giovedì 8 novembre 2018

The Affair (4a stagione)

E' giudizio unanime che le prime due stagioni di The Affair siano considerate un grande esercizio di stile e scrittura, e quindi una delle serie drammatiche più innovative, intriganti ed intensa degli ultimi anni (sopratutto per la sua formula, quella di raccontare il tutto da un punto di vista diverso ogni volta, qui la recensione di entrambe), altrettanto unanime è il giudizio alla poco convincente terza stagione, colpa di una narrazione confusionaria e strana (qui la recensione), non è altrettanto unanime invece il giudizio a questa quarta stagione appena conclusa (son passati due mesi), alcuni per esempio affermano che la serie sia tornata ai suoi fasti, che sapendo rimediare ai propri errori sia riuscita a migliorarsi e superarsi, io invece, pur ammettendo che un piccolo passo avanti sia stato fatto (di certo non tecnicamente, perché musiche, scenografie e quant'altro siamo allo stesso discreto livello di tutte le altre stagioni) affermo di non esser d'accordo. La serie infatti, anche se è tornata ad essere un racconto corale, con un ritmo più serrato, e un sottile ma decisivo senso di mistero, non mi ha soddisfatto pienamente. Colpa non solo della struttura, che torna parzialmente indietro, la rigida alternanza di punti di vista non c'è più e viene sostituita da una più semplice divisione degli episodi in capitoli dedicati a questo o quel personaggio (quasi rinnegando il suo punto di forza che ha fatto la fortuna della serie), ma anche della sua narrazione, che si concentra forse troppo all'aspetto più drammaturgico della vicenda. Non è un caso che il finale di stagione di The Affair 4 (una stagione in cui l'amore e la morte sono stati più che mai temi dominanti, con le due puntate conclusive, in particolare, incentrate interamente sul concetto della perdita: una perdita da elaborare attraverso il lutto o una perdita a cui prepararsi, consapevoli del dolore imminente e inesorabile), sia segnato dalla morte di uno dei personaggi storici, alla fine però di un percorso non sempre convincente. Perché certo, del deludente e scarso coerente epilogo della scorsa stagione non c'è inizialmente più traccia, la quarta stagione infatti (che dice finalmente adieu agli idilli romantici parigini e alla professoressa Juliette Le Gall) ricomincia con un'inedita e nuova ambientazione (sulla West Coast), ma a dominare l'attenzione c'è solo l'improvviso addio a uno dei quattro protagonisti storici della serie firmata da Sarah Treem e Hagai Levi, un addio certamente sconvolgente ma ambiguo, strano e furbetto.
C'è da chiarire infatti molti punti oscuri, durante il season finale difatti, la scrittura sembra (anche se a conti fatti ci sarebbero pochi dubbi sulla colpevolezza della new entry maschile) rimanere volutamente ambigua, quasi per avere in questo modo materiale in futuro (esattamente come accaduto con Scotty nel secondo capitolo della serie), giacché niente di più facile intuire che l'ultima stagione (per il quale, a questo punto, è lecito nutrire più di una perplessità, poiché dopo il suo splendido esordio e una seconda stagione più che discreta, la serie ha risentito di impasse e scelte narrative discutibili, passi falsi che, in diverse occasioni, hanno penalizzato anche questa quarta stagione, con un "quinto atto" già approvato da Showtime) giri proprio intorno a questo aspetto (la morte "improvvisa" di Alison). E insomma tanti sono i dubbi (futuri e non), tanti sono i tentennamenti nei confronti di questa quarta stagione, su cui però è utile fare un riepilogo ed elaborare qualche considerazione a proposito del season finale di The Affair, ma anche del suo season iniziale. Come da tradizione per la serie, il primo segmento del nuovo ciclo è tutto dedicato al personaggio interpretato da Dominic West: un personaggio che, dall'inizio della serie, è passato attraverso gigantesche trasformazioni nella propria carriera e nella propria vita privata. Adesso lo ritroviamo ai "nastri di partenza", e in una condizione non troppo soddisfacente: abbandonate (almeno per ora) le velleità da romanziere, l'ex galeotto Noah ha accettato un impiego come docente di letteratura in un istituto in un sobborgo popolare di Los Angeles, in cui deve confrontarsi con il disinteresse, la maleducazione o l'aperta ostilità dei propri studenti. E mentre la sua passione per la letteratura, ma anche lo smarrimento e la silenziosa frustrazione rispetto agli scarsi risultati ottenuti, lo porta ad aiutare uno dei suoi allievi, il suo aspetto riguardante la sua vita familiare rimane inevitabilmente dolorosa, la relazione sempre più logora con i suoi due figli più piccoli, la paura di restare escluso dalla loro quotidianità e le evidenti tensioni con Helen. A proposito di quest'ultima, è lei ad offrire la sua prospettiva nella seconda metà del primo episodio. Moglie e madre di famiglia affettuosa e pragmatica, costretta a rimettere insieme i tasselli della propria vita dopo il tradimento e l'abbandono del marito Noah, Helen si è sempre rivelata un delizioso concentrato di (auto)ironia e di insicurezze, pure per merito della sua interprete, la bravissima Maura Tierney (che due anni fa, per questo ruolo, ha ricevuto il Golden Globe come miglior attrice supporter).
La Helen del primo episodio è una donna che sembrerebbe avere tanti motivi per sentirsi appagata, ma che ciò nonostante continua a soffrire di una sommessa, misteriosa inquietudine: un'inquietudine che si manifesta all'improvviso attraverso immaginarie scosse di terremoto. Helen attribuisce le proprie paure al fantomatico spauracchio del Big One, nonché a una generale insofferenza ai ritmi della California, ma le sue piccole e grandi nevrosi sono all'origine dei momenti più divertenti dell'episodio: i vivaci scambi di battute fra lei e Vik Ullah (Omar Metwally), diventato primario di chirurgia, quelli con il suo psicologo, il dottor Ezra Kaplan (Michael Gross), e le irresistibili schermaglie in cucina con Priya (Zenobia Shroff), l'invadente madre-gorgone di Vik. Insomma la sceneggiatura torna a regalare a Helen delle battute strepitose: si veda, ad esempio, la serafica reazione della donna alla possibile omosessualità del figlio Trevor. E ancora una volta dalla giustapposizione fra il suo punto di vista e quello di Noah, due narratori non completamente affidabili, emerge l'autentico nucleo della serie: una riflessione, in chiave soggettiva, sull'infelicità umana, sul nostro approccio alla realtà circostante e sulle relazioni con gli altri. E quindi pur senza attestarsi come una puntata particolarmente memorabile nella storia di The Affair, la premiére (in cui risulta del tutto assente l'altra grande protagonista, la Alison Bailey di Ruth Wilson) segna un superamento dell'impasse della scorsa stagione, peccato che nel prosieguo la serie non riesca ad evitare l'effetto déjà-vu, anche perché la componente thriller viene relegata, come da regola, a un brevissimo flashforward iniziale, con l'accenno a un subplot giallo decisamente troppo vago e poco interessante. Mentre sul piano della tensione, l'unico colpo viene assestato nell'epilogo, con un cliffhanger "sconquassante". E arriviamo quindi direttamente alla conclusione di queste suddette vicende che, come già anticipato, accennano ad un subplot che vedono ovviamente, e prevedibilmente, l'uscita di scena di Alison, lei che praticamente grava sul finale di stagione. A proposito di ciò, se il suo percorso risulta piuttosto ripetitivo, il colpo di scena della sua morte viene sfruttato dagli autori nella maniera peggiore possibile, l'annuncio arriva infatti al termine dell'ottavo episodio con una semplice telefonata, in un contesto alquanto stonato. Come alquanto stonata è la puntata nove, dove in due declinazioni differenti ci viene proposta la sua "ingloriosa" e poco sensata fine.
Nel finale si torna invece alla molteplicità delle prospettive, con una significativa variante: tre segmenti affidati alla focalizzazione dei tre "superstiti" del quartetto originale di The Affair. A partire dal Noah Solloway di Dominic West, giunto all'Università di Princeton insieme al proprio pupillo, Anton Gatewood (Christopher Meyer), al quale terrà compagnia ad un seminario di scrittura creativa. Questa quarta stagione, per Noah, ha rappresentato un ideale percorso di "responsabilizzazione", dal ritorno al ruolo di insegnante all'impegno in qualità di mentore per il talentuoso Anton, che nell'ultima puntata dimostra di aver "imparato dal maestro": il suo breve scritto dedicato a un uomo che, parafrasando Walt Whitman, "contiene moltitudini", suscita la furia di Noah, soggetto della descrizione "deformata" di Anton, ma al tempo stesso lo costringe a guardarsi allo specchio. Noah, elogiato dagli studenti di Princeton per la sua abilità nell'esplorare la mente femminile, è cosciente di aver fatto esattamente lo stesso: sfruttare la propria esperienza a favore della creatività di scrittore, a dispetto dei rischi e dei "danni collaterali". Passiamo così all'altro ex coniuge di Alison, il Cole Lockhart di Joshua Jackson: da sempre l'anello debole (narrativamente e personalmente parlando) di The Affair, e anche quest'anno penalizzato da una storyline non particolarmente riuscita. Cole, da sempre innamorato di Alison, deve far fronte a un durissimo lutto, acuito da una bizzarra cerimonia funebre in spiaggia e dalla propria "fuga" con l'urna contenente le ceneri della ex moglie (decisamente un po' troppo). Il resto di questo segmento è composto dai vari confronti che aiuteranno Cole a recuperare un qualche equilibrio: con Noah, l'altra persona in grado di comprendere il suo dolore, con la madre Cherry (Mare Winningham) e, ancora una volta, con sua moglie Luisa (Catalina Sandino Moreno), pazientemente disposta a comprendere i sentimenti contrastanti dell'uomo. Ecco però che a due settimane dalle esequie di Alison si torna all'estremità opposta degli Stati Uniti, a Los Angeles, al capezzale di Vik Ullah (Omar Metwally), la cui salute è sempre più minata dal cancro.
La vicenda di Vik e della sua compagna, la Helen Butler di Maura Tierney, è stata quanto mai drammatica nell'arco di questa quarta stagione, con svolte che, in alcuni casi, sono apparse forzate o scontate. E tuttavia nonostante i difetti di questo subplot (anche perché per quasi tutta la stagione la sua sembra una storia accessoria, un binario parallelo a quello di Noah-Cole-Alison, da riempire di scene quasi più per amicizia che per vera necessità, che poi non che non sia interessante, con la vicina di casa libertina che seduce sia lei che Vik, ma per diverso tempo sembra di guardare un'altra serie, quasi uno spinoff), Helen rimane comunque il personaggio più interessante di The Affair (non è un caso che il cerchio si chiuda proprio con lei che guarda verso il sole e pensa al futuro con un sorriso), o quantomeno il più carismatico e vitale: e perfino in una situazione del genere, la Tierney sa conferire a Helen la sua consueta, irresistibile ironia. Si veda, ad esempio, la serafica ma sferzante replica della donna (oltre a quelli già citati) alla viziatissima figlia Whitney. Oltre alla malattia del compagno, nelle sequenze finali dell'episodio conclusivo Helen deve affrontare un carico di stress non indifferente: la sgradevolezza dei genitori di Vik, i rimproveri di Whitney e, non ultima, la sua vicina di casa Sierra (Emily Browning), che non solo le dichiara il proprio amore, ma con il più canonico e prevedibile dei twist rivela anche di essere incinta di Vik. A proposito di quest'ultima, dalla scappatella con Vik alla parentesi saffica con Helen, Sierra ha contraddistinto i momenti in assoluto meno convincenti di una stagione che, purtroppo, ha risentito di un grave limite: la coesistenza di sotto-trame talvolta fiacche e quasi sempre scollegate l'una dall'altra. Una contraddizione del principio alla base di The Affair, nonché della principale ragione del suo fascino: la pluralità di differenti sguardi sulla medesima vicenda, rivissuta di volta in volta secondo la soggettività dei sentimenti e della memoria. E quindi del The Affair di oggi, spiace dirlo, ormai non resta che un'ombra della serie innovativa e avvincente che abbiamo conosciuto quasi quattro anni fa, anche se tuttavia a risollevare il giudizio, non solo su un finale non così incisivo, dove però una scena magnifica cattura nella sua semplicità, il dialogo tra i due ex coniugi (che nella rispettiva sofferenza ritrovano un punto di contatto, di condivisione e di conforto), ma su tutta la serie, c'è comunque la carica emotiva, forse banale ma efficace e profondamente toccante. Voto: 6,5

6 commenti:

  1. Non guardo più serie tv da almeno dieci anni, tranne qualche puntata random incrociata su Italia 1 nel pomeriggio.
    Quindi posso solo dirti che Joshua Jackson è sempre un figo da paura, anche se ai tempi di Dawson's Creek mi stava quasi antipatico.
    Ecco, vedi che torniamo sempre lì? Dovresti recuperarla. :P

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma io non ho mica detto che non l'ho vista, ma che non mi piaceva tanto e che non mi è rimasta impressa, tanto che rivederla non farei proprio mai, ho già dato :D

      Elimina
  2. Proprio per l'orribile terza stagione questa quarta mi è sembrata ancora più una meraviglia. Sarà che anche l'apparente sottottrama di Helen aveva dalla sua il giusto appeal, sarà che si torna a scrivere scene e dialoghi come si deve, anzi, meglio.
    Per me, personaggio più completo e più bello resta Cole, con l'episodio a lui dedicato che mi ha spezzato il cuore. Ora che anche lui sembra non tornare per il prossimo anno, temo si rovini tutto. Visto il finale più che soddisfacente, la si poteva chiudere qui, ne sarei stata contentissima.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sul fatto che la si poteva chiudere qui ti do (nonostante qualche mio dubbio) assolutamente ragione, anche perché senza non uno ma due personaggi "chiave" tutto potrebbe essere forzato in futuro, ma su altro non tanto, anche se scene e dialoghi effettivamente sono nuovamente di livello ;)

      Elimina
  3. Hai raccontato una serie di cose che non tollero: si va sempre più nell'assurdo, nel forzato (specie coi tempi). A meno che non si tratti di parodie grottesche (vedi Twin Peaks) ho sempre evitato storie simili.

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Nell'assurdo non proprio, nel forzato un po' sì, ed è comunque un peccato visto l'eccezionalità iniziale ;)

      Elimina