lunedì 24 aprile 2017

Hardcore! (2015)

Attenzione quando cercate questo film, cercatelo per intero, ovvero Hardcore Henry, perché Hardcore!, film del 2015 scritto, diretto, co-prodotto ed interpretato da Ilya Naishuller, che ha preso spunto da videoclip del suo gruppo musicale (diretti dallo stesso Naishuller, frontman della band), a discapito del nome, è un film action innovativo, originale e completamente girato in soggettiva, cosa che da vita, tra violenza, ironia e divertimento, ad uno strano nuovo genere dell'action-movie. L'esperienza è infatti quella di un videogioco portato con genialità di scrittura e di montaggio nel cinema. Perché Hardcore! è un fiume in piena di trovate e di situazioni, subisce una svolta scenica ogni cinque minuti, e riesce a non annoiare spesso esplodendo la materia narrativa (comunque esile) e sacrificandola alla ricerca dell'adrenalina pura, anche se in ogni caso prima di dire che questo film ha una trama scialba, che la sceneggiatura semplicemente è un pretesto per una dose infinita di violenza, ecc ecc, dobbiamo considerare in primis a chi è diretto, non dico necessariamente "giovani", ma almeno a chi ha un esperienza di videogiochi sparatutto in prima persona come Call of Duty per esempio (e io modestamente ce l'ho). Detto ciò, è ovvio che sto film non vi piacerà se credete di assistere ad una pellicola diversa. Se invece lo vedete con l'idea di godervi 90 minuti di adrenalina, avete fatto tombola. Perché Hardcore! è soprattutto questo, intrattenimento. È un giro su una giostra di poco meno di due ore, montagne russe, perché russa è la produzione ed è da vivere senza aspettarsi troppo approfondimento. Poiché questo non è per niente un film da cui ci ricavi un insegnamento, ma è un film che ti regala un'emozione, la stessa che potrebbe provare un amante di moto a correre a 320 km/h o un paracadutista a lanciarsi da 10000 metri. Il tutto condito da una vena di ironia e di sano trash (da segnalare in questo senso l'utilizzo della canzone "Don't Stop Me Now" dei Queen in una scena di multipli omicidi, geniale). Di omicidi qui si parla difatti, poiché immaginando un videogame, Hardcore! è un FPS (First Person Shooter) quasi in tutto e per tutto.

sabato 22 aprile 2017

Suffragette (2015)

L'ambiente fumoso e soffocante di una lavanderia londinese d'inizio Novecento è lo scenario su cui si apre Suffragette, film del 2015 diretto da Sarah Gavron (al suo primo film di un certo peso) incentrato, come suggerisce il titolo, sulle battaglie del movimento femminile inglese per il riconoscimento del diritto di voto alle donne. Scritto da Abi Morgan (la stessa di The Iron Lady), Suffragette infatti, si propone di rendere partecipe il grande pubblico di una delle più importanti lotte per l'uguaglianza del '900, raccontando del movimento suffragista inglese, concentrandosi in particolare sulla parabola fondamentale dell'Unione sociale e politica delle donne, fondata da Emmeline Pankhurst nel 1903 con lo specifico intento di far ottenere soprattutto alle donne il diritto di voto, ma anche una vita più degna, difatti in un'epoca difficile per i membri della working class, essi venivano sfruttati, sottopagati, costretti ad orari di lavoro disumani, in contesti in cui la salute, quando non addirittura la vita stessa, era costantemente esposta al pericolo, se si era disgraziatamente donne l'esistenza era perfino più dura. Derise, inascoltate, vessate, private della loro voce, e perfino della dignità di esseri umani, non avevano il diritto di dire la loro, di opporsi ai soprusi, né tantomeno di esprimere la propria volontà attraverso il voto, del resto, dicevano i potenti: "le donne sono ben rappresentate dai loro padri, fratelli, e mariti", ed essendo denotate da un equilibrio mentale troppo labile, non farebbero che portare scompiglio se si concedesse loro l'accesso alle urne. È per contrastare questa indicibile vergogna sociale, che un gruppo di donne, capeggiate ovviamente dalla Pankhurst, iniziò a battersi, prima pacificamente, poi con iniziative di crescente disobbedienza civile, per ottenere finalmente il riconoscimento della parità di diritti. Il film infatti parte proprio da qui, dal momento in cui le suffragette, ormai consapevoli dell'inutilità della protesta pacifica, iniziano a prendere di mira le vetrine dei negozi, i mezzi di comunicazione, dando vita a quei disordini che la polizia londinese, incapace di gestire, tenterà di arginare con la persecuzione delle attiviste, braccando come criminali tutte le donne anche solo sospettate di essere coinvolte nel movimento, per poi sottoporle, una volta arrestate, ad ogni genere di maltrattamento ed umiliazione, in cui la misoginia del Potere trova la sua più meschina espressione.

venerdì 21 aprile 2017

Quiz Time 2a edizione: I risultati

Dopo una settimana di tempo il mio quiz show è finalmente terminato, è quindi ora di scoprire le risposte esatte ai miei quesiti, comunque non propriamente difficili (a parte uno..), ma soprattutto il vincitore che si "porterà a casa" un Pass Infinity, pass che mi auguro venga utilizzato, se non personalmente che almeno sarà utilizzato, perché sarebbe uno spreco, in ogni caso ognuno può farci quello che vuole dopo che lo manderò via e-mail a chi avrà totalizzato il punteggio più alto, punteggio che si baserà ovviamente in base alle risposte, anche se solo in due casi (nel gioco dell'impiccato o più semplicemente "Ruota della Fortuna", perché quello è il gioco) avrà dei punteggi dall'1 al 5 in base a chi avrà risposto più similmente alla risposta giusta. Senza ulteriori indugi perciò scopriamo e vediamo le risposte, i punti e il vincitore.

giovedì 20 aprile 2017

Heart of the Sea: Le origini di Moby Dick (2015)

Ci sono dei film che hanno uno strano destino, pur godendo di una trama, una regia ed una fotografia di tutto rispetto vengono crocefissi da una critica super-esigente che per una serie di ragioni aveva ben altre aspettative. In questo caso le aspettative sono dettate, dato che la pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Nel cuore dell'oceano: La vera storia della baleniera Essex (In the Heart of the Sea: The tragedy of the whaleship Essex), scritto da Nathaniel Philbrick nel 2000 sulla storia della baleniera Essex (evento che ha ispirato Herman Melville per la stesura del suo celebre capolavoro), dal riferimento a Moby Dick ed al libro appunto di Melville, con tutto il suo bagaglio di significati che il film possiede solo in parte limitata. Qui si narra invece solo del sorgere della leggenda di Moby Dick, che ha provocato una serie di disavventure tutto sommato ben rappresentate dal film. Dunque Heart of the Sea: Le origini di Moby Dick (In the Heart of the Sea), non è un film (del 2015 diretto da Ron Howard, con protagonista Chris Hemsworth) con grandi pretese letterarie, ma un onesto e godibile film di avventure marinaresche, ben rappresentate, anche se con qualche luogo comune (la scontata lotta tra il capitano incapace ed infingardo ed il primo ufficiale esperto e coraggioso). Un'opera perciò onesta e di sicuro impatto spettacolare, sicuramente e probabilmente lontana dal capo d'opera la cui storia ha ispirato, ma degna di essere vista, perché grazie a una struttura narrativa solida e quasi epica, Ron Howard indaga l'oceano di sentimenti che risiede nell'animo umano, e lo fa benissimo.

mercoledì 19 aprile 2017

Vikings (3a stagione)

Dopo solo poche settimane eccoci di nuovo insieme per la terza straordinaria stagione di Vikings, perché l'attesa e la voglia di vederla era alta, dato che grazie a lei ho imparato a non temere i vichinghi e a godermi una delle più interessanti serie viste ultimamente. Interessanti, non belle, perché magari qualcosa nell'intreccio (come anche detto in occasione delle precedenti recensioni, qui la seconda e qui la prima) potremo lasciarlo per strada, perché i caratteri spesso sono troppo rigidi, perché alcune svolte sono troppo rapide e altre semplicemente non portano a nulla. Eppure Vikings che torna a raccontarci una vicenda di conquista tra epica, mitologia e storia, rimane e rimarrà eccezionale. E proprio questa terza, è stata la stagione più grande, più ambiziosa e più intensa della serie. Da una simile altezza qualche caduta è inevitabile, ma la serie di History Channel riesce a sorprendere nuovamente in più di un momento. La terza stagione di Vikings infatti può considerarsi la consacrazione di una serie che si è saputa evolvere e maturare grazie a due elementi. Da una parte è ormai una certezza di qualità la scrittura (alquanto shakespeariana) di un talento nato delle cronache storiche, quella di Michael Hirst (Elizabeth, The Tudors), ma è evidente l'impronta di History Channel, che da anni si è inserita con furbizia sul mercato, producendo ultimamente documentari che avessero sia una validità accademica che un forte senso dello spettacolo, e così è stato.

martedì 18 aprile 2017

Io prima di te (2016)

Per chi mi conosce e qualcosa sa, saprà che vedere Io prima di te (Me Before You), film del 2016 diretto dalla sconosciuta Thea Sharrock, tratto dall'omonimo libro di Jojo Moyes, non è stato per me del tutto facile, anche se purtroppo il film seppur emozionante è davvero tanto banale quanto superficiale, per cui non mi ha del tutto scosso, anzi, mi ha pure un po' infastidito, non tanto per i luoghi comuni nei confronti dei disabili (passabili anche se abbastanza irritanti), quanto per le scelte, personalmente sbagliate, del protagonista e anche della regista nonché di tutto il film, che lascia secondo me un messaggio negativo più che positivo sulla vita. Questo perché il film che propone temi delicati, che racconta la storia di un ragazzo trentenne divenuto quadriplegico dopo esser stato investito da una moto che viene assistita per fargli compagnia (e fargli cambiare idea su di una drastica decisione) da una dolce tanto goffa quanto sensibile e piena di buona volontà ragazza, diviene man mano la classica (stucchevole) storiella d'amore tra un principe azzurro ricco (e belloccio) e la crocerossina povera, troppo prevedibile sin dall'inizio, anche se, cosa protesti mai trovare in una romantica commedia se non miriadi di cliché? sì è vero, ma non così, e soprattutto non con un finale (solo cinematograficamente parlando degno) che lascia secondo me un messaggio sull'amore abbastanza banale e non giustificato.

venerdì 14 aprile 2017

Quiz Time (2a edizione)

Dopo quasi un anno d'attesa (qui la prima edizione) e come vi avevo promesso, ecco finalmente la seconda edizione del mio personalissimo quiz time, che quest'anno avrà in palio un premio. Niente di straordinario ma qualcosa di cinematograficamente parlando interessante, ovvero al vincitore, che dovrà rispondere correttamente ai sei quesiti proposti, che sarà decretato tramite punteggio e che dovrà farlo entro venerdì 21 alle 10 di mattina (per permettermi di stilare immediatamente i risultati) un Pass Infinity della validità di un mese, da utilizzare entro il 31/12/2017. Un pass per usufruire senza impegno e senza nessun vincolo, su tutte le piattaforme, allo spettacolo del cinema e delle serie tv offerte dal servizio. Pass che ovviamente comunicherò privatamente tramite e-mail. Per vincere comunque (e come avreste già capito) avrete a disposizione non solo una settimana a partire da oggi, ma anche un'unica possibilità, quindi se non siete sicuri il tempo c'è rispondere, anche se a cavallo di Pasqua qualcuno sicuramente si allontanerà dalla blogosfera, d'altronde anch'io tornerò a scrivere martedì prossimo. I prossimi tre giorni infatti mi serviranno per ricaricare le batterie. Colgo quindi l'occasione non solo di augurare a tutti quelli che giocheranno (spero tanti), buona fortuna ma anche Buona Pasqua e Pasquetta! Intanto ecco i quesiti e buon divertimento.

giovedì 13 aprile 2017

Race: Il colore della vittoria (2016)

Ambientato nell'America post-depressione, Race: il colore della vittoria (Race) è la storia di James Cleveland "Jesse" Owens e il percorso che lo ha portato a vincere quattro medaglie d'oro nelle Olimpiadi a Berlino nel 1936. Ma il film, del 2016 diretto da Stephen Hopkins, non è soltanto un biopic sulla vita di questo immenso campione, è la storia di un uomo che sfidando i pregiudizi e mille difficoltà ha realizzato un sogno impossibile. Quello di un ragazzo di colore che, con la sua forza di volontà e il dono della velocità, ha incantato il mondo intero, ha contrastato le ideologie folli naziste ed è diventato leggenda. Una storia incredibile la sua, lui che esordisce nello sport agonistico nel 1935 battendo quattro record mondiali in quattro specialità diverse, venendo così convocato per rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi Olimpici, ponendosi così in una posizione scomoda tra la comunità degli afroamericani che gli chiede di non prender parte alla nazionale e il suo sogno di poter correre alle Olimpiadi. Nel film infatti (che si gioca su vari livelli, facendo così arrivare chiari e tondi i messaggi che deve fare arrivare senza strafare) sono due le storie che scorrono parallele, quella dell'atleta e della preparazione per le qualificazioni e quella più politica che vede il Comitato Olimpico Americano chiamato a prendere una decisione importante, boicottare o meno le Olimpiadi di Berlino in segno di protesta contro Hitler. Qualcosa di paradossale se si pensa a quello che succedeva in America in quel periodo, coloro che infatti protestano fuori dal comitato olimpico americano per boicottare i giochi nazisti sono gli stessi che non esitano a prendersela con le persone di colore riservando a loro un trattamento terribile e autobus e ingressi diversi persino in teatro (molto bella ed eloquente la scena finale). Race difatti mostra appieno l'insensatezza delle leggi razziali e di quanto fossero radicate nel senso comune americano, dipingendo uno stato che inorridisce e mette ai voti il boicottaggio dei Giochi Olimpici per le leggi razziali di Hitler mentre il proprio statuto presenta leggi che distinguono i propri cittadini dal colore della pelle.

mercoledì 12 aprile 2017

Scream Queens (2a stagione)

Giusto pochi giorni fa è calato il sipario anche sul secondo (e forse ultimo) anno di Scream Queens, l'esperimento televisivo di Ryan Murphy e Brad Falchuk che mescola un genere, l'horror-splatter, a personaggi e situazioni comiche, dissacranti, da inserire nella miglior tradizione "trash" della storia del piccolo schermo. Marchio di fabbrica dei suoi artefici, questo prendersi poco sul serio ha avuto fin dalla prima (eccezionale) stagione (la recensione qui) un effetto destabilizzante e al tempo stesso contagioso. Purtroppo però le disavventure delle tre improbabili eroine in rosa, le spietate e alla moda Chanel #1, #3 e #5 raccontate attraverso il linguaggio giovanile tipico del periodo in cui viviamo e una leggerezza di fondo che aiutava a sopportare le gravi falle di sceneggiatura, che resero Scream Queens un prodotto complessivamente piacevole, perfetta combinazione di divertimento e disimpegno che difficilmente trova paragoni simili in tv (o almeno, non con la stessa irriverenza e spiazzante sincerità), non ha trovato seguito in questa seconda, dato che nonostante le buone intenzioni di Ryan Murphy nell'unire nuovamente l'horror con il demenziale, lo show di Fox che aveva brillato nel corso della prima stagione perché si era presentata come la novità della stagione, nella seconda ha fallito perché ha ripresentato lo stesso schema. In più l'ironia al limite dell'assurdo che ci aveva fatto apprezzare la prima stagione è diventata noia quasi insostenibile nella seconda, la sceneggiatura di Scream Queens 2 infatti è clamorosamente una volontaria ripetizione di quella (certamente passabile da questo punto di vista) della prima stagione. I meccanismi narrativi sono difatti gli stessi della prima, un assassino senza scrupoli vuole vendicarsi di qualcosa successo anni prima che ha coinvolto un genitore (dalla madre si è passati al padre), indossa un costume elaborato (anche se l'unica differenza sembra essere il colore) e uccide in modi orribili le sue vittime. Improvvisamente si scopre che di killer ce n'è più di uno. Insomma, nessuna novità.

martedì 11 aprile 2017

Angry Birds: Il film (2016)

Ammetto che prima di vedere questo film sapevo davvero poco del gioco originale (che ha furoreggiato fino a qualche anno fa, nelle varie versioni, ed era diventato un passatempo simpatico e micidiale), perché anni fa uno smartphone neanche l'avevo, per cui pochissime volte ci avrò giocato, ma quel poco può bastare, dato che Angry Birds: Il film (The Angry Birds Movie), film d'animazione del 2016 diretto da Clay Kaytis e Fergal Reilly, ovviamente basato sull'omonima serie di videogiochi, scritto da Jon Vitti e prodotto da Rovio Entertainment e Sony Pictures Imageworks, degnamente riesce in un impresa non da poco, (nonostante questo sia solo un film di stampo puramente commerciale) quello di dare una vita narrativa autonoma ai personaggi del videogioco, offrendo anche una visione non scontata del sentimento della rabbia. E non era affatto facile riuscirci, poiché per quello che ho visto di rado film e videogiochi hanno un matrimonio felice. In questo caso devo inoltre ammettere che si sarebbe potuto far di peggio. Invece sono riusciti decentemente a riportare i personaggi del gioco nel film, con questi uccellini particolari, i loro nemici maiali e la mitica fionda per distruggere le postazioni nemiche e salvare le uova. Ecco, chi non ci ha mai giocato (ma però qualcosa si è perso) non ci capirà molto, forse non ci capirà una mazza (un po' come me), perché il film è strapieno di riferimenti al gioco, le due cose sono molto legate tra loro (anche se per un videogiocatore come me è stato facilissimo capire i meccanismi). Per questo e pertanto, e nonostante ciò, questo è un filmetto davvero fatto bene, tecnicamente, e che risolve in maniera onesta una difficoltà non da poco, la trasposizione al cinema.

lunedì 10 aprile 2017

San Andreas (2015)

Ammetto di avere una certa predilezione per Dwayne Johnson alias The Rock, credo anche di non aver mai nascosto questo, in ogni caso le aspettative per San Andreas, film catastrofico del 2015 diretto dal quasi sconosciuto Brad Peyton, autore non proprio eccelso, anzi, a stento si salva solo Viaggio nell'isola misteriosa (con lo stesso protagonista principale), erano abbastanza elevate, anche se ovviamente non m'aspettavo un capolavoro. Attese che purtroppo sono state, almeno in parte, disattese, anche se inaspettatamente questo film in ottica di genere è un film catastrofico onesto e ben fatto, certo, come opera filmica vale poco, resta il "divertimento". D'altronde il film dà quanto promette, perché nonostante una sceneggiatura come ovvio prevedibile, e nonostante si capisce che rimane un B-movie, dove le scemenze vanno anche loro fuori scala come le scosse, sia scemenze dette, che scemenze fatte, che scemenze scientifiche di vario tipo, San Andreas (che ovviamente si riferisce alla faglia di Sant'Andrea, ed essendo un catastrofico, si capisce che per Los Angeles ma soprattutto per San Francisco saranno cavoli amari) è un catastrofico più che sufficiente e fatto anche abbastanza bene. Difatti senza soffermarsi troppo sul comunque pessimo script di Carlton Cuse (Lost), se no non si capisce nulla, in questo film infatti ci si "godono" le catastrofi e le sfighe varie e si passano un paio d'ore, finita lì. Certo, per la qualità, se fossi andato al cinema sarebbero stati soldi sprecati, era consigliabile perciò (come ho fatto io) aspettare il passaggio tv, ed è così che l'ho visto.

sabato 8 aprile 2017

Suicide Squad (2016)

Nonostante io adori l'universo Marvel, già seguire il suo di universo è qualcosa di tremendamente difficile, ora che io riesca anche a seguire quello della DC diventa alquanto complicato, ma poiché il mondo dei fumetti e quello dei comic-movie mi piace da sempre non potevo non seguirlo, per cui dopo Arrow e Flash (a cui aggiungiamo Supergirl) in versione serial televisivo, ecco che dopo il discreto L'Uomo d'Acciaio del 2013, che seppur non esente da difetti mi era piaciuto, e Batman v Superman: Dawn of Justice, che purtroppo non ho visto ma probabilmente avrei voluto già prima vedere perché un clamoroso (e alquanto sorprendente) spoiler c'è nell'introduzione del film in questione, ecco finalmente Suicide Squad (visto grazie a Infinity premiere). Film del 2016 scritto e diretto da David Ayer (regista del più che riuscito Fury con Brad Pitt), terzo in ordine di uscita nonché temporale dell'universo DC, che come detto contiene uno spoiler, poiché dal film che segue le vicende dopo i fatti accaduti nel film di Zack Snyder, scopriamo infatti che Superman (il mio eroe preferito e secondo me quello più forte di tutti) è morto. Per questo e per tanto, non solo io ho mandato il boccone amaro giù, ma un ente governativo segreto, gestito da Amanda Waller (donna pragmatica e senza scrupoli) e chiamato Argus, crea (promettendo loro una riduzione di pena se riusciranno a sconfiggere una oscura forza malefica che potrebbe distruggere la Terra) una task force composta da super criminali. Del gruppo mal assortito, affidato alla responsabilità del militare Rick Flag, fanno parte l'infallibile e tormentato cecchino Deadshot, la sensuale e svitata compagna di Joker, Harley Queen, il ladro scassinatore Capitan Boomerang, il mostruoso Killer Croc, cannibale dalle sembianze di un coccodrillo, il riluttante El Diablo, giovane ispanico capace di emettere fuoco, la spadaccina giapponese Katana (a proposito di quest'ultima, sia lei, Waller e Deadshot li ho già avuto modo di 'conoscerli' in Arrow, che in verità non è proprio il massimo). Il loro nemico è l'antica strega Incantatrice, che si è impossessata del corpo dell'archeologa June Moon. E con poco allenamento, nessun piano, vaghe promesse in caso di vittoria e una capsula esplosiva in corpo che li convince a non disertare, la squadra che si autodefinisce suicida è così mandata sul campo. Non tutto però è così semplice come sembra all'apparenza e lo squadrone dovrà presto farà i conti con un'inaspettata situazione.

venerdì 7 aprile 2017

Agents of S.H.I.E.L.D. (3a stagione)

Dopo due stagioni che a questo punto potrei ora e adesso definire come di presentazione, la serie tv Marvel's Agents of SHIELD, con la terza stagione, inizia finalmente a partire davvero, e si eleva rispetto alle precedenti (comunque discrete), presentando sì dei toni ben diversi (e più interessanti), ma nel contesto non perfetta dato la presenza di alcune puntate lente e punti secondo me poco trattati, anche se m'è piaciuta tanto. Ad altri probabilmente no, dato che quando si parla di Agents of S.H.I.E.L.D. (che ritornano in azione, pronti ad affrontare non solo l'HYDRA ma anche gli Inumani, con a capo il malvagio Hive), non ci sono mezze misure, o la si ama o la si odia. Sicuramente, ed ovviamente in questi casi, la verità sta nel mezzo, perché di certo non è la miglior serie tratta da comics in circolazione, ma nemmeno la peggiore. E questa terza stagione conclusasi tempo fa ma vista nell'ultimo mese, si è confermata di ottima fattura, sebbene (come detto) con più di qualche difetto rispetto alla precedente. Una cosa però è certa, la Marvel sta indirizzando lo show verso una nuova direzione e, sebbene qualche battutina non manca mai (poiché tipici del MCU), il tono sta diventando sempre più oscuro e drammatico, quasi come mi pare di capire (poiché ancora da vedere) quelle targate Netflix. La serie sembra aver subito insomma un'evoluzione chiara e determinata, il che fa presagire (almeno sulla carta) ottime cose per il futuro. Ma di scoprire se ciò sarà vero scopriamo insieme se questa stagione è effettivamente promossa oppure no.

giovedì 6 aprile 2017

Gods of Egypt (2016)

Il regista di film cult degli anni '90 come Il Corvo e Dark City, ma anche i discreti recenti Io, Robot e Segnali dal futuro, un cast stellare che sfoggia i nomi di attori di enorme talento (dimostrato più volte) quali Nikolaj Coster-Waldau, Geoffrey Rush, Gerard Butler e Brenton Thwaites, una storia fantasy-epica che avrebbe dovuto echeggiare la maestosità e la grandeur della mitologia egizia. Tutte le premesse lasciavano presagire per il meglio e tutto prometteva che avremmo avuto a che fare con un prodotto di buon livello. Ovviamente tutte le nostre, mie aspettative sono completamente disattese e il prodotto finale che ci ritroviamo è una spanna più in giù della minima sufficienza. Poiché se un titolo troppo generico Gods of Egypt (film del 2016 diretto da Alex Proyas) da un lato potrebbe attrarre spettatori, facendo leva su uno spettacolare effetto sorpresa, dall'altro rischia seriamente di nascondere un film inconcludente, che alla fin fine non dice assolutamente nulla. Purtroppo il film appartiene a quest'ultima tipologia. Una trama confusa, intrecciata male e a volte a caso, sembra infatti sposarsi con la voglia morbosa di spettacolarità, in cui gli effetti speciali sembrano predominare sia sulla recitazione (decisamente mediocre) sia sulla sceneggiatura (molto, ma molto elementare). Una sceneggiatura che, sebbene esposta in modo lineare, racconta in modo abbastanza caotico la storia di quando Osiride, dio che vigila sul popolo del Nilo, decise di lasciare il regno nelle mani del figlio Horus, ma il fratello Set, accecato dalla rabbia, usurpa il trono con la forza, uccidendo il padre e accecando il legittimo erede. Sfuggendo al crudele dominio di Set però, un mortale, il ladro Bek, cerca la prigione di Horus per liberare il dio e liberare così la sua amata e il popolo d'Egitto.

mercoledì 5 aprile 2017

Forever Young (2016)

Invecchiare, si sa, non è bello ma purtroppo bisogna accettarlo come processo naturale dello sviluppo di ogni essere umano. Non è quello, invece, che fanno i protagonisti dell'ultimo film di Fausto Brizzi, Forever Young, film del 2016 diretto e co-sceneggiato dallo stesso Brizzi e da Marco Martani e Edoardo Falcone, il cui titolo è già di per sé assai esplicativo. Sentirsi giovani, dinamici e al passo con i tempi infatti è probabilmente un modo per resistere, spesso inconsciamente, all'inevitabile trascorrere del tempo, ma troppo spesso non riusciamo ad accettare ostentando comportamenti che ci rendono inconsapevolmente ridicoli o fuori luogo. Riflessioni pertinenti e pure interessanti, che in questa commedia si traducono, in verità senza particolari guizzi di fantasia (e con qualche episodio di colore), in una serie di storie concatenate che riflettono sostanzialmente le considerazioni di cui sopra. Alcuni personaggi difatti, il direttore di una radio locale, un famoso dj, una madre di famiglia divorziata, la sua estetista ed un anziano avvocato sono i personaggi principali delle storie qui narrate in cui si evidenzia il loro totale rifiuto ad accettare la propria avanzata età. Credendosi ancora dei giovani, essi, ognuno a suo modo, assumono degli atteggiamenti poco consoni alla propria reale età e non si rendono conto di essere solamente ridicoli. Così, c'è il direttore della radio che ha una relazione con una ragazza molto più giovane di lui che egli segue dappertutto in discoteca, a feste dalla presenza di un folto numero di ragazzi, insomma con un ritmo di vita che egli fa fatica a seguire, il dj che si veste come un ragazzino e non si assume ancora completamente le proprie responsabilità di padre di un figlio ormai frequentante l'Università, la madre del suddetto figlio che esce svariate sere in discoteca intrecciando relazioni amorose con ragazzi molto più giovani, l'estetista che nel frattempo ha una relazione sentimentale anch'ella con un "toy boy" e l'anziano avvocato che, per mantenersi in forma rischia seriamente la propria salute seguendo tutti i tipi di sport per lui divenuti ormai seriamente pericolosi. Ma alla fine dovranno poi tutti fare conto con la dura realtà o forse no?

martedì 4 aprile 2017

Victoria (1a stagione)

Dopo aver tenuto incollati agli schermi di ITV (la stessa rete di Downton Abbey) oltre 7 milioni e mezzo di inglesi in media, è arrivata in Italia in prima tv assoluta su laeffe (Sky canale 139) Victoria, la serie tv basata sui diari personali della leggendaria regina, che è andata in onda da venerdì 3 marzo per quattro settimane. Creata da Daisy Goodwin (produttrice televisiva e scrittrice), alla sua prima serie tv dopo diversi programmi di intrattenimento, e nonostante non sia quasi per niente (la serie intendo) nelle mie corde, Victoria ha abbastanza sorpreso anche me, perché quella che sarebbe potuta essere un polpettone, invece non lo è, anzi, se la viaggia che è un piacere. La serie infatti, che ha come protagonista Jenna Coleman, Clara di Doctor Who, che racconta i primi anni di regno, più o meno dal 1837 al 1840, della Regina Vittoria, la seconda più longeva regnante inglese, non annoia mai, affascina e conquista, grazie soprattutto ai personaggi e agli interpreti. Musiche, costumi e riprese poi sono quasi iconiche. Inoltre sia la canzone che fa da sottofondo all'incoronazione (davvero bella) e sia gli abiti indossati dal cast sono davvero degni di una corte reale. Infine la serie (dove si distingue inoltre la colonna sonora, a cura del premio Bafta Martin Phipps), girata per la maggior parte nello Yorkshire in location da fiaba (Castle Howard per Kensington Palace, Harewood House per Buckingham Palace, Carlton Towers per il Castello di Windsor, Beverley Minster per l'Abbazia di Westminster) oltre a queste sontuose ambientazioni, affascinanti costumi, vanta soprattutto un cast d'eccezione, fra cui spicca ovviamente la protagonista Jenna Coleman, capace di trasmettere tutte le sfumature del carattere di una donna unica ed eccezionale.

lunedì 3 aprile 2017

Money Monster: L'altra faccia del denaro (2016)

Mi aspettavo un film giocato tutto sul sarcasmo e sulla satira di un mondo, quello della televisione che vende soldi e paura, insomma un dejà-vu qualche volta anche un po' retorico e ripetitivo. Invece mi sono trovato, paradossalmente dopo un inizio di quel tipo, piacevolmente colpito da un film, Money Monster: L'altra faccia del denaro (Money Monster), film del 2016 diretto da Jodie Foster, che molto presto ha virato verso il thriller in modo serio, forse perfino importante e certamente teso e coinvolgente. Da quel momento in poi infatti la tensione è andata crescendo ed il film non ha più avuto tregua fino alla fine, in verità unico momento un po' scontato. Money Monster difatti è un film ben confezionato, di maniera e del tutto prevedibile inizialmente, poiché sembra di vederci almeno un centinaio di film americani degli ultimi quarant'anni, da Tre giorni del condor di Sidney Pollack del 1975 e Quinto potere di Sidney Lumet del 1976, passando attraverso tutti quelli che trattano di un sequestro, come Inside man di Spike Lee del 2006, e si svolgono attorno alla figura del mediatore, fino ai più recenti che trattano di finanza e delle sue truffe, come La grande scommessa di Adam McKay del 2015. La soluzione insolita per un thriller (questo, diverso da tanti altri perché in effetti meno scontato del previsto nonostante tutto), invece, è nell'uso del tempo reale, la vicenda si svolge esattamente in un'ora e quaranta come per sottolineare il tempo della diretta TV.

sabato 1 aprile 2017

Run All Night: Una notte per sopravvivere (2015)

Dopo il poco convincente ma discreto thriller Unknown e il più dozzinale ma accettabile Non-stop, la coppia vincente Liam Neeson attore e Jaume Collet-Serra regista, si ritrova in un serrato (e più che discreto) thriller notturno, Run All Night: Una notte per sopravvivere (Run All Night, 2015), ambientato lungo un'unica concitata notte, durante la quale un piccolo malvivente alcolizzato e vedovo, allontanato dal figlio ormai adulto e con moglie e prole al seguito, deve adoperarsi affinché quest'ultimo non venga ucciso dopo essere stato testimone di una strage perpetrata a sangue freddo a danno di una banda di trafficanti di droga albanesi da parte del giovane ambizioso figlio del boss dei boss, nonché amico di gioventù ed attuale datore di lavoro del nostro sventurato protagonista. Run All Night appare fin dall'inizio serrato e convincente nel suo intreccio sulla carta dozzinale e stravisto, ma congegnato e girato con perizia e senso del ritmo, con qualche guizzo estetico e qualche riflessione etica interessante. Questa pellicola difatti ha un impianto tecnico di buon livello, bella infatti la regia, la fotografia e le musiche, così come le coreografie dei combattimenti. Il tutto coadiuvato da un buon montaggio e interpretazioni discrete da parte di tutto il cast, cui spicca tra tutti Ed Harris che qui ricopre un ruolo da cattivo/non cattivo che mi è piaciuto molto, un personaggio che dimostra una grande umanità dietro all'involucro di orgoglio di cui è ricoperto, Liam Neeson invece interpreta un character differente dai suoi soliti degli ultimi anni, interpreta infatti un villain in cerca di redenzione che nel contesto funziona alla grande.

venerdì 31 marzo 2017

I peggiori film visti del mese (Marzo 2017)

Come anticipato in occasione del mio compleanno più di due settimane fa (qui), il classico post cinematografico di fine mese di tutti gli altri film visti è stato da questo mese sostituito da i peggiori film del mese, ma con recensioni in versione short, solo poche righe e in un certo tipo programmato (come potrete vedere), in più a fine post elencherò anche i film, passati in tv e Sky, che ho scartato, infatti da adesso in poi ho deciso di snellire un po' la lista dei film da vedere, perché mi sto stancando sempre più di vedere certe effimere ed inutili pellicole, perciò sceglierò con cura e solo se mi interessano davvero. Ecco quindi per cominciare i peggiori film visti in questo mese di Marzo.

LOST RIVER (Thriller Usa 2014): Ho visto questo film per i nomi, ma il film che vorrebbe omaggiare altri registi, finisce per essere una drammatica vicenda senza nessun coinvolgimento, nessun pathos ma soprattutto senza senso e il regista Ryan Gosling al suo esordio fa un buco nell'acqua. Ambiguo e strano come la trama, quella confusa di una madre (una generosa Christina Hendricks) che per provvedere al mantenimento dei figli accetta di lavorare in un locale di una città fatiscente dove Eva Mendes intrattiene col sangue il pubblico. Nel frattempo il figlio grande Iain De Caestecker (il Fritz di Agents of SHIELD), finito nelle mire di un pseudo-bullo, che non fa per niente paura, scopre insieme alla vicina (che abita con la nonna pazza), con cui ha una specie di relazione, interpretata da Saoirse Ronan (ultimante tanto apprezzata), una città sottomarina dove sembrerebbe esserci un mistero, ma invece è solo il pretesto per una storia senza capo né coda, con un finale bislacco, eccentrico ma soprattutto sciocco seppur scontato. E non basta della buona musica o discreti attori a dare ritmo ad un film lento, insopportabile e per niente estremo, fantasioso o consigliabile. Tutto fumo niente arrosto. Voto: 4

SEDUZIONE FATALE (Thriller Usa 2016): Come potete dedurre non ho mica visto questo film per la trama, d'altronde basta leggere il titolo per capire tutto, e vedendo la storia di una donna che durante la sua festa d'addio al nubilato che cede alle avance di un barista Patrick che ovviamente comincerà a perseguitarla per averla tutta per sé, la conferma c'è stata, prevedibile, scontato, per niente originale e per niente intrigante. Questo perché nonostante la presenza della bella Jaimie Alexander per lui e di Wes Bentley (AHS) per lei (più il fidanzato palestrato Cam Gigandet), i dialoghi (assurdi), le situazioni (grottesche) e il doppiaggio (forzato e scialbo) hanno affossato un film così brutto che mi veniva voglia di cestinarlo immediatamente. Invece ho continuato e ho perso solo tempo, perché davvero non c'è niente per cui valga la pena vederlo, musica zero, tensione ed empatia zero, risultato pessimo anche grazie ad un finale che fa solo ridere. Voto 3

giovedì 30 marzo 2017

Vikings (2a stagione)

Con ben sapete, o forse no, da febbraio ho cominciato a vedere una serie tanto attesa, uno dei tanti recuperi che quest'anno spero di fare, dato che prima di vedere la terza stagione di Twin Peaks urge un recupero, come quello entro fine anno di Penny Dreadful e Banshee in primis (gli altri dipende), per cui dopo la sorprendente ed eccezionale prima stagione rieccoci tornati con Vikings che, come c'era da aspettarsi, fa un salto di circa 4 anni rispetto alla prima (potete leggere qui la mia recensione), ma questa seconda stagione ha riservato non poche sorprese, innescando quello scossone narrativo che per certi versi sembrava essere assente nella prima stagione, la quale ha però avuto il merito di introdurre lo spettatore nelle atmosfere di quella antica civiltà e di inquadrare i personaggi, solidificando le loro caratterizzazioni e cominciando a tessere la trama di ambizioni e intrighi che costituiscono la spina dorsale del racconto. Un racconto che in questa straordinaria seconda stagione inizia con il botto e finisce altrettanto con il botto. In questa seconda stagione ci sono stati infatti molti più colpi di scena della prima, soprattutto nella spiazzante parte finale, che non m'aspettavo, soprattutto per l'eccellente recitazione di Floki, che come vedremo (probabilmente e successivamente) di continuo, ha un rapporto di amore/odio con Ragnar (che svela finalmente la sua vera natura, spietato contro chiunque faccia del male alla propria famiglia), anche se su una cosa c'è una certezza, Floki (che continua ad essere uno dei miei preferiti) non tradirebbe mai il suo amico. In ogni caso, senza soffermarsi sulla trama o gli eventi nello specifico (per non rovinare il gusto di vederla a chi non l'ha ancora vista o per non annoiare chi l'ha già vista e adorata), vediamo ancora Ragnar Lothbroke e l'intero villaggio di Kattegat alla ricerca di un'autonomia d'azione e una volontà di potenza che ha sempre a che fare con la convinzione di una predestinazione di grandezza sancita dagli dei.

mercoledì 29 marzo 2017

Land of Mine: Sotto la sabbia (2015)

Candidato agli ultimissimi Premi Oscar come miglior film straniero, rappresentante la Danimarca, ma senza risultarne vincitore, Land of Mine: Sotto la sabbia (Under sandet), film del 2015 diretto da Martin Zandvliet, è un film crudo, spiazzante e doloroso, che rievoca una pagina di Storia poco conosciuta, eventi realmente accaduti poco trattati nei libri, quella di un massacro silenzioso, alquanto spietato ma ottimamente raccontato con ritmi serrati e scelte stilistiche efficaci. Land of Mine infatti, racconta la poco nota vicenda storica dello sminamento di centinaia di chilometri di costa danese, per portare a termine il quale vennero utilizzati al termine della Seconda Guerra Mondiale, clandestinamente e fuori dalle Convenzioni belliche, duemila prigionieri tedeschi per lo più giovanissimi, che per metà sarebbero morti o rimasti mutilati durante le operazioni di bonifica. E il film tratta questa drammatica pagina come pena di contrappasso contro gli sconfitti, prevedendo non solo il conseguente capovolgimento dei ruoli tra le parti, con i soldati nazisti prigionieri e oppressi e i loro colleghi danesi carcerieri e aguzzini, ma anche la perfetta ri-ambientazione invertita degli elementi materiali e psicologici, come la casa-dormitorio modello lager, i lavori forzati, la denutrizione, le umiliazioni e le sofferenze psicologiche. Certo, siamo lontani dagli orrori dei campi di sterminio nazisti, manca la fredda e folle logica dello sterminio a determinare la stessa cupezza e crudeltà da girone infernale dei lager, tuttavia anche qui non mancano né la crudezza descrittiva, né gli accenti sadici e disumani che le circostanze impongono. Sappiamo bene infatti che 'i colpi di coda' sono tremendi e quando le guerre finiscono tutto il lavoro sporco prima dei vari rientri a casa è un momento dolente dove rabbie, frustrazioni e violenze gratuite si abbattono sui sopravvissuti.

martedì 28 marzo 2017

Kick-Ass 2 (2013)

Come molti, anch'io non ero convinto della trovata commerciale di realizzare un sequel di Kick-Ass, considerato che l'originale era già un film perfetto, senza bisogno di alcun sequel. Ho visto quindi Kick-Ass 2 (film del 2013 scritto e diretto da Jeff Wadlow, con protagonisti Aaron Taylor-Johnson, Chloë Grace Moretz, Christopher Mintz-Plasse e Jim Carrey, sequel del film del 2010 Kick-Ass, tratto dell'omonimo fumetto scritto da Mark Millar ed illustrato da John Romita Jr) senza aspettative relativamente alte, ma durante la visione ho dovuto ampiamente ricredermi, anche se come ogni seguito che si rispetti è l'accumulo che scandisce la differenza con il primo bellissimo episodio (che soprattutto a livello tecnico non può che essere superiore). Ma nonostante ciò il regista è riuscito a dirigere un film dall'incredibile ritmo, ma soprattutto dalla sceneggiatura fresca, moderna, si con qualche intoppo qua e la, ma anche con una leggerezza trash davvero invidiabile. Poiché a parer mio questo secondo capitolo non ha deluso le aspettative, tutti gli ingredienti del primo capitolo ritornano e forse questa volta sono anche più marcati, violenza, cattiveria, sesso, humor nero ci sono e si sentono. E quindi ancora una volta la lotta tra il bene e il male, ancora una volta risalta la voglia di diventare qualcuno pur facendo del male, male e solo male. Anche se in verità se non fosse trattato con humor nero questo "Kick-Ass 2" sarebbe un film d'azione violento che aprirebbe allo spettatore un mondo marcio, malato e dominato dal male. Per fortuna i nostri super-eroi (normali e con problemi) anche se spesso e volentieri ridicoli lanciano ancora una bella speranza all'umanità. Ma mentre nel primo film eravamo venuti a conoscenza delle problematiche derivanti dall'essere un supereroe nel mondo reale e ci siamo divertiti a riconoscerci in dei personaggi più che normali, in questo sequel l'elogio alla normalità non viene dimenticato, anzi, viene ancor più rimarcato il fatto che non servono super-poteri per fare del bene.

lunedì 27 marzo 2017

Regali da uno sconosciuto: The Gift (2015)

Lontano dal genere horror o (puro) thriller cui, la locandina, farebbe intendere, Regali da uno sconosciuto: The Gift (2015) è un dramma psicologico, notevolmente diretto, scritto e interpretato da Joel Edgerton (attore di discreto livello, interprete di parecchi film, Star Wars V e VI, il prequel de La cosa, Il grande Gatsby ed Exodus: Dei e re), al suo debutto alla regia di un lungometraggio. Davvero notevole e non solo perché è recitato bene e sceneggiato meglio, ma soprattutto perché fa della suspense la sua arma vincente. Le fasi iniziali lasciano intendere uno sviluppo diverso e più banale, con il classico stalker che prepara il terreno per l'assalto finale, ma procedendo i facili calcoli cominciano a non essere più tanto facili, le psicologie si delineano meglio, si intravede un piano più ampio e più coerente, la bozza iniziale che lasciava supporre la mano di uno psicopatico, rivela invece un disegno lucido. E avviene così un sorprendente ribaltamento del punto di vista sull'amico del protagonista dapprima visto come stalker e che in seguito risulta essere la vera vittima della situazione. Poiché The Gift è un thriller-dramma realistico, senza ombra di paranormale, ma con una solida base di paranoia, gelosia e mistero. Un triangolo di inquietudine che si crea quando una coppia decide di cambiare città per cercare di superare un momento difficile e per una nuova opportunità di lavoro dell'uomo. La nuova vita di Simon (Jason Bateman) però, insieme alla moglie Robyn (Rebecca Hall), viene sconvolta dalla presenza di Gordon (Joel Edgerton), un ex compagno di liceo di lui, che con continui regali e visite inaspettate perseguita la coppia. E ad un certo punto, entrambi stanchi delle attenzioni morbose che ricevono da Gordo, oltre che infastiditi dal suo atteggiarsi come uno stalker, decidono di parlagliene e affrontare il problema. Ma da quel momento in poi la situazione precipita gradualmente, vecchi segreti sepolti tornano alla luce e le maschere dei protagonisti iniziano a cadere.

sabato 25 marzo 2017

L'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo (2015)

Il nome Dalton Trumbo, prima di vedere la pellicola di Jay Roach, non mi diceva assolutamente niente. Ora invece posso dire di aver rivissuto la vita e le gesta di un piccolo grande eroe della nostra epoca. Tratto dall'omonima biografia composta da Bruce Alexander CookL'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo) prende le mosse nel 1947 quando, a seguito della fine della Seconda Guerra Mondiale e alla vittoria degli Alleati, i rapporti fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica già cominciano ad incrinarsi. Di questo si risente anche nella politica interna, con una crescente fobia di massa, abilmente alimentata dai media e da giornalisti e personaggi dello spettacolo quali John Wayne e Hedda Hopper, nei confronti del comunismo e dei suoi sostenitori. Iscritto al Partito Comunista americano fin dal 1943, Trumbo si ritrova inevitabilmente preso in causa e vedrà il suo lavoro ridimensionato. Si assiste perciò ad un dipanarsi di eventi, narrati con l'espediente di mixare momenti di finzione pura a filmati di repertorio oppure a ricostruzioni in bianco e nero appunto di fasi dei processi subiti da Trumbo e gli altri dissidenti che con lui formavano i cosiddetti 'Dieci di Hollywood', dove però si ha l'impressione che tutto sia un po' edulcorato. Trumbo infatti, ci racconta il calvario umano non solo del protagonista, ma di tutte le persone che come lui si sono trovate nella parte dei "colpevoli" nella famigerata caccia alle streghe di quegli anni. Perché in realtà scopriamo che il personaggio interpretato da un eccezionale Bryan Cranston (che ha lavorato degnamente e benissimo in All The Way, film per la tv dello stesso regista) altri non è che un geniale sceneggiatore, reo solamente di scrivere le sue brillanti storie fumando nella sua vasca da bagno.

venerdì 24 marzo 2017

Very Pop Blog - I miei anni '80

In settimana il buon Mozzino, sempre vigile a ricordare i bei vecchi tempi ormai andati, ha pensato benissimo a proporre un tag di sua invenzione, e poiché il tag in questione era riferito agli anni '80, i mitici anni '80, mi ha nominato, ma anche se non l'avesse fatto mi sarei sicuramente auto-nominato, dato che è stato probabilmente il periodo più bello di sempre, personalmente parlando, per cui ricordarlo mi fa sempre piacere, nonostante di quel periodo, la mia infanzia, non ricordo granché di quello che mi circondava, e poi nascendo nell'85 non ho avuto tanto tempo di viverli al meglio, ma quel poco è bastato, perché è inutile dirvi per esempio che se ascolto una canzone di quel periodo (dove non ha importanza, anche in tanti film, anche recenti) m'illumino e mi viene la pelle d'oca. E così ho subito preso la palla al balzo ed eccomi a presentare il tag, che ha soprattutto lo scopo di far conoscere meglio tanti blogger e far conoscere magari nuovi blog, portando ovviamente un po' del pop targato Moz O'Clock in giro per la blogosfera. Ma ecco nel dettaglio, anche se per una corretta spiegazione è meglio leggere il post originario (qui), cos'è questo tag e in che consiste. Semplice, come sempre quando si ha a che fare con un tag, nominare o taggare cinque bloggers (scegliendolo tramite un qualsivoglia sistema), bloggers che a loro volta dovranno (se vuol continuare l'avventura, anche se tutti sono liberi di auto-nominarsi e farlo, ovviamente scrivendo nel blog o scrivendomi via e-mail per farmelo sapere) nominare altri cinque (ovviamente avvisandoli) e via dicendo. Due note importanti bisogna in ogni caso tenere in considerazione, come immagine in apertura del post siete liberissimi di usare ciò che più vi piace, anche la stessa che io ho messo e che inizialmente ha proposto Moz, ma soprattutto il nocciolo della questione consiste nell'elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni '80, in base ai vari macro-argomenti forniti da Moz e qui, attenzione però perché bisogna parlare del vissuto dell'epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi! (a proposito anche se molto spesso nei miei 'post dei ricordi' tanto ho già detto dell'epoca, musica, tv e cinema soprattutto, mi presterò comunque di nuovo al compito di scrivere ciò) mentre per chi non era ancora nato può parlare invece per esperienze indirette. Ecco quindi "I miei anni '80".

giovedì 23 marzo 2017

Il sapore del successo & Le ricette della Signora Toku (2015)

Era da tanto che non vedevo un film di ambito culinario, l'ultimo fu il più che discreto e piacevole Amore, cucina e curry, ebbene in questa settimana ne ho visti ben due. Due film abbastanza buoni ma soprattutto deliziosi da vedere, due film dove l'aspetto culinario è però solo il 'contorno' (più accentuato nel primo) delle storie raccontate, difatti il tema principale sono il riscatto e redenzione, la libertà e la ricerca della felicità. Ma andiamo con ordine, il protagonista de Il sapore del successo (Burnt), film del 2015 diretto da John Wells (I segreti di Osage County) e scritto da Steven Knight, è una specie di Gordon Ramsey con un passato tormentoso alle spalle. Adam Jones, questo è il suo nome, uno chef da due stelle Michelin che ha attraversato un brutto periodo, finendo in un gorgo tutto droga donne alcol. Ma, una volta liberatosi dalle sue dipendenze, torna alla ribalta con un nuovo ristorante e un solo obiettivo, ottenere la terza stella Michelin. Protagonista assoluto di questa pellicola è Bradley Cooper (credibile quanto basta), qui ancora una volta alle prese con personaggi dal carattere estremo e poco equilibrato, che si conferma un attore di talento, a cui il regista affianca la talentuosa Sienna Miller, con la quale riesce a ricreare la stessa chimica di American Sniper, interprete che riesce benissimo a tenere testa al suo comprimario. E quindi, dopo aver raccontato di una famiglia allo sbaraglio, questa volta si concentra su un cuoco anch'esso allo sbaraglio che cerca di tornare alla ribalta, e il suo talento registico si conferma, poiché riesce a rendere questo film culinario sufficientemente incisivo, delineando benissimo il suo protagonista, per cui la cucina ha un valore ben preciso, e quindi sono giustificabili le (forse troppe) inquadrature sui numerosi piatti di cucina. La regia infatti non fa altro che rafforzare il mordente della pellicola, regalando stuzzicanti inquadrature, un montaggio frenetico e accattivante, e una colonna sonora che accresce la tensione del film. Ma nonostante questo e nonostante mi sia moderatamente piaciuto, il film non è un granché, cioè intendiamoci per quanto riguarda il lato culinario è molto apprezzabile e ben girato, ma dal punto di vista della sceneggiatura e di come i personaggi evolvono stenta un po. Quello che manca alla pellicola insomma è forse la scintilla della sorpresa, tutto difatti appare prevedibile fin dall'inizio, quando il protagonista appare con il suo atteggiamento sprezzante e la terza stella sembra già nelle sue tasche.

mercoledì 22 marzo 2017

Cicogne in missione (2016)

Come mai in questi ultimi anni è sceso drasticamente il numero delle nascite? che fine ha fatto il baby boom? Ce lo svela Nicholas Stoller, sceneggiatore di Cicogne in Missione (Storks), film d'animazione del 2016, di cui è anche regista insieme con Doug Sweetland, che affronta questa realtà, purtroppo, attuale. Il film infatti inizia con una voce fuori campo che recita: "In principio le Cicogne consegnavano i bambini (…) grazie al cielo ora non lo facciamo più, ora le cicogne consegnano pacchi" e segue l'immagine di famiglia che esulta ricevendo un cellulare. La metafora non richiede un genio per essere capita, oggi il desiderio dei bambini è sostituito da quello per gli oggetti e la cosa non è sanissima. E il film la sviluppa (su due piani narrativi complementari eppure indipendenti, che divertono lo spettatore e che tengono bene le sotto-trame grazie all'originalità del tema) in modo divertente, molto, con un susseguirsi di trovate e un ritmo sostenuto, deliziosamente spezzato dagli inserti di tenerezza indotti dai bambini in fasce. Ma soprattutto anche grazie al film stesso che non indugia mai troppo sulla singola gag o battuta, tutto scorre via fresco, tra il geniale è un pizzico di sana follia animata, tra cui, strano a dirsi leggendo i nomi dei doppiatori italiani, un doppiaggio perfetto. Nella versione italiana infatti le voci dei protagonisti sono di Alessia Marcuzzi e Federico Russo, che se la cavano abbastanza bene accanto ad altri doppiatori esperti (Pino Insegno su tutti, ma anche un Vincenzo Salemme più che discreto). Non solo ovviamente, perché di trovate folli e geniali li troviamo anche nella trama e in tanti personaggi buffi e spassosi, su tutti i lupi 'transformers', sì avete capito bene, lupi capaci di tutto, ma proprio tutto, di esilarante e divertente. Ma tornando proprio alla trama, ecco nel dettaglio di cosa parla questo sorprendente e bel film d'animazione, visto in settimana su Infinity e ancora disponibile fino a domani.

martedì 21 marzo 2017

The Affair (3a stagione)

L'aggettivo che più si addice alla terza stagione di The Affair, la serie tv di Showtime acclamata da pubblico (anche da me, qui) e critica nei primi due cicli, è 'strana'. Complice il fatto che la stagione 2 aveva chiuso il cerchio della storia, complice il fatto che la terza nell'intenzione iniziale degli ideatori Hagai Levi e Sarah Treem doveva essere il capitolo finale ma il telefilm è stato rinnovato per un quarto ciclo, c'è stata quindi un po' di confusione narrativa (forse troppa) fin dalla premiere di stagione. Certo, dopo due stagioni era chiaramente improponibile continuare a raccontare le conseguenze drammatiche della relazione adultera tra Noah e Alison e il disfacimento inarrestabile delle loro famiglie con la necessario riassestamento nelle vite anche dei loro ex coniugi Helen e Cole, soprattutto perché il season finale del secondo anno aveva mostrato un Cole finalmente in cammino verso una nuova serenità con Luisa e un Noah volutamente sacrificatosi prendendosi la colpa della morte di Scotty pur di salvare il presente di Helen e Alison. Iniziare la terza stagione con un salto temporale di tre anni era perciò una necessità comprensibile, dal momento che permetteva di avere tutti i personaggi (incluso un Noah appena scarcerato) in una situazione differente da cui ripartire iniziando un nuovo viaggio che si sperava fosse interessante. Ma un viaggio verso dove? Su che strade? In compagnia di chi? Proprio il non aver saputo rispondere in maniera interessante a queste tre domande è la condanna di questa stagione, dato che la stessa rimane impressa nella mente dei suoi appassionati come quella del vorrei ma non so come fare. Esemplare, in questo senso, il percorso di Helen che rincorre disperatamente Noah invece di guardare al presente che ha creato con Vik ed è disposta a distruggere la rinnovata serenità familiare, che il fin troppo comprensivo dottore ha portato (venendo accettato in pieno dai ragazzi), per espiare la colpa di essere stata la ragione dell'immolarsi dell'ex marito. Un andirivieni umiliante per un personaggio che finisce per farsi odiare per la sua caparbia insistenza nel fare le scelte sbagliate, al punto che anche la confessione finale diventa l'occasione per mostrarsi inopportuna invece che per una necessaria catarsi. Il season-finale potrebbe suggerire una finalmente ritrovata consapevolezza, ma dura troppo poco per essere sicuri che non si tratti di una accettazione forzata di una situazione indesiderata. Anche se è il nono episodio che si è però dimostrato più risolutivo del finale, con Helen in gran forma che si conferma (nonostante tutto) il miglior personaggio di tutta la serie.

lunedì 20 marzo 2017

Lo chiamavano Jeeg Robot (2015)

In una Roma quantomai cupa e inquieta, minacciata da una serie di attentati dinamitardi, varie combriccole di malviventi si muovono nei bassifondi, contendendosi la gestione di traffici illeciti e arrabattandosi tra piccoli crimini e regolamenti di conti. Tra questi piccoli criminali c'è anche Enzo Ceccotti, ladruncolo schivo e solitario che un giorno, per sfuggire a due poliziotti che gli stanno alle calcagna si tuffa nel Tevere e entrando in contatto con alcune sostanze tossiche fuoriuscite da dei barili gettati sul fondo del fiume, si scopre in possesso di una forza e resistenza sovraumane. L'uomo, che vive da solo e non ha grandi aspirazioni per il futuro, finirebbe sicuramente col diventare un super-delinquente se il destino non gli facesse incontrare Alessia, una giovane ragazza sensibile e schietta, ma mentalmente instabile, ossessionata dal personaggio di Jeeg Robot d'acciaio (in omaggio alla serie manga e anime Jeeg robot d'acciaio di Gō Nagai, della quale il film riprende alcune tematiche), che Enzo salverà da una brutta situazione, con cui inizierà a stringere con lei un legame sempre più forte, portandolo pian piano dalla parte del bene. Enzo-Hiroshi però dovrà lottare contro la banda dello Zingaro, un cattivissimo Joker 'de noartri' disposto a tutto per raggiungere il potere e la fama. Una serie incredibile di colpi di scena e di trovate esilaranti condurrà i due rivali allo scontro finale, alla battaglia epica tra il bene e il male, dove naturalmente non potrà che trionfare il bene. Detta così, la storia raccontata dallo strepitoso esordio di Gabriele Mainetti sembrerebbe assurda e strampalata, cinematograficamente una follia, un azzardo destinato a un b-movie da dimenticare in fretta. Invece no, Lo chiamavano Jeeg Robot (film del 2015 diretto e prodotto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti) è un film tanto coraggioso quanto riuscitissimo, un'opera geniale destinata a rappresentare un passaggio importante nella storia del cinema italiano. Apparentemente la struttura narrativa del film segue difatti l'archetipo classico del mito del supereroe, anche qui, infatti, un uomo qualunque riceve inaspettatamente dei super-poteri, ovviamente non senza difficoltà, attraverso una maturazione interiore in cui diventa consapevole della responsabilità che la nuova condizione esistenziale gli impone, ma non deve trarre in inganno perché l'opera prima del regista è un film duro, violento, malinconico, realistico, stratificato, che concede ben poca ironia e leggerezza rispetto ai blockbuster d'oltreoceano, piuttosto omaggia con nostalgia lo spirito più adulto e agrodolce dei manga nipponici, in cui l'eroe spesso e volentieri cammina su quella linea sottile che separa la giustizia dalla criminalità, il bene dal male, e spesso agisce volutamente nell'ombra, senza cercare né fama né gloria.

sabato 18 marzo 2017

Ghostbusters (2016)

Se n'è parlato e discusso per mesi, addirittura per descrivere questo film sono stati usati termini come, "Stupro", "Sacrilegio", "Profanazione" ed altri termini, addirittura da chi non l'aveva nemmeno visto. Anch'io avevo molti dubbi, ma di certo non sulla condotta apparentemente "anti-maschile" della pellicola ma perché non si può negare che le major abbiano contratto il vizio di ripescare marchi e nomi noti e aggiornarli ai tempi moderni, con risultati non sempre convincenti. Ebbene, non si può certo dire che questo Ghostbusters (2016), remake del celebre film Ghostbusters del 1984, sia l'eccezione che conferma la regola, ma neanche il più brutto film mai visto, perché di film peggiori di quest'ultimo ce ne sono davvero tanti (di uno di questi infatti ne parlerò presto). Ma ora, in quanto maschio e fan dell'originale Ghostbusters, non mi sono affatto sentito né offeso né umiliato né tradito, dato che questa pellicola, diretta da Paul Feig, che sembra avere una passione per le donne e per Melissa McCarthy, al suo terzo film dopo Spy e Corpi da reato, che segna il riavvio dell'omonima serie ma con il nuovo team di acchiappa-fantasmi interpretati appunto da attrici donne, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones, non è così brutto o inutile come pensavo. Certo, poco nel film si salva, ma non la componente femminile che, nonostante tutto, fa bene il suo lavoro. Di solito infatti, quando si ironizza sulle donne, fare un fiato in senso contrario significa essere ipocriti e politicamente corretti (e di questi tempi non è un bene), mentre quando sono gli uomini il bersaglio, la loro ira (stando ai segnali che invia l'opinione pubblica) è giusta e sacrosanta. Perché, mi domando? Forse perché non sono abituati a essere ridicolizzati? Mi fermo qui, ulteriori disamine spettano ai sociologi e io solo sono un amante del cinema e nulla più, che ha visto questo film senza pressioni o remore.

venerdì 17 marzo 2017

The Loft (2014)

Inedito per tanti, sottovalutato da altri, sorprendente per pochi, ma The Loft, film del 2014 diretto da Erik Van Looy, nonostante le premesse poco ispiratrici, è un thriller davvero ben fatto, ben girato e non certo banale. Quest'ultimo film infatti, è il terzo remake e il secondo per il regista dopo quello originale del 2008, perciò di originale c'è ben poco, dato che credo anche di averlo visto, ma in ogni caso riesce ugualmente a farsi apprezzare. Questo perché, questo thriller psicologico/giallo in questione è ricco di misteri ed intrighi, con colpi di scena numerosi e una buona scenografia, tutti elementi che rendono The Loft un film interessante e sicuramente da vedere per gli amanti del mistero. Poiché grazie alla fotografia patinata e l'ottimo montaggio lo spettatore è indubbiamente incuriosito dal sapere chi si cela dietro l'orrendo delitto, quello che avviene in un loft di proprietà di cinque uomini sposati, Vincent, un brillante e affascinante architetto (Karl Urban), Chris un giovane e belloccio psicologo (James Marsden), Luke il più tranquillo e mansueto del gruppo (Wenthorw Miller), Marty forte bevitore di grossa stazza (Eric Storestreet), e Philiph, il fratello drogato e sociopatico di Chris (interpretato da Matthias Schoenaerts che recitò la stessa parte nel film originale), che lo usano in segreto per soddisfare i propri desideri sessuali con diverse amanti occasionali (un posto in cui svolgere i loro affari e scatenare le loro fantasie più profonde). Ma quando nell'appartamento viene ritrovato il cadavere di una sconosciuta, la fantasia diventa un incubo e i cinque si ritrovano sotto l'occhio del ciclone e le relazioni (ma anche le proprie vite) tra di loro iniziano a vacillare, i cinque difatti iniziano a sospettare uno dell'altro in quanto sono gli unici a possedere le chiavi per entrare nel locale. Chi è l'assassino ma soprattutto sarà stato un omicidio o un suicidio? Lo scopriamo attraverso diversi flashback, che si intrecciano con scene svolte nel presente, la storia quindi si dipana, fino all'imprevedibile finale.

giovedì 16 marzo 2017

Gli ultimi saranno ultimi (2015)

Dopo la brillante e innovativa esperienza vissuta con Perfetti Sconosciuti, un'altra pellicola italiana riesce a fare breccia, riuscendo nonostante alcuni evidenti difetti a sorprendere ed emozionare. Colpa, se così si può dire, dell'ultimo film di Massimiliano Bruno, che dopo il suo non eccellente penultimo lavoro (comunque sufficiente) Confusi e felici, realizza una drammatica commedia molto interessante, forte e potente, ma soprattutto dannatamente reale, Gli ultimi saranno ultimi, film del 2015 che, in modo credibile, naturale e senza forzature, sembra continuare con la nuova tendenza del cinema italiano a trasporre sul grande schermo le tematiche sociali che più ci affliggono in questo critico periodo della nostra storia, ma in modo non banale e superficiale, ma diretto e convincente. Dato che questo film le tematiche più scottanti le affronta tutte, la mancanza di lavoro in primis, la mancanza di casa, la mancanza di un sostegno economico che ti priva di ogni più elementare necessità (il frigo vuoto, la morosità nel pagare affitti, bollette e quant'altro), le crisi di coppia, il doloroso problema delle scommesse, del gioco, che rovina tante famiglie. Tutto questo il film lo affronta, non in punta di piedi, ma con una forza devastante (anche se in verità non in modo netto e approfondito), come devastante è la prova di una grandissima Paola Cortellesi, il cui bellissimo viso si trasfigura sequenza dopo sequenza, fino a diventare la maschera di disperazione delle sequenze finali. Forse un po' sottovalutata come attrice cinematografica, qui dà prova di una grandissima capacità di coinvolgimento emotivo, dal riso alla rabbia, e che alla fine ti strappa pure qualche lacrima. Lei difatti non smette di sorprendere per bravura in questa versione cinematografica di un testo presentato per due anni a teatro e che la vede come attrice protagonista. Un'interpretazione drammatica della storia di Luciana che nel momento in cui corona il suo desiderio di maternità perde un umile e mal retribuito lavoro dipendente in una piccola azienda della provincia laziale. Quello che rende inaccettabile oltre la causa del licenziamento è il cinismo del datore di lavoro e l'avversione nei confronti di questa sua nuova condizione da parte di donne come lei, le compagne di lavoro che evitano questo fatale incidente in un'epoca, in cui la maternità è tutelata in ogni settore pubblico con il diritto, dopo la gravidanza a rioccupare il posto di lavoro temporaneamente abbandonato.

mercoledì 15 marzo 2017

La Isla Mínima (2014)

Le sorprese al cinema e in tv sono sempre ben accette e quando sono positive come in questo caso lo sono di più. Perché La Isla minima, film spagnolo del 2014 diretto da Alberto Rodríguez, è veramente un bel film, fatto bene e recitato altrettanto. Un gradevolissimo thriller di grande equilibrio complessivo girato in luoghi suggestivi e "complici" di una trama assolutamente coinvolgente. Due investigatori cercano chi ha ucciso delle giovani ragazze, una storia già vista ma che in questo film assume un carattere particolare, per l'ambientazione nel sud della Spagna e per un'atmosfera densa, vischiosa che rende tutto molto complesso. Siamo difatti abituati a vedere poliziotti in azione, ne conosciamo le dinamiche e il modus operandi quando sono a caccia di un assassino. Il regista invece gioca la carta del contesto sociale per raccontare un caso di cronaca nera, inserendo elementi politici anche nella vita dei due investigatori, uno democratico e l'altro compromesso con il franchismo. Ma ciò che colpisce veramente è il paesaggio, la palude presentata in riprese zenitali per mostrare le sue trame, le anse contorte, gli uccelli che si alzano in volo in tramonti surreali. Il film infatti è impreziosito da una ambientazione davvero molto suggestiva ed è proprio su quella che il regista gioca le sue carte migliori (ed anche più originali). I paesaggi acquatici e bucolici magnificamente fotografati (che dimostrano un notevole gusto estetico del regista) che fanno da cornice al racconto, rappresentano infatti il vero elemento catalizzate e vincente (insieme al contesto storico, qui fondamentale anche se poco utilizzato, dato che il regista non si sporca le mani ma tocca in maniera delicata gli avvenimenti politici senza metterci il carico, a mio avviso poteva osare di più, colpevole di farlo solo nel finale) che (più ancora del plot narrativo fine a se stesso abbastanza convenzionale per il genere) rende ambiguo e coinvolgente il risultato proprio perché capace di amplificare alla massima potenza l'atmosfera di tensione latente che il film trasmette allo spettatore e a far diventare più palese e disturbante il clima morboso, malsano e angosciante che si respira intorno a questa storia ambientata nel settembre del 1980, e quindi già in era post-franchista, ma quando la lunga, perniciosa dittatura era ancora ben fresca nella memoria dell'intero popolo spagnolo e ne condizionava ancora il pensiero, anche con inaspettate punte di nostalgia che il regista ben stigmatizza, come se i fantasmi del passato continuassero ancora a riecheggiare lugubremente con la loro pesante carica di sopraffazione.

martedì 14 marzo 2017

Point Break (2015)

Premesso che prima di vedere questo film non ho rivisto quello originale e di non ricordare molto di quel famoso film, posso tranquillamente affermare che Point Break, film del 2015 diretto da Ericson Core, remake dell'omonimo film del 1991 diretto da Kathryn Bigelow (una delle migliori registe statunitensi, premio Oscar per The Hurt Locker, e regista del poderoso Zero Dark Thirty), non regge il confronto con la pellicola cult che aveva come protagonisti Keanu Reeves e Patrick Swayze. Difatti non c'è partita, anche se c'era da aspettarselo, dato che il film diretto da Ericson Core si sgancia completamente dall'originale, ma paradossalmente e incredibilmente il film mi è piaciuto lo stesso e anche molto. Questo perché nonostante i tanti problemi, sia per la scelta del cast errata e sia per la sceneggiatura non proprio eccezionale e che addirittura centra poco, o nulla, con la pellicola sui surfisti criminali della Bigelow, questo atipico reboot di Point Break è senza ombra di dubbio spettacolare. Una serie di riprese mozzafiato, di sport estremi, di inquadrature vertiginose e spettacolari che ti trascinano insieme ai protagonisti sulle vette più ripide o si lasciano cadere nelle più profonde acque della terra. Visivamente è evocativo ed ammagliante, un'esperienza quanto più vicina alle vere sequenze delle action cams di chi pratica veramente questo tipo di sport. Purtroppo però, la pellicola viene penalizzata dal fatto che per puntare tutto sulla spettacolarità, indiscutibilmente riuscita, sacrifica (volente o nolente) molto della trama che dovrebbe servire ben più che da semplice cornice attorno al film. Purtroppo la trama traballa non sapendo se restare fedele all'originale o se discostarsi e intraprendere una propria strada. Alla fine propende per la seconda opzione ma come trama, come scheletro narrativo, risulta comunque molto flebile e troppo spesso inverosimile. I giovani attori invece, dal canto loro, sono molto bravi e rendono in maniera verosimile le scene di azione, cariche di adrenalina, anche se quasi sconosciuti e per niente riconoscibili nonché minimamente caratterizzati. Infatti aspetto negativo è che il film sarebbe dovuto durare un po' di più inserendo qualche scena extra che scavava nel profondo della personalità dei personaggi e un paio di scene in più che rafforzavano il rapporto tra il protagonista e la ragazza 'copertina'. Purtroppo questo non è stato fatto anche se il film mi ha appassionato lo stesso e nonostante il mancato approfondimento la pellicola è riuscita ugualmente a farmi capire che tipi di persone fossero i personaggi. Cioè il film te lo lascia solo intuire anziché mostrartelo chiaro e tondo, fatto che in ogni caso non ho per niente apprezzato completamente.

lunedì 13 marzo 2017

Il compleanno è mio, ma il regalo ve lo faccio io!

Come ben sapete, o forse no, oggi è il mio compleanno, per questo e pertanto, spinto dalla volontà di migliorare il blog e dai suggerimenti di alcuni followers, ho deciso di farvi un piccolo regalo, se così si può dire, anche se quest'anno di festeggiare e di ricevere (e farli) regali non c'è voglia, dato che per la prima volta il trittico di compleanni è stato bruscamente interrotto dalla scomparsa di mia nonna (avvenuta mesi fa), che ieri avrebbe dovuto festeggiare 94 anni dopo mio zio sabato 11 e oggi il mio, ma poiché la vita continua, andare avanti è naturale e giusto. Per cui oggi che raggiungo la soglia dei 32 anni, annuncio una novità e confermo alcune cose. Prima di tutto è ormai assodato che da luglio in occasione del secondo anno del blog, l'aspetto dello stesso, subirà un cambiamento grafico e stilistico, anche se per il momento tutto è in alto mare, perché le idee ci sono ma un'intestazione e sfondo ancora no, in ogni caso sarà pronto, ma soprattutto da domani il blog, per venire incontro a esigenze di chi legge e di chi scrive, e come nel promo Sky "Una prima visione al giorno", posterò un post (film, serie ed altro singolarmente) al giorno, tranne ovviamente la domenica. Tornerò insomma all'origine, anche se in modo diverso e migliore. In più il classico post cinematografico di fine mese verrà sostituito da i peggiori film del mese, ma con recensioni in versione short, solo poche righe e in un certo tipo programmato, anche se per essere precisi le recensioni complete alle 'migliori-peggiori' pellicole ci saranno comunque, dato che film come l'ultimo Ghostbusters, che andrà in onda stasera, sembra fatto apposta per rientrare nella categoria 'il meglio del peggio', ma si vedrà dopo. Infine ad aprile tornerà il 'quiz show', che avrà un piccolo premio, cinematograficamente parlando, in palio. Insomma qualche cambiamento e novità che serviva e servirà e che spero vi piaccia e piacerà. In ogni caso ringrazio chi mi segue e chi mi manda suggerimenti, perché senza loro probabilmente mi sarei annoiato a fare sempre in un certo modo, ed ovviamente ringrazio già da adesso, anche se singolarmente risponderò, a chi oggi commenterà per augurarmi buon compleanno, un compleanno che quest'anno raggiunge numericamente parlando, una modesta e importante cifra. Eh sì, il tempo passa che neanche ce ne accorgiamo, ma per tutti è così, come per tutti andando avanti si migliora, e per quello il tempo c'è di migliorare, ovviamente in positivo e ovviamente con l'anima, il cuore e il cervello. Ma questo è un altro discorso che oggi proprio non mi va di esplicare, ma solo di suggerire, d'altronde la mia vita umanamente parlando non è stata tanto clemente, per cui mangio e bevo, vado avanti e non ci penso.

venerdì 10 marzo 2017

Trafficanti (2016)

Basato su fatti realmente accaduti, Trafficanti (War Dogs), film del 2016 diretto da Todd Phillips è una ironica e divertente, anche assurda e demenziale commedia che, basata su un articolo scritto da Guy Lawson per Rolling Stone e successivamente pubblicato in un libro intitolato Arms and the Dudes, intrattiene, spiazza e diverte. Questo perché il regista è bravissimo a scegliere il registro giusto con cui raccontare questa tragicomica storia e soprattutto nel tratteggiarne i protagonisti. La tragicomica storia di due ragazzi (David Packouz ed Efraim Diveroli) che, sfruttando i bandi pubblici messi online dall'esercito degli Usa, diventano in breve tempo due affermati trafficanti d'armi. E quando finalmente riusciranno ad accaparrarsi uno da 300 milioni di dollari, la situazione precipiterà. Infatti, il successo e il denaro faranno perdere la testa ai due trafficanti, che si ritroveranno coinvolti in diversi pericoli. Ora potrebbe sembrare che questa sia una storia che senza dubbio definiremmo assurda quasi da commedia demenziale (d'altronde come detto un po' lo è) e invece è soprattutto una serissima storia vera. Una incredibile storia vera che, dalle ammiccanti luci di Las Vegas alle aride terre del medio oriente, passando per la fredda ed inospitale Albania, viene narrata con avvincente vena comica, misurate sequenze d'azione, un calibrato turpiloquio ed un'incalzante colonna sonora. Tutto molto efficace e sorprendente, se si pensa ai film ultimi del regista, parlo ovviamente della saga comedy (un po' scema anche se dannatamente divertente) che lo ha reso famoso al mondo intero, Una notte da leoni. In questo caso però non si butta sulla (sua) commedia completamente folle, ma scrive e dirige un film (visto su Infinity) più che discreto, estremamente ancorato alla realtà e anche leggermente "impegnato", se così possiamo dire, sotto alcuni aspetti, ma brillantemente gestito. Difatti si potrebbe intuire che il tutto, cioè il contesto estremamente serio, attuale e anche tragico in parte, venga ridicolizzato e banalizzato, invece Phillips in questo caso ci sorprende.

giovedì 9 marzo 2017

Z Nation (3a stagione)

Sin dalla prima puntata della prima stagione, Z Nation, la serie action-adventure made in USA che ha rivoluzionato il genere zombie, che con un mix di violenza e comicità davvero unico nel suo genere ha divertito e appassionato tanti spettatori tra cui anche me, dato che ha saputo fin dall'inizio distinguersi per la sua originalità e ironia, proponendo sempre uno spettacolo spassoso, irriverente e divertente, pareva migliorare sempre più. Ora arrivati alla terza stagione il giocattolo sembra essersi lesionato, se la prima stagione risultava una novità, una eccezionale novità, e la seconda la riconferma delle sue straordinarie peculiarità, questa terza perde un po' la bussola e scivola nella banalità, perché a parti rari momenti non ha saputo divertire in modo esagerato come fece nelle prime due. Seppur i 14 episodi della terza stagione di Z Nation calano lo spettatore in una realtà ancora più feroce, con i nostri sopravvissuti che si trovano a fronteggiare una missione sempre più incerta, mentre sono ancora alla ricerca di Murphy (Keith Allan), ora alla guida di un vero e proprio esercito di ibridi, un genere a metà tra zombie ed umani, impegnati a diffondere il messaggio 'No Fear' in tutto il paese. Toccherà al gruppo formato da Roberta Warren (Kellita Smith), Doc (Russell Hodgkinson), Addy (Anastasia Baranova), e ai nuovi membri del team, Hector Alvarez (Emilio Rivera), unitosi dopo tante vicissitudini, e Sun Mei (Sydney Viengluang), unitosi dopo che la squadra inviata da Pechino (nell'incredibile finale della seconda) muore, cercare di fermare Murphy prima che sia troppo tardi. Ma nuove minacce intralceranno il loro cammino, con la comparsa di nuovi impressionanti orrori come i Wolf-Z, gli Electro-Shock Z, e i selvaggi vagabondi. E tutti i protagonisti si troveranno ad affrontare delle sfide ancora più impegnative e paurose, ma allo stesso tempo ancora più spettacolari, ancora più folli e più zombie che mai. Soprattutto quello che cambia è lo scenario, la missione è cambiata, la composizione della stessa squadra di eroi difatti è cambiata e tutti questi elementi rendono l'apocalisse zombie ancora più 'apocalittica', ma in definitiva meno avvincente e appassionante, perché come detto all'inizio, la stanchezza comincia a farsi sentire, dopo che nelle prime due si è visto di tutto, ma proprio tutto di folle, pazzo e delirante.