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lunedì 20 gennaio 2020

Peterloo (2018)

Tema e genere: Pellicola di stampo drammatico/storico (ma anche film di guerra) che narra le vicende del massacro di Peterloo del 1819.
Trama: Nel 1819, a Manchester, in località St. Peter's Field una tranquilla manifestazione di lavoratori si trasforma in rivolta quando l'esercito britannico con il suo attacco causa numerosi morti e feriti.
Recensione: Dopo l'esperienza (non proprio felice a parer mio) del biopic su Turner, Mike Leigh torna a dirigere un film d'epoca che descrive, nei minimi dettagli, tutte le vicende che hanno portato alla manifestazione operaia a St. Peter's Field a Manchester ed i fatti che l'hanno iscritta nella storia come Massacro di Peterloo, una delle pagine più vergognose della storia britannica. La Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna aveva come scopo la cancellazione di trent'anni di storia iniziati con la Rivoluzione Francese, ma la Storia ormai aveva preso una piega tale che la fame e gli stenti di tanti non potevano più mantenere il benessere di pochi, arroccati su posizioni a dir poco medievali. Trattati come delle bestie le classi lavoratrici vogliono rivendicare i propri sacrosanti diritti e il regista mette perciò in opera uno dei suoi film più ambiziosi. Nulla da eccepire sotto il punto di vista tecnico. La ricostruzione d'epoca (costumi e quant'altro), i primordi della Rivoluzione industriale sono resi in maniera minuziosa (il film poi, presentato in concorso a Venezia 75, si apre con la battaglia di Waterloo e si chiude con la manifestazione di Peterloo, questo il nome poi attribuito all'evento, instaurando dunque un interessante rispecchiamento tra i due eventi storici), ma soffre di evidenti sottolineature nella narrazione. I personaggi sono alquanto schematizzati e tralasciando la mezz'ora finale dedicata al massacro di St. Peter's Field (polverosa, rumorosa, impeccabile nella sua orchestrazione e visivamente splendida, la scena della manifestazione, seppur in parte didascalica, resterà probabilmente come uno dei momenti più alti del cinema di Mike Leigh), Peterloo, la Waterloo della classe abbiente inglese, si riduce a due ore di comizio continuo che appesantisce oltremisura tutto il lavoro.

lunedì 3 giugno 2019

Maria Maddalena (2018)

Tema e genere: Dramma storico incentrato sulla figura di Maria Maddalena, descritta dai Vangeli e riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa (pochi anni fa), come l'apostolo donna di Gesù.
Trama: Maddalena lascia il suo villaggio di Magdala, in cui si sente stretta e costretta, per seguire Gesù e il suo rivoluzionario messaggio di amore. Un messaggio che la porterà a Gerusalemme e la vedrà diventare testimone della resurrezione di Gesù.
Recensione: La figura di Maria Maddalena è stata sovversiva e molto importante, anche se questo emerge con poca forza nelle scene più importanti del film, questo film, un film che, nonostante le buone intenzioni, appare un tentativo poco riuscito di rileggere in modo "rivoluzionario" e al passo con i tempi il messaggio evangelico, perché da una parte fraintende e banalizza la valorizzazione del femminile in atto da tempo nella Chiesa e dall'altra non riesce a trovare una chiave davvero interessante per dare rilevanza al mondo e ai personaggi che rivisita. Il film infatti, rifiuta le interpretazioni più note della figura di Maria Maddalena (che qui non è né la prostituta salvata da Gesù né una delle sorelle di Lazzaro) e si ispira al titolo di "Apostola degli Apostoli" conferito alla prima testimone della resurrezione, ma costruisce perlopiù un racconto "al femminile" che altro, un racconto che se nelle intenzioni del regista Garth Davis (al suo secondo film dopo il bellissimo Lion) voleva riabilitare la figura evangelica di Maria Maddalena (così come la Chiesa ha fatto nel 2016), e in parte ci riesce, non riesce invece a dare, a causa di una sceneggiatura incostante ed una regia eguale, spessore e profondità al personaggio della Maddalena (che è più uno stereotipo che una persona tridimensionale con cui creare empatia, anche se brava è Rooney Mara) e alla storia stessa (che non possiede la scintilla e la potenza adeguata). Per non parlare di tutti gli altri protagonisti, così come il film poco approfonditi. Facendo così risultare il tutto convenzionale. Siamo lontani anni luce dalle dissertazioni filosofiche adoperate da Martin Scorsese ne L'ultima tentazione di Cristo, dove era chiaro che il sacrificio finale rappresentasse l'unico significato alla venuta di Dio sulla terra. In Maria Maddalena, invece, non c'è alcun tipo di ragionamento di questo tipo. E' vero che la storia (gli ultimi giorni di vita di Cristo) ha un unico punto di vista, quello della Maddalena, ma al termine delle appesantite due ore di film, che destano un timido sussulto solo in alcune scene con protagonista Gesù, si ha come l'impressione che di questo film resti poco più che una superficiale storia di emancipazione femminile prendendo come esempio colei che nel Medioevo (ma anche ben oltre) fu tacciata di essere una prostituta da Papi misogini. Per veicolare questo messaggio non c'era però bisogno di rappresentare gli apostoli di Gesù come degli sciocchi, che attendono il Regno di Dio pronunciando parole poco credibili con espressioni del volto quasi ironiche. In tal senso, controversa per non dire di peggio (ma quasi sicuramente politicamente corretta), la scelta di affidare ad un attore di colore (Chiwetel Ejiofor) il ruolo dell'apostolo Pietro. Più interessante invece la figura di Giuda (Tahar Rahim), che tradisce Gesù non per denaro ma per disillusione, peccato che manchi un po' di complessità, che non avrebbe guastato per rendere il racconto (alquanto didascalico) un puro esercizio di stile. Il racconto infatti, insiste sulla poeticità delle immagini per compensare a una certa mancanza di sostanza. Non è un caso che la chiave del racconto (Maria è l'unica a capire il vero messaggio) risulti un po' annacquato nel tessuto di una storia che prima si sofferma a lungo sul tema del femminile schiacciato nella sua unicità, poi, quando mette in scena Gesù, si rifiuta di andare alle radici del suo annuncio eccezionale. Il Gesù di Joaquin Phoenix è un prescelto che sembra sempre un po' in trance, con lunghi momenti di "assenza", quasi sopraffatto dal suo stesso messaggio, che si oppone ai sacerdoti, ma non dice mai di essere Figlio di Dio e non offre il suo corpo e il suo sangue nell'ultima cena, non bene. Non bene come questo film, un film poco approfondito e molto patinato personalmente deludente, che solo in parte riabilita il personaggio di Maria Maddalena.

lunedì 15 ottobre 2018

Vittoria e Abdul (2017)

Cinque anni dopo il commovente PhilomenaStephen Frears con Vittoria e Abdul (Victoria & Abdul), film del 2017 diretto dallo stesso regista britannico, porta al cinema di nuovo una storia, dopo Florence, con una donna il cui carisma accentra ogni sguardo su di se, da parte sua Frears continua a concentrarsi, più che sulla storia che circonda i protagonisti, proprio sugli stretti rapporti personali e su cosa le persone sono l'una per l'altra. E in tal senso non è la prima volta che sul grande schermo vengono realizzati film basati su rapporti tra personaggi di spicco e servitù, eppure la pellicola affascina perché è ispirata liberamente a una storia vera, tratta dai diari (ritrovati nel 2010) che la Regina Vittoria scriveva in lingua Urdu, quando era ancora in vita, grazie all'insegnamento di Abdul. Il film infatti, basato sull'omonimo libro di Shrabani Basu, che racconta una storia quasi sconosciuta, perché volutamente tenuta nascosta e venuta alla luce solo poco tempo fa, porta in scena la storia della controversa amicizia tra la regina Vittoria alla fine del suo regno e un suo attendente di origine indiana, Abdul Karim, selezionato per la sua bellezza per consegnare una moneta all'imperatrice indiana durante una delle tante cerimonie di cui è fulcro e protagonista. Istruito a dovere sui movimenti da compiere e ammonito sugli sguardi da evitare, Abdul osa però incrociare quello dell'annoiata regina, scatenando un interesse che presto si trasforma in un'amicizia dai tratti decisamente poco convenzionali che durerà molto a lungo, nonostante tutti i tentativi di farlo fallire. Vittoria e Abdul è quindi soprattutto il ritratto di una donna potente e determinata, dopotutto a Stephen Frears (che con The Program convinse ugualmente) piace raccontare le grandi Regine, e sa farlo con eleganza, grazia e perspicacia, come aveva già dimostrato nel 2006 con il bellissimo The Queen e come fa anche in questo suo nuovo film, che vede l'ennesima collaborazione tra il regista e una delle signore del teatro e del cinema inglese, Judi Dench, già protagonista in due suoi precedenti lavori, Lady Henderson presenta e appunto Philomena, ma anche di un'amicizia che ha saputo superare differenze sociali e religiose. E in tal senso il film è diviso in due fasi dal punto di vista narrativo, con una prima parte ironica e divertente con diverse scene che strappano più di una risata, e una seconda che vira invece al sentimentale e commuove, ma nell'insieme si tratta di una piacevole e irriverente commedia.