giovedì 17 gennaio 2019

La ragazza nella nebbia (2017)

Già dai suoi presupposti, La ragazza nella nebbia, film del 2017 scritto e diretto da Donato Carrisi, presenta una situazione piuttosto anomala: la figura del regista/sceneggiatore coincide pienamente con quella dello scrittore del romanzo, e non capita spesso. In tal senso, era notevole la curiosità nei confronti di un prodotto (basato appunto sull'omonimo romanzo dello stesso Carrisi) in cui immaginario editoriale e filmico dello stesso autore trovano un loro punto di congiunzione. Purtroppo però, il risultato sullo schermo è a dir poco deludente e velleitario. Ed è strano, perché anche se non ho letto il libro, immagino che l'adattamento non abbia stravolto le carte su narrazione e personaggi, o almeno penso che non ci sia stato un tradimento del regista nei confronti dello scrittore, e allora come si spiega tutta questa pochezza? Forse il libro che ha venduto milioni di copie è stato sopravvalutato? Non saprei, sta di certo che il film, pur non essendo un film pessimo (fortunatamente), è personalmente (forse anche oggettivamente) un film mediocre. Un film che si muove su due binari con il regista (che pur avendo a disposizione le Dolomiti fa pochi esterni) che non sceglie su quale andare: il primo è un thriller, il secondo un film di costume riguardante la funzione dei media che creano a loro piacimento colpevoli o innocenti. Come thriller appare confuso, il regista sembra aggrovigliare una vicenda da cui non sa come sbrogliarsi. Nella trama appare all'inizio una misteriosa confraternita che sarebbe una setta che domina il paese e che poi con il dipanarsi della vicenda misteriosamente sparisce. Come thriller non mi pare avvincente e la conclusione finale non così sorprendente. Ma anche come film di costume non appare riuscito: i rappresentanti dei media sono delle "macchiette" come le due giornaliste una d'assalto e l'altra una vecchia saggia ridotta in carrozzella  e comunque il tema dello "sciacallaggio" mediatico non è approfondito con sufficiente credibilità.

mercoledì 16 gennaio 2019

Deutschland 86 (Miniserie)

La vita ai tempi della guerra fredda è ancora al centro di Deutschland 86, secondo capitolo di un'ideale trilogia (che non vedo l'ora vada a termine) iniziata con Deutschland 83, una delle serie rivelazione del 2015, una serie purtroppo snobbata, di cui rappresenta appunto il sequel. È una storia di spionaggio in cui le trame dei servizi segreti e le intime vicende personali dei personaggi convergono restituendo l'affresco di un'epoca. L'epoca di massima tensione raggiunto negli anni Ottanta tra Unione Sovietica e Stati Uniti, che ha portato successivamente alla caduta dell'URSS e del muro di Berlino. Tutto ciò viene però visto (come saprà chi l'ha già visto, se no il consiglio è di recuperare tutta la prima stagione) dalla prospettiva delle due Germanie ed in particolare attraverso il personaggio di Martin Rauch (interpretato da un nuovamente bravo Jonas Nay), un ventiquattrenne della Germania Est, che da sergente maggiore delle truppe di Frontiera viene catapultato nell'altro lato della Germania per diventare una spia. E poiché sono nuovamente tornati gli intrighi della Guerra Fredda tra Germania Ovest ed Est pure, proprio lui non poteva mancare in questa seconda stagione della serie televisiva tedesco-statunitense creata da Anna Winger e Jörg Winger, e diretta da Florian Cossen, una seconda stagione ancora più avvincente e coinvolgente (ma nel complesso non migliore) del primo riuscitissimo capitolo della serie TV tedesca che ha dato il là alla rinascita della TV in Germania (Babylon Berlin un meraviglioso esempio di questa rinascita). Infatti lui c'è, lui che alla fine del suo percorso da spia della Stasi, percorso che lo ha poi costretto alla fuga alla fine di Deutschland 83 (Kolibrì, il suo nome di battaglia, ed egli stesso era ricercato da mezzo mondo, il mondo segreto delle spie), lui che spera, riprendendo a lavorare per i servizi segreti, e così continuare a finanziare il progetto del partito socialista tedesco, tornare in patria, ma lo ritroviamo però con una nuova prospettiva e diversi "incarichi" da svolgere.

martedì 15 gennaio 2019

Tomb Raider (2018)

Tra gli amanti della saga di Tomb Raider la domanda più frequente, prima dell'uscita del film, era certamente se Alicia Vikander sarebbe stata all'altezza sia del carismatico personaggio videoludico, sia dell'illustre precedente cinematografico incarnato da Angelina Jolie. È difficile, però, dare una risposta, poiché la pellicola non ha per protagonista la Lara Croft conosciuta dai più. È, piuttosto, una storia di formazione, la vicenda che porterà la giovane a diventare l'eroina che tutti amiamo. In questi panni, l'interpretazione di Alicia Vikander sicuramente non è da nessuna candidatura agli Oscar, ma è tutto sommato positiva e senza grosse sbavature, anzi, fragile al punto giusto, curiosa, intraprendente, Alicia Vikander è colei che rende il film, questo film, Tomb Raider, film del 2018 diretto da Roar Uthaug, piacevole e fruibile fino alla fine. Un film che stravolgendo radicalmente l'outfit e la personalità di Lara Croft, si abbandonano infatti le forme graziose, piene e sensuali di Angelina Jolie per abbracciare quelle di Alicia Vikander, snella, senza seno, ma con una grande grinta, riesce a fare discretamente centro. Questo perché il reboot cinematografico di Tomb Raider, che sembrerebbe il solito mediocre reboot che invece non è (non tutti i reboot riescono con il buco, questo per fortuna sì), avviene con sapienza e perizia, adattando storia (una storia inedita, più fresca, moderna e con un cast a tendenza autoironica scritta da Geneva Robertson-Dworet) e personaggi (ottima è la scelta di affidarsi, per rivedere le origini del personaggio, inerme, apparentemente debole, vergine ai pericoli e i misteri del mondo, all'attrice di origini danesi) a standard attuali per la creazione di un'eroina tutta acqua e sapone, consapevole delle proprie abilità. Lara, difatti, è un'eroina in divenire, non una donna esperta di armi, lotta, e archeologia, incantevole e dal seno prosperoso, ma una giovane ragazza che deve scoprire il suo talento nascosto, un'eroina insomma che cade, si sporca di fango, sangue sul viso misto a lacrime.

lunedì 14 gennaio 2019

Nicolas Cage Day - Mom and Dad: Istinto omicida (2017)

Purtroppo questo thriller horror/dark comedy di Brian Taylor (di cui avevo apprezzato i due Crank) non riesce a lasciare il segno fino in fondo, intendiamoci non è un film brutto o inguardabile ma si nota l'indecisione del regista (o forse dovrei dire della sceneggiatura?) che non sa quale direzione imboccare se quella dell'horror o quella della commedia. Ne viene fuori un pastrocchio, tutto sommato anche abbastanza divertente ma che non riesce a graffiare efficacemente né a sfruttare correttamente una buona idea di fondo. Non aiutano a rendere più interessante la pellicola, alcuni aspetti della sceneggiatura poco approfonditi, eppure Mom and Dad: Istinto omicida, il nuovo film del regista, sceneggiatore e produttore, anche di Ghost Rider: Spirito di Vendetta, film presentato al Toronto Film Festival a settembre del 2017, un film con una certa originalità, cosa sempre più rara al giorno d'oggi, riesce a intrattenere a dovere. Il film infatti, un onesto thriller con Nicolas Cage (incredibilmente uno dei motivi per cui vedere il film, anche Selma Blair convince senza mezzi termini), non è affatto male e, avendo una trama abbastanza particolare, invoglia lo spettatore a guardarlo. E' ovviamente una pellicola parecchio sopra le righe, però, il regista riesce, con mestiere, a renderla verosimile. Sì perché nonostante lo svolgimento e il racconto, comunque apprezzabile, indubbiamente sconclusionato, l'eclettico regista americano, che infarcisce la pellicola di temi "moderni" (quali la voglia degli adulti di tornare giovani, i genitori si scagliano contro i propri figli, colpevoli di aver portato loro via, la giovinezza, colpevoli di un'esuberanza tecnologica che ha ucciso ogni forma di dialogo), usa un semplice escamotage, qualcosa di naturale che c'è in ognuno di noi, per parlare alle vecchie e nuove generazioni, per sovvertire le regole della natura umana e rendere il tutto più credibile.

sabato 5 gennaio 2019

La tartaruga rossa (2016)

Presentato alla 69esima edizione del Festival di Cannes e vincitore del premio speciale Un Certain Regard, La Tartaruga Rossa (La tortue rouge), film d'animazione del 2016 diretto da Michaël Dudok de Wit, mette in scena una storia dalle premesse alquanto semplici, sfoggiando però un contenuto profondamente commovente, una sorta di evocazione del ciclo della vita (dell'uomo e dell'animale), un contenuto insomma che tocca il cuore. Nato dallo sforzo produttivo di due universi (quello francese e quello giapponese) che considerano l'animazione un mercato fertile e ricco di possibilità, alla regia e alla sceneggiatura lo stesso De Wit, alla direzione artistica Isao Takahata, mentre la produzione è mista e prevede una consistente partecipazione dello Studio Ghibli, The Red Turtle, come da titolo internazionale, è infatti per questo, uno dei migliori film di animazione degli ultimi anni. La trama, evitando di entrare nel dettaglio, narra la storia di un naufrago di cui non sappiamo nulla e che si ritrova, solo, su un'isola deserta. Questo contemporaneo Robinson Crusoe tenta più volte di fuggire costruendosi delle imbarcazioni di fortuna, ma tutti i suoi sforzi vengono vanificati da una tartaruga rossa, che sembra costringerlo a rimanere sull'isola per delle motivazioni sconosciute. L'incontro con questo animale unico nel suo genere gli cambierà però la vita, in un modo che sarebbe meglio non raccontare, perché va vissuto per tutti i suoi 90 minuti, ma diciamo che il tempo che dovrà passare in quel luogo, fuori dal tempo e dallo spazio, sarà più lungo del previsto. E tuttavia si può anche dire che il film è una grande metafora della vita, dei suoi alti e bassi, del suo scorrere inesorabile. Perché la vita del protagonista equivale, con le dovute proporzioni, a quella di ciascuno di noi: un percorso fatto di scossoni, rabbia, amore, nostalgia, noia.

venerdì 4 gennaio 2019

House of cards (6a stagione)

Come ben tutti sanno la produzione della sesta ed ultima stagione di House of Cards è stata dilaniata dallo scandalo sessuale di Kevin Spacey. Il protagonista maschile principale è stato infatti fatto fuori dalla serie, che però per questo perde di carisma ed è vittima della produzione, essendo stata costretta a riscrivere in fretta e furia tutta la storia. Difatti, la produzione era già in corso quando lo scandalo è scoppiato, pertanto tutta la storyline è stata modificata per eliminare Frank Underwood dalla storia. Tale cambiamento ha portato ad un accentramento della storia attorno a Claire, protagonista femminile che si ritrova padrona assoluta della scena. Purtroppo però, questo repentino ri-modellamento, non ha portato nessun beneficiò e perciò la sesta ed ultima stagione si rivela la più brutta dell'intera serie. Si perché tutti i timori che avevano accompagnato la produzione (ovvero se sarebbe riuscita a sopravvivere senza la sua punta di diamante) si sono rivelati tutti. Non è bastata neanche Robin Wright infatti a tenere in piedi la baracca, nonostante si era sperato che lei ci riuscisse, perché le capacità le ha e le ha sempre avute, ma nulla ha potuto fare senza una base, senza una sceneggiatura all'altezza. Ognuno dei coinvolti nella produzione ce l'ha messa tutta per restituire ai fan qualcosa che nel bene o nel male rendesse giustizia alla serie, ma risulta evidente quanto quest'impresa sia stata un orbitare attorno al buco nero lasciato da Spacey senza precipitarci dentro. Sceneggiatori e registi hanno dovuto affrontare una sfida senza precedenti e di questo bisogna rendergli atto, ma non puoi fare una stagione di House of Cards senza Frank e il tentativo di sminuire l'importanza del personaggio denigrandolo in più passaggi o standoci a debita distanza non fanno altro che fomentare l'opinione di coloro che vedono nella sua assenza il punto debole della stagione. Perché certo, la scelta di Netflix di escludere Kevin Spacey è stata encomiabile, ma gli si è rivoltata contro, visto il pessimo prodotto confezionato. Sarebbe stato più idoneo cancellare l'intero show e finire con il colpo finale della quinta stagione (qui). Sarebbe stato un finale migliore rispetto a quello presentato in quest'ultima. Un finale purtroppo rivelatosi amaro. Infatti, della forza e dell'impatto delle prime stagioni (coadiuvate anche dalla mano di David Fincher) non è rimasta nessuna traccia. Ciò che è rimasto è l'affetto per i personaggi principali che sono gravitati nella trama dei coniugi Underwood, tutto il resto è però noia.

giovedì 3 gennaio 2019

I film di Natale visti su Sky (2018)

Quest'anno, anzi, lo scorso anno ho voluto completare le classifiche finali non solo per chiudere l'anno cinematografico nel modo più onesto possibile, ma anche per permettere a questo mio classico post natalizio, di natura esclusivamente cinematografica, di uscire in tempo, per dare insomma tempo (a voi) di vedere (se lo ritenete giusto o se il mio giudizio lo permetterà, è a vostra discrezione) questi film che oggi recensisco prima dell'ufficiale conclusione delle feste. E così, prima del mio momentaneo congedo di una settimana e ovviamente dell'arrivo dell'Epifania, ecco quali sono stati i film di Natale che visto su Sky. Prima però vorrei parlarvi di un inedito cortometraggio visto sempre grazie al canale tematico della piattaforma satellitare, un cortometraggio di 28 minuti intitolato Babbo Natale deve morire. Già, questo cortometraggio di produzione Britannica del 2014, dal titolo originale Marked, ha un titolo abbastanza particolare, come particolare è appunto la trama di questo semplice, lineare ed interessante corto, un corto dolce amaro che mescolando risate e suspense, diverte e fa riflettere. In Marked infatti, una storia nella quale riecheggia la lezione di DickensKiefer Sutherland e Stephen Fry sono alle prese con crisi, fallimenti e un incontro davvero inatteso, un incontro che avrà ripercussioni importanti nella vita di questo povero cristo che ha causa di problemi economici accetta di compiere un'omicidio su commissione, salvo poi cambiare (ovviamente) idea. Beh sì, niente di originale, tuttavia tranquillamente vedibile, anche se il momento migliore è quando riecheggia Shake up Christmas dei Train, che però da solo vale la visione. Perciò dategli un'occhiata se ci riuscite. Ma adesso ecco i film.

mercoledì 2 gennaio 2019

Saw Legacy (2017)

Quando nel 2004 uscì Saw, James Wan, giovane cineasta che da lì a breve si sarebbe affermato tra i più talentuosi registi legati all'horror (anche se da lì in poi proseguirà con discontinui risultati), portò nel genere una originale e brillante ventata di aria fresca. Legare infatti i contenuti più gore e violenti da slasher-movie ad una componente enigmistica, fu infatti una trovata più che riuscita, che ovviamente, era coadiuvata dalla maestria con cui egli gestisce la macchina da presa in questi contesti da "fiato sospeso". La componente "indovinello" infatti, coinvolgeva lo spettatore su più fronti. I malcapitati protagonisti della pellicola dovevano riuscire a disinnescare le perverse trappole che li tenevano prigionieri seguendo delle regole spesso criptiche. Pena per l'insuccesso, una morte brutale e dolorosa. Dall'altro lato, la parte investigativa che vedeva le forze dell'ordine ingegnarsi per capire chi ci fosse dietro tutto, era altrettanto stimolante da seguire e invogliava a svelarne la soluzione. In seguito all'indiscusso successo del capostipite, vennero prodotti ben sei seguiti che solo in rarissimi casi sono riusciti ad avvicinarsi alla qualità del primo. Non riesce neanche quest'ultimo capitolo del 2017, l'ottavo, dal titolo Saw Legacy (Jigsaw), ad avvicinarsi a quel livello, eppure la genialità del primo film appare oggi fresca come non mai, eppure questo (ennesimo) capitolo, riesce davvero nell'intento di appassionare lo spettatore dall'inizio alla fine del film, eppure questo film, riesce nuovamente ad incuriosire, ad espletare insomma l'innata curiosità umana, dopotutto dopo i primi due "Saw" l'unico appeal che spinge, e che mi ha personalmente spinto a seguire i successivi capitoli non è stato altro che la curiosità, corroborata da una buona dose di insana morbosità, per vedere fin dove si potessero spingere i produttori del film nei macabri "giochini" a cui vengono sottoposti i malcapitati prigionieri delle sevizie di Jigsaw. E poiché quest'ultimi sono abbastanza ingegnosi, la sufficienza la riesce a strappare.