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venerdì 26 marzo 2021

Le serie tv del mese (Marzo 2021)

E' tornato, con il secondo episodio speciale, Euphoria, stavolta incentrato su Jules, dal titolo F*ck Anyone Who's Not a Sea Blob. Il primo era incentrato su Rue e potete trovare il mio commento Qui, nel quale la ragazza esprimeva le sue emozioni in modo crudo al suo sponsor, questo secondo si concentra invece sulla prima seduta di analisi della transessuale Jules (Hunter Schafer), nella quale ella si apre con difficoltà e ci permette di esplorare in modo più profondo la sua personalità e i suoi dilemmi interiori. I due episodi sono inoltre collegati tra di loro, verso la fine vediamo infatti un evidente legame tra i due episodi. Ma mentre il primo speciale si mostrava studiato e calibrato su ogni singolo fotogramma, questo secondo titolo si rivela meno dinamico e magnetico, più legato a necessità riepilogative piuttosto che a un vero prodotto artistico autonomo. La seduta di analisi ci porta nelle problematiche di un adolescente in transizione, con le sue paure e le sue fragilità, attraverso un viaggio tormentato identitario e sessuale, travagliato da un rapporto con il materno devastato dall'alcolismo del genitore. Insomma, se il primo speciale di Euphoria ci mostrava la tragedia e la lotta perpetua di una persona con dipendenze, il secondo mira a mostrarci effetti e conseguenze nella vita dei suoi cari. La spessa rete di delusioni, affetto, paure e odio che Jules prova verso sua madre porta la ragazza alla ricerca di una figura simile su cui proiettare l'amore che per autodifesa non può rivolgerle. La qualità dei dialoghi è altissima e la regia pienamente adeguata, il tema trasversale della transessualità, poi, si dimostra molto ben costruito e preciso nel restituirne le complesse sfaccettature. Ciò nonostante, questo spaccato di storia non riesce a prendere e a trascinare così come ha dimostrato di essere in grado di fare il capitolo dedicato a Rue. In ogni caso questo nuovo speciale si dimostra all'altezza delle aspettative, confermando il buon livello della serie. Detto ciò, ecco, relativo a stagioni intere, e serie complete, cosa ho visto dall'ultima volta, tante belle cose, tre soprattutto.

Big Little Lies (2a stagione) - La seconda stagione di Big Little Lies lascia il sapore di un lussuoso prolungamento di un arco narrativo già abbondantemente esauritosi. Dopotutto la prima stagione era l'adattamento del romanzo omonimo di Liane Moriarty, questa seconda no. Tuttavia pur avendo più una rotta già tracciata da seguire, David Kelley e il suo team di autori ne trovano una nuova che non snatura i personaggi, ma parte da quanto accaduto per portarne avanti una evoluzione coerente. Un merito che va riconosciuto per quanto il viaggio (reso di suo però già arduo vista la difficoltà a questo giro di costruire la tensione, facilitata precedentemente dal senso di "tragedia annunciata" che pervadeva la prima stagione, ma qui mancante) non sia tuttavia privo di fastidiose turbolenze. Ancora una volta (ma più dell'altra volta), Big Little Lies si aggrappa al suo cast scintillante (ad una corona già ricca di gemme, la serie ha aggiunto in questa seconda stagione un gioiello ancora più splendente: Meryl Streep, alla iconica attrice viene affidato un personaggio difficile da gestire, ma che viene portato in scena con la convincente maestria di cui solo lei è capace) per nascondere dietro quell'arcobaleno di qualità i difetti di una scrittura che a volte inciampa rialzandosi in modo goffo. Tra bambini che sanno troppo e troppo in fretta e una scena conclusiva del season (finale che mette a rischio in maniera contraddittoria tutto quanto ognuna delle cinque amiche ha raggiunto in questa seconda stagione). Alla fine, Big Little Lies viene promossa ancora una volta. Ma la lode stavolta non la prende. La qualità sempre elevatissima della recitazione e di regia e fotografia offuscano sì le pecche di sceneggiatura, però non basta. Il risultato è tuttavia godibile. Voto: 7

Room 104 (4a stagione) - Si torna ad esplorare un'ultima volta la Room 104, con 12 nuovi episodi tutti da scoprire. In un viaggio finale che non si può certo definire sia stato indimenticabile, però neanche peggiore o migliore delle precedenti e della deludente terza stagione, ma semplicemente all'altezza delle (medie) aspettative. La quarta stagione sperimenta, l'esperimento non si può dire riuscito al meglio, ma comunque soddisfacente, non ci sono alti e non ci sono bassi, però ci sono episodi interessanti, piacevoli uniti ad alcuni semplicemente caotici. Come chi ha seguito lo show saprà (e per chi non l'ha fatto così è la cosa), nelle precedenti tre stagioni di Room 104, abbiamo assistito a una storia diversa e con differenti protagonisti in ogni episodio, tutte ambientate nella stanza che dà il titolo alla serie, andando ad assistere anche ad un cambiamento di genere dello show di puntata in puntata. La nota serie antologica infatti, ha esplorato vari generi: drama, comedy, horror e thriller tanto per citarne alcuni. In questa quarta (ed ultima) stagione c'è spazio anche per la dark comedy, la fantascienza e, anche per un episodio animato. Una ulteriore aggiunta di generi accompagnata da alcune canzoni originali interpretate dallo stesso Mark Duplass, presente per la prima volta in una moltitudine di ruoli, da sceneggiatore ad attore, regista e persino musicista dello show. Tra le storie che si avvicendano nella camera numero 104, quelle di un musicista che si esibisce in una performance di una sola notte facendo il tutto esaurito (è questo l'episodio con uno dei fratelli creatori dello show), una donna che combatte contro il suo oscuro passato a causa di una dipendenza (è Jillian Bell, una delle tante guest star, ad interpretarla), una terapista che cerca di aiutare il suo paziente (Dave Bautista come performance conferma di non essere solo un palestrato), un viaggio indietro nel tempo, uno schiuma party a metà degli anni '90, un episodio in stile cartone animato anni '80, e molto altro ancora, tra omaggi, un pizzico di magia e nostalgia. E insomma, al netto di alcuni inciampi, la vena surrealista e liberale della stagione che ha permesso al gruppo eclettico di registi e artisti di esprimersi audacemente, stimola e stuzzica, ed anche se convince a metà, riesce nell'intento di non compromettere (di nuovo) il lungo e tortuoso viaggio fatto. Nessun rimpianto, nessun rimorso. Da me sicuramente e spero anche dalla Room 104. Voto: 6

lunedì 5 ottobre 2020

[Cinema] Bellissimi coetanei (1985 Movies)

In occasione del Tag sui bellissimi coetanei cinematografici dello scorso anno, che consisteva nell'elencare i miei 10 film preferiti del 1985, l'anno della mia nascita (eccolo qui), ammisi, anche nominandoli, che alcuni titoli, anche importanti, di quell'anno, non avevo ancora visto. E così presi un impegno nel vedere quei film, recuperare appunto certi film da molti considerati cult o semplicemente bellissimi film. Di questi alcuni ho visto durante quest'anno appena trascorso (era luglio 2019), e sicuramente continuerò a vedere in futuro, tuttavia in questa occasione ne ho raggruppati quattro, due scelti già all'epoca e due, di cui ne ho sentito parlare in quest'ultimo periodo, aggregatosi successivamente, tutti comunque visti nei giorni scorsi. Nessuno mi ha troppo entusiasmato, ma contento di averli visti.

Phenomena (Horror/Fantastico 1985) - Un discreto film che, nonostante gli evidenti (immancabili) difetti di sceneggiatura, riesce a trasmettere fin dal primo minuto un elevato senso di angoscia e terrore, riconfermando l'incommensurabile genialità creativa di Dario Argento. Siamo sicuramente lontani dal livello di Profondo Rosso e soprattutto di Suspiria, ma Phenomena è comunque un bel film, un film dai contenuti interessanti (la diversità in primis) e con una discreta componente horror/splatter. La regia di Argento è memorabile (specialmente nella scena iniziale), così come la fotografia e la scenografia, elementi di spicco di quasi ogni suo film (il regista decide di ambientare tutto in una maestosa e sinistra scuola immersa nei selvaggi boschi svizzeri e questa scelta risulta vincente per trasmettere un senso di pericolo e solitudine perenni, è vero che questa impostazione potrebbe ricordare l'ambientazione di Suspiria molto da vicino, ma in questo caso vale il detto "squadra che vince non si cambia"). Degne di nota anche le prove attoriali, specialmente quella di Jennifer Connelly (già talentuosa e bellissima all'epoca, qui alla prima prova da protagonista), con Donald Pleasence che gli fa da spalla con consumato mestiere, mentre Daria Nicolodi non riesce del tutto a caratterizzare in maniera convincente un personaggio volutamente eccessivo e Dalila Di Lazzaro è relegata a un cameo tutto sommato inconsistente, oltre ad essere doppiata da un'altra attrice. Gli unici difetti di questo buonissimo film sono, come precedentemente detto, la sceneggiatura a tratti scricchiolante, ma comunque ben sviluppata (la trama infatti, malgrado assurdità clamorose e qualche rallentamento nella parte centrale, risulta piacevole e accattivante e vive il suo picco nel delirante finale terrorizzante e strampalato allo stesso tempo), il doppiaggio così così, e soprattutto la scelta di alcuni brani musicali (prevalentemente heavy metal) per niente attinenti alle scene dove sono stati inseriti. La colonna sonora dei Goblin, invece, è come sempre di un livello superiore alla media. In conclusione proprio non male questo film, un film di grande impatto e dalle idee interessanti che sa regalare (ancora) sani brividi. Voto: 7

venerdì 15 marzo 2019

The Post (2017)

E' di notevole interesse la questione dei rapporti tra potere politico e libera stampa e Steven Spielberg dirige con affinato mestiere due grandi interpreti, tuttavia la sceneggiatura non è particolarmente avvincente né scoppiettante ed il film non esce dai binari del convenzionale: un lavoro non innovativo rispetto ai numerosi film a tema "giornalistico". In questa ultima fatica del grande regista, The Post, film del 2017 diretto appunto dal regista americano, si parla, infatti, dei rischi che aveva corso la libera stampa negli Usa nel 1971 (Presidenza Nixon), dopo gli arroganti tentativi di imbavagliarla, quando erano state pubblicate dal New York Times alcune pagine blindate dei Servizi Segreti (Pentagon Papers) che permettevano di vedere chiaramente attraverso quale rete di menzogne e manipolazioni per circa trent'anni si fosse celato all'opinione pubblica il coinvolgimento militare degli USA nelle operazioni di guerra in Indocina (la guerra del Vietnam). Quattro presidenti americani di ogni fede politica, repubblicani (Eisenhauer) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson), non solo non avevano mai detto la verità al Paese, ma avevano fatto credere che la vittoria contro i vietcong, ovvero contro gli abominevoli comunisti, fosse imminente, cercando in tal modo di giustificare l'incremento sempre maggiore di risorse economiche e umane destinate dai loro governi all'infernale tritacarne di quella guerra, nonostante le disfatte militari e la morte dei soldati, non solo volontari ormai, fossero triste realtà quotidiana. Ma nonostante nel complesso sia comunque appassionante, anche perché il messaggio sembri, ancor oggi dopo 30 anni, attuale più che mai, nel film, un film abbastanza soddisfacente, con delle ottime interpretazioni, ma un po' carente nell'esecuzione, c'è parecchio potenziale sprecato nella scelta del regista di concentrarsi quasi esclusivamente sul punto di vista della redazione del Post e sulla figura di Katharine Graham, che, per quanto siano magnificamente rappresentati da delle ottime interpretazioni di Tom Hanks, Meryl Streep e Bob Odenkirk, rendono la vicenda un po' troppo ristretta. Il film avrebbe potuto giovare sicuramente nel mostrare di più la reazione del popolo americano dell'epoca, sui sentimenti di tradimento e di disprezzo nei confronti di chi credevano fossero stati fino ad allora dei leader onesti e giusti e che invece avevano mentito spudoratamente per anni sugli andamenti della guerra in Vietnam e su come l'intero scandalo dei Pentagon Papers avesse gettato le basi della presa di coscienza del popolo statunitense a non fidarsi mai completamente dei loro leader. Non lo fa, peccato, eppure questo è un film riuscito, soprattutto importante.

mercoledì 14 marzo 2018

Florence (2016)

Una storia ironica e molto divertente che ci restituisce un personaggio (poco conosciuto) che ha vissuto per il teatro e la musica e che sognava di potersi esibire sul palcoscenico nonostante l'evidente carenza di intonazione, questo è Florence (Florence Foster Jenkins), film del 2016 diretto da Stephen Frears. Il film infatti, tratto da una storia vera, come fu per il controverso ma discreto The Program e come spesso è insito nella filmografia del regista britannico, che non stupisce di certo per l'interpretazione di Meryl Streep, che già aveva dato mostra delle sue doti nell'interpretare la vecchiaia e la malattia, racconta la storia del soprano statunitense priva di doti canore, che aveva ispirato anche Marguerite di Xavier Giannoli (uscito l'anno prima e che ultimamente ho scartato), che riuscì ad esaudire il sogno di esibirsi in pubblico, nientemeno che al Carnegie Hall. La storia difatti e il film stesso (che nell'eleganza e nella struttura scenica e interpretativa è assolutamente riuscito), che sebbene sembri surreale nella sua trama nonostante riporti una storia vera, ci restituisce l'incredibile e grottesca biografia di una donna dal cuore d'oro, che cantava col cuore. Ottimista, malgrado la sventura di un primo matrimonio fallimentare, che le aveva lasciato come "regalo" solo la "sifilide" causa di danni articolari gravi, che le impedirono di coltivare la sua prima passione per il piano (e di avere figli), si dedicò quindi, alla morte del padre, che le aveva lasciato un ingente eredità, al canto lirico. E nonostante Florence sia completamente stonata e inadeguata, riesce a conquistare tutti con la sua passione che rende l'impossibile possibile. Lei infatti, nonostante i piccoli inganni del marito che a sua insaputa "compra" il pubblico e grazie all'approdo fortunoso del suo disco alla radio, allietando i militari che cercano distrazione in teatro durante le loro "pause" dalla guerra e dalla tragedia, conquisterà tutti, critici compresi, con un memorabile ultimo concerto.

sabato 22 aprile 2017

Suffragette (2015)

L'ambiente fumoso e soffocante di una lavanderia londinese d'inizio Novecento è lo scenario su cui si apre Suffragette, film del 2015 diretto da Sarah Gavron (al suo primo film di un certo peso) incentrato, come suggerisce il titolo, sulle battaglie del movimento femminile inglese per il riconoscimento del diritto di voto alle donne. Scritto da Abi Morgan (la stessa di The Iron Lady), Suffragette infatti, si propone di rendere partecipe il grande pubblico di una delle più importanti lotte per l'uguaglianza del '900, raccontando del movimento suffragista inglese, concentrandosi in particolare sulla parabola fondamentale dell'Unione sociale e politica delle donne, fondata da Emmeline Pankhurst nel 1903 con lo specifico intento di far ottenere soprattutto alle donne il diritto di voto, ma anche una vita più degna, difatti in un'epoca difficile per i membri della working class, essi venivano sfruttati, sottopagati, costretti ad orari di lavoro disumani, in contesti in cui la salute, quando non addirittura la vita stessa, era costantemente esposta al pericolo, se si era disgraziatamente donne l'esistenza era perfino più dura. Derise, inascoltate, vessate, private della loro voce, e perfino della dignità di esseri umani, non avevano il diritto di dire la loro, di opporsi ai soprusi, né tantomeno di esprimere la propria volontà attraverso il voto, del resto, dicevano i potenti: "le donne sono ben rappresentate dai loro padri, fratelli, e mariti", ed essendo denotate da un equilibrio mentale troppo labile, non farebbero che portare scompiglio se si concedesse loro l'accesso alle urne. È per contrastare questa indicibile vergogna sociale, che un gruppo di donne, capeggiate ovviamente dalla Pankhurst, iniziò a battersi, prima pacificamente, poi con iniziative di crescente disobbedienza civile, per ottenere finalmente il riconoscimento della parità di diritti. Il film infatti parte proprio da qui, dal momento in cui le suffragette, ormai consapevoli dell'inutilità della protesta pacifica, iniziano a prendere di mira le vetrine dei negozi, i mezzi di comunicazione, dando vita a quei disordini che la polizia londinese, incapace di gestire, tenterà di arginare con la persecuzione delle attiviste, braccando come criminali tutte le donne anche solo sospettate di essere coinvolte nel movimento, per poi sottoporle, una volta arrestate, ad ogni genere di maltrattamento ed umiliazione, in cui la misoginia del Potere trova la sua più meschina espressione.

lunedì 4 luglio 2016

Dove eravamo rimasti (2015)

Dove eravamo rimasti (Ricki and the Flash) è una drammatica commedia musicale del 2015 diretta da Jonathan Demme, premio Oscar nel 1992 per Il silenzio degli innocenti. Per questo suo film il regista si avvale di altri due premi Oscar, il sempreverde Kevin Kline, nel 1989 vincitore dell'Oscar come miglior attore non protagonista per Un pesce di nome Wanda, e sfruttando anche la sua amicizia e la passione in comune per la musica (nel caso della pellicola rock), della straordinaria regina e primatista di nomination all'Oscar (19), Meryl Streep, vincitrice comunque di ben 3 premi Oscar, l'ultimo nel 2011 (The Iron Lady). La pellicola racconta di Ricky Randazzo (vero nome Linda Brummel, ovvero la Streep), cassiera di un supermercato con un'enorme passione per la musica rock, tanto da aver fondato un complesso, chiamato The Flash (che non ha niente a che vedere con il supereroe della DC Comics o la serie tv), col quale suona cover di artisti musicali statunitensi in un affollato locale della California. Ma Linda, dietro le apparenze di una chitarrista rock energica e spregiudicata, nasconde anche una storia famigliare molto complessa e travagliata, ha infatti avuto tre figli, due maschi e una femmina, dal marito Pete (Kevin Kline), con cui ha successivamente divorziato, e si è sempre mostrata una madre inconcludente e irresponsabile. Intenzionata a recuperare l'affetto dei figli e, inconsapevolmente, se non l'amore, almeno la stima di Pete, decide di ricomparire per una settimana nella vita della sua famiglia per fare un disperato tentativo nel quale nemmeno lei crede poi fino in fondo. Scopre che la complessata e sciatta figlia Julie, preda degli psicofarmaci e aspirante suicida, ha appena concluso un devastante matrimonio con un ragazzo ben poco raccomandabile, che il figlio maggiore Joshua sta a sua volta per convolare a nozze con una bella e simpatica fidanzata e che l'ultimogenito Adam è omosessuale. È troppo, Linda preferisce la vita disinteressata della rockstar, lontano dagli impegni sentimentali e immersa in quell'alone impenetrabile di divertimento fine a sé stesso e successo a portata di mano. Ma non per questo rinuncerà a mostrare ai famigliari la sua tenacia nel volersi ritagliare un posto all'interno di un gruppo che l'ha sempre screditata per il suo consueto comportamento scriteriato, e lo farà esibendosi con la sua band (della quale fa parte anche il fascinoso chitarrista Greg, suo attuale compagno, interpretato dal rocker australiano Rick Springfield) al matrimonio di Joshua, regalando a tutti quanti il miglior dono che potevano sperare da lei.

mercoledì 20 aprile 2016

Into the woods (2014)

Into the woods è quel genere di film che generalmente e praticamente odio, ma che inconsciamente piace, perché i musical sono fatti per divertire, per mettere allegria, con messaggi positivi e importanti o almeno i più conosciuti. Certamente però questo non è dei migliori, anzi, dal regista di Chicago (Rob Marshall), un film icona del genere e molto bello, nonostante appunto non piace, mi aspettavo qualcosa di più energico, più vivace ma soprattutto meno scemo e meno caricaturale di questo film musicale del 2014 (di produzione Disney), basato sull'omonimo musical di Stephen Sondheim (lo stesso autore del musical Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street, secondo me il migliore in assoluto, di cui hanno fatto un film con Johnny Depp che qui fa la parte del lupo cattivo abbastanza anonimamente) che si ispira a celebri fiabe tradizionali come Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Raperonzolo dei Fratelli Grimm e Jack e la pianta di fagioli. Il film infatti intreccia queste opere situandolo in un mondo alternativo delle fiabe Grimm, e le estende per scoprire le conseguenze dei desideri e delle missioni dei personaggi, individui alle prese con le proprie scelte di vita, desideri e aspirazioni, in una moderna e favolistica versione. Comunque la storia segue le classiche vicende di queste fiabe, ma in modo originale coinvolgendo un fornaio (James Corden) e la sua bella moglie (Emily Blunt), che rendendosi conto che non possono generare figli, che il loro desiderio di formare una famiglia andrà in pezzi, a causa della maledizione di una strega (Meryl Streep), intraprendono un viaggio nel bosco per trovare gli oggetti necessari per spezzare l'incantesimo, e questo porterà loro alla conoscenza di varie forme di vita residenti nel bosco. Anche se la narrazione e la storia sembrerebbe andare in contro a sentimentalismi inutili e quant'altro di produzione Disney, sorprendentemente non è così, infatti le atmosfere dark non si annacquano, anzi, grazie anche alla convinzione degli interpreti conserva una rinfrescante dose di humour nero, la parte migliore di tutte. La morale della favola, ovviamente, resta: occhio a quel che desideri e attento, perché i bimbi ci guardano. Ma è meno stucchevole di quel che si aspetterebbe. Interessante e importante poi,  l'idea del doppio finale: si può infatti scegliere fra il primo finale, che fa terminare la storia nel classico "E vissero per sempre felici e contenti", e il secondo, che fa riflettere sulle conseguenze dei nostri desideri e sull'eredità che lasciamo ai nostri figli.

martedì 15 settembre 2015

The Giver: Il mondo di Jonas (2014)

Continua il filone fantascientifico di mondi distopici del cinema per 'ragazzi' tratti da romanzi, dopo Divergent/Insurgent, Maze Runner, Hunger Games è il turno di The Giver: il mondo di Jonas,  film del 2014 diretto da Phillip Noyce, che a differenza degli altri ho apprezzato di più. Questo film è l'adattamento cinematografico del romanzo fantascientifico distopico The Giver: Il donatore di Lois Lowry (primo capitolo di una fortunata serie di cui fanno parte anche i romanzi La rivincita, Il messaggero e Il figlio). Da qualche parte nel tempo e nel mondo esiste una società che ha scelto come valore l'uniformità. Immemori di sé e della loro storia, uomini, donne e bambini vivono una realtà senza colori, senza sogni, senza emozioni, senza intenzioni. Per loro decide un consiglio di anziani, riunito periodicamente a sancire i passaggi evolutivi dei membri della comunità. Durante la Cerimonia dei 12, che accompagna solennemente gli adolescenti verso la vita adulta affidando loro il mestiere che meglio ne identifica le inclinazioni, Jonas (Brenton Thwaites) viene destinato ad 'accogliere le memorie' di una storia che non ha mai conosciuto. Figlio di madri biologiche (tra cui Katie Holmes e padre Alexander Skarsgård) preposte allo scopo e assegnato successivamente all'unità famigliare che ne ha fatto richiesta, Jonas è un adolescente eccezionale con un dono speciale, quello di sentire. Preposto al ruolo di accoglitore di Memorie, Jonas è affidato a un donatore, un uomo anziano e solo che porta dentro di sé tutta la bellezza e la tragedia dell'umanità. Tutte quelle emozioni negate alla sua gente perché il mondo resti un luogo di pace e torpore. Intuita la sensibilità del ragazzo, il donatore lo condurrà per mano dentro la vita, spalancandogli la strada che conduce al libero arbitrio.