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lunedì 8 aprile 2019

Justice League (2017)

Dopo il film che ha chiuso, ma non definitivamente, il percorso produttivo ed artistico della casa delle idee, ecco finalmente il film della sua rivale, che con Justice League prova a replicare quel fantasmagorico successo, ma come già capitato in altre occasioni, non ci riesce. Il confronto, perché è ovvio in questo caso fare dei confronti, dopotutto il dualismo tra Marvel e DC Comics che ha sempre connotato il pantheon supereroistico dall'epoca delle strisce a fumetti si è evoluto ed è continuato imperterrito anche nel cinema, perciò è giusto e normale farlo, è infatti impietoso, l'enfasi epica è carente, le coreografie di combattimento inesistenti, buoni certamente gli effetti speciali (ma questa non è una sorpresa), ma il resto lascia a desiderare, e gli unici picchi emotivi sono conferiti dalla colonna sonora. Difatti, anche se la struttura è identica a quella di The Avengers, per filo e per segno, il team che si riunisce, le Scatole Madri al posto del Cubo Cosmico, il primo round con il cattivo, l'innocua scazzottata tra supereroi e lo scontro finale, e paradossalmente abbia lo stesso sceneggiatore, il risultato è completamente diverso. La Marvel con il suo MCU ha trovato la quadra per collocare i suoi eroi in un universo transmediale che fonde abilmente le storie in un unicum fatto di fumetti, videogiochi, serie tv e film, con questi ultimi capaci presumibilmente di riprenderne le caratteristiche fondanti del fumetto e innervarle di una sana ironia sdrammatizzante. Questa formula ha consentito di produrre buoni film indipendentemente dalla popolarità del supereroe, si vedano gli esempi più che riusciti di Ant-Man e Doctor Strange. Risponde la DC Comics, zoppicando malamente alla ricerca della formula della concorrente, evidentemente difficile da replicare quanto cercare di copiare la Coca-Cola, e infatti producono la Pepsi-Cola, che non la beve nessuno ed in confronto è niente.

lunedì 18 febbraio 2019

Red Sparrow (2018)

Francis Lawrence, regista di Constantine e Io Sono Leggenda (ma anche Come l'acqua per gli elefanti), in Red Sparrow, film del 2018 diretto da lui stesso, si riunisce per la quarta volta consecutiva (dopo tre Hunger Games) a quella che è evidentemente la sua musa ispiratrice, Jennifer Lawrence (nessuna parentela fra i due, anche se è simpatica la coincidenza, visto quanto questo film sia incentrato sulla famiglia e sulla lealtà alla famiglia). Insieme a Matthew Vaugh e Bryan Singer, che la vollero nel ruolo di Mystica nella saga cinematografica degli X-Men, si deve anche e soprattutto a Lawrence (lui) la popolarità e soprattutto il nuovo status di eroina del blockbuster action che la Lawrence (lei) ha assunto negli ultimi anni (mentre l'altro grande genio cinematografico David O. Russell la lanciava nel cinema raffinato col trittico di collaborazioni Il Lato Positivo, American Hustle e Joy). Adesso che però Jennifer è cresciuta e la saga teen tratta dai romanzi di Suzanne Collins è terminata, Francis la porta nel mondo degli adulti, quello dei thriller di spionaggio, per giunta vietati ai minori, e occhio se siete impressionabili, perché ci sarà una scena davvero intensa, sì perché siamo di fronte ad un film che non si fa problemi nel mostrare anche le scene più forti. Il regista gioca infatti con il nostro stomaco mostrandoci senza troppi preamboli stupri e torture, giocando con i nostri sentimenti e con la nostra rabbia, che ci porteranno a schierarci dalla parte giusta. E il risultato, nonostante lasci un po' di amaro in bocca, è innegabilmente buono. Perché non c'è dubbio, quando Francis Lawrence e Jennifer Lawrence (regista e attrice, come detto omonimi per cognome ma non per diretta parentela) lavorano insieme, qualcosa sullo schermo funziona per ragioni che sfuggono a certe analisi presuntuose e intellettualoidi. Rielaborando il romanzo Nome in Codice: Diva (Red Sparrow) scritto dall'ex-agente segreto della CIA Jason Matthews, il film, che si basa su una sceneggiatura scritta da Justin Haythe che trasporta sul grande schermo le intrepide vicende che coinvolgono la splendida spia (non per scelta) russa Dominika Egorova, capace di intrattenere per un paio d'ore, è infatti un film sicuramente godibile e consigliato, non memorabile, ma di sicuro interesse e alquanto "innovativamente" appassionante.

mercoledì 24 gennaio 2018

Batman v Superman: Dawn of Justice (2016)

Chi ricorda la mia recensione di Suicide Squad ricorderà che vidi il film senza aver visto il suo precedente, il che mi mise un po' in difficoltà non sapendo e scoprendo solo dopo che Superman (il mio super eroe preferito, e di questo ne dovete tener conto) era "morto". Nonostante tutto vidi il film e mi piacque abbastanza, non tanto comunque, perché si rivelò e si è rivelata una delle mie grandi delusioni dello scorso anno. Ora però finalmente ho visto Batman v Superman: Dawn of Justice (2016) e qualcosa in più sulla sua dipartita e del perché della sua apparente morte (poiché era chiaro che non sarebbe successo davvero) ho saputo. Peccato che la pellicola in questione (seconda del DC Extended Universe), vista in ordine temporale dopo Wonder Woman (quarto in ordine di produzione, che sarà pubblicata dopo nonostante l'abbia visto appunto prima, il che rende questa recensione abbastanza strana e diversa da molte altre) e vista nella versione più completa ed estesa, si sia rivelata l'ennesima occasione sprecata, l'ennesima delusione. Perché per quanto sia indiscutibile che tale versione faccia probabilmente chiarezza su alcuni punti (apparentemente) oscuri della sceneggiatura che molti potrebbero non aver visto, e che quasi certamente approfondisce e/o addirittura introduce personaggi secondari di anche considerevole valore, il suddetto si perda (nonostante appunto una mezz'ora abbondante utile a capire meglio il tutto) in un racconto probabilmente e ugualmente confusionario, deficitario e irregolare, sicuramente colpa di un incomprensibile montaggio (e di una trama che presenta forzature infantili per giustificare lo scontro tra i due supereroi per eccellenza), in cui situazioni non spiegate (e se spiegate esse avvengono in malo modo) e verità negate, si susseguono (al contrario del ritmo narrativo comunque latente) a ritmo impressionante.

giovedì 14 dicembre 2017

Tutti gli altri film visti durante il 2017: Biografico (L'Odissea, The 33, L'uomo che vide l'infinito & La vita immortale di Henrietta Lacks)

Sesto appuntamento con il cinema biografico, che ci fa sempre conoscere storie importanti e personaggi di grande caratura che hanno cambiato la storia. Ho sempre saputo chi fosse Jacques Cousteau, il suo lavoro e i suoi traguardi raggiunti, qualcosa di lui scoprì anche nel film Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, poiché il personaggio dell'oceanografo e documentarista Steve Zissou, interpretato da Bill Murray era al tempo stesso una parodia del grande oceanografico e un omaggio alla sua memoria (il berretto rosso era il richiamo più evidente), ma di tutt'altro proprio non sapevo, ovvero che da regista di documentari vinse anche un Oscar e la Palma d'Oro, ma soprattutto non sapevo fosse un uomo "particolare", giacché con il film biografico L'Odissea (The Odyssey), film del 2016 di Jérôme Salle, il suo lato umano, ricco di pregi ma anche di molti difetti, viene a galla. La pellicola infatti racconta non solo la sua vita del comandante, i suoi successi, i suoi sogni ma anche le sue contraddizioni, le sue ossessioni, e, poi, il difficile rapporto con la moglie e i figli, in particolare con l'amato Philippe, morto nel 1979 in un incidente aereo alle Azzorre. Perché anche se grazie ai suoi filmati (e alle sue rivoluzionarie invenzioni) egli divenne un mito mediatico, un protagonista, una star internazionale, non era proprio un uomo perfetto, anzi, era pieno di debiti, in crisi esistenziale con la sua famiglia, con la moglie, che vendette tutto per costruire la sua Calypso, famigerata nave che lo affiancò in tutte le sue strabilianti avventure. Avventure che dal 1946 impegnarono la sua vita, tanto che, finiti sul lastrico, lui e sua moglie (i bambini mandati in collegio, cosa che rovinò il rapporto con i figli) furono costretti a vivere sulla nave. L'Odissea ritrae infatti il periodo storico che lo vede nascere come regista, come esploratore e accompagna la vita di Cousteau per un arco lungo 40 anni. Anni in cui, come detto, la sua natura irascibile lo portò a distaccarsi totalmente dal figlio Philippe, dapprima i due si affiancarono per realizzare i lungometraggi, ma per divergenze lavorative e visioni del mondo totalmente opposte si divisero per anni.

giovedì 9 novembre 2017

Assassin's Creed (2016)

Dopo la personale mezza delusione dell'adattamento cinematografico dell'opera Shakespeariana Macbeth, il trio Justin Kurzel regista, Michael Fassbender e Marion Cotillard protagonisti principali, ci riprovano con Assassin's Creed, la trasposizione cinematografica della serie videoludica sviluppata da Ubisoft, anche produttrice della pellicola, ma il risultato non è quello che mi aspettavo. Sono un grande estimatore della saga (è infatti il mio gioco preferito, anche se per il momento sono fermo al terzo capitolo di numero) e aspettavo quindi da parecchio questo film, da quando in occasione di Assassin's Creed 2 fecero, quei bellissimi video promozionali e non, su Ezio Auditore, ma purtroppo devo dire che anche questa pellicola mi ha deluso. Giacché quest'operazione, seppur dichiaratamente commerciale e principalmente rivolta ai fan del videogioco, è a conti fatti un prodotto riuscito a metà (tanto che ho avuto seri dubbi quale voto assegnare). Anche perché AC, come viene spesso abbreviato dai videogiocatori (compreso me), è un film strano, strano perché porta una storia originale, mai apparsa (solamente ambientata nello stesso universo) nei videogiochi del franchise, un protagonista diverso e uno stile simile alla serie ma meno incisivo, anche se il problema secondo me è il fatto di aver spostato il tutto alla mera azione, per di più con una forte "tamarraggine", seppur la storia (niente di così eclatante) non annoia, però alcune cose non vengono spiegate ed altre vengono risolte in troppo poco tempo per essere capite. Cosicché chi non ha mai giocato ai videogiochi non può capire tutto quello che vede.

giovedì 13 aprile 2017

Race: Il colore della vittoria (2016)

Ambientato nell'America post-depressione, Race: il colore della vittoria (Race) è la storia di James Cleveland "Jesse" Owens e il percorso che lo ha portato a vincere quattro medaglie d'oro nelle Olimpiadi a Berlino nel 1936. Ma il film, del 2016 diretto da Stephen Hopkins, non è soltanto un biopic sulla vita di questo immenso campione, è la storia di un uomo che sfidando i pregiudizi e mille difficoltà ha realizzato un sogno impossibile. Quello di un ragazzo di colore che, con la sua forza di volontà e il dono della velocità, ha incantato il mondo intero, ha contrastato le ideologie folli naziste ed è diventato leggenda. Una storia incredibile la sua, lui che esordisce nello sport agonistico nel 1935 battendo quattro record mondiali in quattro specialità diverse, venendo così convocato per rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi Olimpici, ponendosi così in una posizione scomoda tra la comunità degli afroamericani che gli chiede di non prender parte alla nazionale e il suo sogno di poter correre alle Olimpiadi. Nel film infatti (che si gioca su vari livelli, facendo così arrivare chiari e tondi i messaggi che deve fare arrivare senza strafare) sono due le storie che scorrono parallele, quella dell'atleta e della preparazione per le qualificazioni e quella più politica che vede il Comitato Olimpico Americano chiamato a prendere una decisione importante, boicottare o meno le Olimpiadi di Berlino in segno di protesta contro Hitler. Qualcosa di paradossale se si pensa a quello che succedeva in America in quel periodo, coloro che infatti protestano fuori dal comitato olimpico americano per boicottare i giochi nazisti sono gli stessi che non esitano a prendersela con le persone di colore riservando a loro un trattamento terribile e autobus e ingressi diversi persino in teatro (molto bella ed eloquente la scena finale). Race difatti mostra appieno l'insensatezza delle leggi razziali e di quanto fossero radicate nel senso comune americano, dipingendo uno stato che inorridisce e mette ai voti il boicottaggio dei Giochi Olimpici per le leggi razziali di Hitler mentre il proprio statuto presenta leggi che distinguono i propri cittadini dal colore della pelle.