdere, Sarah Felberbaum con cadenza russa stona, Giuliana Lojodice prigioniera del personaggio e Barbora Bobulova che sembra da qui averci preso gusto a denudarsi come visto anche recentemente in Lasciami per sempre), ma è la storia, poiché discontinua e che non decolla, a non convincere in questo film derivativo, non spregevole ma certamente dimenticabile, innocuo, mediocre. Voto: 5+

martedì 26 giugno 2018

Le mie canzoni preferite (Maggio/Giugno 2018)

In attesa degli immancabili tormentoni estivi e non, categoria di canzoni che comunque farebbero meglio a sparire, soprattutto ascoltando quelli degli ultimi anni, lontani anni luce da quelli degli anni '90, '80 (una bella rinfrescata la trovate qui e qui) e via dicendo a ritroso (anche se quest'anno, quest'estate, non andrò negli anni '70, ma tornerò agli '80 con una speciale compilation davvero eccezionale), eccomi ritornare con le mie canzoni preferite di questi due mesi appena trascorsi. Due mesi in cui non poche sono state le novità, tuttavia al contrario della scorsa puntata divisa in due, qui quelle italiane, qui quelle straniere, questa sarà in un unico troncone. Un troncone in cui da sottolineare ci sono tante bravissime (e belle) cantanti, ma anche alcuni graditi ritorni ed ovviamente alcune interessanti e fresche novità. In ogni caso, e senza dilungarmi troppo, è tempo di accendere il vostro apparecchio musicale (o semplicemente cliccare play sui video qui sotto) e ascoltare, se volete anche tramite la playlist completa da Youtube, la mia compilation di Maggio e Giugno.

Bello il video, bella la canzone, tanto carina la Francesca Michielin

lunedì 25 giugno 2018

Recuperi Sky on demand (Maggio/Giugno 2018)

Sembra strano a dirsi, ma per la prima volta ho davvero concluso una lista di film da vedere, anche se in verità la suddetta, come accennato nella prima parte di quasi due mesi fa, a tal proposito qui potete trovare la prima tranche (con film quali: Il prezzo della gloria, Ma Ma: Tutto andrà bene, Fiore, Che Dio ci perdoni, Zeta e Noi siamo Francesco), essa conteneva solo 12 titoli. Quindi niente di così impegnativo, eppure questa lista di film, di film che non potendo o non riuscendo a registrare, ho dovuto scaricare e vedere tramite Sky Go, mi ha comunque impegnato parecchio. Ma soprattutto alcuni hanno reso meno delle mie aspettative, come in parte successe anche nella prima parte (e quindi alcune piccole delusioni avrei fatto meglio ad evitare, dopotutto a parte 3-4, tutti gli altri hanno risicato la sufficienza), tuttavia dopo aver concluso questo piccolo "progetto", sono comunque contento di averli visti tutti.

venerdì 22 giugno 2018

The War: Il pianeta delle scimmie (2017)

Quando, nel lontano 2010, 20th Century Fox annunciò il reboot della saga de Il Pianeta delle Scimmie in pochi avrebbero puntato un euro sulla riuscita dell'operazione. Il periodo era quello dei remake da parte di tutte le case cinematografiche, segno, secondo molti, di povertà creativa. Le idee originali, ad Hollywood, sembravano latitare e Rise of the planet of the apes uscì un po' in sordina. Il successo di pubblico e critica fu immediato e lo stesso fu per Dawn of the planet of the apes, nonostante il passaggio di regia nelle mani di Matt Reeves. Ed è per questo che ci si aspettava una conclusione ad altissimi livelli per chiudere una trilogia prequel d'autore. Così è stato. The War: Il pianeta delle scimmie (War for the Planet of the Apes), film del 2017 diretto e co-sceneggiato dal regista statunitense, è il film (un film che si regge benissimo sulle proprie gambe, malgrado gli ovvi rimandi non solo ai due prequel ma anche alla saga originale, con una chiusa nient'affatto scontata, di certo non per come matura) più riuscito dell'intero trittico dedicato alle scimmie. Questa nuova trilogia (una saga che è partita abbastanza bene con il film di Rupert Wyatt ed è andata a crescere: come ambizioni, epicità e anche come durata dei film) de Il pianeta delle scimmie è infatti e probabilmente uno dei casi di blockbuster fantascientifici più interessanti dei nostri tempi. Perché sì, dopo l'incipit finale di Apes Revolution: Il pianeta delle scimmie era quello che ci si aspettava da questo capitolo (molto probabilmente) finale, ovvero la spettacolare resa dei conti, ma ciò avviene in modo (alternativo, più adulto) ancor più migliore di quello che si prospettava, giacché The War: Il pianeta delle scimmie è il punto di arrivo che non ci saremmo mai aspettati all'inizio della saga, qualcosa di più unico che raro nel cinema hollywoodiano contemporaneo, qualcosa che si può certamente paragonare ad altri due blockbuster del 2017 (ed entrambi visti quest'anno, entrambi con risultati e giudizi finali più che lusinghieri): Logan: The Wolverine di James Mangold e Blade Runner 2049 di Denis VilleneuveThe War difatti non è solo un film di guerra (perché anche qui siamo di fronte ad una rielaborazione di generi riuscitissima, western, azione e fantascienza), un'opera stratificata e complessa capace di raggiungere un lirismo epico e un respiro cinematografico d'altri tempi, accompagnato però da uno spettacolo visivo sempre protagonista.

giovedì 21 giugno 2018

Trust - Il rapimento Getty

Ero indeciso se vedere prima il film o la serie, poi quest'ultima è approdata su Sky e non ci sono stati più dubbi, ho visto la serie e ho fatto anche bene, anche se il film prima o poi lo recupero ugualmente, anche solo per vedere le differenze tra i due lavori, tra due mondi, tra due modi simili eppure così differenti di approcciare un racconto, di trarne conclusioni e costruire un universo narrativo partendo da un evento vecchio di quarantacinque anni. Sì perché Trust: Il rapimento Getty, la nuova serie tv antologica della rete via cavo FX (quello di Sons of AnarchyThe Americans e Fargo, per fare qualche nome) andata in onda in Italia (e conclusasi settimane fa) su Sky Atlantic, è incentrata sulla stessa vicenda, la stessa storia portata sul grande schermo pochi mesi fa da Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo. Una cosa che certamente potrebbe non piacere a chi si troverebbe davanti, a pochi mesi di distanza, la stessa storia, peraltro vera e quindi dal finale già ben noto. Ma se non si conosce (neppure parzialmente) la suddetta storia o non si è vista la pellicola (come nel mio caso) ci si potrebbe trovarsi di fronte ad una serie sorprendente e appassionante, una serie che meriterebbe molta più attenzione (basta infatti guardare il primo episodio di Trust per capire che la serie merita, e parecchio), non solo perché questa nuova serie ideata, scritta e diretta, almeno nei primi episodi, da Simon Beaufoy e Danny Boyle, già coppia da Oscar per The Millionaire, è una serie che eccelle in tutti i campi, ma perché essa offre l'incredibile possibilità (già avvenuta in passato ma non a così pochi mesi di distanza) di vedere come due diversi approcci affrontano lo stesso episodio. La serie difatti, offre la perfetta opportunità per capire quali possano essere oggi le differenze tra cinema e serie tv (anche se in questo suddetto caso non posso fare ancora nessun confronto). Una differenza che sta principalmente nella sua durata (non a caso in Trust le cose sono molto differenti e i tempi molto più dilatati), e il dubbio in questo caso è, soprattutto dopo averla vista, può riuscire un film ad approfondire una vicenda così controversa, complessa e ricca di sfumature come questa?

mercoledì 20 giugno 2018

Cars 3 (2017)

È difficile capire quando è tempo di fermarsi, di cercare altre strade, di guardare al futuro. Un po' perché non è così facile cambiare drasticamente vita, un po' perché è complicato accettare una realtà che non vogliamo vedere. Questo Saetta McQueen lo sa bene in Cars 3, film d'animazione del 2017 diretto da Brian Fee, terzo capitolo della serie iniziata con Cars: Motori ruggenti nel 2006 che si avvale nuovamente di un cast vocale originale d'eccezione: Armie HammerNathan FillionOwen WilsonKerry WashingtonBonnie Hunt e Chris Cooper, tra i tanti. La pellicola infatti, che propone un'amara seppur importante riflessione tra vecchio e nuovo, tra le vecchie e le nuove tecnologie, ci racconta di Saetta McQueen che, senza rendersene conto, si ritroverà con le spalle al muro quando la tecnologia busserà alla sua porta e sfreccerà sull'asfalto. Quest'ultimo difatti è costretto ad affrontare una nuova generazione di auto da corsa che minacciano non soltanto il suo primo posto nel mondo delle corse, ma anche la sicurezza interiore che l'ha reso un campione. Saetta insomma è vecchio, obsoleto perché le nuove tecnologie ha prodotto auto migliori in tutto della vecchia generazione alla quale Saetta appartiene: più veloci, aerodinamiche, e tecnologiche. Per lui quindi la stagione del declino (non bastasse un grave incidente) è ormai alle porte con il conseguente inevitabile ritiro. Ma il mito resiste e viene carpito dal solito faccendiere senza scrupoli che tenta di lucrare su un marchio ancora tanto amato e che vende. Dopo i primi disastri (la tenacia da sola non basta), Saetta è sull'orlo di essere licenziato ma riesce ad ottenere un'ultima possibilità: allenarsi come vuole lui, fuori all'aperto e secondo i vecchi metodi che lo avevano reso campione. Lo accompagna la giovane istruttrice Cruz Ramirez, in realtà campionessa dall'enorme potenziale inespresso, autoconvintasi di non essere un pilota a seguito di un'esordio alle gare non proprio felice. La risalita è perciò lunga e difficoltosa ma saranno proprio le esperienze positive e negative che permetteranno al nostro eroe di tornare in corsa, o quasi, per trovare finalmente il suo posto nel nuovo mondo e dare forse una svolta alla sua vita.

martedì 19 giugno 2018

[Games] Watch Dogs

Non so, sarà stato forse un bug, sarà stato lo stesso sistema di gioco, ma ho trovato parecchie difficoltà a giocare a Watch Dogs, videogioco action-adventure (sviluppato da Ubisoft Montréal) del 2014. Il gioco infatti, avuto in regalo mesi fa dalla piattaforma Uplay, non mi ha permesso di cambiare e personalizzare i comandi, e si sa che se quando si gioca soprattutto dal PC non avere la possibilità di farlo penalizza la giocabilità, o almeno per me (viste soprattutto le mie "leggere" difficoltà manuali) è stato così. Anche se in ogni caso, dopo essermi adattato in qualche modo (nonostante tanti bottoni da destra e sinistra e soprattutto alcune "combo" fastidiose) sono riuscito a giocare e anche con discreti risultati, anche perché il gioco, nonostante alcuni difetti, è riuscito comunque a divertirmi, non tantissimo in verità ma sufficientemente. Watch Dogs difatti, di cui c'è già un sequel e il terzo è stato annunciato all'E3 del 2018 (a tal proposito anche questo fu annunciato all'E3, ma nel 2012), che mi ha comunque deluso per alcuni aspetti, è un gioco molto interessante, innovativo e solido, anche se imperfetto. Ma per comprendere, conoscere e sapere meglio partiamo dal principio, ed analizziamo tutti i dettagli. Partiamo ovviamente dalla componente narrativa, che sostanzialmente gira intorno alla (classica) vendetta, nuda e cruda. Il nostro alter ego (Aiden Pierce) è infatti tormentato dalla perdita della nipote, perdita causata dalle nostre attività illegali da hacker e ladro informatico, ovviamente questo non fa altro che farci arrabbiare ancora di più e ci lanceremo quindi alla ricerca di chiunque si sia macchiato di tale omicidio. Peccato che nonostante la trama (tuttavia prevedibile) riesce comunque a tenere vivo l'interesse in chi sta giocando, anche solo per scoprire come l'epopea della famiglia Pierce andrà a finire, lo sviluppo quasi sempre lineare e classico non aiuta, perché nonostante l'argomentazione particolare (l'hacking ricoprirà un ruolo fondamentale) in ciò i personaggi, pur essendo dotati di una discreta dose di carisma, non raggiungono quasi mai quella carica emotiva che ci si aspetterebbe da un gioco con una componente narrativa così forte. Certo, la trama è solamente uno strumento a servizio di una giocabilità che tuttavia offre qualcosa di variopinto e divertente nel mondo degli open world, mi riferisco ovviamente al sistema di hacking, ma mi aspettavo qualcosa in più.

lunedì 18 giugno 2018

47 metri (2017)

Gli quali continuano ad essere tra i soggetti prediletti dell'industria cinematografica e anche questo claustrofobico thriller di ambientazione subacquea ricorre al loro immarcescibile fascino, costruendovi intorno una trama essenziale. Così tanto che prima di guardarlo ammetto che non mi aspettavo molto da 47 Metri (47 Meters Down), film del 2017 co-scritto e diretto da Johannes Roberts, mi sembrava infatti un film senza troppe pretese e invece, come accaduto lo scorso anno con Paradise Beach (da cui il film sembra quasi prendere ispirazione, soprattutto per la capacità di suscitare tensione ed angoscia) ho dovuto ricredermi, anche se questo film, che non cerca strade complicate o di elevarsi a masterpiece della cinematografia ma che punta invece al cuore dello spettatore, centrando comunque l'obiettivo, è una spanna sotto quella piccola sorpresa con la bellissima Blake Lively protagonista. Il film difatti, paga certamente la poca originalità della sceneggiatura e del soggetto (anche se è innegabile che la cinematografia di genere, che negli ultimi anni ha virato pesantemente sul trash, riesce ancora oggi a proporre spunti sempre interessanti), e la banalità di certe situazioni e decisioni (e quindi contraddizioni). Tuttavia, poiché questo è un film che non si proietta in primo luogo nel genere degli Shark Movie, visto che l'animale, reso famoso da Steven Spielberg come una perfetta macchina di morte, non è l'unico elemento a tenere in scacco le due protagoniste, una scorta di aria limitata e le comunicazioni con la superficie interrotte sono gli elementi scelti infatti per rendere la tensione ancora più palpabile (non mancasse l'ambientazione soffocante), e poiché è questo un film molto meno scontato di quanto si possa pensare, il suddetto riesce a rendersi assai soddisfacente. Proprio perché seppur di film sugli squali ne abbiamo visti a gran quantità, la buona regia e scrittura del regista (del comunque in ogni caso poco apprezzato horror sovrannaturale The Other Side of The Door e che ultimamente è al cinema con lo slasher horror The Strangers: Prey at Night, sequel del film con Liv Tyler) rendono 47 Metri un buon film che riesce a tenere alta la tensione fino all'ultimo. Giacché creare atmosfere claustrofobiche nell'immensità dell'oceano non è certo semplice, ma questa pellicola, anche grazie ad una efficiente fotografia (che ci fa comprendere l'incapacità umana di fronte la profondità oceanica), ci riesce alla perfezione.

venerdì 15 giugno 2018

Blade Runner 2049 (2017)

Sarò sincero, avevo il fucile puntato quando ho saputo del sequel di Blade Runner (d'altronde i sequel di certi capolavori come lo fu quello di Ridley Scott, non vengono visti di buon occhio). In seguito, alla notizia che Denis Villeneuve (soprattutto dopo aver, l'anno scorso, l'anno precedente e in questo, visto alcuni dei suoi straordinari lavori) avrebbe diretto il film, il dito sul grilletto si è allentato. Villeneuve è un regista con i fiocchi e la recente escursione fantascientifica di Arrival me lo ha confermato. Certamente mi sono detto, chi glielo fa fare ad impelagarsi in un film del genere, entrato nell'immaginario mitico della settima arte. Ha molto da perdere e poco da guadagnare. Una sfida coraggiosa piena di insidie e rischi, tuttavia ben ripagata (anche se sotto certi aspetti si poteva addirittura fare di meglio, e questo è veramente un peccato, vista la qualità generale e l'impegno profuso alla regia). Blade Runner 2049, film del 2017 diretto dal regista canadese classe '67, è infatti un valido e degno sequel dell'originale. Soprattutto perché la scelta di affidare appunto all'ottimo Denis Villeneuve la regia, che è stata sicuramente accorta da parte di Ridley Scott (che in questa operazione per fortuna si è ritagliato un ruolo da produttore, che da qualche tempo a questa parte sembra adattarsi meglio alle sue ambizioni, specialmente quando riesce a tenersi lontano dalla cinepresa, come visto nel deludente Alien: Covenant) si è rivelata azzeccata. Dopotutto lui è tra i registi migliori della sua generazione, è solo lui poteva garantire fedeltà (per quanto possibile) alla materia originale, e solo lui poteva al tempo stesso, con il suo sguardo originale e personale, non farsi schiacciare dal peso del confronto. Perché sì, con Blade Runner 2049, un bellissimo film, teso e pieno di spunti, egli regge, nonostante in verità non riesca a toccare quelle vette di visionarietà e di profondità esistenziale dell'originale (e dopotutto era impossibile per chiunque riuscirci), il confronto, non sfigurando quindi quasi per niente.

giovedì 14 giugno 2018

Dark (1a stagione)

Si è detto che assomiglia a Stranger Things (non proprio, a dire il vero), a Lost (riferimento, forse, più azzeccato) a The OA, a Twin Peaks e potremmo andare avanti a lungo, ma Dark, l'enigmatica e complessa (per i termini tecnici e tanto altro) serie tv tedesca creata da Baran bo Odar e Jantie Friese (in tal senso questa sarà una recensione rigorosamente senza spoiler tranne per il tema e l'argomento incentrato sui viaggi nel tempo e sul tempo che è già nell'incipit), ha soprattutto alcune similitudini con alcune opere letterarie e poi filmiche di Stephen King, da 22.11.63 (a causa delle finestre temporali situate in luoghi di passaggio, su vere e proprie soglie, frontiere da superare) a Under The Dome (dove il cunicolo, la caverna, il "sotto", il "wormhole", la galleria gravitazionale, erano le chiavi per muoversi nel "quando", ovvero nel tempo) fino all'ultimo (e vecchio) It (nella tematica del posto dal quale tutti vogliono scappare e dove qualcosa a distanza di anni inevitabilmente succede, non dimenticando che le vittime di questi misteriosi accadimenti sono per lo più ragazzini), tuttavia è proprio in questo miscuglio di citazioni e riferimenti creativi, non dimenticando che da questi show in particolare il regista/creatore (che ad Hollywood ha esordito con il personalmente passabile Sleepless) ha anche preso ispirazione per condire la struttura narrativa dell'opera, dopotutto l'intreccio di "Dark" non è mai banale, fa del mistero e della suspense i suoi punti di forza e tiene incollati allo schermo fornendo diversi indizi allo spettatore, che lo show Netflix riesce a trovare un elemento che lo renda unico e distinguibile. Perché l'intera narrazione si collega a un dialogo più profondo in cui è il Tempo il vero protagonista. La serie (che riprende così un tema già affrontato da molti, unendolo però a una struttura forte e a diversi personaggi su cui fare affidamento, che si fa forte del dialogo filosofico sul tempo e scardina pezzo dopo pezzo le nostre convinzioni sulla sua linearità) si apre infatti con una citazione ad Albert Einstein che lascia poco spazio a dubbi sul prosieguo: "La distinzione tra presente, passato e futuro è una mera illusione".

mercoledì 13 giugno 2018

Io, Daniel Blake (2016)

Tutto il mondo è paese quando si tratta di burocrazia lenta e contraddittoria che lede la dignità umana. E Ken Loach (uno dei più integerrimi, lucidi ed impegnati cineasti militanti, da sempre proteso al difesa della classe sociale più povera e soggetta a soprusi ed ingiustizie) è un maestro nel trattare argomenti che riguardano la classe operaia, il ceto medio, la cosiddetta "middle class" inglese, con le problematiche, le necessità e le mancanze che ruotano attorno ad essa. Non a caso il ritorno (dopo aver annunciato dopo il bel dramma romantico Jimmy's Hall il suo ritiro) del regista, attivista e politico britannico con Io, Daniel Blake (I, Daniel Blake), è nel pieno del suo stile. Questo film del 2016 infatti (vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes 2016), segna il suo ritorno alla critica sociale (che lo ha reso famoso grazie a molti film) in un'Inghilterra dei giorni nostri, in cui si intrecciano le vite di anziani e giovani, accomunati dalla difficoltà che incontrano in un sistema sociale in cui tutto sembra essere contro di loro. Un sistema che permette, anche a chi ha lavorato per tutta la vita, di ritrovarsi in uno stato d'indigenza. E il regista Ken Loach quindi, racconta con molta sensibilità e con uno stile essenziale e sobrio (senza alcun fronzolo), un dramma che è umano e sociale, partecipando con slancio sincero e generoso al dolore dei suoi protagonisti. Protagonisti che fanno di tutto per poter dare una vita normale ai suoi figli o che esprimono rabbiosamente, tutto il loro disappunto (scrivendo con una bomboletta spray sui muri dell'ufficio nome e necessità) per il cinismo spietato e ottuso degli impiegati di un ente statale. Il film per questo (che riesce a coinvolgere con una storia immaginaria ma che è più reale di una storia vera) colpisce direttamente al cuore, fino a spezzarlo, fino alle lacrime che scaturiscono un po' per commozione e un po' per rabbia.

martedì 12 giugno 2018

[TAG] Very Pop Blog - Le mie estati del passato

Si sa, l'estate è forse il periodo più bello dell'anno, o almeno per bambini lo è sicuramente, certamente lo è stato per noi nati negli anni '80, noi che abbiamo nel decennio successivo vissuto estati indimenticabili. E' per questo che il nostro fedele amico Miki del Moz O'Clock, per ricordare quel fantastico periodo, ha deciso di proporre questo post, questo Tag, che consiste nel:

1 - Elencare tutto ciò che è stato un simbolo delle nostre estati da bambini, in base ai vari macroargomenti forniti;
2 - Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento sul suo blog.
3 - Taggare altri cinque bloggers, avvisandoli.

E quindi, nonostante molte cose ho già detto, cose che sicuramente qui ripeterò (altre invece abbastanza "nuove"), ecco LE MIE ESTATI DEL PASSATO.


GIOCO IN CORTILE
Di mattina o pomeriggio era indifferente, quando potevo scendevo di casa e giocavo con gli amici del quartiere a nascondino e/o calcio. Mentre la bicicletta, non sempre avuta e non sempre a disposizione in paese, la usavo davvero poco.

GIOCO IN SPIAGGIA
Ero un bambino abbastanza "standard", anche se pistole ad acqua i miei genitori non mi compravano, usavo semplicemente infatti paletta e secchiello, e con la sabbia al massimo ci facevo le polpette. Tuttavia giocavo spesso a racchettoni, anche se non erano mai i miei.

lunedì 11 giugno 2018

Transformers: L'ultimo cavaliere (2017)

Ogni volta è sempre la stessa storia, perché è innegabile che ogni film di Michael Bay si "trasformi" in un caso mediatico ogni qualvolta, con la critica che continua a stroncarlo senza ritegno, mentre al box office si registrano (immancabilmente) incassi altissimi, ma come spesso accade in questi casi, la verità sta sempre nel mezzo. Perché anche se nel corso degli anni (a eccezione del primo film, che risulta ancora oggi un perfetto mix di intrattenimento, scene d'azione e idee visive) i capitoli di Transformers hanno sempre vissuto nel limbo della mediocrità (quel luogo dove a fine visione già ci si era scordati di quanto appena visto), Transformers: L'Ultimo Cavaliere (Transformers: The Last Knight), quinto capitolo della serie datato 2017, pur non esente da difetti (anzi, ce ne sono tanti), è forse il miglior film dei Transformers (sempre escludendo la pellicola d'esordio e sempre non discostandosi molto dalla sua costante mediocrità), riuscendo altresì dove il quarto aveva fallito (praticamente quasi in tutto). Già con il precedente (buon) lavoro, 13 Hours, Bay (alla soglia dei 57 anni) aveva scoperto un oggetto mistico e dai grandi poteri cinematografici: la sceneggiatura. Anche se, nonostante questa venisse a mancare in altri lavori, il risultato finale è sempre riuscito a regalare grande intrattenimento (infatti anche qui, come nei precedenti, senza dubbio ci si diverte, indubbiamente gli effetti speciali sono eccezionali, anche se esagerati). Perché si sa, la sceneggiatura se applicata con sapienza anche a un prodotto ormai testato (e con delle proprie logiche che vivono al di fuori di ogni sistema, come la saga dei Transformers) ne arricchisce il racconto. Tuttavia, l'inserimento di questa nuova rotella in una macchina perfettamente oliata avviene con qualche intoppo. Perché è innegabile che qui, anche se l'intrattenimento rimanga comunque elevato e godibile, essa non venga usata in modo del tutto consono, facendo risultare uno dei migliori film della saga in un film solamente sufficiente e fortunatamente non totalmente bocciabile.

venerdì 8 giugno 2018

Baby Driver: Il genio della fuga (2017)

Era solo questione di tempo, prima che Edgar Wright dedicasse un intero lungometraggio alla sua passione per gli inseguimenti automobilistici. Già a partire dal fulminante esordio con L'alba dei morti dementi e ancora di più con il successivo Hot Fuzz, il regista inglese aveva dimostrato una dote straordinaria nella direzione delle scene d'azione su quattro ruote: mai appunto come in queste sequenze, il celeberrimo montaggio velocissimo tipico del suo cinema (coadiuvato da virtuosistici movimenti di macchina quali panoramiche a schiaffo e zoomate) trovava un perfetto sfogo. Certo, scegliere di costruire una storia basata sulle avventure di un autista per rapine non è certo l'idea più fresca degli ultimi tempi (anche se il genere "rapinatori in fuga con inseguimento" è uno dei classici del cinema americano fin dagli anni '40, e bisogna riconoscere che funziona sempre), ma il regista ne è consapevole e costruisce attorno alla sua vicenda una trama elementare, caratterizzata da personaggi molto caratterizzati, il cui scopo è semplicemente quello di essere utili alla semplicità di fruizione. Si perché se da una parte il regista chiede allo spettatore di non formalizzarsi troppo per una narrazione non troppo precisa, dall'altra lo conquista attraverso una messa in scena potente e un ritmo inarrestabile. Tanto che l'heist movie a tempo di musica dal titolo Baby Driver: Il genio della fuga (Baby Driver), film del 2017 scritto e diretto da Edgar Wright, diverte e riesce, almeno in parte, a rinfrescare un genere in cui resta davvero poco da inventare. Anche perché sinceramente in meglio e di diverso dall'ultimo visto simile, Autobahn: Fuori controllo (che a me è sufficientemente piaciuto) c'è ben poco. Di certo migliore è la sceneggiatura, la regia e migliori nettamente sono le musiche, abbastanza in linea e simile invece il livello del cast (anche se qui di donne "gnocche" ce ne sono due), mentre abbastanza sorprendente è il fatto che non tanto migliore è la parte action, era lecito aspettarsi vedendo il trailer infatti, sequenze ancor più adrenaliniche (seppur quelle poche che ci sono eccezionali), invece no. I punti di forza di questo film difatti (che sono comunque molti) stanno altrove e la componente puramente action non è tra questi. Giacché per differenziarsi e proporre qualcosa di nuovo in un genere inflazionato, l'incipit propone un protagonista decisamente sui generis.

giovedì 7 giugno 2018

Ash vs Evil Dead (3a stagione)

Con la decima puntata della terza stagione, distribuita in Italia attraverso la piattaforma Infinity, si è chiusa una delle serie cult (più sorprendenti, spassose e demenzialmenti sanguinose) degli ultimi anni, parlo ovviamente di Ash Vs Evil Dead. La serie infatti, dopo le prime due convincenti stagioni (qui la mia recensione), ha riportato sullo schermo uno dei personaggi più amati del cinema horror degli anni '80 e '90, Ash Williams, personaggio iconico in una terza stagione della serie (sempre ispirata dalla saga filmica originale) fortunatamente e nuovamente diretta dal suo creatore Sam Raimi, insieme ovviamente a Ivan Raimi e Tom Spezialy. Purtroppo non è cambiata la casa di produzione, la Starz, perché essa (imprudentemente forse e comunque senza preavviso) ne ha annunciato la sua cancellazione poco prima della fine di questa terza stagione. Una cancellazione forse fisiologica dato il pubblico di nicchia di appassionati e il bacino d'utenza ridotto, ma che fa abbastanza male. Perché seppur dalla messa in onda del primo episodio, sono passati ormai diversi anni e negli ultimi tempi non era difficile capire che la serie stava iniziando a dirigersi verso un epilogo, e seppur la chiusura non è avvenuta nel bel mezzo di un arco narrativo, giacché per quanto apra in realtà una finestra su un eventuale proseguo, l'ultimo episodio della terza stagione (che si conclude per certi versi in modo simile a quello alternativo de L'armata delle Tenebre e quindi cronologicamente slegato) chiude senza ombra di dubbio l'arco narrativo che ha contraddistinto tutte e tre le stagioni che compongono Ash Vs Evil Dead, la sua conclusione ci toglie la possibilità di divertirci nuovamente con uno dei personaggi più folli, divertenti e cazzuti di sempre e con una serie più spassose degli ultimi tempi in ambito horror, anche se in verità Blood Drive merita certamente di essere vista e apprezzata e mi è piaciuta leggermente anche di più.

mercoledì 6 giugno 2018

Alien: Covenant (2017)

Sesto episodio della saga cinematografica di Alien (ottavo se contiamo i due spin-off) e secondo prequel della stessa dopo il discusso PrometheusAlien: Covenant, film di fantascienza del 2017 diretto da Ridley Scott, è un film ambizioso ma solo parzialmente riuscito e che in parte condivide molte delle perplessità espresse in occasione dell'uscita del precedente episodio (per sapere vi basta cliccare qui, nel post che raggruppa l'intera saga tranne ovviamente quest'ultimo capitolo). Il film infatti, seppur sufficientemente gradevole in parte, ha un sacco di difetti, parecchie mancanze dal punto di vista registico e alcune scelte nella sceneggiatura non propriamente condivisibili, inoltre i contenuti filosofico-esistenziali accennati appunto in Prometheus (subito riproposti tramite un algido flashback che ci mostra il momento della presa di coscienza dell'androide David, e in cui fa una breve apparizione Guy Pearce) che tuttavia nella sua incompiutezza e furbizia furono sufficientemente in grado, nel bene e nel male, di suscitare un dibattito e di far arrovellare gli appassionati con tutta una serie di interrogativi, non vengono minimamente approfonditi, e se qualcosa esce, lasciano il tempo che trovano, relegando così il franchise al suo punto basso. Alien: Covenant difatti, sequel di un prequel che assomiglia a un reboot ma non lo è, non solo è una combinazione squilibrata e indefinita di slasher spaziale non particolarmente ispirato e fantascienza filosofica da quattro soldi, ma è anche troppe cose insieme e qualcosa di già visto. Proprio perché il film, un ibrido che ripercorre personaggi e dinamiche di "Alien" e "Prometheus", sembra un lungo deja vu, che combina una fusione dei due film (e non solo quelli due), facendolo così risultare un patchwork mal riuscito. Anche perché a parte il buon inizio (che mette contenuti interessanti sul fuoco e prosegue poi con una sequenza movimentata che non ci si aspetta di trovare nei primi minuti di un film), è sempre la stessa storia, quella di una navicella spaziale che in missione di colonizzazione e a seguito di una misteriosa interferenza audio, il capitano e l'equipaggio, decidono di atterrare, su un pianeta fino a quel momento escluso dalla mappatura di quel settore del cosmo. Un pianeta che se a prima vista sembra un paradiso, è in verità un mondo oscuro e pericoloso, e dove David, l'androide sopravvissuto alla spedizione Prometheus (ed "unico" abitante del luogo), cela oscuri segreti.

martedì 5 giugno 2018

[Tag] La prima volta non si scorda mai

Già dalla prima volta che vidi questo Tag, ne La stanza di Gordie di Marco Contin, avevo in mente di riproporlo, poi avendolo visto successivamente da Il bazar di Riky di Riccardo Giannini, mi sono deciso finalmente a farlo, anche perché come dovreste aver capito questo Tag, "La prima volta non si scorda mai", non parla esclusivamente di "quella" prima volta, altrimenti non l'avrei mai riproposto, ma di tante prime volte, quali? Vi basta leggere qui sotto, così da farvi, nuovamente dopo due settimane dall'ultimo mio Tag "personale", un po' di fatti miei, e raccontandovi ancora qualche altro pezzo di me. Prima ovviamente una precisazione, ovvero che potete tranquillamente riproporre questo identico Tag (giacché qui le nomination sono bandite) e nei modi che preferite, aggiungendo o meno tante altre prime volte. Io per esempio ho evitato prime volte in cui avrei certamente risposto con un lapidario "non ricordo" o "non lo so", ma in ogni caso ecco Le mie prime volte.

Il mio primo libro: Non ho mai amato leggere, neanche da bambino, tuttavia ricordo bene di aver letto due libri che una (ora ex) vicina mi diede come regalo per il mio settimo od ottavo compleanno (non ricordo con precisione), ovvero Cuore di Edmondo De Amicis ed Oliver Twist di Charles Dickens.

La mia prima gita scolastica: Non ricordo l'anno scolastico o l'anno in sé, ma ricordo che quando andai alla riserva del WWF "Le Cesine" in provincia di Lecce, pioveva e purtroppo vidi davvero poco della fauna selvatica, tuttavia mi divertii ugualmente.

lunedì 4 giugno 2018

Elle (2016)

C'era un tempo in cui andavano forte i "Rape & Revenge" (e il tempo sembra non essere ancora finito per loro, anzi), un particolare filone realistico dell'horror in cui una donna vittima di violenza sessuale si vendica in maniera dieci volte più cruenta dei suoi stupratori. Ora, in maniera del tutto singolare, anche il mitico Paul Verhoeven tenta la strada del Rape & Revenge, ma lo fa in maniera del tutto slegata dalla tradizione con Elle, un oggetto filmico affascinante e allo stesso tempo fortemente imperfetto. In Elle, film del 2016 diretto dal regista olandese, facciamo la conoscenza di Michèle, una donna forte e indipendente che sta a capo di un'azienda che produce videogiochi. Un giorno Michèle viene aggredita e stuprata, dentro casa sua, da uno sconosciuto dal volto coperto da un passamontagna. La donna decide di non denunciare l'accaduto, ma si procura le armi e comincia a dargli la caccia. Questo è solo l'incipit però, quello che sulla carta lo identificherebbe appunto come Rape & Revenge. Solo che Elle non si accontenta di un'etichetta di genere e va oltre in maniera così spudorata da perdere completamente un'identità: da dramma si trasforma in commedia e quell'anima thriller che lo muoveva diventa ben presto grottesco. Grottesco che tuttavia non vuol dire perdere ogni senso o logica (rasentare la mediocrità), anche perché in questa pellicola (una sorta di commedia grottesca sulla vita e sulle pulsioni), che in ogni caso segna il grande ritorno di Paul Verhoeven, lo scandaloso regista olandese che ben venticinque anni fa lasciava un marchio indelebile nella storia del cinema con Basic Instinct, nel quale una Sharon Stone più bella, più erotica e più perversa che mai faceva perdere la testa al detective Nick Curran interpretato da Michael Douglas, qui tuttavia al contrario la Michèle di Isabelle Huppert è molto diversa dalla bionda Catherine Tramell, tanto quanto Elle lo è da Basic Instinct, proprio perché i toni oscuri, da thriller poliziesco, qui vengono abbandonati in favore di atmosfere non allegre, ma sicuramente più leggere, egli narra comunque senza forzare mai la mano sul pathos, Michèle è una donna forte, dal pugno di ferro sia nella vita privata che sul luogo di lavoro (è una produttrice di videogame, un aspetto molto interessante che ci fa capire molto di questa donna energica, giovanile, circondata dai poster di The Last of Us o The Order 1886), una donna dal passato turbolento e tragico, che dà poca importanza alla violenza subita perché ne ha già passate fin troppe.

venerdì 1 giugno 2018

The Alien saga

In tempi non sospetti mi era balenata in testa un'idea, il desiderio (già espresso ai tempi delle mie promesse cinematografiche 2018 di pochi mesi fa) di rivedere, e prima di vedere l'ultimo capitolo uscito lo scorso anno, tutti i film della fortunata e straordinaria saga fantascientifica di Alien. E neanche a farlo apposta ecco che grazie a Sky e ai suoi speciali di Sky Cinema ho avuto la possibilità di farlo. Infatti anche se son passate settimane dalla sua programmazione (e mi scuso per il ritardo) ho finalmente avuto il privilegio di vedere tutti i 7 film (in verità 8), ovvero i 5 della saga classica e i due spin-off, più ovviamente l'ultimo, facente parte di quella classica, che tuttavia avrà una recensione singola tra pochi giorni. Nel frattempo però in questo corposo post dirò la mia, anche se ormai è già stato detto tutto e ci sono tanti appassionati e professionisti più competenti di me che su questo argomento (questa saga) hanno scritto e continueranno a scrivere a profusione (e in meglio e più dettagliatamente), su una delle saghe più longeve della cinematografia mondiale e sui film (soprattutto i primi quattro) che hanno fatto storia. La saga di Alien infatti (e non solo per quel capolavoro del primo episodio, addirittura scelto nel 2002 per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti) è qualcosa di eccezionale. Essa non è come le altre, è unica, è speciale, è incredibile e straordinaria. Non solo perché come detto è forse la più longeva di tutte (ben 39 anni dal primo film) e la più registicamente libera (ben 6 registi, e che registi si son cimentati nell'impresa, nell'arco di un tempo non sempre vicino), ma perché per l'immaginario collettivo ha segnato un'epoca, ha ridefinito ancora una volta dopo quel capolavoro assoluto ed ineguagliabile di 2001: Odissea nello spazio (che ha compiuto quest'anno 50 anni) un genere, anzi due. Soprattutto il primo film difatti, si può considerare un capolavoro sia horror che di fantascienza, poiché le vicende, e di tutti gli effettivi episodi, ruotano attorno a una specie aliena (a tal proposito davvero orrenda in tutti gli aspetti) che nella storia (lunga e "strettamente" continuativa storia, una particolarità molto intrigante) viene identificata con la generica definizione xenomorfa, costituita da feroci predatori dotati di intelligenza ma incapaci di provare emozioni, che si riproducono come parassiti annidandosi nei corpi di altri esseri viventi provocandone la morte. Per questo nessun umano, nessun pianeta inesplorato, sarà al sicuro durante l'intero ciclo di questa inquietante e terrorizzante saga. Saga (che può vantare 3 Oscar in totale) che probabilmente non sarebbe oggi un must senza la sua protagonista principale. Provate ad immaginare Alien senza Sigourney Weaver (lei che con il suo ruolo è stata la prima attrice nella storia degli Oscar a ricevere una nomination per un film fantascienza), bene, sarebbe stato probabilmente un flop (non a caso dopo il quarto episodio la mediocrità ha preso il sopravvento). Ma fortunatamente lei c'è stata ed il risultato si è visto, tanto che ancor oggi è difficile dimenticarsi di lei e della saga, ma se l'avete fatto (e spero di proprio di no), eccomi qui oggi a rinfrescarvi la memoria.

giovedì 31 maggio 2018

Gli altri film del mese (Maggio 2018)

Dopo mesi di attesa, rimandi e controversie, finalmente le questioni in sospeso rimaste impantanate per parecchio tempo, sembrano ormai arrivate in via di definizione, e sembrerebbe aprire ad importanti scenari. In questo mese di Maggio infatti, non solo è arrivata l'ufficialità di avvenuta vendita della casa della mia defunta nonna (anche se la riscossione bancaria è ancora a metà percorso), vendita che potrebbe aiutare il "sogno" di cambiare casa a prendere corpo (anche se potrebbe restare comunque tale, giacché non è una cosa facile), ma anche la questione legata alla pensione di mio padre (dopo parecchi problemi di certificazione ed altro) sembra essere in via di risoluzione (in un mese dovrebbe risolversi tutto), fatto che ovviamente consentirà un sostegno economico sicuro dopo un anno e mezzo senza stipendio. E quindi finalmente un po' di notizie positive in questo mese, quinto mese dell'anno che nel tempo ha riservato momenti belli misti ad alcune amarezze. Di certo in campo cinematografico il discorso è diverso, tuttavia dopo gli immancabili peggiori film di ieri, eccoci oggi con le altre pellicole (le ultime due passate in televisione ultimamente) viste durante il suddetto mese, pellicole moderatamente sorprendenti e consigliabili alla visione.

mercoledì 30 maggio 2018

I peggiori film del mese (Maggio 2018)

Essendo questo un post negativo, volevo oggi darvi una notizia cinematograficamente positiva con una piccola anticipazione su una (spettacolare e straordinaria) saga vista di recente che mi ha impegnato parecchio, che spiega in parte la diminuzione dei peggiori film visti del mese, e del suo conseguente corposo post. In questo mese infatti, ho fatto di nuovo conoscenza con un parassita davvero letale e disgustoso e con una donna davvero d'acciaio. Qualcuno avrà forse capito, soprattutto avendo Sky, ma comunque vi basterà aspettare venerdì per capire di cosa sto parlando e a cosa mi riferisco, perché nel frattempo purtroppo dovrete accontentarvi di conoscere i peggiori film che questo (in parte avulso) mese mi ha regalato.

La casa di famiglia (Commedia, Italia 2017): Una gradevole commedia con un canovaccio classico che conduce all'altrettanto classico gioco degli equivoci, questo è in sintesi il fulcro della pellicola. Pellicola che appunto non sembra avere nulla di particolare sotto l'orizzonte, tuttavia nonostante parecchie sbavature (una durata troppo breve, una punta inutilmente malinconica nella narrazione perché superficiale, alcuni personaggi e situazioni, bullismo, stereotipi e banalità, al limite della correttezza), essa, che racconta di 4 fratelli alle prese con un "infelice" risveglio dal coma dell'amato Padre, è ben recitata (Stefano Fresi sempre bravo al pari di Matilde Gioli, ma spicca Luigi Diberti nella parte del padre), priva di volgarità, dinamica dal punto di vista dei dialoghi e del ritmo narrativo. Anche se forse, anzi, quasi certamente, c'era del materiale per fare qualcosa di meglio, poiché si ride davvero poco. Infatti il fulcro del film, che è quello di far sembrare viva un'abitazione oramai mezza vuota e in vendita, non sempre viene sfruttato a dovere. Certo, alcuni divertenti e paradossali momenti ci sono e funzionano, ma alla fine rimane davvero poco di una commedia troppo semplice che, seppur segna un netto miglioramento registico di Augusto Fornari dopo il pessimo Torno indietro e cambio vita del 2015, non convince fino in fondo. Giacché nonostante il discreto apporto di un buon cast (comprendente notevoli attori italiani), poco resta, poco diverte e poco fa riflettere, anche se tutto fila piacevolmente liscio. Voto: 5,5