martedì 12 dicembre 2017

Tutti gli altri film visti durante il 2017: Dramedy (Eddie the Eagle, The Dressmaker, The Lady in the Van & Tommaso)

Quinto appuntamento con la commedia drammatica, la cosiddetta appunto Dramedy, che riesce molto spesso e decentemente a coniugare toni drammatici o a viceversa toni più leggeri, facendo sia riflettere che divertire. Una bellissima pagina di sport che per una volta non celebra un vincente ma un personaggio che segue alla lettera il motto "L'importante è partecipare" questo è Eddie the Eagle: Il coraggio della follia (Eddie the Eagle), film del 2016 diretto da Dexter Fletcher. Perché se c'è una storia che meglio incarna lo spirito di questo motto "decoubertiniano" è proprio quella di Eddie "The Eagle" Edwards. Dato che la sua è una storia che celebra la forza d'animo umana e la resistenza di fronte a straordinarie sfide e probabilità. Il film infatti è una commedia sportiva biografica che evidenzia la passione, la dedizione e la forza di volontà di un saltatore con gli sci britannico, il primo a partecipare ad una olimpiade invernale. Anche perché lui, ragazzo britannico goffo, impacciato e folle (anche se la sua follia è semplicemente quella di assecondare un sogno che coltiva dall'infanzia), senza abilità ma con un grande cuore, con una testardaggine sospesa tra autolesionismo ed ingenuità infantile, riuscì in un'impresa apparentemente semplice ma straordinaria. Dopotutto in questo film bello e commovente, che si ispira ovviamente a eventi realmente accaduti, e che vengono però raccontati in modo grottesco (seppur mai sopra le righe e con situazioni da commedia a sprazzi di drammaticità), si parla, a parte il lato puramente sportivo, di coraggio e di fiducia in se stessi, anche perché questa grande lezione di vita che Eddie ci da è che il percorso che si compie per raggiungere una meta è più importante della meta stessa. Lui infatti vuole portare a tutti i costi a compimento (nonostante i suoi problemi fisici ed economici) il suo sogno, e con un pizzico di furbizia ci riuscirà. Perché più che straordinario non è solo la forte determinazione e la tenacia quasi "eroica" della sua impresa, quanto nel modo in cui egli vi riesce.

Eddie difatti, grazie a una piccola falla nel sistema per la formazione di una squadra olimpica per le Olimpiadi di Calgary del 1988 (dove c'era anche la nazionale giamaicana di bob, quella che ha dato lo spunto a Cool Runnings: 4 sottozero), ebbe la brillante idea di creare da sé (dato che l'unico requisito era un salto valido in una qualsiasi competizione ufficiale nel mondo), la sua squadra, d'altronde prima di lui la Gran Bretagna non aveva nella sua squadra olimpionica un rappresentante nel salto con gli sci. Ovviamente Eddie (ventiduenne e in sovrappeso, pur non disponendo di una preparazione adeguata, ma soltanto in virtù di un allenamento pericoloso, testardo e insistito, fini perfino in ospedale per le contusioni rimediate) non aveva la minima idea di come saltare da un trampolino, ma di certo questo non l'avrebbe fermato. Con l'aiuto infatti di un ex-atleta e malgrado fosse stato apertamente osteggiato dalla sua federazione, per il suo stile non troppo elegante e perfino canzonato e boicottato dai suoi compagni, riuscì a realizzare comunque il suo sogno. Fu difatti il primo a qualificarsi e a saltare da un trampolino di 90 metri. E poco importa che arrivò ultimo, il suo obbiettivo era stato raggiunto. Dopotutto Eddie the Eagle è un film che coltiva, sviscera, evidenzia forsennatamente il significato della Passione per lo sport, la dedizione, la determinazione, quello che in una semplice espressione si può riassumere in "avere Cuore". Non avrà certo la profondità di "Ogni maledetta domenica", non si ricorderà per trovate tecniche ed effetti speciali, ma una cosa la sa fare eccome, emoziona. Merito in gran parte della recitazione dei protagonisti (caratterizzati molto bene), da una parte Eddie (il sempre più bravo Taron Egerton come anche visto in Legend) e i suoi occhiali spessi, il suo bere solo latte, l'apparire sempre ingenuamente fuori posto, dall'altra Peary (un insolito ma efficace Hugh Jackman, più che in X-Men: Apocalisse), irritabile, sarcastico, sempre attaccato alla bottiglia, ma che scopre di avere una pazienza e una voglia di insegnare di cui è il primo a stupirsi. Non c'è stupirsi invece dal risultato positivo (in tutti i sensi) della pellicola, anche perché Eddie the Eagle è un film a cui non manca niente per sorprendere e intrattenere chiunque, una storia insolita ma gradevole, il ritmo incessante, buone musiche (giacché la colonna sonora è interamente calata negli anni '80 in cui si svolge la vicenda), una fotografia maestosa, un cast eccellente e funzionale, buone scenografie e una regia calibrata. Insomma, gli elementi per godersi il film ci sono tutti e non c'è ragione di annoiarsi o di distrarsi, anche perché ci si diverte parecchio, ci si appassiona tanto e veniamo coinvolti da una storia, una di quelle storie che fanno bene non solo allo sport ma anche alla mente e al cuore di chi guarda. Voto: 7
Film dalla trama piuttosto originale con diversi momenti a cavallo tra il grottesco e un leggero dramma strappalacrime è The Dressmaker: Il diavolo è tornato (The Dressmaker), film del 2015 scritto e diretto da Jocelyn Moorhouse e basato sull'omonimo romanzo di Rosalie Ham. Il film infatti racconta di Tilly (Kate Winslet), una donna decisamente bella, di talento (soprattutto nell'alta moda) e dal grande gusto che, gravata dal senso di colpa, non solo ritorna nella città natale per far visita alla madre Molly (Judy Davis), affetta da demenza, ma anche per vendicarsi di chi l'ha allontanata quando era ancora una bambina. E quindi armata di ago e tessuto, inizia a trasformare e a liberare le sue concittadine (tra cui Sarah Snook, insieme alla Winslet in Steve Jobs), anche grazie alla scoperta della verità, in cui vengono alla luce i vizi (e i segreti rimasti sino allora sepolti sotto l'ipocrisia) degli abitanti (cattivi tranne uno, Teddy alias Liam Hemsworth, non incisivo il suo apporto, anche se in linea come in Cut Bank: Crimine chiama crimine e Independence Day: Rigenerazione) di questo paesino australiano, ottenendo così una dolce vendetta nei confronti di chi le ha fatto del male. È difficile inserire The Dressmaker: Il diavolo è tornato in un determinato genere cinematografico, se infatti inizia come una sorta di revenge-western, in cui al posto delle pistole ci sono i costumi e la macchina da cucire Singer con cui Tilly arriva in paese, poi si prosegue nei toni della black comedy fino a sconfinare nel romantico e nel melodramma. Un miscuglio di generi che in alcuni casi è piacevole, ma che in altri pare troppo scontato e stona con la storia. Una storia che presenta il suo punto più debole probabilmente in una sceneggiatura non all'altezza e che non riesce a sfruttare appieno le numerose ed evidenti possibilità rappresentate dall'argomento. Infatti, la pellicola si regge principalmente sulle splendide creazioni dei costumi, sulla bella fotografia e alle performance degli attori (anche se questo purtroppo non basta a salvare quest'operetta sgangherata). La parte migliore della pellicola, infatti, è rappresentata proprio dalla bravura dei suoi interpreti, grandiosi nel delineare i rispettivi personaggi, dallo Hugo Weaving nei panni del Sergente Farrat, amante di stravaganti travestimenti, alla bravissima Judy Davis, capace di farci commuovere e ridere grazie alla sua Molly, fino alla protagonista. Kate Winslet, infatti, conferma appieno (anche grazie a questo suo personaggio ora sfrontato, forte, deciso, vendicativo, ora fragile e vulnerabile, ma sempre affascinante e seducente) di essere un'attrice camaleontica e in grado di cambiare pelle insieme al suo personaggio (come già constatato anche in Codice 999). Ma nonostante gli attori e tutto ciò, il film, fin troppo lungo (che perde quasi subito verve e compattezza), di difficile digestione (mancando di essere abbastanza graffiante e imprevedibile per più tempo), direi più adatto ad un pubblico femminile, certamente originale e divertente nella prima parte, con un'ambientazione singolare e personaggi di contorno decisamente divertenti e sopra le righe, e nonostante si faccia piacevolmente vedere (strappando anche alcuni sorrisi) non è proprio perfetto, anzi, la regista, mescolando con eccessiva disinvoltura dramma e commedia, non sa trovare il giusto bilanciamento e affastella troppi bizzarri (slegati e a tempo scaduto) colpi di scena. Poiché esso dopo una buona prima ora, appunto originale e briosa, scivola un po' nella retorica, il dramma la fa da padrone ed ecco che la storia si sfiata, annichilisce e, a tratti, annoia anche un po'. Anche se resta una pellicola stuzzicante che verrà ricordata per la bella fotografia e i bellissimi abiti indossati dalle protagoniste. Ma forse, in mani più audaci, avrebbe reso di più, nelle mani dei Coen, per esempio. In ogni caso per la sua particolarità merita la sufficienza, seppur visto una volta, una seconda non serve. Voto: 6
Una storia curiosa (insolita ma piacevole), oltre che scritta, realmente vissuta dallo stesso scrittore che parcheggiò nel suo vialetto un furgone con una senzatetto per quindici anni e che solo dopo la sua morte, riuscì a sapere del suo passato tormentato. The Lady in the Van infatti, film del 2015 diretto da Nicholas Hytner, tratto dalla storia vera di Mary Shepherd, che tra il 1974 e il 1989 visse in un furgone sul vialetto di casa di Alan Bennett, sceneggiatore del film, impersonato da Alex Jennings, racconta di una singolare e forzata e non sempre facile convivenza, quella di un'anziana scorbutica e sociofobica (una donna che ha un passato misterioso e che ostenta una tenace autosufficienza) che aggirandosi per le strade di Camden Town (Londra) a bordo di un furgoncino, di cui ha fatto la sua casa ambulante, finirà inevitabilmente per entrare in collisione con i residenti del vicinato, tra cui appunto un commediografo che ne subirà il "fascino". Giacché al di la delle apparenze di "clochard", questo insolito ed eccentrico personaggio (interpretato magistralmente da una grande Maggie Smith), che aveva un carattere rude e scontroso, sempre sporca e malvestita, invisa alla popolazione del quartiere, possedeva delle doti che Bennett scoprirà solo, allorquando malata e prossima alla fine, lo metterà in contatto con la sua famiglia d'origine. Anche se nel frattempo saranno molte le situazioni in cui si accorgerà e saprà molto, tanto da suscitare ammirazione. Dopotutto, impregnato del più tipico humour britannico, il film è una commedia brillante (che conquista e diverte), che deve quasi tutto alla inossidabile personalità di Maggie Smith. L'attrice in Inghilterra è giustamente un monumento vivente del cinema e questo ruolo sembra calzarle a pennello. Il film invece anche se nel complesso gradevole, non conquista fino in fondo. Il film difatti, di genere soprattutto drammatico, che avrebbe le carte in regola per essere totalmente interessante, non è molto scorrevole e a tratti anche lento. Anche se ciò che penalizza la storia è forse lo scarso tentativo di andare più a fondo nel mondo interiore dei personaggi, nodi e spigoli della protagonista e di Alan Bennett infatti, vengono solo accennati e tratteggiati con pennellate troppo rapide. L'idea poi, dei due Alan Bennet, uno che scrive e l'altro che agisce, una sorta di alter ego, che dialogano tra loro, oltre che surreale, è anche inutile e retorica. Funziona benissimo invece la coppia d'attori protagonisti, che regalano e strappano, dato il carattere timido di lui ed esuberante (irascibile e scontroso ma dotata, come l'attrice che la interpretata splendidamente, di una vitalità quasi aliena rispetto alla popolazione di vicini medio borghesi che popolano il quartiere) di lei, più di qualche risata e riesce a tratti a scaldare il cuore. Perché questa commedia tipicamente inglese, giocata su toni molto leggeri, mai volgari e che lascia maturare questo strano rapporto tra due persone simile a madre/figlio, con una madre a volte intrattabile ed un figlio apprensivo oltremisura, è gradevole e con grandi interpreti, e anche se molte volte l'umorismo british sfugge, si tratta comunque di una commedia godibilissima. Voto: 6
Alla sua seconda seconda esperienza come regista, Kim Rossi Stuart in Tommaso, film del 2016, scritto, diretto e interpretato da lui stesso, svolge una operazione non banale, mostra con efficacia la nevrosi di un individuo tormentato per cui la realtà è sempre insufficiente o comunque non in grado di soddisfare i bisogni inconsci. Il protagonista infatti trova sempre una scusa, anche banale, per respingere quello che ottiene, nella vita amorosa e nel lavoro. Sogna vermi, simbolo delle brutture che possono nascondersi sotto le apparenze luccicanti. È tormentato da fantasmi del passato che emergono di tanto in tanto e non riesce a mettere a fuoco. Allontana da sé i risultati ottenuti, come se dopotutto il fallimento fosse una condizione più accettabile del successo. Inaffidabile, erotomane, imprevedibile, provoca, con una certa costanza, il naufragio dei rapporti d'amore. Naufragi che non risparmiano nessuna. Tommaso è sempre con la testa altrove, con lo sguardo che osa su sederi ben torniti o seni in bella vista, costantemente predisposto all'atto sessuale, ma solo allo stato mentale, riuscendo così a trasmettere in parte le angosce che appartengono a tantissimi Tommaso, anche perché il film riflette (comunque non eccezionalmente) e mostra le difficoltà supreme degli esseri umani, perennemente occupati e indaffarati a gestire quel disagio relazionale, derivante dal bisogno assolutamente totalizzante di stringere legami sessuali e amorosi soddisfacenti. Peccato che nonostante l'argomentazione interessante e intuizioni felici (con alcuni momenti sinceramente divertenti grazie a situazioni grottesche che ricordano le situazioni reali di tante relazioni, anche se il tutto "resta distante" e le fantasie di Tommaso alla fine non riescono a coinvolgere davvero), il film si fermi alle intenzioni, un bel lavoro in potenza insomma, la trama infatti, dopo una prima parte brillante, senza pretese, ma onesta (in cui il regista dosa bene, ma non benissimo ironia, dramma, grottesco), si trascina per una buona ora con scenari già visti, già vissuti, prevedibili, senza picchi. Il risultato è quindi quello di vedere un bravo attore e regista assieme con belle e brave protagoniste del cinema nostrano, che recitano con una sceneggiatura più adatta ad un monologo teatrale che ad intrattenere per novanta minuti un pubblico cinematografico. Anche perché in questa versione imbruttita di Nanni Moretti, Kim Rossi Stuart, che nella parte di Tommaso si ritaglia monologhi di sedute psicanalitiche, e che dopo un tuffo onirico, anche interessante, ripropone fisime e scorci di interpretazioni davvero poco entusiasmanti, di puro contorno sono Jasmine Trinca, nella parte della fidanzata "con i denti brutti" e sopra le righe Cristiana Capotondi, la fidanzata "con una cosa sul labbro superiore". Critica diversa spetta invece a Camilla Diana, nella parte della cameriera spigliata ed un poco burina, che mette alle corde l'indeciso Tommaso, un personaggio ben scritto al quale la giovane attrice riesce a conferire le giuste sfumature senza strafare, equilibrata e sfaccettata. In definitiva però, anche se a volte non si va oltre il passabile da vedere con un lieve sorriso in bocca, e anche se questo è un film medio, forse anche leggermente sotto la media, certi momenti sono riusciti e sufficientemente riuscita è la pellicola, merito anche della colonna sonora, non priva di spessore che ci accompagna in maniera più o meno evidente in questa pellicola non eccezionale ma sufficientemente vedibile. Voto: 6

8 commenti:

  1. Mia moglie ha visto The dressmaker (io mi sono rifiutato :D) e gli è piaciuto abbastanza, a parte quella cosa che succede ad un certo punto che è rimasta di cacca..Mi hai incuriosito molto con la storia di Eddie The Eagle, è passato abbastanza inosservato sto film, peccato!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Molto inosservato in effetti, un gran peccato davvero, perché è un buonissimo film, divertente ed emozionante ;)
      Beh guarda Dressmaker è comunque una black comedy a tratti, però probabilmente hai fatto bene, anche perché ci si rimane di cacca non solo per quella scena, ma anche dell'intera pellicola, originale ma non perfetta :)

      Elimina
  2. Però sai che Tommaso mi intriga troppo, dato ciò che hai scritto nella recensione?
    Mi ricorda un sacco film tipo Mondo Candido XD

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh certo che ti piacciono! :D
      Comunque si, assomiglia un po' quei tipi di film ;)

      Elimina
  3. Fra questi ho visto solo The Lady in the Van. L'ho trovato carino e ne ho un piacevole ricordo.. lo rivedrei volentieri! :p

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, piacevole e gradevole anche se non eccezionale ;)

      Elimina
  4. Carino The Lady in the Van, mooolto British xD
    Comunque dalle mie parti sei stato premiato ^^

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Effettivamente anche troppo British, come ho anche scritto, cosa che non sempre è perfetto ;)
      Girano ancora premi? onorato, più tardi passo :)

      Elimina