martedì 21 marzo 2017

The Affair (3a stagione)

L'aggettivo che più si addice alla terza stagione di The Affair, la serie tv di Showtime acclamata da pubblico (anche da me, qui) e critica nei primi due cicli, è 'strana'. Complice il fatto che la stagione 2 aveva chiuso il cerchio della storia, complice il fatto che la terza nell'intenzione iniziale degli ideatori Hagai Levi e Sarah Treem doveva essere il capitolo finale ma il telefilm è stato rinnovato per un quarto ciclo, c'è stata quindi un po' di confusione narrativa (forse troppa) fin dalla premiere di stagione. Certo, dopo due stagioni era chiaramente improponibile continuare a raccontare le conseguenze drammatiche della relazione adultera tra Noah e Alison e il disfacimento inarrestabile delle loro famiglie con la necessario riassestamento nelle vite anche dei loro ex coniugi Helen e Cole, soprattutto perché il season finale del secondo anno aveva mostrato un Cole finalmente in cammino verso una nuova serenità con Luisa e un Noah volutamente sacrificatosi prendendosi la colpa della morte di Scotty pur di salvare il presente di Helen e Alison. Iniziare la terza stagione con un salto temporale di tre anni era perciò una necessità comprensibile, dal momento che permetteva di avere tutti i personaggi (incluso un Noah appena scarcerato) in una situazione differente da cui ripartire iniziando un nuovo viaggio che si sperava fosse interessante. Ma un viaggio verso dove? Su che strade? In compagnia di chi? Proprio il non aver saputo rispondere in maniera interessante a queste tre domande è la condanna di questa stagione, dato che la stessa rimane impressa nella mente dei suoi appassionati come quella del vorrei ma non so come fare. Esemplare, in questo senso, il percorso di Helen che rincorre disperatamente Noah invece di guardare al presente che ha creato con Vik ed è disposta a distruggere la rinnovata serenità familiare, che il fin troppo comprensivo dottore ha portato (venendo accettato in pieno dai ragazzi), per espiare la colpa di essere stata la ragione dell'immolarsi dell'ex marito. Un andirivieni umiliante per un personaggio che finisce per farsi odiare per la sua caparbia insistenza nel fare le scelte sbagliate, al punto che anche la confessione finale diventa l'occasione per mostrarsi inopportuna invece che per una necessaria catarsi. Il season-finale potrebbe suggerire una finalmente ritrovata consapevolezza, ma dura troppo poco per essere sicuri che non si tratti di una accettazione forzata di una situazione indesiderata. Anche se è il nono episodio che si è però dimostrato più risolutivo del finale, con Helen in gran forma che si conferma (nonostante tutto) il miglior personaggio di tutta la serie.

Ma la pecca, forse, maggiore di questa terza stagione è stata rinunciare alla coralità che aveva caratterizzato le prime due annate, mostrando come la stessa verità potesse essere diversa a seconda di chi la racconta. Al contrario, fin dalla premiere, è stato chiaro come l'occhio di bue sarebbe stato puntato non più in maniera paritaria sui quattro personaggi originali, ma piuttosto su uno solo di loro, caricando il peso della serie su quello che meno era risultato apprezzato dal pubblico. È Noah, infatti, il vero protagonista di questa terza annata. Lo scrittore che nel proprio curriculum ha troppi pochi libri e troppe relazioni andate male è al centro di due storyline distinte che corrono parallele intrecciandosi casualmente, ma risultando sovrabbondanti, noiose e per niente incisive, mettendo i bastoni nelle ruote al percorso che sembrava promettere bene e che invece ha ricevuto un brusco rallentamento. Un percorso che ha voluto mostrare le conseguenze della scelta di Noah (Dominic West) di prendersi la colpa al posto delle due donne della sua vita, l'ex moglie Helen (Maura Tierney) e l'attuale moglie-ex amante Alison (Ruth Wilson), per l'omicidio del fratello di Cole (Joshua Jackson), proprio quando quest'ultimo stava per scoprire di essere il padre della piccola Joanie. Non più flashforward come nelle prime due stagioni che mostravano l'affair del titolo (della serie) e le indagini e il processo sull'omicidio di Scotty, bensì flashback sulla vita di Noah in prigione, dato che il racconto ricomincia tre anni dopo, una volta che lui è uscito. Un racconto che si concentra forse fin troppo sul personaggio di Noah (perché è inutile negarlo, è il meno amabile della serie, narcisista, stronzo ed egocentrico nonché pazzo) e su ciò che l'uomo ha dovuto affrontare dietro le sbarre, ovvero un'apparentemente pericolosa guardia (un quasi irriconoscibile Brendan Fraser, inaspettatamente convincente nel suo ruolo di una guardia carceraria immotivatamente sadica) e soprattutto un confronto con i demoni del proprio passato per far venire alla luce un terribile segreto di famiglia che lo tormenta da sempre.

Raccontata così questa storia poteva anche essere interessante, ma finisce per non esserlo affatto dal momento che troppo spesso Noah sembra girare a vuoto cambiando idea da un episodio all'altro con troppa repentina facilità. Anche la sotto-trama con lo stesso John Gunther (la guardia) si rivela, infine, un diversivo superfluo dal momento che non si interseca, se non marginalmente, con quella principale e alla fine trova la sua motivazione in un evento occorso decenni prima che non si capisce bene perché riemerga con tanta prepotenza proprio ora. A peggiorare il tutto, il season finale che sembrerebbe riportare tutto al punto di partenza dopo un ennesimo salto temporale (seppur di minor durata) quasi rinnegando quanto avvenuto fino a quel momento. Vittime principali di questa fissazione degli autori per Noah, sono stati Cole e Alison che addirittura in quattro episodi su dieci non appaiono proprio. Se, infatti, Helen ha avuto un minutaggio sufficiente grazie alle sue interazioni forzate con Noah, i due ex coniugi hanno visto il loro spazio ridursi così tanto da sembrare a momenti quasi delle riserve di lusso, messe in campo solo come omaggio al tempo che fu e occasione per far sedimentare le storie di Noah e Helen. Poco tempo e sfruttato anche male con le vicende a Montauk che a tratti hanno avuto come maggior punto di interesse la metamorfosi di un comprimario come Oscar, improvvisamente diventato buono e saggio e amico di tutti. Una evoluzione radicale che è invece è mancata del tutto per Cole ed Alison. La pur brava Ruth Wilson si ritrova a riproporre il ruolo della madre tormentata per un figlio perduto, con la sola radicale differenza che stavolta la piccola Joanie non è morta, ma è solo stata abbandonata da una Alison che necessitava cure psichiatriche. Che questo comporti la perdita dei diritti genitoriali appare a tratti persino eccessivo dal momento che l'abbandono, pur scorretto nei modi e nei tempi, è comunque motivato da problemi documentati. Che Cole reagisca in maniera tanto esagitata è forse comprensibile e accettabile. Ma che questo diventi un motivo per intrecciare una nuova relazione chiaramente senza futuro è un tornare indietro privo di alcun senso logico o sentimentale. 

Si deve, quindi, intendere che Luisa è stata per Cole solo il classico chiodo scaccia chiodo? Una terza stagione che rinnega quanto visto nella seconda? Così sembrerebbe visto anche il seminare indizi su qualche nuova attività losca di Cole. Ma tutto alla fine si scioglie in un improvviso happy ending con Luisa come deus ex machina e Alison serena e gaudente in cerca di nuove opportunità lavorative. Accettate o meno? Impossibile saperlo perché il season-finale lascia i due da parte come se dare le risposte alle domande lasciate aperte non fosse competenza della serie. Non solo, la terza stagione ha voluto mostrare anche le vere conseguenze dell'affair per tutti i protagonisti (figli e nuovi compagni compresi) e portarli a fare delle scelte 'definitive' per la propria vita (coniugale e non). Ecco perché hanno acquisito maggior importanza Luisa (Catalina Sandino Moreno) e Vic (Omar Metwally), le nuove persone nella vita di Cole e Helen rispettivamente, tra alti e bassi. C'è stata addirittura una new entry in questo senso, Juliette (Irène Jacob), inserita addirittura in aggiunta ai quattro punti di vista dei protagonisti con cui viene raccontata questa storia, ma solamente per due episodi. Un personaggio forse troppo poco incisivo quello della professoressa francese all'università dove trova lavoro Noah una volta uscito di prigione, per poter entrare nel cuore degli spettatori. Ma oltre all'affair del riavvicinamento fra Cole e Alison, c'è stato soprattutto un mistero (chi ha pugnalato Noah?) che hanno fatto da fil rouge a quasi tutta la stagione, ma non è servito a migliorare, perché poco importante, poco interessante. 

The Affair 3 è stata quindi una delusione? In parte sì e in parte no. La scrittura è rimasta la sua forza letteraria, dialoghi non banali e rivelatori dei dilemmi interiori dei protagonisti e di ciò che l'affair ha davvero significato per loro, quasi un punto della situazione e riassunto delle scelte precedenti. Forse un po' ridondante, non essendo stata questa un'ultima stagione e avendo lasciato il racconto in sospeso nel finale in maniera fin troppo incerta. Una sorta di redenzione per Noah come padre dopo che aveva fallito come marito, senza però risoluzione vera e propria, ancora una volta. Il sesso è rimasto la sua chiave per leggere i personaggi e il loro mondo, per raccontarceli tra errori, fragilità e complicazioni e il doppio punto di vista ci ha nuovamente ricordato, anche senza interrogatori per un caso di omicidio, quanto ognuno di noi alteri la realtà quando vuole raccontarla, o semplicemente ricordarla a se stesso. Ma a salvare la terza stagione di The Affair da una bocciatura senza appello restano le performance attoriali del cast che riesce a regalare momenti intensi e scene toccanti o anche inquietanti. Piccole fiammelle che lasciano accesa la speranza che gli autori abbiano commesso solo un passo falso da cui poter ripartire con nuove scarpe. Resta insomma da capire cosa faranno gli autori per la quarta (e a questo punto si spera ultima) stagione, per dare una conclusione degna ad un racconto che ha fatto dell'originalità il suo punto di forza, perdendosi poi lungo la strada. Ci possiamo sentire traditi come spettatori, ma resta ancora un pizzico di passione nel dare fiducia agli autori per l'ultima volta, poiché c'è una quarta stagione già confermata per scoprire se ne saranno davvero capaci. Io spero di sì, intanto il giudizio non può che essere solo sufficiente. 6/10

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