giovedì 20 luglio 2017

L'era glaciale: In rotta di collisione (2016)

Quinto capitolo di una saga longeva e molto amata, ma L'era glaciale: In rotta di collisione (Ice Age: Collision Course), film d'animazione del 2016 diretto da Mike Thurmeier, è probabilmente l'episodio più debole, inferiore al già non brillantissimo film precedente. Le ragioni sono fisiologiche, una delle leggi del cinema smentite raramente da poche eccezioni afferma che i sequel siano in genere molto più deboli del film capofila, lo è anche con L'era glaciale che dopo il bell'esordio del 2002 non ha saputo reinventarsi troppo tranne per l'episodio 3, quello coi dinosauri, dove gli sceneggiatori riuscivano con un escamotage mettere insieme animali vissuti in epoche diverse. In questo capitolo 5 si naviga invece un po' a vista, si accumula la scena di personaggi, tanti, praticamente tutti quelli presenti nei capitoli precedenti con il risultato di togliere tuttavia spazio alle figure storiche, decisamente più divertenti (Sid, su tutti, assai sacrificato, mattatore vero nei film del passato e ora presenza costretta quasi ai margini). In cambio, si acquista poco, solo una figura ci fa convinto in termini comici, lo scorretto Buck che ha anche le battute e le situazioni migliori, il resto è un po' poco, compresi degli antagonisti poco efficaci e praticamente inesistenti. Nel film poi, oltre a non accadere praticamente nulla, il continuo susseguirsi di gag poco divertenti mette il pubblico nella disperata attesa di qualcosa di tremendamente buffo che non arriva mai. Di buffo (anche se meno esplosivo del solito nella sua cornice narrativa) rimangono solo i battibecchi slapstick tra lo Scoiattolo Scrat e la sua ghianda, questa volta su una navicella aliena, che provocherà appunto la rotta di collisione, come suggerisce il titolo, che spingerà Sid, Manny (doppiato non benissimo dal comunque bravo Filippo Timi), Diego e il resto dei loro amici, ad intraprendere un avventuroso viaggio verso nuove terre esotiche per salvarsi.

mercoledì 19 luglio 2017

Tutti vogliono qualcosa (2016)

Uno straordinario spaccato di vita degli anni '80 che descrive magistralmente alcuni giorni di vita di una squadra di baseball universitaria nei momenti precedenti agli inizi delle lezioni, tra party, scherzi e amori è Tutti vogliono qualcosa (Everybody Wants Some!!), film del 2016 scritto, diretto e prodotto da Richard Linklater. Il film infatti (sempre variamente ispirato al senso del tempo del regista), che riprende il discorso interrotto alla fine del bellissimo Boyhood e iniziato con La vita è un sogno (Dazed and confused), è una stupenda full immersion di quel periodo. Difatti Tutti vogliono qualcosa è un'esplosione di ricordi (e desideri) dell'estate del 1980, quando la musica disco e punk è all'apice e l'incubo dell'AIDS non si è ancora profilato. Ma non siamo davanti ad un teen movie, né ad una commedia banale, anzi il lavoro è piuttosto elaborato e trasuda nostalgia. Dato che in questo film generazionale il regista riesce a descrivere (impeccabilmente) gli anni '80 con un college film di quelli che non ti aspetti, non alla American Pie, ma in cui conta davvero la descrizione di quel periodo, in tutto, dalle mode alla musica, veramente tutto dettagliato, tanto che proprio l'attenzione per i dettagli rende il prodotto visivamente molto interessante. Perché questa perfetta ricostruzione d'epoca, dai costumi alle scenografie, alla fotografia, con musiche da urlo e personaggi divertenti che danno un ulteriore tocco di classe, è perfetta. Sembra insomma di essere in quell'epoca o in un film fatto in quegli anni.

martedì 18 luglio 2017

1993 (Miniserie)

Dopo il grande successo, soprattutto di pubblico, della prima stagione, quasi 10 episodi di riscaldamento nonostante il pathos nel ricreare le scene che hanno segnato l'inizio della fine della prima Repubblica, è tornato 1992 e lo fa cambiando cifra finale, trasformandosi quindi in quel 1993 che risultò essere l'anno cruciale del famoso processo "Tangentopoli", il secondo capitolo dell'ambizioso progetto di Sky (andato in onda su Sky Atlantic dal 16 maggio al 6 giugno 2017) nato da un'idea di Stefano Accorsi sulla fine della prima Repubblica e sulla nascita delle nuove forze politiche, una su tutte Forza Italia. La prima stagione, 1992, uscita nel 2015, ha messo la pulce nell'orecchio agli spettatori, introducendo i personaggi fittizi, calati nel contesto storico, da discreto romanzo storico, e dando il via alla trama, ma questo 1993 dopo una prima annata comunque poco convincente, riesce a migliorarsi, confermando solo il meglio accaduto in precedenza, riuscendo a conferire ai personaggi una sorta di karma interno, quasi come per ripagarli per quanto accaduto precedentemente, rendendo perciò 1993 una serie potente sia dal punto di vista dei temi trattati che da quello della narrazione, in futuro (tra un paio d'anni?) si arriverà a 1994, la resa dei conti e la nascita della seconda Repubblica, ovvero, la nascita del futuro. Con un notevole incremento della qualità tecnica e registica, il secondo capitolo infatti, nato per raccontare l'inchiesta Mani Pulite e molto altro, si fa più interessante ed avvincente. Certo, non era una sfida improponibile fare meglio del suo predecessore, ma la serie televisiva ha fatto tesoro di tutti i difetti presenti in 1992 e ha cercato di porvi rimedio. Ovviamente non siamo ai livelli di una produzione americana di prim'ordine (e sarebbe stata una richiesta impossibile da esaudire per gli addetti ai lavori di questa discreta produzione), ma la strada intrapresa sembra esser quella corretta per essere italiana.

lunedì 17 luglio 2017

Somnia (2016)

Ero convinto di assistere al solito horror senza infamia e senza lode, almeno fino a metà pellicola pensavo di vedere un horror originale ma comunque appena dignitoso, poi man mano che il film giungeva al suo epilogo mi sono sempre più convinto di assistere ad un piccolissimo gioiellino. Perché Somnia (Before I Wake), film del 2016 diretto da Mike Flanagan, che utile specificare non è un horror nel vero senso del termine, ma piuttosto una bella/mostruosa favola dark e come tale perciò andrebbe visto evitando così di rimanerne delusi, è un dramma psicologico originale e sensibile, che probabilmente sarebbe arrivato in modo più efficace se il film non fosse stato etichettato appunto come horror. In ogni caso il film se ad un primo momento poteva far pensare ad una sorta di remake di The Boy, film simile in alcune premesse fondamentali come rimozione ed elaborazione del lutto in una coppia che ha perso il proprio figlio in circostanze tragiche, è invece qualcos'altro, in questo caso infatti, la coppia, formata da Jessie (Kate Bosworth) e Mark Hobson (Thomas Jane), decide di ricominciare da zero e prendere in affidamento un bambino orfano, Cody (il Jacob Tremblay di Room), dal passato assai sfortunato (invece che una maledetta bambola). La coppia capisce subito però che Cody è un bambino speciale e che per via del suo passato traumatico ha iniziato ad aver paura di addormentarsi, tanto che assume caffeina e zuccheri per rimanere sveglio il più possibile, dato che egli ha un dono, i suoi sogni infatti, splendidi talvolta e macabri quando qualcosa lo agita, prendono vita prima del suo risveglio (non per caso il titolo originale è Before I Wake). Tutto questo ha un certo fascino quando ad apparire sono splendide farfalle giganti o elaborazioni di bei momenti vissuti, ma quando Cody inizia a parlare dell'Uomo Cancro e di come egli appaia nei suoi peggiori incubi, le proiezioni dei sogni del bambino diventano oscure e raccapriccianti, tanto che nessuno sarà più al sicuro.

venerdì 14 luglio 2017

Enemy (2013)

Dopo avermi quasi sconvolto con quell'avvincente film action Sicario e dopo avermi sconcertato con quell'altrettanto bel thriller psicologico Prisoners, Denis Villeneuve colpisce ancora, e lo fa spiazzando e sconvolgendo con un thriller enigmatico ed eccentrico, ma sorprendente, ovvero con Enemy, film del 2013 diretto dal regista e tratto dal romanzo L'uomo duplicato di José Saramago. E' un film infatti abbastanza enigmatico e di non facile interpretazione (o soluzione) perché quello che avviene in poco più di 80 minuti, non è facile da spiegare e capire, anche se non si tratta di un giallo, piuttosto di un thriller psicologico, non ci sono assassini o omicidi, qui il mistero è tutto mentale. Un mistero così criptico che a distanza di giorni non ho ancora le idee chiare, perché facile sembrerebbe la trama, quella di un inquieto ed insignificante insegnate di storia che imbattendosi nel suo doppio, notato casualmente nel ruolo di comparsa in un film, che determinato a capire chi sia questo individuo, cercherà in tutti i modi di scoprire la sua identità (forse un gemello?), ma non lo è, poiché lui stesso finirà in un vortice di ossessioni che metteranno a repentaglio sia la sua esistenza sia quella della misteriosa comparsa nonché dello spettatore, quello che difatti porterà entrambi verso un tortuoso, straniante e terrificante incubo, sarà lo stesso per lo spettatore, che avrà difficoltà a venire a capo all'intera vicenda già di per sé complessa. Come se non bastasse, l'ultima scena arriva come un fulmine a ciel sereno, il finale è infatti e certamente uno dei più grandi shock cinematografici di sempre. E non si tratta del classico colpo di scena in cui, con una spiegazione sorprendente, si risolve il mistero, tutt'altro, la situazione anzi si complica ulteriormente, lasciando il pubblico in balia di uno dei più criptici (ambigui) ed inquietanti enigmi di sempre (vedere per credere).

giovedì 13 luglio 2017

Fuga dal pianeta Terra (2013) & Robinson Crusoe (2016)

Oggi ho messo insieme due film d'animazione non solo perché non sono ottime pellicole (comunque sufficienti), ma perché entrambi raccontano da una prospettiva diversa e inconsueta, ribaltando il punto di vista, una storia più o meno originale, per questo e per tanto, e nonostante una resa non propriamente eccelsa, mi sono piaciuti, anche se il secondo è più per bambini che per gli adulti, ma sono comunque piacevoli da vedere. Partendo da Fuga dal pianeta Terra (Escape from Planet Earth), film d'animazione del 2013 diretto da Cal Brunker (co-sceneggiatore di Ortone e il mondo dei chiCattivissimo me e L'era glaciale 4: Continenti alla deriva), al suo debutto alla regia di un film cinematografico, e basato su un racconto di Tony Leech e Cory Edwards. Un film, un'avventura galattica divertente e godibile (il primo film della Rainmaker Entertainment ad essere distribuito nei cinema) che appunto ci racconta, da una prospettiva inconsueta, di buffi eroi venuti dallo spazio che per l'appunto dalla Terra vorrebbero scappare. I protagonisti, alieni blu del Pianeta Baab, talmente evoluti da avere una straordinaria stazione astronomica, la BASA, con a capo della Sala di Controllo un papà nerd, Gary Supernova, alle prese con la notorietà del fratello minore, astronauta a primo acchito "tutto muscoli e niente cervello", ossia il celebre Scorch Supernova che, durante una missione sul pericolosissimo Pianeta Oscuro (la Terra), da dove molti astronauti non sono più tornati, viene infatti fatto prigioniero (facendo perdere i suoi contatti e nientemeno che nell'Area 51) e quindi starà a Gary prendere il controllo della situazione (questa volta fisicamente) e salvare il fratello, per apparire un eroe anche agli occhi del figlio Kip, che adora lo zio e vorrebbe emulare le sue imprese. Una volta sulla terra perciò, grazie anche ad altri simpatici alieni dall'altissimo QI, imprigionati e costretti a creare una terribile macchina per il malvagio generale Shanker, cercheranno di fuggire e tornare (dopo tante difficoltà e gag divertenti) finalmente a casa.

mercoledì 12 luglio 2017

Il drago invisibile (2016)

Una genuina favola ambientalista sull'importanza del rispetto della natura e allo stesso tempo un delicato racconto di formazione e crescita che riflette sul delicato passaggio da infanzia a adolescenza (e quindi età adulta) e sul potere consolatorio della fantasia è Il drago invisibile (Pete's Dragon), film del 2016 diretto da David Lowery. Il film infatti, remake del film Elliott il drago invisibile del 1977, che vedeva una commistione di attori in carne e ossa e disegni animati (non proprio il massimo, di cui ricordo davvero poco, anche se per i mezzi di allora, sarebbe stato impossibile fare un bel drago al computer), è prima di tutto un film che parla di natura incontaminata e selvaggia, di istinti e libertà primordiale, di spazi aperti e di aria pulita come solo nelle immense foreste conifere del Nord America è possibile trovare. Parla anche di fantasia, di immaginazione, di amore verso gli animali, di sogno e realtà. In ogni caso la storia che racconta, è una storia praticamente completamente nuova, anche se entrambe le pellicole sono basate su un breve racconto di S. S. Field e Seton I. Miller, una storia certamente indirizzata ad un pubblico che pur non uscendo da un ramo di prevedibilità generale riesce nel suo scopo primario. Dato che questo è un film per famiglie, che non punta a sovvertire i canoni della storia tradizionale, ma che proponendo una fiaba, una bella fiaba, trovi il modo di entusiasmare lo spettatore, e a questo scopo funziona perfettamente, poiché non annoia ed è ben fatto.

martedì 11 luglio 2017

The Blacklist: Redemption

Non è cominciata proprio con i migliori auspici o aspirazioni e non è finita (anzi, un po' lo si intuiva prima) come ci si aspettava The Blacklist: Redemption, lo spin-off della più celebre The Blacklist, dove il padrone incontrastato della dimora risponde al nome di Raymond Reddington, perché la serie della NBC ha deluso le mie aspettative. Colpa di un impianto narrativo non proprio originale, di un finale che lascia tutto in sospeso (perché speravano in una seconda stagione che invece non ci sarà) e che forse mai troverà soluzione ultima (anche se spero che questa trama venga chiusa nella serie principale), ma soprattutto il puntare sull'elemento meno personalmente interessante e simpatico (ovvero la ex spia Keen) è stato l'errore più grave. The Blacklist: Redemption difatti veleggia certamente su argomentazioni e stili simili, ma comunque molto (troppo) distanti da quelli della serie madre. Mentre The Blacklist può essere accostato decisamente ad un poliziesco, Redemption si dipana in una vera e propria spy story dove il ruolo di primi ballerini è affidato a Ryan Eggold (Tom Keen) e a Famke Janssen (Susan Scott "Scottie" Hargrave, nonché madre di Tom come rivelato da Red), non propriamente due personaggi iconici della serie. Io infatti la vedo perché c'è James Spader, qui senza è tutt'altra cosa, qualcosa di mediocre, prevedibile e addirittura dannoso. Perché Redemption, che come dalle parole del suo produttore John Eisendrath, va considerato un racconto a se stante, dedicato alla figura di Tom Keen e della sua disgraziata (si fa per dire) famiglia, per la sua inutilità ai fine del racconto principale ha rischiato di far perdere proseliti, e sicuramente per alcuni sarà così, comunque non io, come ben sapete non lascio spesso cose a metà, e considerando poi che la 4a stagione è quasi finita e ho tutta registrata, ugualmente vedrò. Ma questo è un'altro discorso, anche se Redemption viaggia più o meno sulla stessa linea temporale di The Blacklist, dato che si lega in particolare agli eventi della fine della terza stagione (qui la mia recensione), quando la temibile stratega Susan "Scottie" Hargrave entra in scena.

lunedì 10 luglio 2017

Collateral Beauty (2016)

Ci sono film che ci soddisfano pienamente, parzialmente o per niente. Collateral Beauty, film del 2016 diretto da David Frankel (regista del bellissimo Io & Marley e del passabile One Chance), mi ha soddisfatto collateralmente, anche se non ho capito esattamente cosa significa, ma vedremo dopo, intanto però una cosa è certa, Amore, Tempo e Morte, sono questi i tre elementi che caratterizzano tutte le nostre vite, come ci insegna Howard Inlet (Will Smith), brillante dirigente pubblicitario, prima che una tragedia devasti la sua esistenza. Howard, infatti, dopo la perdita della figlia non riesce più a mettere insieme i pezzi della sua vita, non ha voglia di parlare, non ha voglia di mangiare, non ha voglia di cedere la società. I suoi colleghi e soci (il trio Kate WinsletEdward Norton e Michael Peña) sono così, dopo vari tentativi, costretti ad assumere un'investigatrice privata che dimostri l'incapacità del loro "capo" nel prendere decisioni. Ma l'investigatrice non è sufficiente, e per dimostrare lo stato di follia in cui riversa Howard (altresì scuoterlo e riportarlo alla consapevolezza che la sua vita non è finita), i tre colleghi riescono a coinvolgere un gruppo di attori amatoriali (Keira KnightleyHelen Mirren e Jacob Latimore) convincendoli a prendere parte a un piano del tutto surreale, un piano che in modi imprevedibili riuscirà nel suo intento. Che sia questo un film programmaticamente lacrimevole è ovvio, che si regga su un'astruso e contorto escamotage narrativo, è piuttosto vero. Però il film (visto su Infinity), a mano a mano che scorre, se si accetta l'assurdità dello spunto, conquista un interesse che si fa solido soprattutto verso la conclusione, quando la pellicola si tramuta, quasi, in un thriller sentimentale, con snodi che mettono a fuoco alcune cose apparentemente semplici da decifrare, ma che trovano concretizzazione solo alla fine. E se la regia di Frankel si premura, forse, di voler dare spiegazione a tante cose, d'altro canto mette tanto sentimento nel racconto, del cast le migliori sono le donne, da Naomie Harris, a Helen Mirren, a Keira Knightley e Kate Winslet, che tengono a freno il rischio di ridondanza emotiva della storia. Una storia che tocca tematiche altissime in modo credibile e coinvolgente.

venerdì 7 luglio 2017

Liebster Award 2017

A quasi due anni di attività e per il secondo anno consecutivo sono stato nuovamente premiato con il prestigioso e annuale Liebster Award, la simpatica iniziativa per far circolare i piccoli blog o quelli appena nati e dare la possibilità ad essi di conoscere altri blog con le stesse caratteristiche, oppure più semplicemente far scoprire qualcosa di più su loro stessi nella blogsfera. In tal senso sono quindi felice e contento di esser stato nominato, perché è una cosa che mi rende davvero felice rispondere alle 11 domande di rito, anche se non mi aspettavo tutti questi premi, dato che incredibilmente sono ben 7 quelli da ritirare. Quest'anno infatti, a onorarmi della nomination, per cui ringrazio di cuore per aver pensato a me, sono stati Babol de Il Bollalmanacco di CinemaGiulietta94, ovvero La collezionista di biglietti, seguita da Marco Contin de La Stanza di Gordie, anche se prima ho accettato la premiazione aperta di Alessandra, di Director's Cult, poi Alfonso Maiorino di Non c'è paragoneFrank R. di Combinazione casuale e infine Michele Borgogni de Il Cumbrugliume. Insomma tanta roba, dato che saranno una settantina le domande a cui dovrò rispondere, ma va benissimo così. Ovviamente, come per la maggior parte dei premi, anche questo Liebster Award Edizione 2017 ha delle regole da seguire. Quali sono? Eccole qui:

1) Ringraziare e rispondere alle 11 domande di chi ti ha premiato
2) Premiare altri undici blogger "meritevoli" (che non raggiungano i 200 followers)
3) Comunicare la vincita sulle bacheche dei blog premiati
4) Proporre ai premiati altre undici domande

Quindi andiamo con ordine. Ho già ringraziato i rispettivi premianti, adesso devo rispondere alle loro 11 domande. Andrò in ordine di premio ricevuto.

giovedì 6 luglio 2017

Cut Bank: Crimine chiama crimine (2014)

Thriller che punta tutto sull'originalità e sulle interpretazioni degli attori (alcune di queste davvero ottime) è Cut Bank: Crimine chiama crimine (Cut Bank), film del 2014 diretto dal semi-sconosciuto Matt Shakman (famoso per essere regista di alcune puntate di serie in tantissime produzioni), che nel primo vero lavoro importante sorprende e convince. Giacché esordire in un lungometraggio con tre attori (che solo per il loro carisma meriterebbero di essere visti) del calibro di Bruce Dern, Billy Bob Thornton (sempre un grande) e John Malkovich, non è proprio da tutti. In ogni caso, con o senza, questo film, questa avvincente, affascinante e più che discreta black comedy alla "Fargo", (anche se non c'è la neve e, soprattutto, non ci sono i Coen), senza infamia e senza lode, che certamente non contiene un plot così tanto originale anche se meritevole di una visione, quello abbastanza classico della sonnolenta città di provincia americana, Cut Bank, in Montana (anche se in realtà è girato a Edmonton in Canada), "the coldest spot in nation" come da "pupazzo", in cui inaspettatamente qualcosa di strano e inquietante accade (una serie di omicidi). Tutto scatenato dall'ordinario tentativo (sciocco) di un giovane del luogo, che intravedendo la possibilità di perseguire il sogno di una vita migliore con la fidanzata Cassandra in una città più grande, ordisce un piano, certamente astuto ma tanto difficoltoso, ritrovandosi per questo nel posto sbagliato al momento giusto, rimanendo perciò invischiato in un intrigo più grande di lui. Insomma non proprio qualcosa di nuovo e fresco, ma sicuramente effervescente, poiché anche se tutto sembrerebbe già visto, in verità non lo è, poiché il film ha i suoi momenti e il suo interesse, mentre infatti, molte pellicole di questo genere cercano di ottenere successo con effetti speciali, inseguimenti mozzafiato e ogni altro stratagemma tecnologico e surreale, qui assistiamo a qualcosa di diverso. Un qualcosa di un livello sicuramente più alto rispetto a molti altri film, che mette al centro le idee e l'originalità. Il film presenta difatti una storia ricca di misteri e colpi di scena, dall'inizio alla fine. La cosa che più mi ha entusiasmato è che da un momento all'altro potrebbe accadere (e accade) qualcosa, un morto, un segreto svelato, un raggiro scoperto. Il tutto, condito da ottime interpretazioni, giacché la regia è molto brava nel focalizzarsi a lungo sui primi piani dei personaggi, sul loro carattere e sulle loro emozioni, ma anche nell'alternare momenti di pausa (con riprese di un ambiente mozzafiato) a situazioni nelle quali accade di tutto e che tengono accesa l'attenzione dello spettatore.

mercoledì 5 luglio 2017

Taboo (1a stagione)

Una storia ricca d'intrighi e doppi giochi, una città ricca e fiorente, ma anche corrotta e ripugnante, un protagonista oscuro e violento, una venatura soprannaturale e storica, tutto questo è Taboo, la serie con Tom Hardy marchiata BBC e che vanta Ridley Scott come produttore. Serie che non avevo propriamente intenzione di recuperare presto, ma grazie a Sky Atlantic, che l'ha mandata in onda dal 21 Aprile scorso, l'ho potuta finalmente vedere e il mio giudizio (nonostante alcune non lusinghiere recensioni) non può che essere positivo, perché Taboo, composta da 8 episodi, prodotta da Tom Hardy, oltre che interpretata da egli stesso, da suo padre Chips Hardy e dal grande regista, scritta e sviluppata da Steven Knight, regista di Locke, è una serie davvero affascinante. Come affascinante lo è senz'altro l'Inghilterra ottocentesca, poiché pochi periodi storici hanno visto protagonisti paesi in cui si sono trovate a convivere rivoluzioni industriali, stagioni di colonialismo sfrenato, trionfi economici e culturali. Ed è appunto in questa Inghilterra che è ambientata la serie, siamo infatti nel 1814 quando, James Keziah Delaney torna a Londra per riscuotere l'eredità del padre, morto in strane circostanze. Il suo ritorno dall'Africa dopo molti anni però, sconvolge l'intera città, poiché tutti lo davano per morto, in più sulla sua persona girano voci tanto inquietanti quanto assurde (cannibalismo, voodoo, incesto, omicidi) che non tarderanno in ogni caso a trovare conferme. Giacché la sua presenza è scomoda a molti, dalla sorella che pensava di essere finalmente libera, al cognato borioso e incompetente. Il suo unico obbiettivo difatti è generare il caos, distruggere, vendicare. Inizia così per Delaney il suo peregrinare avanti e indietro per una Londra agghiacciante popolata da grotteschi e disgustosi nobili da un lato e da orrendi e violentissimi derelitti dall'altro, minacciando, comprando e ricattando chiunque gli si pari davanti. Ma soprattutto dovrà affrontare e presumibilmente sbeffeggiare la potente Compagnia Britannica delle Indie Orientali, che per il possedimento della Baia di Nootka, un piccolo pezzo di terra tra gli Stati Uniti e il Canada, fondamentale per i commerci in occidente, farà davvero di tutto. Nel frattempo però, anche la Corona darà filo da torcere a tutti.

martedì 4 luglio 2017

[Games] Life is Strange (Ep.2-5)

E' notizia di pochi giorni fa che la Square Enix abbia finalmente prodotto il tanto atteso sequel, anche se in verità è una miniserie prequel in tre episodi, di uno dei videogiochi, di una delle avventure più incredibili e straordinari non solo degli ultimi anni, ma forse di sempre, ovvero Life is Strange, di cui avevo già parlato in occasione del primo episodio, scaricato e offerto gratuitamente dalla piattaforma di Steam. Ed ora dopo parecchi mesi che ho finalmente acquistato l'intera collezione di episodi (5 in totale), ed ora che mai come adesso, mai dopo aver completato l'intera avventura di Dontnod, non posso che essere contento di averci giocato, dato che questo bellissimo videogioco, soprattutto questo primo, intero capitolo di episodi, è qualcosa di davvero eccezionale. Niente in confronto del comunque ottimo primo capitolo, anche se mai come in questa occasione, rileggere e rimarcare soprattutto più pregi che difetti che già avevo descritto di quel suddetto episodio (Chrysalis) è un esercizio che dovrebbe essere fatto, giacché quello che succederà dopo, sarà ancora più straordinario, ci sarà infatti, andando avanti, sempre più coinvolgimento, più tensione, più tutto. Difatti nei 4 capitoli successivi, che hanno comunque un ritmo migliore rispetto al primo, poiché tendono ovviamente a presentare (più in profondità e meglio) i personaggi principali di Arcadia Bay, che non sono pochi, aumenteranno di gran lunga i problemi da affrontare durante l'avventura, problemi sia di natura puramente videoludica che altro.

lunedì 3 luglio 2017

La foresta dei sogni (2015)

Il cinema di Gus Van Sant, per via della sua lentezza di fondo, non mi è mai piaciuto veramente, a parte due o massimo tre film del suddetto regista, ovvero Milk e Will Hunting, tutti gli altri proprio non fanno per me, mai amati e mai rivisti. Per cui quando stavo per vedere La foresta dei sogni (The Sea of Trees), film del 2015 diretto da Gus Van Sant e scritto da Chris Sparling, le mie aspettative erano davvero basse, ma incredibilmente e nonostante l'ennesima e latente lentezza di fondo, questo film mi ha sorpreso in positivo. Vuoi le ambientazioni, vuoi gli attori o vuoi il tema (comunque profondo, intenso e non propriamente facile), non so perché, ma il film grazie ad un ritmo comunque sostenuto e grazie al racconto poetico e ricco di flashback, è riuscito ad appassionarmi. Anche se non reputo questo un capolavoro, ma solo un film non noioso, non brutto e discretamente interessante. Così tanto che non capisco i commenti davvero negativi di tanti, perché sì non è probabilmente il suo miglior lavoro, ma ho visto pellicole ben peggiori e La foresta dei sogni non si avvicina nemmeno lontanamente alle suddette. Per un film che parte da elementi reali, la foresta di Aokigahara (un posto mistico e misterioso), situata in Giappone alle pendici del Monte Fuji, dove si susseguono centinaia di suicidi all'anno, e ci costruisce intorno una storia verosimile, quella di Arthur, un intenso Matthew McConaughey, alla ricerca di una profonda riflessione sulla vita e sull'amore. Ad aiutarlo sarà Takumi Nakamura, un sommesso Ken Watanabe, un suicida pentito a cui Arthur darà un aiuto per trovare la via d'uscita. I due uomini iniziano così un cammino di riflessione e sopravvivenza, che non solo farà rinascere in Arthur la voglia di vivere, ma gli farà riscoprire l'amore per la moglie (Naomi Watts) scomparsa in un tragico incidente.

venerdì 30 giugno 2017

I peggiori film del mese (Giugno 2017)

Il mese di giugno non è cominciato proprio nei migliori dei modi, ma ormai è passato, il mese è continuato tra alti e bassi, ma ormai è passato, il mese è finito e fortunatamente è passato, perché questo caldo mese di giugno proprio bellissimo non è stato. In ogni caso però il blog non ha subito danni, li ho subiti invece io vedendo questi film che sto per recensire, film non del tutto brutti o inutili ma semplicemente evitabili e deludenti, che mi hanno solo fatto perdere tempo, ma se non l'avessi fatto come sarebbe stato possibile fare questo post? Ecco appunto, almeno quindi a qualcosa è servito. Perciò eccoli..

RETREAT: NESSUNA VIA DI FUGA (Thriller, Gran Bretagna, 2011): La relazione tra Kate (Thandie Newton) e Martin (Cillian Murphy) è a un punto morto e i due per salvare il sentimento che li lega decidono di prendersi una pausa dal trambusto quotidiano e trascorrere qualche tempo su un'isola remota, lontano da tutto e tutti. La situazione tra di loro migliora di giorno in giorno fino a quando, senza aspettarselo, incontrano un militare (Jamie Bell) che li informa che un potente virus mortale sta uccidendo milioni di persone nel resto del Paese, costringendoli a prendere la decisione giusta sul da farsi attraverso un sottile gioco psicologico al massacro. Retreat si propone come scopo principale di insinuare nello spettatore lo stesso dubbio di cui sono partecipi i protagonisti, ma come spesso avviene in questi casi e senza voler spoilerare nulla, la verità sta nel mezzo, per quanto assurde e poco chiarite siano la circostanze che portano la presenza di Jack sull'isola. Non c'è bisogno di essere spettatori smaliziati però per notare che l'insistenza con cui vengono proposte situazioni di presunto assedio senza che si veda mai anima viva rappresenti un clamoroso autogol. E una volta capito che si tratta di tutto fumo e niente arrosto, anche quel minimo di tensione si era venuta a creare va a farsi benedire. Dopo un inizio discreto infatti, il film gira poi a vuoto, per darci il colpo di scena verso la chiusura, se ha la fortuna di trovarci ancora svegli. Non resta quindi che godersi solamente la buona prova del ristretto cast, con qualche riserva sulla legnosa Newton. Bravo Jamie Bell, ambiguo e minaccioso al punto giusto, che se si fosse lasciato andare alla caricatura dello psicopatico avrebbe definitivamente affossato il film. Cillian Murphy va bene se preso singolarmente ma sullo schermo l'alchimia con la Newton è zero. Tirando le somme, il primo lungometraggio di Carl Tibbetts è senza mordente, senza sussulti, nonostante un cast per 2/3 efficace. Voto: 4

giovedì 29 giugno 2017

Operazione U.N.C.L.E. (2015)

Dopo un inizio interessante, dopo un clamoroso flop ai tempi della relazione con Madonna e dopo essersi moderatamente ripreso ecco ritrovare il regista Guy Ritchie sui territori dello spy-movie, il genere a lui più congeniale, specie se condito di abbondante humor e un pizzico di glamour (successe col trittico ben fatto di Lock & Stock, Snatch, Rocknrolla). E di glamour e fashion ce n'è da vendere in Operazione U.N.C.L.E. (The Man from U.N.C.L.E.), film del 2015 diretto e co-sceneggiato dal regista, remake vintage di un celebre vecchio telefilm incentrato sulla strana e forzosa alleanza che unisce, di malavoglia e per necessità superiori, due investigatori segreti di gran classe e charme, uno americano, di nome Solo (Henry Cavill), moro, ex ladro abilissimo acciuffato anzitempo ed incastrato a collaborare con la CIA, l'altro, Kuryakin (Armie Hammer), un biondo russo glaciale e riservato, efficiente e di poca favella, in pratica l'esatto opposto del precedente. In un clima di guerra fredda tipico dei complottistici anni Sessanta, quando un muro invalicabile divideva una delle più grandi città europee, ed una nazione forzatamente smembrata in due, quando la differenza tra Occidente ed Oriente costituiva realmente una variabile legata non solo ai limiti geografici, bensì a quelli vincolati alle libertà di pensiero ed azione, ecco i due professionisti impegnati dapprima a cercare di eliminarsi, poi costretti a collaborare per sventare una minaccia terroristica legata a missili nucleari che una micidiale organizzazione terroristica si appresta a far brillare. Tra i due elegantoni, stili diversi, opposti, ma ugualmente ricercati, naturalmente una donna, la figlia tosta (oltre che bellissima, dopotutto è interpretata da Alicia Vikander) di uno scienziato, costretta al di là della cortina di Berlino Est nei falsi panni di un meccanico dalle innegabili potenzialità. E quindi tra rivalità bonarie o meno ed anche aiuti reciproci si troveranno così ad affrontare numerose avventure in svariate città dell'Europa (Berlino, Roma, etc) sino, ovviamente, alla piena risoluzione, con ovviamente esito positivo, del caso.

mercoledì 28 giugno 2017

Le mie canzoni preferite (Maggio-Giugno 2017)

L'estate vera si avvicina sempre più, i tormentoni stanno per arrivare ma il caldo no, quello è già arrivato. Ma non importa perché la stagione, quella probabilmente più bella di tutte, è proprio così che deve essere, calda, frenetica e musicalmente attiva. Certo, non è mai il tempo di fermarsi, ma in questo periodo la "vera" musica va in letargo. Per fortuna non tutti subiscono l'effetto tormentone, per fortuna alcune novità ci sono, per fortuna la musica non stanca mai. Ecco quindi in occasione del post numero 500, eh già son parecchi, in meno di due anni per di più (anche se il mio secondo compliblog si avvicina sempre più), le mie canzoni preferite di questi leggermente incasinati due mesi. Due mesi in cui non tanto ho sentito ma qualcosa ho anche visto, in tv soprattutto, infatti alcuni bonus e due chicche in questo post bi-mensile ci saranno, prima però ecco le prime belle tracce da ascoltare, magari in spiaggia con l'ipod.

E' ormai assodato che come attrice faccia quasi pena, ma come cantante così male non è, 
per cui ecco Selena Gomez insieme a Kygo nel singolo It Ain't Me
Chissà perché ma ultimamente sento davvero poco musica italiana, l'unica interessante
è proprio questa qui (con i bravi The Giornalisti), di cui però il video trash non rende merito

martedì 27 giugno 2017

Salem (3a stagione)

Lo scorso lunedì 8 maggio è andato in onda su Fox il decimo e ultimo episodio della terza e ultima stagione di Salem (una delle più intriganti e belle serie horror degli ultimi anni), io come sempre in ritardo, ma ciò non mi ha impedito di assistere a un evento raro, ovvero la degna chiusura di una serie, cosa che non capita proprio tutti i giorni. La serie infatti (trasmessa e prodotta dal network americano WNG), come le migliori saghe e come le migliori serie dovrebbero sempre fare, si conclude col terzo capitolo e lo fa tirando le somme di tutti i cicli narrativi iniziati, senza tralasciare nessun personaggio. Una vera fine dunque, che però grazie agli autori B. Braga e A. Simon (che probabilmente sapevano già della sua cancellazione ma volevano comunque concludere il tutto nel modo giusto) non ha deluso le aspettative, giacché la qualità del prodotto non è mai venuta meno e si è conservata intatta fino all'ultimo fotogramma, tanto da poter affermare che, imposta o no, questa conclusione lunga dieci puntate è stata capace di onorare la storia e l'affetto dei fan. Perché fin dalla prima stagione Salem, che si è dimostrata sempre e in ogni caso una serie capace di sorprendere, soprattutto dalla sua metà stagione in poi (dedicandosi giustamente a delle prime puntate che servissero più da semina per il resto della stagione), ha sempre offerto un più che discreto spettacolo orrorifico. A tal proposito la terza stagione si apre con i soliti alti presupposti, con una delle migliori season premiere di questa stagione probabilmente, dove a dominare sono le atmosfere cupe e le affascinanti suggestioni (che fanno di Salem una delle migliori del genere ultimamente, superando di gran lunga serie quali Costantine, AHS, TWDThe Strain e Outcast, soprattutto nella qualità visiva di sangue, mostri e disgustose creature, non tanto nella qualità di scrittura, narrativa o paura, giacché The Exorcist o Ash vs Evil Dead è ben altra cosa di meglio). In ogni caso, anche in questa conclusiva stagione, tutto è sempre più curato nei dettagli, dai costumi alle scenografie, passando per le colonne sonore e la fotografia scurissima.

lunedì 26 giugno 2017

Truth: Il prezzo della verità (2015)

Basato sulla ricostruzione dell'inchiesta politico-giornalistica del 2004 con cui un'equipe della CBS tentò di dimostrare l'imboscamento militare di G.W. Bush nella Guardia Nazionale per evitare il Vietnam, Truth: Il prezzo della verità, film del 2015 scritto, diretto e co-prodotto da James Vanderbilt, al suo debutto da regista, che ha nel suo titolo l'ambizione di voler condurre lo spettatore attraverso il percorso alla ricerca della verità, nella sua faticosa e scomoda oggettività e nel suo valore idealistico che rappresenta, è un film, una pagina di giornalismo indipendente coraggioso, passionale e a tratti eroico che avvince e convince, anche se l'opera prima dello sceneggiatore statunitense (già sceneggiatore di pellicole come Zodiac e The Amazing Spiderman) è un film controverso e forse troppo lungo. Vero è che sfrutta l'interessante parterre del genere del thriller politico e giornalistico (come Tutti gli uomini del presidente), vero è che è interpretato dai premi Oscar Cate Blanchett e Robert Redford (40 anni dopo), vero è che non sempre la "formule magique" è sufficiente a creare interesse, suspense o "Verità" appunto, ma Truth, che a dire il vero sembra un po' un minestrone riscaldato o una crasi tra Qualcosa di personale ed appunto Tutti gli uomini del presidente, che soprattutto indaga anche fino a dove i poteri occulti possano spingersi senza che nessuno se ne accorga, è un film che merita di essere visto, poiché la storia che viene narrata è così clamorosa, assurda e incredibile, che ancora dopo anni ci si chiede come sia stato possibile o così come sia stato così facile insabbiare tutto.

venerdì 23 giugno 2017

Prisoners (2013)

Di Denis Villeneuve, uno dei registi che in questo periodo è molto apprezzato da critici e cinefili, ho visto solamente l'eccezionale Sicario e probabilmente a conti fatti il suo più importante lavoro insieme ad Arrival, ovvero La donna che canta, con cui è stato candidato all'Oscar al miglior film straniero, ma dopo aver visto anche Prisoners, film del 2013 diretto dal regista canadese e interpretato da Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, posso affermare che nel futuro potremo tranquillamente fare affidamento su di lui, perché anche questo affascinante thriller ha tutti gli ingredienti necessari per essere uno dei film thriller tra i più riusciti degli ultimi anni, anche se attinge a qualche stereotipo del genere e sebbene il tema del rapimento di bambini sia anche troppo sfruttato nei thriller made in USA. Ma la pellicola, permeata da una sensazione di tensione ed inquietudine dal primo all'ultimo fotogramma, si rivela a conti fatti (meglio che in The Captive: Scomparsa) un ottimo prodotto di intrattenimento che mantiene quel che promette (tensione e colpi di scena dall'inizio alla fine), sapendo farsi perdonare altresì la durata abbondante (146 minuti, che non devono comunque spaventare, dato che non ci si annoia affatto e si resta col fiato sospeso per riuscire a capire come andrà a finire) con l'assenza di scene o personaggi ridondanti, poiché la sceneggiatura non ha quasi niente fuori posto. D'altronde uno dei punti di forza del film è senz'altro lo sviluppo della trama, che ci porta sempre sul punto di prendere una decisione, salvo sconfessarci dieci minuti dopo, è colpevole, o no? E cosa significa quell'indizio? Ebbene, notevole è come il regista costruisca un vero e proprio "labirinto" di ipotesi ed immagini, non casualmente, visto quanto sarà ricorrente nel film quella stessa immagine.

giovedì 22 giugno 2017

Pelé (2016)

Del film Pelè (Pelé: Birth of a Legend), film biografico del 2016 scritto e diretto dai fratelli Jeff e Michael Zimbalist, incentrato sulla vita dell'ex calciatore brasiliano Pelé, ne avevo già parlato in occasione della sua uscita nei cinema più o meno un anno fa (qui), in cui avevo anche espresso il mio pensiero su di lui, la vita e la carriera di quello che ho sempre ritenuto essere il più forte e il migliore calciatore di tutti i tempi, sia calcisticamente che umanamente parlando, che fu addirittura personalmente tema di studio negli esami di terza superiore, perché lui, conosciuto in tutto il mondo per i tanti successi e i tanti record, era ed è soprattutto un grande uomo, un grande brasiliano. E il film, anche se con qualche pecca, riesce nell'intento di renderlo, anche a distanza di anni, un personaggio iconico e leggendario, ancor più se si pensa che proprio lui rivitalizzò un paese intero, caduto in una perenne tristezza da quando nel 1950 il Brasile perse la finale della Coppa del Mondo a discapito dell'Uruguay, perché solo 8 anni dopo, in seguito ad una promessa fatta a suo padre, riuscì nell'impresa di portare a casa il trofeo, una vittoria clamorosa che cambiò radicalmente il calcio e il modo di vedere dei brasiliani e non solo. Il film infatti, che narra la storia romanzata (dall'infanzia difficile nelle favelas di San Paolo a il rapporto con il padre Dondinho, fino alla vittoria del suo primo mondiale nel 1958 con la nazionale brasiliana a soli 17 anni) del calciatore Edson Arantes do Nascimento, divenuto celebre in tutto il mondo come Pelé, ripercorre tutti i momenti più importanti della sua miracolosa ascesa, che culminò (e cominciò) appunto nella vittoria del Mondiale. Lui che con alle spalle una vita di sacrifici e un'infanzia di povertà e con il suo stile di gioco poco classico ma autentico e il suo spirito imbattibile per superare tutte le avversità, trovò la via della grandezza e ispirò un intero Paese cambiandolo per sempre.

mercoledì 21 giugno 2017

Fortitude (2a stagione)

Dopo ben due anni di attesa è tornata Fortitude, la serie televisiva britannica (venduta in 170 paesi tra cui gli Stati Uniti e vincitrice di diversi premi internazionali) che, incentrata sull'investigazione di un omicidio in una fittizia cittadina della regione artica, aveva appassionato milioni di spettatori. Purtroppo però il suo tanto atteso ritorno è stato in larga parte disatteso, probabilmente illusorio. La serie infatti, creata da Simon Donald e tornata in onda il 27 gennaio, per la sua seconda stagione, in contemporanea in cinque paesi, Regno Unito, Germania, Irlanda, Austria e Italia su Sky Atlantic, ambientata nuovamente nel Circolo Polare Artico, girata in Islanda e nel Regno Unito e diventando la produzione inglese più costosa della storia della tv, con un budget di ben 25 milioni di sterline, vanifica tutto quello che di bello era stato proposto allo spettatore. Poiché se il primo capitolo di Fortitude (visto prima che aprissi il blog), grazie anche alla presenza illustre di Stanley Tucci ed una trama davvero criptica e avvolta in un telo oscuro, era stata avvincente e trascinante, il secondo atto cambia decisamente registro, abbandonando un po' (troppo) i misteri terreni del primo copione e tuffandosi (a piedi disuniti) in quello che in apparenza sembrava essere legato al sovrannaturale, senza però riuscire ad appassionare.

martedì 20 giugno 2017

Focus: Niente è come sembra (2015)

Avrebbe dovuto nuovamente rilanciare Will Smith soprattutto in seguito allo smacco cosmico di After Earth, ma un copione incommestibile affossa qualsiasi possibilità di salvataggio per il terzo lavoro di John Requa e Glenn Ficarra, registi (ma non autori) del piacevole Crazy, Stupid, Love e del non del tutto sufficiente Whiskey Tango Foxtrot. Il divo, dopo 2 camei in altrettanti mediocri film prima di questo, in Focus: Niente è come sembra (Focus), film del 2015 scritto e diretto dai due registi, ce la mette anche tutta, (per fortuna che dopo arriverà il bel Zona d'ombra anche se per sfortuna arriverà il deludente Suicide Squad e dopo ancora, secondo molti, il non eccezionale Collateral Beauty), ma quasi niente funziona, poi purtroppo si ha anche la netta sensazione che Margot Robbie non è un'adeguata partner per lui (come anche visto nel fantasy DC), e ciò è intuibile sin dai primi momenti. La storia raccontata infatti, quella di Nicky Spurgeon, un incallito truffatore, che prende sotto la sua ala protettiva la giovane e attraente Jess, facendole da mentore ma che costretti a separarsi (dato che quando i due si innamorano le cose si complicano) si incontreranno nuovamente dopo tre anni a Buenos Aires per un colpo sullo sfondo dei circuiti da corsa, è un fritto misto con scopiazzature e copia-incolla rivisitate, riprese a dritta e a manca, che quasi non vale neanche la pena citare. La sceneggiatura difatti (degli stessi Ficarra e Requa) è incapace di operare una sintesi tra i generi (serio e faceto sembrano quasi fare a pugni), banalizza l'elemento potenzialmente più interessante (cioè il confondersi continuo di realtà e finzione), inserisce in chiusura un inconsulto squarcio splatter e scinde la trama in due tronconi narrativi che girano a vuoto e suscitano solo sbadigli, tra colpi di scena irrealistici, ammiccamenti ad Ocean's Eleven e trovate trite.

lunedì 19 giugno 2017

The Boy (2016)

I film in cui ci sono bambole di mezzo di solito sono inquietanti, e questo The Boy, film horror del 2016 diretto da William Brent Bell, non è da meno, dato che il regista attraverso un semplice oggetto (una bambola appunto, strumento ansiogeno comunque e in ogni caso già più volte sfruttato) riesce a creare nello spettatore un'inquietudine, una paura crescente e un forte interesse su ciò che accadrà, anche se tuttavia lo sviluppo della trama rivela pecche abbastanza clamorose, inficiando di parecchio il risultato finale. Il regista infatti spazia ottimamente nel genere, un genere non propriamente originale, e riesce ad inserirlo in un contesto nuovo, ben strutturato, per tutto il primo tempo e poco oltre, ma amplia il tutto con un finale quasi eccessivo, che finisce per scardinare l'ottima struttura narrativa che inizialmente aveva fatto capolino, poiché quello che sembrava essere un certo tipo di film (soprannaturale) finisce per essere (senza spoilerare alcunché) qualcos'altro di (banalmente) già visto. In ogni caso il film narra la storia di Greta, che accetta l'incarico di babysitter in una casa di campagna del Regno Unito. Qui scopre con sorpresa, ed anche con molta inquietudine che il figlio della coppia (che i genitori curano come fosse un bambino di otto anni, avendo perso il loro vero figlio) è in realtà una bambola a grandezza umana di nome Brahms. La coppia assegna una serie di regole alla giovane ragazza e raccomanda lei di non tralasciarne neanche una. Prendendo però un po' sottogamba l'incarico e violando appunto l'elenco di regole rigorose assegnatele, si ritroverà perciò protagonista di eventi inquietanti e inspiegabili che la portano a credere che la bambola sia in realtà viva. Ma ben presto Greta scoprirà che non tutto è come sembra.

venerdì 16 giugno 2017

Veloce come il vento (2016)

Non sono un fan di Stefano Accorsi, e non sono (come probabilmente ben sapete) un fiero paladino del cinema italiano, ma vedendo Veloce come il Vento, film del 2016 diretto da Matteo Rovere, conosciuto anche col titolo internazionale Italian Race e liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone, sono rimasto nuovamente sorpreso, perché questo che è un sorprendente film sui motori, le corse, ufficiali o clandestine che siano, ma anche la lotta di una giovane per non perdere il suo futuro e uno scarto sociale che non si ravvede mai del tutto (personaggio/interpretazione che non passano inosservate), è un film più che discreto, imperfetto quanto si vuole ma ulteriore dimostrazione che un cinema italiano diverso e migliore è sempre possibile. E così dopo il supereroe romano, la cena delle beffe e rivelazioni, è il turno del "Fast and Furious" alla bolognese. In questo caso però, non si ritrovano le finezze di Lo chiamavano Jeeg Robot o le eccezionali movenze e caratteri di Perfetti Sconosciuti, ma Matteo Rovere, dopo due film abbastanza anonimi, sorprende nelle (molteplici) riprese a quattro ruote e approfitta in lungo ed in largo di un personaggio non arrotondato, non solo perché insegna come in gara le curve non si debbano fare per forza tonde. Personaggio che, quello di Loris De Martino (di cui Stefano Accorsi ne è l'incarnazione pressoché perfetta), sarebbe potuto rimanere certamente schiacciato dall'etichetta del tossicodipendente "tout court" ma che invece stupisce e colpisce. Un personaggio ironico nella sua tragicità, completo nel suo essere interiormente frammentato, un eterno fuori luogo che trova, in questa storia (che si gioca su due piani diversi, l'uno adrenalinico, colorato e rumoroso, l'altro discreto, quotidiano, silenzioso), un rifugio accogliente.

giovedì 15 giugno 2017

Dheepan: Una nuova vita (2015)

Come forse qualcuno saprà, è raro che io veda film premiati da giurie intellettuali, a volte infatti sono di una lentezza disarmante, non in questo caso però, dato che Dheepan: Una nuova vita (Dheepan), che probabilmente segna il massimo risultato in termini di premi ricevuti da Jacques Audiard, ha difatti vinto la Palma d'Oro a Cannes 2015, che ha comunque regalato perle come Sulle mie labbra e Il profeta, film del 2015 parzialmente ispirato a Lettere persiane di Montesquieu, non solo è un film intenso, drammatico comunque aperto alla speranza, ma anche appassionante nonché intimista, poiché spesso allude e non dice. Un film che parte da un contesto storico ben preciso (la guerra fratricida nello Sri Lanka, durata dal 1983 al 2009 tra Governo e Tigri Tamil che costò 100.000 vita umane sui campi di battaglia) che comunque abbandona subito (anche troppo frettolosamente), che poi si concentra sulla necessità e sulla possibilità di tre individui (con nessuna parentela né altro tipo di legame affettivo tra loro, che formano perciò una famiglia fittizia) di poter rifarsi una vita lontano dal proprio paese, nello specifico la Francia di una non precisata periferia cittadina ad alto tasso di criminalità, dove il destino porta i tre sventurati migranti, i quali cercano, chi in maniera riluttante, la donna, chi in modo più convincente, l'uomo (che assume la falsa identità di Dheepan), di fare di necessità virtù. L'uomo (Jesuthasan Antonythasan) che, nonostante le grandi difficoltà poste dalle barriere linguistiche, diventa custode e tuttofare nel palazzone dove vive, la donna (Kalieaswari Srinivasan) invece la badante nella casa di uno dei capi di una gang locale, mentre la bambina (Claudine Vinasithamby) tenta una difficile integrazione nella scuola che frequenta. Purtroppo però la violenza, ciclicamente, tornerà ad entrare prepotentemente nelle loro vite.

mercoledì 14 giugno 2017

Twin Peaks: 1a, 2a stagione & Fuoco cammina con me

Con le serie tv ho sempre avuto dei piccoli problemi, solo negli ultimi 10 anni qualcosa è cambiato, perché prima le suddette serie, che prima venivano comunemente chiamati telefilm, raramente avevano una "normale" programmazione, e quindi io non credo di aver mai visto tutte le puntate di qualsiasi telefilm girava in televisione prima degli Anni 2000 e poco dopo, ora con internet e le pay-tv il problema non c'è più, ma per colpa di tanti fattori (come aspettare con ansia la settimana) e poiché ero davvero piccolo, ho probabilmente dimenticato di vedere, oltre ad X-Files, di cui ho provato a cominciare dalla prima stagione che ho visto ma non ho terminato (colpa anche della 10a stagione che ha svelato tanti particolari), la serie più importante di tutte, ovvero Twin Peaks, la serie capolavoro di un regista che ammiro, David Lynch (con la sua indistinguibile mente onirica e visionaria), molti sono infatti le "citazioni" al suo stile che ravvedo spesso, dato che anche ultimamente ho trovato qualcosa di lui in Legion e La Isla Minima, ma paradossalmente il suo miglior lavoro (insieme a Mark Frost) non l'avevo ancora visto. Ora con il ritorno tanto atteso della terza stagione di questa serie che fece (e fa ancora) letteralmente impazzire milioni di telespettatori in tutto il mondo, e grazie al grande amore per questa serie del nostro Mozzino, ho finalmente recuperato e visto, tutto quello che c'era da vedere di questa incredibile serie (perciò tenetevi forte, sarà un lungo post). Serie che in un rivoluzionario mix di generi fra soap opera, horror, noir e poliziesco, rivoluzionò il genere e il modo di fare televisione. Ammetto che prima non ci credevo, ma dopo averla vista, posso tranquillamente affermare che Twin Peaks lo fu e lo è davvero (anche se a distanza di anni) l'emblema di un nuovo modo di fare televisione, caratterizzato da una cura nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi e nella regia che prima di allora non era mai nemmeno stata presa in considerazione. Perché quello che veniva trasmesso era ed è un prodotto televisivo con una trama vera, corposa, senza episodi stand-alone o filler, inoltre, il surrealismo e la costante sensazione di "quiete prima della tempesta" rende e rendeva Twin Peaks radicalmente differente non solo rispetto a quanto prodotto dalla televisione fino ad allora, ma anche rispetto a qualunque altra serie avverrà dopo.

martedì 13 giugno 2017

I magnifici 7 (2016)

Finalmente in questo continuo fiorire di remake ci troviamo davanti a uno ben fatto o che quantomeno non vuole per forza competere o superare l'originale ma vuole essere appunto una rivisitazione. Perché I magnifici 7 (The Magnificent Seven), film del 2016 diretto da Antoine Fuqua, remake del film omonimo del 1960 diretto da John Sturges, a sua volta adattamento in chiave western de I sette samurai di Akira Kurosawa, è un più che discreto remake, che non solo non viene schiacciato (troppo) dal peso del film originale del 1960, anche se era difficile e preventivabile che non poteva di certo fare meglio di un capolavoro cult del cinema interpretato da attori mostri quali Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson e James Coburn, ma che si lascia tranquillamente e facilmente vedere, dato che, questo classico western, lontano (nei temi e nel risultato) dall'ultimo me visto, quel comunque fantastico e atipico The Hateful Eight, ed in ogni caso avvicinabile in quanto "epicità" al bellissimo revenge western Sweetwater, si rivela un onesto prodotto di intrattenimento, che probabilmente, preso come un blockbuster come tanti non regge bene come il piuttosto recente remake di Quel treno per Yuma, ma che riesce nel suo intento, poiché il film è bello, e riesce, con estrema ed efficiente maestria, a tenere incollati alla poltrona gli spettatori per i suoi apparentemente lunghi 126 minuti di proiezione e di scene che si susseguono ad un ritmo intelligente ed estremamente empatico. Certo, la storia di base (anche se qui leggermente riadattata) è un caposaldo del cinema e quindi, fallire era impossibile, ma nonostante ciò, l'obiettivo viene raggiunto con estrema efficacia, lo spettatore ne rimane soddisfatto, coinvolto e sedotto.

lunedì 12 giugno 2017

Blackhat (2015)

Premettendo che di certo non mi aspettavo un film al livello di Heat: La sfida o Collateral (alcuni dei suoi migliori del suo genere action), ma da Michael Mann, uno dei maestri del moderno cinema d'azione, però, forse, qualcosa di più sì. Perché Blackhat (dal quale mi aspettavo di più), film action drammatico del 2015 (con protagonista Chris Hemsworth) scritto, diretto e prodotto dal regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, è una pellicola soltanto sufficiente. Michael Mann infatti non è secondo a nessuno in quanto a regia (e genere), dato che sa scegliere i momenti giusti in cui alzare il ritmo, riesce a far riflettere e catturare l'attenzione dello spettatore, insomma, sa bene come creare una pellicola avvincente e ben realizzata. Però, questo film, mi lascia una sensazione di pellicola anonima, un film sufficiente, ma nulla più. Certo, riuscire a riproporre uno scontro avvincente ed interpretato in modo magnifico, come quello tra Jamie Foxx e Tom Cruise in Collateral, era altamente difficile, però per tutto il film ho aspettato che la tensione salisse, ho atteso che arrivasse il colpo di scena o un qualcosa che riuscisse a conquistarmi come altre pellicole che ho visto di Michael Mann (che non ha fatto solo bei film d'azione, ma anche thriller e film biografici belli come Insider ed Alì), attesa, purtroppo, vana. Anche se, nonostante tutto, credo che la pellicola obbiettivamente meriti ampiamente una sufficienza, dato che la pellicola, nonostante difatti duri più di due ore, non annoia e si segue senza troppi (inqualificabili) problemi.

venerdì 9 giugno 2017

Mister Chocolat (2016)

Scrivere su storie vere o girare una biografia non è mai facile, poiché non c'è la fantasia di una reale finzione, comunque sia, con Mister Chocolat (Chocolat), film drammatico francese del 2016, Roschdy Zem, attore e regista francese piuttosto noto (almeno in patria), che ha voluto far conoscere al mondo la storia del primo artista di colore, Rafael Padilla, nato a Cuba schiavo, e approdato in Francia nell'ambiente circense della provincia alla fine del'800, il regista riesce nel suo non disprezzabile intento, quello di raccontare egregiamente la vita del primo clown nero della storia. In una dolorosa vicenda di un personaggio geniale e sregolato, che riuscì ad affrancarsi dalla schiavitù, ma che per quanto baciato dal successo, non ottenne mai una completa emancipazione, in tandem con un altro artista circense, costituì un duo esilarante, dove però lui aveva un ruolo di spalla, gregario, che a lungo andare gli cominciò ad andare stretto, minando anche il rapporto col partner, lui che afflitto dal demone del gioco e bersaglio continuo di rappresaglie e discriminazioni, visse una vita infelice, morendo ad appena 50 anni solo e in miseria. E Roschdy Zem quindi, dirige questo accurato e interessante biopic su questo personaggio che godette, ad inizio '900, di una celebrità notevole quanto effimera, con sensibilità e maestria. Dato che la vera storia di Rafael Padilla non era tanto facile da esporre, in quanto seppur bella, divenne (per colpa dei tempi) la tragica avventura di un pover'uomo nato schiavo e morto povero.

giovedì 8 giugno 2017

Billions (2a stagione)

Ci eravamo lasciati con un finale di prima stagione in cui il procuratore distrettuale Chuck Rhoades (Paul Giamatti) rimasto con le pive nel sacco dinanzi all'impunito ed impenitente miliardario Bobby Axelrod (Damian Lewis), vedeva sgretolarsi tutto il mondo sotto i piedi, il suo matrimonio veniva messo a dura prova da un nemico che non lesinava nulla per portare dalla propria parte la contesa. Un finale che lasciava quindi presagire un seguito nel quale la lotta sarebbe passata ad un livello successivo, senza fare ostaggi e non lesinando colpi bassi ed inganni. E così è stato, poiché se la prima stagione di Billions (serie televisiva del 2016 creata da Brian KoppelmanDavid Levien e Andrew Ross Sorkin di cui avevo già ampiamente scritto in occasione della prima eccezionale stagione, che trovate qui), l'ennesimo successo della casa produttiva Showtime, mi aveva convinto a far entrare questa serie tra le migliori serie del 2016, questa seconda stagione (andata in onda qui in Italia su Sky Atlantic) non fa altro che confermarsi un ottimo seguito, addirittura superiore in scrittura e complessità alla prima stagione della serie. Gli showrunner hanno infatti utilizzato sapientemente tutta la prima annata dello show per preparare lo spettatore a quello che avrebbe visto in questa seconda stagione, che è un vero e proprio scontro aperto tra due titani, Bobby Axelroad e Chuck Rhoades, interpretati magistralmente da Lewis e Giamatti, rispettivamente. Quei due, sono mostri di recitazione e questo era già assodato da un anno ormai, ma in questo secondo anno questa impressione non fa altro che solidificarsi nella mente dello spettatore e confermare che sia stato una scelta giusta affidare questi ruoli a questi due grandi interpreti. Gli sguardi, le sottigliezze, gli attacchi personali e legali, tutto riesce a trasparire come reale e vibrante sulle facce di questi due attori, che se l'anno scorso hanno avuto l'arduo compito di reggere buona parte del concept da soli quest'anno sono stati aiutati da un cast di supporto che ha finalmente affilato le unghie e si è affiatato sempre di più.

mercoledì 7 giugno 2017

Il regno di Wuba (2015)

Inizia come una fiaba Il regno di Wuba (o Monster Hunt, come è conosciuto in originale), film d'animazione cinese del 2015 di Raman Hui, co-regista di Shrek Terzo e il cui curriculum dietro la macchina da presa include i cortometraggi Shrekkato da morire e Kung fu panda: Secrets of the furious five, e finisce per essere un esempio di intrattenimento per bambini eccentrico e non convenzionale che dà grande risalto alle arti marziali e ad una comicità demenziale. Quest'avventura che miscela live action e animazione 3D in CGI infatti, considerata in Oriente, dato l'enorme successo che ha avuto (distruggendo ogni record d'incassi, quasi 400 i milioni di dollari guadagnati), il loro blockbuster per eccellenza, è un originale mix dei classici film wuxia e anime giapponesi, che grazie ad una strepitosa ma efficace leggerezza di fondo, a volte spiazza e sconvolge in positivo per la sua diversità, mai mi era difatti capitato di vedere un film del genere, ma personalmente è stata una bella scoperta, anche se purtroppo molte cose non hanno funzionato a dovere, tanto che alcune geniali trovate per la loro eccentricità non vengono totalmente sfruttate in pieno. Dato che la pellicola e la storia, ambientata in un mondo in cui gli esseri umani combattono contro delle creature mostruose per il dominio della terra, che segue la nascita e le avventure del nuovo re dei mostri Wuba, che porterà equilibrio fra il suo regno e quello degli uomini, altro non rappresenta che un pretesto per poter inscenare la lunga sequela di movimentate situazioni e scontri abbondantemente infarciti (probabilmente troppo per il cinema occidentale) di tipico humour orientale che purtroppo non convince fino in fondo.

martedì 6 giugno 2017

Piuma (2016)

Leggero come una piuma davvero, ma non necessariamente in senso negativo, anzi, dopo Fino a qui tutto bene, un film dagli intenti ammirevoli ma dalla realizzazione divergente, Roan Johnson torna alla regia con la sua opera terza (quarta se consideriamo il segmento di 4-4-2), senza dimenticare l'ultima eccezionale quarta stagione de I delitti del BarLume, e dimostra ancora una volta di saperci fare, creando, più e meglio dei precedenti, una pellicola coesa e divertente, ma soprattutto leggera. D'altronde Piuma, commedia del 2016, selezionata in concorso alla 73ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, non potrebbe che rivelarsi come il titolo più azzeccato per questa pellicola dove il tema della maternità prematura viene affrontato, appunto, in una maniera tanto delicata, leggera e sensibile, sebbene in sé stia più esattamente ad indicare il nome della nascitura dei due protagonisti. La trama infatti racconta i nove mesi di gestazione che una giovane coppia di "maturandi" deve affrontare alla scoperta di aspettare un bambino, anzi, bambina. Pertanto vengono esposte tutte le difficoltà e le situazioni, a volte anche tragi-comiche, nonché i momenti felici, a cui i due ragazzi, di nome Ferro e Cate (Luigi Fedele e Blu Yoshimi), vanno piano piano incontro, e, cioè, dal rivelare ai propri genitori lo stato della gravidanza (con le conseguenti reazioni personali di ciascun genitore e della famiglia tutta, quella accogliente e "normale" del ribelle Ferro, quella sgangherata e fuori dagli schemi della più assennata Cate), le prime problematiche concernenti lo stato di salute di Cate, la dolorosa rinuncia a partecipare alla vacanza estiva post esame di Maturità in Marocco con un gruppo di amici (che sì, li capiscono, ma devono comunque partire), i crescenti dubbi sulla loro effettiva preparazione, soprattutto psicologica, ad affrontare il proprio ruolo di neo genitori con le nuove responsabilità annesse e connesse, etc... fino al lieto evento.

lunedì 5 giugno 2017

Codice 999 (2016)

Di noir buoni è sempre più raro vederne, negli ultimi anni ricordo Sicario, davvero fantastico, di polizieschi anche meno, ma Codice 999 (Triple 9), film del 2016 diretto da John Hillcoat, è probabilmente uno dei polizieschi più belli, violenti e profondi degli ultimi anni, un ottimo film di genere ben realizzato e girato che tiene lo spettatore ben presente lungo tutti i suoi cento minuti di durata. Questo perché la trama (di cui a breve parlerò) è buona (anche se parrebbe alquanto incredibile), ma soprattutto riesce a condensare dentro di essa sia gli elementi investigativi sia il gangster movie sia una serie di apprezzabili inseguimenti. Il tutto infarcito di una interessante e discreta caratterizzazione dei personaggi. La pellicola inoltre si avvale di un cast di prim'ordine, almeno una decina di nomi conosciuti e alquanto famosi, anche se spiccano per forza di cose, anzi premi, Casey Affleck, Woody Harrelson e un'algida e "quasi" perfetta (per via del doppiaggio e non solo lei) Kate Winslet nel ruolo per lei davvero inedito di boss della malavita. Difatti è proprio lei il motore della vicenda, quella di una squadra di rapinatori, composta per la metà da poliziotti corrotti, che mette a segno una rapina spettacolare per conto proprio della mafia ebreo-russa (che credo mai di aver visto in altri film) di stanza ad Atlanta e guidata infatti da una zarina (davvero irriconoscibile) di indicibile crudeltà. E quando quest'ultima decide di alzare la posta, chiedendo ai rapinatori di impossessarsi di alcuni file chiusi in un caveau super allarmato, ai ricattati non rimane che inscenare un codice 999, quello che si usa quando un poliziotto rimane a terra e che ineluttabilmente fa convergere sul posto tutte le squadre della mobile (manco fosse un attentato), creando il via libera alla fuga. Ma gli eventi vanno in maniera diversa dal previsto e nessuno ne uscirà davvero vincitore.

giovedì 1 giugno 2017

Le mie personali Top Ten cinematografiche

In attesa della bella stagione e prima di entrare in modalità estiva, ovvero come è accaduto sabato scorso, così sarà da questa settimana (tenendo conto conto che domani è festa e non pubblicherò niente) fino ad agosto, le recensioni infatti saranno pubblicate solo dal lunedì al venerdì, ho deciso nonostante una sola adesione (almeno per il momento credo) di creare un evento (con il gruppo dei blogger). L'evento è ovviamente questo post, che racchiude seppur in minima parte, le principali classifiche cinematografiche possibili delle mie preferenze in chiave cinematografica, ovvero i 10 film, le 10 saghe, i 10 registi, i 10 attori e attrici preferiti. Preferiti  è bene specificare perché non vorrei di certo sminuire capolavori o grandi artisti (anche quelli nostrani), poiché tutti sanno che Audrey Hepburn o il film Ghost sono due capostipiti della cinematografia mondiale, ma siccome della prima ho visto pochissimi film e del secondo non è proprio di genere mio preferito, essi probabilmente non ci saranno. L'obiettivo è soprattutto quello di farvi conoscere un po' di più (giacché parecchio ho scritto qua e là) i miei gusti (anche se prevalgono soprattutto produzioni Hollywoodiane), aggiungendo anche un motivo, aggettivo/i o un particolare del perché preferisco un film o un attore ad altri. Perciò ecco Le mie personali Top Ten cinematografiche, tenendo conto che tra le saghe ci sono comunque capitoli o film che nella prima classifica potevano starci benissimo.

I Film
  1. 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), film di fantascienza di Stanley Kubrick del 1968, spettacolare, poetico e immaginifico.
  2. Forrest Gump, film del 1994 diretto da Robert Zemeckis, emozionante, intenso e poetico.
  3. Edward mani di forbice (Edward Scissorhands), film di Tim Burton del 1990, struggente, delicato e profondamente poetico.
  4. Blade Runner, film di fantascienza del 1982 diretto da Ridley Scott, straordinariamente spettacolare, suggestivo e bellissimo.
  5. Apocalypse Now, film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, semplicemente eccezionale nonché straordinariamente umano.
  6. Tempi moderni (Modern Times), film interpretato, scritto, diretto e prodotto da Charlie Chaplin. La commedia drammatica più straordinaria e profonda di sempre.
  7. E.T. l'extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial), film di fantascienza del 1982 diretto da Steven Spielberg, divertente, spettacolare e straordinariamente umano.
  8. La vita è bella, film del 1997 diretto e interpretato da Roberto Benigni. Il film sull'Olocausto più emozionante di sempre.
  9. La spada nella roccia (The Sword in the Stone), film del 1963 diretto da Wolfgang Reitherman. Il film d'animazione da me più visto ed amato.
  10. L'esorcista (The Exorcist), film del 1973 diretto da William Friedkin. L'horror più pauroso e musicalmente da brividi di sempre.
Bonus: Ben-Hur, film statunitense colossal del 1959 diretto da William Wyler, un capolavoro in tutto e per tutto.

mercoledì 31 maggio 2017

I peggiori film del mese (Maggio 2017)

Come forse già sapete verso fine Aprile ho avuto problemi con il mio pc, ora ad un mese di distanza e dopo aver cambiato hard disk, monitor e scheda video (praticamente come aver comprato un computer nuovo), finalmente tutto è sistemato. In più, per non farmi mancare niente, ho messo Tim Fibra. C'è stato insomma un bel cambiamento, che comunque non ha frenato ma solo rallentato il blog che si appresta anch'essa ad un cambiamento radicale, ma per quello ci sarà tempo, per il momento ecco nuovamente la lista dei film peggiori visti, che per essere chiaro non contiene solamente film sconsigliati, poiché alcuni in certe circostanze potrebbero fare al caso vostro. Da evitare sono invece, sempre secondo il mio modesto parere, quelli della lista finale. Ma andiamo con ordine e vediamo le piccole delusioni che ho subito questo primaverile mese.

DOBBIAMO PARLARE (Commedia Italia 2015): Scialba e goffa imitazione di Carnage di Roman Polanski, questo film di Sergio Rubini, regista ed attore che in ogni caso mi piace tanto essendo mio conterraneo, proprio non funziona. La storia è semplice, due coppie che scoperti gli altarini di tutti ne diranno di cotte e di crude, ma il risultato è grottesco, non tanto nell'aver caricato eccessivamente in negativo i difetti di ambedue le coppie ed esagerato su alcune situazioni o alcuni comportamenti, quanto nel fatto che in una sola serata si finisce per rinfacciarsi l'impossibile ed il cinismo sembra avere il sopravvento su tutti gli altri sentimenti, anche quelli buoni. Certo, gli attori hanno indubbie capacità recitative, ma per colpa di troppe forzature, risulta mediocre la prova di Isabella Ragonese, non sufficientemente brillante quella di Fabrizio Bentivoglio e solo appena sufficiente quella di Maria Pia Calzone. E anche se i film basati principalmente sui dialoghi fa sempre piacere poterli gustare, questo si può tranquillamente non vedere. Poiché i contenuti sono scarni, triti e ritriti ma soprattutto, nonostante si lasci seguire fino alla fine perlomeno per vedere come andrà a finire, ha un finale poco comprensibile e la resa complessiva è davvero poca cosa. Si poteva fare di più. Voto: 5

martedì 30 maggio 2017

24: Legacy (1a stagione)

Trasmessa da Fox dal 2 marzo 2017 e conclusa solo poche settimane fa, 24: Legacy, ha provato a tornare ai fasti di un tempo, c'è riuscito, ma solo sufficientemente, perché questa serie, ovviamente spin-off (o meglio revival, ponendosi a tratti come diretto seguito della serie principale anche se con diversi personaggi) dell'originale 24 con protagonista Kiefer Sutherland (tornato comunque in veste di executive producer), non è riuscita a ritagliarsi una propria personalità rispetto alla serie madre, di cui segue (fin troppo) fedelmente le orme, la suspense c'è ancora, ma senza Jack Bauer non è la stessa cosa. Poiché la serie, creata da Manny Coto e Evan Katz, anche se comunque solo in parte penalizzata da questa grande assenza, pur mantenendo tutte le caratteristiche vincenti del prototipo, ne riprende anche i principali difetti legati ad una scrittura seriale ripetitiva. Il risultato è quindi divertente ma leggermente sottotono, paradossalmente più efficace per i neofiti che per i fan storici dello show. Show che infatti è stato puntualmente cancellato perché non è riuscito soprattutto a reinventarsi in modo radicale. Dato che come detto niente è cambiato, stesso format, stessa "medesima" storia ma con un risultato finale leggermente differente in negativo. Poiché se al tempo in cui uscì, nel 2001, 24 fu una novità epocale, l'idea infatti di uno show in tempo reale, 24 episodi per altrettante ore di una stessa giornata (spot pubblicitari esclusi), era rivoluzionaria, ora così non è più. Per cui una domanda viene spontanea, era possibile riesumare il format di una serie che, dopo otto stagioni, aveva mostrato un'evidente parabola discendente? Soprattutto, l'assenza di Jack Bauer, il cui carisma ha tenuto in piedi uno show più volte sull'orlo della chiusura negli ultimi anni, era necessaria? Forse sì e forse no, ma l'azzardo, dopo il comunque scontato finale e a conti fatti, non è bastato a risollevarlo.