lunedì 23 aprile 2018

Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar (2017)

Lo si può criticare, lo si può disprezzare, ma la saga dei Pirati dei Caraibi non è soltanto e ormai un punto saldo della cinematografia commerciale, ma lo spettacolo d'intrattenimento più godibile che ci sia. Perché sebbene la miliardaria saga piratesca di casa Disney mostri oramai con evidenza di avere più di qualche falla, anche con un quinto capitolo ridondante e superfluo eppure spassoso, riesce sempre a divertire e non annoiare. Certo, rispetto ai primi due inarrivabili film, Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar (Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No Tales), film del 2017 diretto da Joachim Rønning e Espen Sandberg e sequel del deludente Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare, soffre un presupposto narrativo quasi inesistente e una trama priva di veri colpi di scena o elementi d'originalità, ma nonostante ciò, lo spettacolo imbastito diverte e coinvolge, la messa in scena si conferma come grande punto di forza della serie e l'uso sovrabbondante di CGI non risulta quasi mai espansivo. In due ore il film infatti, certamente non il migliore dei cinque capitoli sin qui prodotti, ma di cui comunque il giudizio è relativamente positivo, intrattiene incredibilmente alla grande, non solo grazie ad effetti speciali senza dubbio godibili ma anche ad un ritmo decisamente dinamico. Se difatti la storia, che ruota sostanzialmente attorno alla ricerca di un tesoro leggendario e introvabile, in buona parte ha il sapore del già visto, ciò che colpisce è il ritmo della narrazione che, alternando continuamente personaggi e scenari, riesce a non annoiare e a tenere alto l'interesse fino a fare convergere tutto il climax accumulato nei suoi 120 minuti in un finale scontato ma ugualmente interessante, seppur forse troppo esagerato, esteticamente e concettualmente, anche per una saga come questa.

venerdì 20 aprile 2018

Moonlight (2016)

Anche se esageratamente acclamato dalla critica d'oltreoceano e in parte da quella internazionale (è addirittura tuttora considerato dalla critica cinematografica uno dei film migliori della storia), ho visto comunque Moonlight, il film vincitore di 3 Oscar nella scorsa edizione. Comunque perché ero davvero dubbioso di come, e mai come questa volta, le aspettative alte potessero scontrarsi, date le promesse, con la realtà, una deludente realtà. Moonlight è infatti un film del 2016 "solamente" discreto scambiato per un quasi capolavoro da molti critici (professionisti), e l'esagerato numero di candidature agli Oscar più che un reale apprezzamento nei confronti del film appare più che altro come il tentativo da parte dei soci dell'Academy di smarcarsi dalle accuse di scarsa rappresentanza di minoranze etniche all'interno della cerimonia che gli avevano colpiti durante le precedenti edizioni. L'effetto di ciò è che un film non particolarmente eclatante come quest'opera seconda di Barry Jenkins, regista che per fortuna è riuscito (grazie al suo contributo in fase di sceneggiatura) a non fare sentire troppo la base originale dell'opera teatrale di cui è tratto, ovvero In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney (giacché le impostazioni teatrali molto spesso mi annoiano), ha finito per ottenere una visibilità e un riconoscimento che probabilmente non si meritava. Non fosse per il fatto che è narrata dal punto di vista di una comunità di emarginati, la storia è una di quelle che si sono già viste un centinaio, un migliaio di volte (quella del protagonista Chiron cresciuto in un sobborgo di Miami dove povertà, droga, crimine e mancanza di affetto sono le sfide quotidiane che deve affrontare, unite alla scoperta della propria omosessualità). E Moonlight è un film estremamente semplice, fin troppo talvolta, fino ad arrivare a sfiorare il semplicismo, che non è mai una cosa raccomandabile in questi casi. Non succede molto di realmente stimolante o che porti effettivamente a riflettere circa le tematiche trattate.

giovedì 19 aprile 2018

Britannia (1a stagione)

Doveva essere per Sky, dopo l'affascinante, sorprendente e intrigante serie Babylon Berlin, la conferma, invece Britannia, serie televisiva statunitense e britannica co-prodotta da Amazon e Sky e andata in onda su Sky Atlantic (che ha già annunciato il rinnovo per una seconda stagione) si rivela essere come le precedenti sue produzioni Tin Star e Riviera e come l'ultima produzione storica del canale History, ovvero Knightfall, un'occasione persa. Britannia infatti (ambientata nel 43 d. C.), di stampo prettamente storico (che però di realmente storico ha in verità ben poco) ma che vira spesso (e imprudentemente) verso il fantasy, sfrutta solo in parte l'interessante e affascinante script di base (perché della serie sono interessanti i rapporti tra le tribù, i riti di iniziazione delle vergini del villaggio, lo scoprire che nel cast c'è anche Fortunato Cerlino che interpreta un certo legato di nome Vespasiano, e poco altro), che racconta il selvaggio e mistico mondo di una terra, pronta a essere, dopo la disfatta di Giulio Cesare, conquistata dall'Impero romano. Difatti una nuova legione cerca di sconfiggere e dominare le lande governate da varie tribù, in cui il volere degli Dei cambierà il corso canonico delle tradizioni locali, ma la serie che vede come "antagonista", il generale Aulo Plauzio (il governatore di The Walking DeadDavid Morressey) e come protagonisti Kerra (la giunonica Kelly Reilly), figlia del Re dei Cantii Pellenor (Iain McDiarmid), in conflitto perenne con i Regnensi e la Regina Antedia (Zoe Wanamaker), e lo sciamano Divis (Nikolaj Lie Kaas), seppur senza alcun dubbio parta in maniera incalzante, offrendoci uno sviluppo narrativo sostanzialmente equilibrato, e comunque ricco di picchi di tensione durante tutto l'arco, regalando altresì allo spettatore ripetute scene di azione, spesso cruente, capaci di mantenere, in buona parte, vivo l'interesse, non convince. Anche perché lo sviluppo dello script si ferma alla sola azione, visto che la contaminazione fantasy (giacché qui ci sono i Druidi, creature misteriose, la cui lealtà e il cui vero scopo rimangono avvolti nel mistero per tutti i 9 episodi) fa perdere di vista il vero obiettivo della serie, narrare la conquista romana.

mercoledì 18 aprile 2018

Recuperi Sky on demand (Marzo/Aprile 2018)

Chi mi conosce sa, o anche chi di cinema è appassionato, che le liste dei film da vedere non finiscono mai, e infatti tra le mie tante liste, eccone una rimasta per un po' di tempo in sospeso, ovvero i film che non sono riuscito a registrare da Sky (causa motivi dettati dal tempo, dalla voglia e da imprevisti tecnici) e che grazie al servizio on demand della piattaforma stessa ho potuto finalmente vedere. Una lista per fortuna piccola (solo 12 titoli, che saranno perciò divisi in due tronconi) e film che in ogni caso (a parte soprattutto le prossime sei pellicole) non sono e non saranno più disponibili alla visione, se vi interessano infatti dovrete trovare altri modi, o più semplicemente aspettare un passaggio televisivo (anche se forse non tutti verranno trasmessi) per vederli. Ma a parte ciò questi suddetti film, molti usciti in sordina e poco conosciuti, altri meno inediti, son contento di aver visto, ho fatto bene difatti a volerli comunque recuperare, perché, anche se non ho la sfera magica, so che nessuno mi deluderà tanto (forse solo un pochino), a partire proprio da questi primi sei, film molto interessanti, belli, passabili e quasi certamente da consigliare e vedere.

martedì 17 aprile 2018

Le mie canzoni italiane preferite (Marzo/Aprile 2018)

Negli ultimi due mesi la selezione musicale è stata davvero ampia, vuoi per Sanremo vuoi l'arrivo della primavera, che non solo i fiori son sbocciati ma anche tanti artisti (più tante altre belle conferme). Una selezione sia italiana ovviamente ma anche quella straniera, così tanto estesa che la dividerò esattamente in due parti (settimana prossima le "novità" straniere), giacché sono davvero molte le canzoni che in questo primo periodo primaverile ho sentito e risentito e che quindi mi hanno entusiasmato. Per cominciare però una piccola critica a Sanremo, perché sì, ho atteso parecchio tempo per ascoltare le canzoni presentate al Festival (dopotutto non avevo nascosto a febbraio, qui, questo mio "rinvio"), ma dopo averle ascoltate con attenzione sono sempre più convinto che a vincere sia stata la canzone (Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro) più "brutta", cioè quella più "inutile" e banale di tutte. Così tanto che sinceramente non capisco come abbia fatto a "battere" almeno tre canzoni e tre artisti (i primi tre video di questa specie di classifica) molto migliori (gli altri invece sulla stessa linea ma sempre un gradino sopra alla vincitrice). Tuttavia la loro vincita non ha smentito la "diceria" per cui al suddetto Festival raramente vincono i migliori (e dopotutto è meglio così, chissà che esca un altro Vasco Rossi). Nella seconda tranche invece le canzoni italiane uscite anche dall'inizio dell'anno che mi hanno conquistato, di certo non una che sinceramente avevo già odiato (perché non si capiva una parola) durante le famose pubblicità di una nota marca di telefonia e che ultimamente ho risentito non proprio con tanta felicità, mi riferisco ovviamente a Cara Italia di GHALI, una canzone probabilmente destinata ad un grande successo ma che personalmente non mi ha per niente soddisfatto, e infine annoverò tra i flop i Maneskin, perché anche se Morirò da re è minimamente passabile, le altre fanno parecchio schifo. Ma al di là di ciò eccovi le mie canzoni italiane preferite del mese di Marzo e Aprile di questo "complicato" 2018.

lunedì 16 aprile 2018

John Wick - Capitolo 2 (2017)

Nel 2014 (anche se io l'ho visto due anni dopo), Chad Stahelski e David Leitch, collaboratori di vecchia data con lunghi trascorsi da stunt, hanno esordito alla regia col primo John Wick e, insieme allo sceneggiatore Derek Kolstad, sono riusciti a creare un franchise action di grande successo praticamente dal nulla. Sono partiti da un budget risicato, hanno costruito un eroe-antieroe duro e puro, dai connotati essenziali, addosso ad un Keanu Reeves che sembrava alla frutta, hanno ideato con pochi mezzi la mitologia e le regole di un network di assassini su commissione, hanno dato nuova linfa a tutti i migliori elementi del b-movie e, soprattutto, hanno venato la narrazione di un'ironia sottilissima, punto di forza sul quale molti franchise falliscono scivolando su una serietà eccessiva o su una comicità di grana troppo grossa. La stessa genuina artigianalità si evince nel sequel, intitolato semplicemente John Wick - Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2), con la medesima squadra produttiva (e un Leitch più defilato che si è occupato di Atomica Bionda, John Wick al femminile con Charlize Theron, che non vedo l'ora di recuperare prossimamente, e ha diretto Deadpool 2, prossimamente al cinema) e un budget raddoppiato. La trama com'è ovvio, e se si è visto il primo capitolo e si sa già cosa aspettarsi tanto meglio, è un puro pretesto per mettere John contro tutti gli altri sicari, memorabile, in tal senso, il montaggio incrociato che mescola svariate ed elaborate coreografie di combattimento con un moderato splatter digitale. Tuttavia di "moderno" c'è ben poco (a parte un aspetto che è rimasto invariato e di cui fortunatamente questo sequel non fa a meno). Questo film del 2017 infatti, è un action vecchio stile, cosa che si evince anche dalla quasi totale assenza di tecnologia e di elementi che lo collochino ai tempi nostri. Questo elemento incredibilmente vintage, tuttavia, rafforza la fascinazione verso il personaggio, mettendone in mostra l'eleganza e la maniacalità, ma anche la dedizione e la freddezza.

venerdì 13 aprile 2018

Spider-Man: Homecoming (2017)

È la rivisitazione del tema classico di Spider-Man ad opera di Michael Giacchino ad accompagnare il ritorno a casa dell'Uomo Ragno (un ritorno schietto, sincero, che vuole ridare lustro ad un eroe che forse sin troppo ne aveva perso a causa dei ben noti e gravosi problemi di licenza), e queste splendide note messe in fila con cosi tanto gusto e maestria dichiarano apertamente le intenzioni dei Marvel StudiosSpider-Man: Homecoming vuole essere un film unico, una storia mai raccontata prima, capace di divertire, appassionare, emozionare. C'è tutto in queste note, l'epicità, la freschezza giovanile, la coerenza storica di un personaggio che finalmente torna a casa per stupire, per prender davvero parte a quell'enorme progetto che è il MCU. E per farlo, in questa terza release del super eroe, la Marvel decide di spostare indietro le lancette dell'orologio, dopo la sua apparizione in Captain America: Civil WarTuttavia Homecoming non compie i voli pindarici di molti altri film Marvel, non si perde in spiegoni che ricostruiscano una certa continuity a uso e consumo dei più sprovveduti. Non fa nulla di questo, anche perché non pretende neanche di essere un tipico film sulle origini. Si prende infatti la briga di scorrere, anche grazie ad un cambio generazionale molto interessante, dall'inizio alla fine con invidiabile eleganza, complice un ritmo sostenuto e talvolta incalzante, in cui praticamente non si assiste ad alcun scivolone e in cui tutto ruota attorno a Spider-Man, alla sua adolescenza, lasciando che i comprimari facciano il loro lavoro, quando serve, ma senza ingombranti interferenze. Homecoming comincia così, con la sua filosofia da (classico) teen movie che presenta, fin dall'azzeccatissimo titolo, che sottintende sia al ritorno a casa Marvel dell'Uomo Ragno, sia alla settimana dell'Homecoming (ovvero il ritorno sui banchi scolastici dei giovani studenti americani), però alcuni risvolti etici e morali che lo rendono assimilabile a un vero e proprio racconto di formazione a sfondo supereroistico, ma senza tuttavia troppo giocare sui drammi adolescenziali, senza puntare troppo i riflettori sulle situazioni paradossali che proprio i teen movie sembrano tanto amare.

giovedì 12 aprile 2018

The Strain (Quarta ed ultima stagione)

È raro trovare, volgendo lo sguardo agli ultimi anni, serie tv che si auto-concludono dopo poche stagioni. The Strain è una delle poche eccezioni nel vasto mondo della serialità attuale (anche se ciò è successo anche per Salem, la discreta serie sulle streghe). La serie prodotta dal regista pluripremiato Guillermo Del Toro ha infatti concluso la sua corsa dopo quattro intense stagioni e 46 episodi totali. Tuttavia era chiaro che ciò sarebbe avvenuto, dato che lo show, che altresì si è chiuso anche a causa di una terza stagione molto zoppicante (ma più che sufficiente, qui), aveva già definito la via concludendo la trasposizione della trilogia di libri Nocturna, scritti dal regista fresco vincitore di un Oscar e dall'amico fidato Chuck Hogan, con cui si divide nuovamente il merito di aver, con questa quarta stagione e quel godibile finale (nonostante qualche sbavatura), degnamente chiuso, con una elevata ed onorevole qualità che non è mai mancata, l'arco narrativo di una delle serie più belle ed originali degli ultimi tempi, perché anche prendendo forma da radici molto classiche del genere, è riuscita a trovare quei guizzi di originalità capaci di stregare e coinvolgere. Tuttavia, nonostante l'epilogo "epico", The Strain 4 è stata rispetto alle prime tre stagioni quella più fiacca e meno curata. Non a caso questa stagione appena conclusa (meno thriller e molto più survival), a partire, soprattutto, dalla sua timeline, si è rivelata immediatamente differente dalle tre precedenti.  Se le tre stagioni si estendevano difatti in un lasso di tempo minore ma fortemente dilatato (circa una settimana per stagione) l'ultima si colloca dopo quasi un anno provocando una sorta di capovolgimento nella velocità di racconto. Facendo così sembrare che la stagione conclusiva scorra troppo veloce rispetto alle antecedenti.

mercoledì 11 aprile 2018

Jackie (2016)

Nella sua ultima opera Pablo Larraín (artefice del bellissimo No: I giorni dell'arcobaleno ma anche del personalmente deludente Neruda) elabora il ritratto di Jackeline Lee Bouvier e lo fa attraverso il resoconto di una intervista che la vedova del presidente americano rilasciò a un giornalista della rivista Life poche settimane dopo il tragico evento. Jackie infatti, film biografico del 2016 diretto dal regista cileno, rievoca i pochi giorni precedenti l'omicidio di Kennedy durante la campagna elettorale del 1963 a Dallas, l'omicidio stesso, nonché la complessa organizzazione dei suoi funerali, in cui le ragioni di stato dei politici e dell'apparato di sicurezza si scontrarono duramente con il dolore di Jackeline e il suo desiderio di seguire a piedi il feretro del marito. Il ritratto che ne esce è quello di una donna al tempo stesso fragile e determinata, molto attenta a evidenziare il ruolo che aveva avuto alla Casa Bianca a fianco del presidente, nonostante fosse a conoscenza delle numerose frequentazioni di Kennedy sia con altre donne, sia con personaggi oscuri della criminalità organizzata, e dei non idilliaci rapporti che intercorrevano tra lei e i tanti rappresentanti della famiglia del marito. Il ritratto di una donna bella, giovane, colta, aristocratica, che due colpi di carabina alla testa del celebre coniuge, insieme al suo vestito rosa macchiato di sangue, consegnarono alla storia. Tuttavia il film, che nel 2017 ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nella categoria Miglior colonna sonora, Migliori costumi e Miglior attrice protagonista a Natalie Portman (vincendone nessuno), seppur girato con cura e che si avvale di una comunque buona regia (ma privo di anima, di pathos, di spessore emotivo), non convince e non soddisfa. Nessuna empatia per il personaggio, verboso e noioso quanto basta. Eppure la materia trattata (i giorni immediatamente successivi all'omicidio del presidente JFK visti attraverso la prospettiva della madre dei suoi figli) si prestava a una narrazione intensa, persino epica. Invece è come se sul film spirasse un vento gelido che immobilizza i protagonisti e li devitalizza, li "congela" in una dimensione di immobilità spirituale, ancor prima che fisica.

martedì 10 aprile 2018

[Tag] 100 domande che nessuno farebbe

La prima volta che ho visto un Tag del genere, praticamente una settimana fa nel sproloquio di una simpaticamente "folle" amica blogger del blog MechanicalRose, ho subito pensato che non ce l'avrei mai fatta a rispondere a tutte queste domande, che non ci crederete ma sono cento tonde tonde e per davvero, non tanto per dire. Eppure dopo attente riflessioni e scoperto che in verità, com'è successo per la sua divulgatrice, nelle "100 domande che nessuno farebbe" nessuna è davvero "scabrosa" come titolo farebbe pensare, ho deciso di rispondere. Tuttavia per alcune mi è stato difficile rispondere data la mia situazione, ma poiché niente mi spaventa, e poiché sono contento che vi facciate un po' di fatti miei ogni tanto, ho risposto ugualmente. E quindi eccole qui:

1: Dormi con le porte dell’armadio aperte o chiuse? Ovviamente chiuse, tuttavia se dentro ci fosse Cecilia, non solo le rimarrei aperte ma ci dormirei dentro!
2: Prendi gli shampoo e i saponi dagli hotel? Dato che è tutto gratis, prendo praticamente di tutto, non solo shampoo e saponi.
3: Dormi dentro o fuori dalle lenzuola? Assolutamente dentro, anche d'estate.
4: Hai mai rubato un cartello stradale? No, d'altronde non ci vedo nessuna utilità a farlo.
5: Ti piace usare post-it? No, non mi piace lasciare le cose in giro.
6: Hai mai tagliato i coupon per poi non usarli? Sì, molto spesso infatti me ne dimentico di usarli.
7: Preferiresti essere attaccato da un orso o uno sciame di api? Decisamente Orso, perché odio e ho paura delle api e di tutti i volatili.
8: Hai le lentiggini? No, mai avuti.
9: Sorridi sempre nelle foto? Sì, ma vengo ugualmente male se lo faccio o meno.
10: Qual è il tuo più grande cruccio? Di non esser riuscito a dire tante cose a chi lo meritava.
11: Ti è mai capitato di contare i passi mentre cammini? Da piccolo sempre.
12: Hai mai fatto la pipì nel bosco? Sì.
13: Hai mai fatto la cacca nel bosco? No.
14: Ti sei messo a ballare anche se non c’era musica? Sì, molto spesso anche se non so ballare.
15: Mastichi le penne e matite? Prima lo facevo, ma ora non più.
16: Con quante persone hai dormito questa settimana? Solo con la mia ombra, anzi, neanche con quella, è scappata sull'isola che non c'è.
17: Quanto è grande il tuo letto? Una piazza e mezza.
18: Qual è la canzone della settimana? Tante, in questo momento Una Vita In Vacanza de Lo Stato Sociale.
19: Va bene se i ragazzi indossano il rosa? Non saprei, io però non lo indosserò mai.
20: Guardi ancora i cartoni animati? Certo, e non solo i Simpson o i Griffin.

lunedì 9 aprile 2018

Baby Boss (2017)

Ammetto che proprio non capivo come avesse fatto Baby Boss (The Boss Baby), film del 2017 diretto da Tom McGrath, a essere nominato all'Oscar 2018 nella categoria film d'animazione (premio poi andato come tutti sanno a Coco), non solo perché LEGO Batman: Il film sembrava avere tutte le carte in regola per entrare nel magnifico quintetto, ma anche perché il protagonista principale della storia (anch'essa non del tutto originale) non sembrava avere niente di originale nella sua caratterizzazione, simile a tanti altri. Eppure nonostante il neonato, giacché dopo Cicogne in Missione siamo di fronte nuovamente ad un altro cartone animato sui neonati, assomigli indistintamente tra una Maggie Simpson, uno Stewie Griffin e un Rallo Tubbs della situazione, senza dimenticare la storia di fratellanza che sembri ricalcare in parte quella di Julie e Mikey di Senti chi parla 2, il film, forse per lo più ad un pubblico di bambini, tuttavia molto carino e grazioso, riesce a rendersi particolarmente simpatico, interessante e alquanto, nei limiti del soggetto "riciclato", originale. Questo film d'animazione è infatti un piccolo gioiellino, tuttavia non memorabile. La Dreamworks Animation ci ha regalato tanti piccoli gioielli d'animazione, come "Shrek", "Kung Fu Panda" e "Le 5 leggende", e questo non è di certo al loro livello, ma è comunque una pellicola che farà felici i più piccoli (ma non solo), perché riesce a strappare qualche risata e ha un ritmo davvero invidiabile, considerando che dura un'oretta e mezza e offre una comunque storiella degna di visione. Si tratta difatti di un progetto in grado di entrare nel cuore di tutti, senza distinzione di età, perché affronta temi universali e allo stesso tempo riesce a divertire senza mai annoiare. È facile che a lungo andare le battute possano stancare lo spettatore, soprattutto se si tratta di un adulto, ma non è questo il caso. Merito di ciò è senza dubbio l'ironia graffiante che caratterizza l'intero film.

venerdì 6 aprile 2018

Il cliente (2016)

Finzione e realtà, violenza e bontà, vendetta e perdono, onta e onore, cultura e ignoranza, formalità e spontaneità, indifferenza e solidarietà, sono solo alcune delle dicotomie messe in campo dal film Il cliente di Asghar Farhadi. Il regista iraniano di Una separazione (già Premio Oscar per il Miglior Film Straniero) torna a Teheran (dopo Il passato, girato in Francia ed in francese) ed affronta (come spesso è solito fare) la complessità delle relazioni umane, in particolare all'interno della coppia come nei due film precedenti. Non a caso questo film del 2016 analizza il dramma di una famiglia iraniana di classe media. E quindi viene mostrato come un singolo evento (una misteriosa aggressione) sconvolga gli equilibri e gli animi dei protagonisti (tra ricerca del colpevole e desiderio di dimenticare), facendo emergere parti nascoste del loro carattere, che neanche loro conoscevano. Come spesso gli accade infatti, un po' per strategia un po' per mestiere, a Farhadi piace mettere i personaggi al centro di tensioni crescenti, per quanto accade all'esterno ma soprattutto all'interno delle relazioni tra persone. Era così in About Elly, il film che lo rivelò anche in Italia, e soprattutto nei suoi due successivi, e ancor di più nel precedente a questo con Bérénice Bejo, dove gli scontri tra i personaggi erano molto esasperati. Qui all'inizio sembra diverso, a parte la casa pericolante (si vede fuori una gru che sta effettuando dei lavori) che spinge tutti a lasciare le loro abitazioni, gli amici aiutano la coppia (una coppia di coniugi e attori facenti parte di una compagnia teatrale, lui è anche insegnante) a portar via le cose, un attore più anziano offre loro a condizioni di favore un suo appartamento che si è appena liberato. Certo, quella stanza chiusa zeppa di vestiti e oggetti della precedente inquilina prima li irrita e un po' li inquieta. Là ci viveva una donna, che non trova un'altra sistemazione e quindi non si decide a venire a riprendersi la sua roba. E che intanto non risponde alle telefonate, o se lo fa minaccia. Quella donna, si scoprirà, fa un mestiere "disonorevole", e una sera, credendola ancora lì, si farà vivo un suo cliente.

giovedì 5 aprile 2018

Knightfall (miniserie)

Da qualche anno History, la rete di divulgazione storico e scientifica, ha deciso di puntare anche sulla fiction e sono usciti fuori prodotti televisivi molto interessanti, primo tra tutti l'ottimo Vikings, non dimenticando anche la discreta miniserie Radici. In questo caso, riportandoci ai tempi dei Templari, Knightfall, miniserie televisiva storica statunitense creata da Don Handfield e Richard Rayner (che vede tra i produttori anche Jeremy Renner), si gioca le sue carte sfruttando il fascino del Sacro Graal e seguendo le gesta di uno degli ordini cavallereschi più famosi al mondo, uno degli ordini più ricchi, potenti e misteriosi del Medioevo e della storia, a cui era affidato il compito di difendere la cristianità e la sua più preziosa reliquia (e altresì nascondere segreti capaci di distruggere interi imperi). La serie quindi entra in questo intrigante mondo, nelle loro battaglie in Terra Santa e soprattutto nel loro difficile rapporto con il re di Francia Filippo IV detto il Bello che sarà la causa della loro fine. Ma nel frattempo che il peggio dovrà avvenire, la miniserie si concentra sul Maestro dei Templari di Parigi Landry du Lauzon (Tom Cullen), un valoroso guerriero scoraggiato dai fallimenti dei Templari in Terra Santa (ovvero dalla caduta della città di Acri, l'ultima roccaforte) che è rinvigorito da notizie riguardanti il Santo Graal, riapparso in Francia. Parte così una missione di vita o di morte per ritrovarlo. Una missione che riserverà sorprese, anche perché Knighfall, cavalcando l'onda del momento del tema storico molto in voga sia sul piccolo che sul grande schermo, si pone e abbraccia (perdendo purtroppo spesso l'obbiettivo) anche cavalieri, amor cortese, società segrete e medioevo, per cui molto c'era sul piatto. Tuttavia il suddetto, che stando ai trailer si prospettava succulento (tra battaglie epiche, avventure esotiche e quant'altro), si è rivelato invece meno gustoso di quello che poteva essere. Giacché a conti fatti lo show non ha convinto fino in fondo, mostrandosi troppo simile ad altre produzioni e quindi prevedibile.

mercoledì 4 aprile 2018

The Project Ghibli/Miyazaki e non solo

Come avevo anticipato all'inizio dell'anno, qui, avrei voluto completare il progetto in questione, ovvero quello di vedere tutti i film rimanenti della filmografia del famoso studio e del famoso regista (che letteralmente adoro), entro quest'anno, invece per non ingolfare ancor di più le mie visioni cinematografiche in corso, non solo finirò la lista, ma raddoppierò, inserendo anche moltissimi film d'animazione che ancora mi mancano. E su questo niente di rilevante, giacché è chiaro che molti di questi film li avrei comunque visti, la novità semmai consiste che per completare la suddetta corposa lista che stilerò non ci saranno limiti di tempo. Tuttavia prima la finirò prima sarà, non solo perché il tempo per tutti non è eterno, ma perché non vedo l'ora di vedere questi bellissimi film animati, dopotutto tutti conoscono la "potenza" visiva e non solo del cinema orientale, perciò quasi certamente saranno film che mi piaceranno un sacco (almeno spero), e che mi faranno piangere, riflettere e forse chissà sorridere. Per saperlo ovviamente dovrete aspettare la mia recensione, nel frattempo adesso, insieme ai film già visti ci sarà un breve commento e voto. Ma ecco quali sono i film "mancanti" e da recuperare, ovviamente quando sarà possibile farlo.

2014 - Quando c'era Marnie

2013 - La Storia della Principessa Splendente

2013 - Si alza il vento

2011 - La Collina dei Papaveri

2010 - Arrietty
Forse non originale e nemmeno tanto memorabile. Tuttavia la dolcissima storia raccontata con poesia e accompagnata da stupende colonne sonore, incolla letteralmente lo spettatore allo schermo (8).

2008 - Ponyo sulla scogliera
Una straordinaria fiaba colorata e densa di buoni sentimenti. Una favola tenera, intensa ed emozionante che riempie il cuore (8+).

martedì 3 aprile 2018

Il condominio dei cuori infranti (2015)

Film delicato, riflessivo e positivo, adatto a chi ama (ma non solo) il cinema francese senza fronzoli e incentrato sulle piccole storie quotidiane, questo è Il condominio dei cuori infranti (Asphalte), una commedia tenera e sorprendente, una commedia (nonostante il titolo faccia temere di ritrovarsi in un'altra innocua e inconsistente commedia sentimentale) agrodolce capace di far riflettere sull'importanza delle nostre stesse esistenze, ed in grado di far divertire lo spettatore attraverso dialoghi semplici e diretti. Ambientato in chiave surreale nel condominio di una banlieue francese, fatiscente insieme al prevedibile circondario, il film del regista Samuel Benchetrit infatti (prendendo spunto dalla propria raccolta di racconti Chroniques de l'asphalte), intreccia con rigore tre storie rappresentative della commedia umana. La storia di tre solitudini, tre cadute, tre incontri e tre risalite. Tre storie, sapientemente intrecciate, che miscelano in misura diversa realismo e surrealismo, senza mai eccedere, che coniugano divertimento e malinconia senza forzature e stridori. Tre storie, profondamente umane, splendidamente raccontate, che con pochi accenni riescono a restituire pienamente il vissuto di sei personaggi, sei esseri umani, che accidentalmente si incrociano, interagiscono, si confrontano. Sei forme diverse di solitudine che proprio attraverso la difficoltà del dialogo trovano il modo di comunicare, di giungere ad una autentica comprensione dell'altro. Girando in 4:3 (formato ritenuto più idoneo del comune 16:9 a contenere gli spazi ristretti degli interni), con uno stile minimalista fatto di camera prevalentemente fissa, dialoghi asciutti e concisi, musiche non invadenti, e situazioni al limite del surreale, e permettendosi anche calzanti citazioni filmiche, il regista mette difatti in fila una sequenza di bozzetti "umani" nei quali l'umorismo caustico è servito in un lieve ed equilibrato mix di malinconia ed assurdo.

venerdì 30 marzo 2018

Gli altri film del mese (Marzo 2018)

Manca solo un giorno alla fine del mese che già domenica sarà Pasqua, e no, non è un pesce d'Aprile. Perché sì, questo personalmente bel mese, in cui ho compiuto 33 anni, festeggiato semplicemente in famiglia e con la classica torta di rito, che altresì è passato in un batter d'occhio, sta per finire e ci porterà in dono, speriamo più prima che dopo, la primavera (e qualche uovo di cioccolato da divorare). Intanto però colgo l'occasione, e prima di presentarvi i film del mese nel mio ormai classico post "finale", per augurare a tutti appunto, una serena e felice Buona Pasqua (e Pasquetta!). Ma ora ecco i "migliori" film, tra i film "meno noti" visti durante questo mese, mese in cui a parte il mio compleanno ha regalato poche soddisfazioni, poche novità, ma domani è un altro giorno, e dopodomani è un altro mese, che spero sarà migliore su molti punti di vista. Il tempo che almeno qualcosa si aggiusti c'è, perciò basta solo aspettare e avere pazienza, anche se io proprio non ne ho.

giovedì 29 marzo 2018

I peggiori film del mese (Marzo 2018)

Marzo è stato un mese abbastanza movimentato per me, è passato il mio compleanno e quello di mio padre, ed è stato bello, purtroppo però i soliti problemi burocratici e piccoli problemini fisici sono rimasti. Il tempo che si sistemi definitivamente tutto c'è, ma il tempo sprecato a vedere questi film no, anche se tuttavia per alcuni è stato solo in parte. Comunque per ulteriori delucidazioni ecco la lista dei peggiori film e quelli scartati in questo marzo pazzerello.

Falchi (Thriller, Italia 2017): Pare che Napoli, sia diventata la location esclusiva e ottimale, per girare dei film che si occupano di malaffare. E Toni D'angelo, giovane e poco noto cineasta partenopeo, utilizza questa ambientazione, per raccontare una storia in bilico tra noir metropolitano, poliziesco e dramma umano. Peccato che la storia di due "falchi", cioè due agenti della squadra mobile napoletana, che agiscono solitamente in borghese e che si ritroveranno in un'indagine piuttosto complicata che li porterà a frequentare gli ambienti della locale malavita cinese, non porti praticamente a niente. Il film infatti, che non nasconde le sue elevate ambizioni, resta nel guado di una narrazione tesissima, ma che si attorciglia su se stessa, volendo scavare ed interrogarsi all'interno, finisce col diventare velleitaria. Ci sono molti tempi morti che rallentano il film e anche se l'interpretazione degli attori è più che efficace (tra questi Michele Riondino e Fortunato Cerlino), il lavoro non aggiunge niente di nuovo a quanto già visto tante volte, anche perché la sceneggiatura mostra diversi limiti che si traducono innanzitutto nella mancanza di un concept sufficientemente forte da essere sviluppato in un lungometraggio. Tanto che manca un vero collante a Falchi, un motivo che riesca a tenere desta l'attenzione dello spettatore, e l'indecisione sul tono da assumere (di tanto in tanto sono inserire scene d'azione abbastanza decontestualizzate) ne fanno un film con poca personalità. Un film perciò poco riuscito seppur non proprio brutto. Voto: 5

Neruda (Biografico, Argentina, Cile, Spagna, Francia, 2016): Sarà che conosco il poeta solo per nome, sarà che la mescolanza tra letteratura e cinema m'intriga e interessa poco, ma questa biografia di Pablo Larraín, mi ha lasciato una lieve sensazione di sconcerto. Di certo non mancano spunti interessanti (gli ingredienti per un film bello importante qui ci sono tutti), ma la mescolanza (seppur presentata con maestria e originalità) tra la biografia del poeta e gli stilemi di un noir degli anni '50, forse la narrazione che ibrida la ricostruzione della società cilena del '48 con una dialettica pirandelliana tra autore e personaggio, l'alternarsi di un registro "realistico" con spunti metaforici che rielaborano e dilatano le immagini fino ad accedere a una dimensione allegorica, proprio non mi ha convinto. La mia impressione infatti, è che siano stati mischiati male. Difatti ci si perde un po' in un mondo a metà tra quello del vate e quello del comunista fuggitivo, ed in questo perdersi la figura dell'inseguitore apparentemente subordinata a quella di Neruda (un uomo non propriamente "semplice") sovrappone un ennesimo piano ed un ennesimo mondo, il suo, che non si capisce quanto sia reale e quanto inventato. Non a caso non troppo semplice da intendere è la sceneggiatura in cui, nonostante buoni interpreti (anche se per colpa del personaggio mediocre è Gael García Bernal) l'impasto non sembra perfettamente riuscito, la sensazione è infatti quella di un ibrido dal sapore forte ma non armonico. Tuttavia, è un'opera coraggiosa e innovativa che conferma Larrain come un talento ormai consolidato (bellissimo era I Giorni dell'arcobaleno). Perché anche se non mi ha molto preso, il film non è stato del tutto malvagio. Voto: 5,5

mercoledì 28 marzo 2018

The Gifted (1a stagione)

A metà tra Agents of S.H.I.E.L.D. e Inhumans, fortunatamente con molti pregi della prima e pochi dei molti difetti della seconda, The Gifted, la serie televisiva statunitense creata da Matt Nix per Fox e basata sui personaggi degli X-Men dei fumetti Marvel Comics, prodotta da 20th Century Fox Television e Marvel Television, con Nix in qualità di showrunner e Bryan Singer (esperto del mondo degli X-Men) come regista, e ambientata nello stesso universo della serie cinematografica degli X-Men, discretamente convince e si fa sufficientemente apprezzare. Infatti, il primo impatto con The Gifted, anche con un primo episodio convenzionale ma godibile (che mette in scena un presente ancora più fosco per i mutanti Marvel e che nei primi 40 minuti trascinano lo spettatore in una corsa frenetica tra inseguimenti, poteri, effetti speciali e tanta azione), è decisamente positivo. Anche perché, entrando a gamba tesa in un mondo conosciuto, The Gifted non perde tempo a spiegare cosa sono i mutanti, da dove arrivano, dando per assodato quanto mostrato da anni dai film (senza menzionare ovviamente i fumetti). Inoltre la scelta di mescolare personaggi completamente inediti (e quindi da scoprire totalmente) a personaggi già noti crea un mix interessante e dall'alto potenziale. In più il ribaltamento di punto di vista tra chi dà la caccia e chi è cacciato, dà accesso a una serie di svolte narrative molto ampie, anche se in verità la storia scorre un po' altalenante nel corso della stagione, poiché ci sono momenti apprezzabili e altri invece un po' superflui e ridondanti, dando la sensazione (spesso) di staticità nella narrazione. Tuttavia le sorprese non mancano, giacché poco si conosce dell'universo cinematografico dei mutanti Marvel, che non ha una rigorosa continuity narrativa, e le sue avventure sono ormai frammentate in una timeline per lo più incoerente, o comunque non precisa e rigorosa come quella del Marvel Cinematic Universe.

martedì 27 marzo 2018

Byzantium (2012)

Dai e nei tempi di Twilight, la leggendaria figura del vampiro è stata messa a dura prova, perché purtroppo per colpa di quella sciagurata saga (almeno personalmente poiché alcuni fan ci sono ancora e non vorrei mai denigrare i suoi estimatori) la sua figura è andata via via sempre più scemando, tanto che da allora ho visto pochi film e apprezzati ancor meno. L'icona del vampiro infatti da sempre sinonimo ed emblema universale di dannazione, perdizione, tormento, desolazione interiore, struggimento, diversità ed emarginazione, fu gettata in pasto alle fauci spalancate della sfera della cosiddetta "normalità", del conformismo, dell'happy ending a tutti i costi, purgando di fatto la figura del vampiro da tutti i suoi aspetti sensuali, conturbanti ed oscuri, e proiettandola al di fuori di un contesto realmente metropolitano. Non di meno, numerosissimi emulatori che sono seguiti, hanno altresì tristemente privato i loro "luminescenti" e innamoratissimi succhia-sangue di qualsivoglia speranza di autentico appeal, o valenza simbolica, da quel punto di vista, un vampiro (e idem dicasi per un lupo mannaro, o per qualsiasi altra creatura sovrannaturale in generale) altro non è se non un bonazzo (o una bonazza, chiaramente, a seconda dei casi) dagli occhioni languidi e l'atteggiamento remissivo. Per nostra fortuna, Neil Jordan, veterano regista di pellicole di ogni genere (e alcuni altri registi che si sono ultimamente distinti in questi termini), pur prendendosi diverse licenze (ad esempio viene accantonato il classico morso sul collo a favore di un'unghia accuminata), soprattutto perché racconta gli aspetti più duri di un'esistenza solo apparentemente senza fine, riesce a ridarle (senza scadere nel ridicolo) lustro, un quasi miracolo che riconsegna la mitologia vampiresca al regno del decoro e del buon gusto (anche se da 6 anni fa molto è cambiato). Perché Byzantium, film del 2012 diretto dal regista irlandese con protagoniste Saoirse Ronan Gemma Arterton, basato sulla pièce teatrale di Moira Buffini "A Vampire Story", autrice anche della sceneggiatura, e prima pellicola facente parte delle mie promesse cinematografiche del 2018 (che sarà continuamente aggiornato, e che trovate qui), è un film sui vampiri fatto bene. Un film in cui le mie aspettative (seppur mi aspettavo qualcosa di ancor migliore) non sono state disattese.

lunedì 26 marzo 2018

Animation weekend (Pets: Vita da animali, Rock Dog & Doraemon - Il film: Nobita e la nascita del Giappone)

Dagli autori di Cattivissimo Me ed I Minions ecco Pets: Vita da animali (The Secret Life of Pets, letteralmente la vita segreta degli animali), film d'animazione del 2016 diretto da Chris Renaud e Yarrow Cheney. Questo nuovo cartone animato sugli animali domestici prodotto da Illumination Entertainment infatti, piuttosto leggero, privo di crudeltà e del tutto innocuo, ci racconta di svariati animali domestici (cani di varia razza e taglia, gatti, canarini, criceti, ecc...) i quali, non appena i loro padroni escono di casa per andare, si suppone, a lavorare, lasciati soli negli appartamenti, si scatenano nelle più strane avventure (in storie però prevedibili e banali). Poiché se vi aspettate qualcosa di originale e stupefacente, vi sbagliate di grosso. I registi, infatti, hanno realizzato un progetto prevedibile e banale, dove a farla da padrone è l'utilizzo di cliché. L'intento dei due sembra proprio quello di voler offrire al pubblico un lavoro classico, senza discostarsi troppo da altre pellicole animate. Divertente sì, ma basato su una sceneggiatura a dir poco ridicola in termini di trama. E' sempre la solita storia, da una parte abbiamo un cane domestico che si trova a dover convivere con un altro essere della sua specie (un cagnolone a metà tra Chewbecca e Boo di Monsters & Co.) e da questo evento prende forma la rivalità tra i due, come spesso accade anche nella vita reale e più in generale tra gli uomini. I due, in assenza della padrona, si troveranno a dover affrontare il cattivo di turno, unendo le forze e diventando così amici. Dall'altra parte, invece, troviamo una cagnolina innamorata di Max, che cercherà di salvarli dalle grinfie del coniglio bianco (che paura!), aiutata da un gruppo di animali. Insomma, niente di più banale, ma a sorprendere è il fatto che (nonostante la totale assenza di una sceneggiatura ben scritta) la pellicola sia in grado di far ridere con molta naturalezza. Sarà che in fondo ci sentiamo un po' tutti bambini dentro, ma certamente l'idea non è del tutto da buttare. I personaggi difatti, alcuni dei quali vengono poco approfonditi caratterialmente, sono molto diversi tra loro, ma sono tutti dotati di una certa forza espressiva.

venerdì 23 marzo 2018

La La Land (2016)

Premetto che il musical è il genere cinematografico che meno apprezzo, per il quale, solitamente, non ho il minimo interesse, tanto che non ne ho mai fatto mistero di questa mia avversione. Tuttavia nel corso degli anni alcuni li ho visti e li ho anche un po', anzi, abbastanza amati, non ultimo il discreto Les Misérables, senza dimenticare tra i pochi davvero apprezzati, ChicagoMoulin Rouge!Mary PoppinsSweeney ToddThe Blues Brothers e Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (ed alcuni altri di cui non ricordo il titolo), altri invece come Into the woods e soprattutto High School Musical tremendamente odiati. Poi ci sono quelli visti, che per alcuni sono oggettivamente (non solo soggettivamente) capolavori ma per me solo "interessanti". Perciò non che mi aspettassi granché da La La Land, film del 2016 scritto e diretto da Damien Chazelle, ma devo però ammettere che il suddetto, grazie a molti elementi, può tranquillamente far parte della prima categoria. Perché sinceramente, che cos'è un genere se non una semplice etichetta quando ci si trova dinnanzi ad una regia di certi livelli? Una regia che oltre a strizzare l'occhio ai grandi classici del genere e non solo, ha la capacità di integrare al musical puro (anche se fortunatamente a farla da padrone non sono le canzoni, che qui non sono assolutamente superflue e messe un po' a caso ma davvero, più che altresì meglio di altre occasioni, asservite alla narrazione) una storia solida e discretamente sfaccettata. Non a caso le due ore di musica che fa da contorno, non protagonista assoluta, alla bella, magica e credibile storia d'amore tra i protagonisti (che ha un finale non troppo prevedibile), passano piacevoli tra sogno e realtà. Proprio perché questo film è composto da elementi che messi insieme danno vita ad una storia semplice, reale ma che circondata da un'aura di magia grazie soprattutto alla chimica tra i protagonisti, alla fotografia (più tantissimi altri aspetti tecnici) e ad una regia fatta di piani sequenza che sono uno dei punti forti del film, si fa amabilmente apprezzare.

giovedì 22 marzo 2018

Autobahn: Fuori controllo (2016)

Partendo dalle cose essenziali, bisogna ammettere che Collide (come da titolo originale) non vuole essere un prodotto originale o innovativo, non cerca di essere un prodotto destinato ai cinefili di nicchia e nemmeno una pellicola per cui stracciarsi le vesti. Anche perché Autobahn: Fuori controllo (2016), prodotto da Joel Silver (e da quelli di Matrix e Sherlock Holmes) e diretto dal regista di Welcome to the Punch Ervan Creevy, è un'opera che sembra cercare costantemente il basso profilo, un action-romantico che vorrebbe essere un qualche cosa di diverso dalla massa ma finisce per somigliare a troppi altri film. Eppure questo film d'azione onesto che fa il suo dovere, senza annoiare, e che annovera tra i suoi punti di forza una regia vertiginosamente veloce e un ritmo serrato che cattura lo spettatore e lo catapulta al centro dello spettacolo, è un buon prodotto di puro intrattenimento abbastanza divertente da vedere nonostante alcuni evidenti difetti. Dopotutto gli ingredienti che costituiscono lo script sono quanto di più classici e prevedibili, droga, auto da corsa, soldi e due boss mafiosi pericolosi che si odiano a vicenda e tra i quali scoppia una faida. In mezzo aggiungete una love story che tenga incollato tutto insieme e che funga da motore per il protagonista, Nicholas Hoult, e se poi i boss mafiosi prendono rispettivamente i volti di Ben Kingsley e Anthony Hopkins il gioco è fatto. Ma poiché il film, basato su una buona sceneggiatura composta da pochi dialoghi alquanto diretti e inequivocabili, si erge sulla rapidità con cui le scene si susseguono, di tutti quei problemi non ci si fa caso, d'altronde Autobahn sembra solo voler rispondere alla banale domanda "cosa si è disposti a fare per la persona che si ama?".

mercoledì 21 marzo 2018

Geek League: La mia compilation Geek

Dopo un'assenza lunga più di un mese (qui la mia scheda e qui il mio oggetto geek), finalmente la combriccola dei Nerd/Geek fondata dal sempre attivo Moz, si è nuovamente riunita, ed ha deciso di proporre questa volta una minicompilation personale tematica generale (sigla telefilm, sigla cartoon, sigla programma tv, colonna sonora film, videogame). E poiché non potevo mica esimermi nel farlo e giacché l'idea mi è piaciuta fin da subito, mi trovo qui oggi a proporvi i 5 pezzi/stacchi musicali delle 5 categorie. Cinque canzoni o musiche che nell'intera mia vita hanno segnato indelebilmente la mia memoria e la mia esistenza, a cominciare dal cinema.

Sinceramente non è stato facile decidere e scegliere tra le tante pellicole mie preferite la "mia" colonna sonora,
tuttavia per semplificarmi la scelta ho "solamente" preso in considerazione una delle mie saghe, anzi, la mia saga preferita in assoluto,
e quindi il risultato non poteva che essere quella composta da Alan Silvestri

martedì 20 marzo 2018

The Handmaid's Tale (1a stagione)

In attesa della seconda stagione, che godrà presto di molte attenzioni (anche da me), perché eccezionale è stato il primo intermezzo, ho finalmente recuperato, grazie e tramite a TimVision (che manderà in onda da aprile il secondo attesissimo intermezzo) la prima stagione di The Handmaid's Tale, la serie televisiva statunitense del 2017 ideata da Bruce Miller, di produzione Hulu e basata sul romanzo omonimo distopico del 1985 dell'autrice femminista Margaret Atwood. La serie infatti (dai contenuti forti e spiazzanti) ha disorientato in positivo anche me, anche perché la suddetta si basa su di un mondo distopico davvero inquietante, oscuro e ambiguamente attuale, poiché se per noi maschiacci la serie può appartenere al filone del dramma distopico, per una donna (e per una madre soprattutto) The Handmaid's Tale (letteralmente Il racconto dell'ancella) fa presto a trasformarsi in un horror-psicologico-distopico, nel quale il mondo è diventato letteralmente un inferno, un mondo in cui a confronto quello di Mad Max è Mirabilandia. Una volta al mese difatti, il padrone di casa violenta la sua ancella durante la Cerimonia, un atto legale (anzi, perfino religioso) per ingravidarla, e se per caso l'ancella dovesse rimanere incinta, nove mesi dopo il figlio le verrà strappato senza tanti complimenti subito dopo lo svezzamento, il neonato così sarà affidato alla famiglia del patriarca, e lei spedita in un'altra casa, a farsi ingravidare da un altro patriarca. Tutto perché in un immaginario futuro non nascono quasi più bambini, e quindi le donne fertili (tenute nelle famiglie più abbienti, sostanzialmente come madri surrogato, ma completamente prive di libertà e della possibilità di esprimersi in qualunque ambito) vengono utilizzate per ripopolare il mondo. Tuttavia oltre ad una riflessione in questo senso davvero utile (d'altronde potrebbe questa distopia diventare realtà?), si parla anche di come la paranoia riesca ad influenzare il comportamento umano, di come la religione possa diventare l'arma dei governi per schiacciare le masse, di società anti-femministe e di rivoluzioni. Ma anche di amore, amore fra uomini e donne e amore fra madri e figlie. Il tutto raccontato attraverso impressionanti interpretazioni di molti (ora ma anche prima) grandi attori.

lunedì 19 marzo 2018

Il diritto di contare (2016)

Segregazione razziale, emancipazione e conquista dello Spazio, ecco le tre tematiche così apparentemente diverse che fanno da collante a questo "originale" e interessante (anche storicamente) film. Perché tutti questi temi ne Il diritto di contare (2016), titolo italiano dell'americano Hidden Figures (che gioca sul doppio significato Figure nascoste/Cifre nascoste) e diretto da Theodore Melfi (già regista del bel St. Vincent), non solo vengono trattati in modo appunto originale ma anche in modo convincente. Il film infatti, ben costruito, a tratti avvincente, e che ha il grande merito di trattare un argomento sgradevole e avvilente come quello del razzismo con una dose di ironia difficile da riscontrare in opere che trattano questo tema (senza per questo apparire superficiale o scontato), con grande abilità e maestria porta i riflettori sulla storia vera e inedita di tre brillanti donne afroamericane che sono riuscite a integrarsi e imporsi in un'ambiente tipicamente maschile (e maschilista) sfidando pregiudizi e discriminazioni razziali di ogni tipo. Anche perché il film, arrivato certamente con un tempismo perfetto per la data situazione politica e sociale che stiamo attraversando, non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra. Tanto che già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi, niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi. Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani. Infatti, puntando la camera su tre eroine "sconosciute", il regista fa emergere tutte le caratteristiche brillanti e notevoli di queste donne (la loro tenacia, il coraggio, la perseveranza e la determinazione), evitando tuttavia di appesantire la pellicola con dosi abbondanti di retorica o moralismi che ne avrebbero snaturato il contenuto. Mantenendo sempre una debita leggerezza tipica della commedia, e sdrammatizzando alcune situazioni Il diritto di contare risulta così un prodotto pienamente riuscito, che racconta di una storia inedita e lo fa senza pietismi ma puntando piuttosto sul messaggio finale, intrinsecamente ottimista e costruttivo, che lascia agli spettatori.

venerdì 16 marzo 2018

Lion: La strada verso casa (2016)

Guardando il trailer del film (eccovi il link) la prima cosa che pensi (anche a distanza di un anno e più dalla sua uscita) è che ti ritroverai alla fine del film in una valle di lacrime, ed è stato per larga parte davvero così anche per me. La storia effettivamente è da lacrime. E infatti i miei occhi erano pieni di lacrime a causa della eccezionale narrazione, le fantastiche riprese, e le sbalorditive interpretazioni insieme a un finale mozzafiato. Giacché Lion: La strada verso casa (Lion), film del 2016 diretto dall'esordiente all'epoca Garth Davis, ora al cinema con Maria Maddalena, è veramente un film eccezionale. L'emozione che trasuda, la colonna sonora, la regia, le scenografie, e una sceneggiatura azzeccata, sono tutti aspetti che rendono Lion (candidato a ben sei Premi Oscar all'89esima edizione, vincendone però nessuno) un film basato su una storia vera fantastica. Ovvero la storia di Saroo, un bambino di cinque anni che va in giro a procurarsi cibo e beni (anche rubando) da scambiare o vendere per sostenere la famiglia con il fratello maggiore Guddu, ma che per pura fatalità si ritrova da solo e, spaventato e confuso, si ritrova dopo un lungo viaggio in treno nella caotica Calcutta, lontano un migliaio di miglia da casa. Cercando di sopravvivere alla vita di strada, finisce per essere adottato da una coppia di australiani che lo cresce con amore a Hobart. Non volendo ferire i sentimenti dei genitori adottivi, Saroo seppellisce il suo passato e il desiderio di ritrovare la madre e il fratello biologici. Un incontro casuale però (e grazie all'aiuto di un nuovissimo mezzo tecnologico come Google Earth può essere) riporterà a galla il suo sogno, facendolo imbarcare in una delle più grandi avventure della sua vita, anche se trovare quella stazione, quei luoghi, sembra una ricerca impossibile, e infatti i suoi umori e i suoi equilibri saranno messi a dura prova, almeno fino alla risoluzione del "giallo".

giovedì 15 marzo 2018

The Exorcist (2a stagione)

Dopo la più che discreta e sorprendente prima stagione (qui la mia recensione), ecco nuovamente tornare The Exorcist, la serie tv ispirata al terrificante mostro sacro del cinema horror del 1974, che con la seconda stagione conferma e non smentisce le sue peculiarità di una serie che è riuscita ad appassionare (anche inquietare e sconvolgere) molti spettatori, soprattutto gli amanti del genere, anzi, proprio quest'ultimi, che avevano sicuramente apprezzato il primo movimentato atto, in cui i nostri due eroi in talare e colletto bianco avevano fronteggiato una serie devastante di possessioni e un complotto demoniaco all'interno della Chiesa, erano i primi ad attendere con impazienza. È dunque per questa ragione che anch'io attendevo molto anche dalla seconda stagione che, tentando fin da subito una nuova formula scenografica, abbandonando i grattacieli e la neve di Chicago, per abbracciare il clima torrido, ma anche piovoso di un'isola semi-desolata, faceva però storcere un po' il naso. Tuttavia, nonostante la mancanza di nessi evidenti con l'intrigante storyline del culto di Chicago, esplorata  appunto nella prima stagione, si faccia sentire di tanto in tanto, la nuova ambientazione delle avventure di Tomas (Alfonso Herrera) e Marcus (Ben Daniels) riesce immediatamente (e nuovamente) a inquietare lo spettatore. Anche perché nella seconda stagione di The Exorcist non sarà facile immediatamente intuire chi sarà il bersaglio del demone, come invece lo era stato nel caso della famiglia Rance, dato che stavolta si ha a che fare con più di una personalità facilmente attaccabile da un demone, che non sempre sceglie la stessa tipologia di vittima. Il Demone stesso stavolta si insidia in maniera differente dal solito che siamo abituati a vedere. Differente è anche il modus operandi di Padre Tomas e Padre Marcus nel combattere il Male. Imprevedibile è anche l'esito della battaglia (le conseguenze dello scontro saranno molteplici, per tutti i personaggi principali), perché a differenza della prima stagione in cui sin da subito si era capito dove saremmo andati a parare con l'esorcismo della giovane Casey Rance (che avrà ancora qualcosa da dire a Padre Tomas nel finale di stagione), in The Exorcist 2 la trama principale si delinea dopo un po', intrecciandosi non da subito con la vicenda dei due padri esorcisti. La vicenda di Andy e della sua famiglia allargata infatti arriva in un secondo momento al centro della storia.

mercoledì 14 marzo 2018

Florence (2016)

Una storia ironica e molto divertente che ci restituisce un personaggio (poco conosciuto) che ha vissuto per il teatro e la musica e che sognava di potersi esibire sul palcoscenico nonostante l'evidente carenza di intonazione, questo è Florence (Florence Foster Jenkins), film del 2016 diretto da Stephen Frears. Il film infatti, tratto da una storia vera, come fu per il controverso ma discreto The Program e come spesso è insito nella filmografia del regista britannico, che non stupisce di certo per l'interpretazione di Meryl Streep, che già aveva dato mostra delle sue doti nell'interpretare la vecchiaia e la malattia, racconta la storia del soprano statunitense priva di doti canore, che aveva ispirato anche Marguerite di Xavier Giannoli (uscito l'anno prima e che ultimamente ho scartato), che riuscì ad esaudire il sogno di esibirsi in pubblico, nientemeno che al Carnegie Hall. La storia difatti e il film stesso (che nell'eleganza e nella struttura scenica e interpretativa è assolutamente riuscito), che sebbene sembri surreale nella sua trama nonostante riporti una storia vera, ci restituisce l'incredibile e grottesca biografia di una donna dal cuore d'oro, che cantava col cuore. Ottimista, malgrado la sventura di un primo matrimonio fallimentare, che le aveva lasciato come "regalo" solo la "sifilide" causa di danni articolari gravi, che le impedirono di coltivare la sua prima passione per il piano (e di avere figli), si dedicò quindi, alla morte del padre, che le aveva lasciato un ingente eredità, al canto lirico. E nonostante Florence sia completamente stonata e inadeguata, riesce a conquistare tutti con la sua passione che rende l'impossibile possibile. Lei infatti, nonostante i piccoli inganni del marito che a sua insaputa "compra" il pubblico e grazie all'approdo fortunoso del suo disco alla radio, allietando i militari che cercano distrazione in teatro durante le loro "pause" dalla guerra e dalla tragedia, conquisterà tutti, critici compresi, con un memorabile ultimo concerto.

martedì 13 marzo 2018

[Tag] My last 5 travels

Se frequentate il mio blog da tempo o più semplicemente mi seguite sui social, sapreste che oggi è il mio compleanno (ben 33 candeline, anche se spiritualmente ne ho la metà), ma mentre gli altri (due) anni ho proposto semplici pensieri e parole ed altresì alcune novità o cambiamenti riguardanti il blog e non solo, qui e qui, quest'anno ho deciso di proporvi un tag visto molto tempo fa sul blog della viaggiatrice Anna di Profumo di follia e di cui solo adesso, anche se non c'era nessun vincolo e non c'è tuttora (non fui nominato e nessuno poteva, il blog verrà infatti molti mesi dopo), anche perché è un post abbastanza vecchiotto (di 3 anni fa), ho deciso di "partecipare", ovviamente con alcuni miei piccoli accorgimenti. Innanzitutto è utile spiegare il tag stesso, intitolato My last 5 travels, che non vuol dire letteralmente che vi parlerò degli ultimi cinque viaggi che ho fatto, ma, riportando le parole delle creatrici ecco in che consiste questo interessantissimo tag: "L'idea di base è più o meno questa: avete a disposizione cinque viaggi, solo cinque. Dopo di che non ci saranno più né trolley da preparare né aerei da prendere, nessuna nuova meta. Insomma, quali mete scegliereste se sapeste che queste cinque destinazioni saranno le ultime che raggiungerete?". Inoltre ecco le regole, simili a tante altre, anche se non le seguirò in tutto e per tutto: 1) scegliere le 5 mete prescelte (ci sarà invece anche un bonus); 2) Taggare altri 5 bloggers e comunicare loro il tag (non taggherò nessuno, tutti sono liberi di partecipare, anche se a chi deciderà di partecipare chiedo di essere almeno citato come "fonte"); 3) Condividere il proprio post sui social (facebook, twitter ecc.) con l'hashtag #mylast5travels (questo invece lo seguirò). Infine però e prima di partire un presupposto importante, io nella mia vita ho viaggiato prevalentemente, tra gite, vacanze e controlli medici, in Italia, l'unica escursione estera è stato quando sono andato due volte a San Marino, e quindi le tappe che mi sono prefissato di raggiungere o anche solo assaporare in questo post, e in cui credo non andrò mai, sono state da me scelte soprattutto grazie ad esperienze cinematografiche che altro, tuttavia non del tutto.

lunedì 12 marzo 2018

La battaglia di Hacksaw Ridge (2016)

Il grande ritorno alla regia di Mel Gibson, a dieci anni da Apocalypto, a dodici dal controverso ma eccezionale La passione di Cristo e a quasi 23 dal capolavoro Braveheart che gli valse anche un meritato Premio Oscar, è una singolare, incredibile ma straordinaria storia di sangue e fede in cui alla violenza della guerra (la battaglia in questione si svolse sull'isola di Okinawa e fu, come altre con i giapponesi, tra le più cruente della guerra) si contrappone la forza della coscienza di un uomo, illuminato dalle sue convinzioni, tanto più forti perché ancorate a un Oltre capace di dar senso alla morte così come alla vita. La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge) infatti, film del 2016 diretto dal regista australiano, racconta la storia vera di Desmond Doss, soldato (pacifista ed obiettore di coscienza) che per ragioni di fede rifiutò di usare le armi, ma che con il suo coraggio salvò la vita di 75 compagni durante la sanguinosa battaglia di Hacksaw Ridge. Perché quello poteva essere un racconto edificante di pacifismo e di rifiuto della guerra (cosa per il quale molti l'avranno forse scambiato) si dimostra invece ben presto di ribaltarsi nel suo contrario, giacché il film, non un film pacifista, ma nemmeno un'apologia della guerra fine a sé stessa, è un film che attraverso la guerra vuole porre un problema di etica e di posizione soggettiva. Attraverso la figura di Desmond Doss difatti, la figura dell'antieroe per eccellenza, la pecora nera alla quale chiunque di noi si affeziona per un motivo o per l'altro, Hacksaw Ridge, altresì un'opera audace e coraggiosa, osa andare controcorrente, sfidare l'establishment del rigido e rigoroso esercito americano, ed in un certo senso osa sfidare un'intera filosofia sociale, militare e politica. Perché Desmond appunto, fervente religioso (avventista Cristiano), che matura presto la ripulsione verso qualsiasi forma di violenza, fisica e psicologica, che tiene sempre vicino la Bibbia come bussola per non smarrire i propri principi e valori, e rifiutandosi perciò di impugnare, e tantomeno usare, una qualsiasi arma, rifiutandosi altresì di completare l'addestramento militare armato e restando fermamente ed irremovibilmente convinto di tener fede al comandamento biblico "non uccidere" (neppure quando si tratta del nemico, la guerra del resto non si limita al portare via delle vite ma anche a salvarle) sceglie di servire la sua Nazione e difendere i suoi connazionali e ideali, in un modo completamente nuovo e rivoluzionario rispetto al mondo che lo circonda.

venerdì 9 marzo 2018

T2: Trainspotting (2017)

Era il 1996 quando nelle sale usciva Trainspotting, pellicola diretta da un giovane ma già talentuoso Danny Boyle (che negli anni a venire vincerà meritatamente un Oscar per The Millionaire). Il film, tratto dall'omonimo romanzo dello scozzese Irvine Welsh, segnò un'intera generazione portando sullo schermo in modo del tutto originale ed inedito le vicissitudini di un gruppo di ragazzi di Edimburgo, uniti non solo dall'amicizia ma soprattutto dalla comune dipendenza dall'eroina. In un mix originalissimo infatti, si intrecciavano appunto le vicende di quattro personaggi, alle prese con problemi di dipendenza, violenza, microcriminalità, sentimento e morti paradossali ed inquietanti e al centro protagonista assoluta l'eroina, con tutti i suoi annessi e connessi, aveva anche un passo e un tratto assolutamente originali, soprattutto per il tema trattato. Potente e smodato, estremo in tutti i sensi, con una colonna sonora convulsa e frastornante, perfettamente in linea, con quella storia di tossicodipendenza, fuori dalle righe e dai cliché. Il sequel (del 2017) con lo stesso regista, intitolato T2: Trainspotting, che riprende la storia dei quattro personaggi, dopo vent'anni, non ha però più niente del tono dissacratorio e trasgressivo della pellicola precedente. Perché certo, Boyle ci fa rivivere le suggestive atmosfere che ci avevano affascinato e coinvolto nel primo film (che io personalmente comunque non ritengo un mio cult, anche perché a rivederlo oggi, per la prima volta da quando è uscito nel 1996, è un film di bruttezza epocale, e poi a parte alcune "incredibili" scene poco lo si ricorda), ma questo sequel molto meno irriverente e scorretto del primo, altresì più operazione commerciale che nostalgica, non è un film completamente riuscito. Perché anche se tuttavia la nostalgia è perennemente presente in questo secondo episodio (ben costruito senz'altro, ma, al contrario del primo, troppo conformista), quest'operazione nostalgia non arriva ai fasti dell'originale, vive certamente di momenti, di qualche lampo ma la trama complessiva non convince.

giovedì 8 marzo 2018

Victoria (2a stagione)

Dopo una sorprendente perché affascinante e non noiosa prima stagione (qui la mia recensione), è tornata, e nuovamente in 8 puntate più uno speciale di Natale, la serie tv di Laeffe sulla leggendaria Regina Vittoria. Una seconda stagione di Victoria che, tra nuovi protagonisti, dolorosi addii e colpi di scena, si conferma piuttosto riuscita (tanto che seppur continui a non essere nelle mie corde, vorrei tanto vedere altre stagioni perché questo è comunque davvero un buonissimo prodotto). La serie infatti non ha perso nulla rispetto alla prima stagione, mantenendo un livello davvero alto e gli ascolti, molto soddisfacenti, lo hanno dimostrato. Primo fra tutti, il cast ha confermato la propria bravura, se non superata. Jenna Coleman e Tom Hughes hanno difatti dato (forse per colpa di una certa complicità bella e vera che lega i due attori) interpretazioni magistrali nei panni della Regina e del Principe Consorte. Inoltre la sceneggiatura, nonostante qualche licenza, si dimostra storicamente accurata, e costumi e ambientazioni (come anche la fotografia mozzafiato) riflettono una cura per i dettagli e un'accuratezza che permettono di immergersi completamente nelle vicende. Le vicende che, seppur la storia ha già scritto la parola fine, ha sempre regalato contenuti eccellenti, miscelando le vicende reali con quelle della servitù, garantendo così non solo una mera (ed ovviamente un po' romanzata) biografia della sovrana inglese ma anche un occhio di riguardo sulla vita delle persone che la circondavano. D'altronde questa è una di quelle storie dove è il modo in cui vengono raccontate a fare la differenza, la personalità dei personaggi e le loro relazioni sono il motore portante dello spettacolo. Tuttavia, non solo alcune di queste storie non vengono approfondite come si deve, ma la stagione ha evidenziato (soprattutto nella puntata conclusiva della stagione) alcuni difetti che ne hanno leggermente precluso un giudizio migliore finale.

mercoledì 7 marzo 2018

Baywatch (2017)

In piena tendenza con i revival che stanno riportando a galla tutti i culti televisivi e cinematografici degli scorsi decenni (poiché purtroppo Hollywood può tutto), ecco Baywatch, il film basato sull'omonima serie tv anni '90 che racconta le avventure dei bagnini guidati da David Hasselhoff alias Mitch Buchannon. Poteva infatti mancare Baywatch fra i tanti franchise da trasporre al cinema? No, ma avrei preferito di si. Non perché tenga particolarmente a cuore quella serie, ma perché dopo il deludente e davvero mediocre reboot di CHiPs, anche in questo adattamento i toni si fanno ben più demenziali, mentre l'umorismo cresce d'intensità fino a sfiorare la parodia. La serie originale era molto kitsch certo, ma si prendeva relativamente sul serio, perché pur avendo elementi da commedia, non scivolava mai nell'autoironia. Il film dell'esperto del genere Seth Gordon (Come ammazzare il capo… e vivere feliciIo sono tu) all'opposto infatti (la cui cifra stilistica verte al surreal-demenziale con qualche sterile gag volgarotta e una lieve exploitation che non sfocia mai nel nudo gratuito), predilige appunto l'umorismo smaccato anche quando affronta gli snodi drammatici, con i suoi intrecci criminosi che sfociano in situazioni comiche o paradossali. Il risultato è che riprendendone gli spunti non si fa altro che replicarla, aggiornando ovviamente (e solo) il reparto gnocca, cosa che, per carità, fa molto piacere, ma è forse davvero poco e/o troppo. Si certo, i tempi cambiano e questo film ne è un lampante esempio, ma questo Baywatch è tamarro, scontato, semplicistico e volgarotto, basilare e sessista. Tuttavia poiché il suddetto non si vergogna di essere proprio ciò appena descritto, e poiché sa dove vuole arrivare, arrivando abbastanza bene e dicendo bene quel (molto poco) che vuole dire, è da premiare l'onestà del regista, che riesce in ogni caso anche elevando all'ennesima potenza il materiale di partenza, a mettere in piedi un film onesto e divertente (scoppiettante), certamente sopra le righe, come detto frivolo, sboccato e volgare ma mai compiaciuto, coerentemente divertente.

martedì 6 marzo 2018

I vincitori e le mie considerazioni su i Premi Oscar 2018

Alla vigilia degli Oscar avevo già intuito (altresì pronosticato in questo post) che sarebbero stati almeno 3/4 i film a vincere più premi, e invece come a sottolineare la diversità e la dispersione di voti dovuti a molti eccezionali film in lista, sono state ben 6 le pellicole candidate a questi 90esimi Premi Oscar a vincere (cosa abbastanza sorprendente e leggermente inusuale, anche se c'era d'aspettarselo) minimo 2 statuette. Altresì alcune sorprese i suddetti hanno generato (dettagliatamente le scopriremo tra poche righe), seppur tuttavia hanno vinto molte "mie" seconde scelte e prime scelte di molti. In ogni caso son contento di aver azzeccato, nonostante i soli 5 film visti e e nonostante ho solo letto e visto recensioni e foto dei film candidati, esattamente la metà dei premi in palio, ovvero 12 su 24. Innanzitutto tra i miglior film è utile sottolineare che erano soprattutto due i film a contendersi la vittoria, se non lo è stato Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che si deve accontentare (si fa per dire) di vincere con due premi agli attori a Sam Rockwell e Frances McDormand (che si contendeva il premio proprio con la protagonista femminile Sally Hawkins del suo rivale e mio pronostico), è stato The Shape of Water, il trionfatore della serata (rivista in differita ieri pomeriggio) con ben 4 premi, meritato quello come miglior regista ad un Guillermo Del Toro tutto cuore, come anche quello a Alexander Desplat per la miglior colonna sonora originale, mentre personalmente abbastanza sorprendente è quello per la miglior scenografia, anche perché rispetto a Dunkirk, che giustamente si è aggiudicato ben 3 premi tecnici (sui 4 da me pronosticati, Montaggio, Sonoro e Montaggio Sonoro) e Blade Runner 2049 (un peccato soprattutto perché c'era anche un'italiana tra i scenografi), che non avuto rivali nella fotografia e che è riuscito a battere sia Kong ma soprattutto Guardiani della Galassia Vol. 2 negli effetti visivi (cosa che mi ha lasciato un po' perplesso pensando anche a Doctor Strange), aveva un'ambientazione più "semplice", di spazi più chiusi che aperti, di meno spettacolarità, ma tant'è va comunque bene.

lunedì 5 marzo 2018

Ghost in the Shell (2017)

E' qualcosa che non faccio quasi mai (vedere o scoprire le origini di un prodotto o di una pellicola), ma poiché mai come in questo caso, come in occasione del live-action di Ghost in the Shell, lo storico anime di Mamoru Oshii del 1995 (a sua volta trasposto dal manga di Masamune Shirow del 1989), non potevo non vedere l'originale e il suo sequel, dato che non l'avevo mai visto. Sì, vi sembrerà strano ma non mi aveva mai attirato e in seguito non l'ho mai recuperato, in ogni caso l'ho visto e mi è moderatamente piaciuto (entrambi, anche se più il primo). Moderatamente perché, se da un lato l'anime Ghost in the Shell, uno straordinario prodotto cyberpunk di indubbia potenza e qualità, mi ha conquistato con il suo appeal visivo, ricco di dettagli e sfumature decisamente accattivanti, compresa una colonna sonora davvero azzeccata, essa non l'ha fatto nel suo tema principale, ovvero le implicazioni filosofiche, morali ed intellettuali, che certamente mi sono arrivate, ma che non mi hanno entusiasmato perché prolisse ed anche un po' noiose (soprattutto nel suo sequel L'Attacco dei Cyborg, dove l'azione latita parecchio). E quindi pur facendo forse un torto ai fan storici del franchise (che probabilmente saranno rimasti delusi), devo, soprattutto soggettivamente parlando ammettere che, questa versione del 2017 diretta dal semi sconosciuto Rupert Sanders, regista del solo passabile fantasy Biancaneve e il cacciatore, seppur tradisce la profondità di contenuti per privilegiare l'esperienza visiva ed essere accessibile ad un pubblico più vasto, mi ha convinto proprio perché elimina in parte (perché non poteva ovviamente rinunciare in toto ad una riflessione morale sul ruolo etico della scienza) sia l'aspetto filosofico che le parti più "morte" dell'originale (miscelando con cura e abilità scene del primo e del secondo anime di Oshii e aggiungendoci altresì piccole modifiche personali). Il film infatti, semplificando il messaggio esistenziale delle opere originarie e concentrandosi sul versante visivo, e proponendosi perciò come pellicola di mero intrattenimento, regala un'esperienza videoludica e filmica (molto) appagante, interessante e coinvolgente.

venerdì 2 marzo 2018

Gli altri film del mese (Febbraio 2018)

Come avevo promesso giorni fa, dovevo oggi, dopo aver parlato degli aspetti negativi del mio mese di febbraio, parlare delle cose positive successe, ma al di là di qualche piccolo passo in avanti nella vendita della casa della mia defunta e adorata nonna e dell'arrivo della pensione a mio padre, che dopo tanti piccoli intoppi (relativi anche direttamente dall'Inps) tarda ancora ad arrivare (si spera ora ad Aprile), di veramente bello non è successo praticamente niente. Quindi non mi resta, anche se con due giorni di ritardo, dovuto soprattutto alla chiusura delle mie visioni pre-Oscar e poi ai pronostici relativi alla serata in questione, di farvi un resoconto degli altri film visti nel mese di febbraio oltre ai peggiori. Un mese di interessanti sorprese e godibili visioni, dove da segnalare c'è un bel documentario visto in prima visione su Sky ArteBack in Time, ovvero il documentario "definitivo" sulla trilogia del Ritorno al Futuro. Peccato che, seppur bello è stato rivivere emozioni, ascoltare le interviste ai protagonisti (anche alla troupe di realizzatori) e rivedere alcune famose scene (nonostante e senza il doppiaggio originale), il suddetto, diretto da Jason Aron, si concentra poco sulla trilogia in questione, indagando solo marginalmente nei retroscena della realizzazione della popolare trilogia fantascientifica, dando così forse troppo spazio a molti fan. Comunque non male ma neanche bene, solo sufficientemente interessante.