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venerdì 6 luglio 2018

Bleed - Più forte del destino (2016)

È curioso come il cinema sportivo sia quasi esclusivamente rappresentato da storie che raccontano il mondo della boxe. Dopo il successo mondiale del capolavoro Rocky (1976), hanno cominciato a proliferare film incentrati sul mondo della pugilistica e ispirati a storie più o meno vere. Da Toro Scatenato (1980) ad Alì (2001), Million Dollar Baby (2004) e Hurricane (1999), fino ad arrivare ai più recenti The Fighter (2010) e Southpaw: L'ultima sfida (2015), non dimenticando Creed: Nato per combattere, sempre nel 2015, tutti film che raccontano la boxe come metafora della vita e della difficoltà di farsi strada in un mondo competitivo e incentrato sul mito dell'immagine. Un filone fiorente e appassionate a cui ora (personalmente s'intende), si aggiunge Bleed: Più forte del destino, film del 2016 diretto da Ben Younger, regista di 1 km da Wall Strett, e prodotto da Martin Scorsese. Un film per questo, l'ennesima storia di caduta e resurrezione, tipica della boxe, "nobile arte" e sport appunto più cinematografico di sempre, che ha forse la "colpa" di arrivare da buon ultimo in questo sterminato (ho citato solo una parte dei film che formano un vero e proprio sottogenere) elenco, racconta infatti eventi che, sia per il fatto di essere tratti da una storia vera sia per il fatto di seguire uno "schema prestabilito" (che rientra nei canoni di tali film), si intuiscono subito dove vanno a parare, ma colpisce per il realismo, adottato dal regista, con cui vengono narrati gli incontri di boxe, dove per fortuna sono evitati gli eccessi, mostrando invece lo sport per quello che è. Uno sport di uomini duri ma soprattutto tenaci, come il protagonista, un uomo caparbio e deciso, che ha letteralmente cambiato il corso della propria vita, quasi come un eroe, anche se nella vita reale, costui Vinny Paz, non è stato un eroe, anzi si è presentato agli onori della cronaca anche per alcuni deplorevoli episodi di violenza domestica. Il film però non guarda all'aspetto negativo di Paz, pur non esaltandolo mai nemmeno come un eroe. Paz è un uomo e come tale dimostra pregi e difetti, ma un qualche cosa di eroico la possiede: quella grande forza di volontà, mista anche una dose di sana incoscienza, che l'ha reso un esempio per chi, come lui, potrebbe veder sfumare in un attimo i propri sogni e le ambizioni. E Bleed: Più forte del destino, che dedica alla sua rinascita il racconto di quello che è considerato uno dei più incredibili ritorni nella storia dello sport, comunica con efficacia questo concetto.

mercoledì 11 aprile 2018

Jackie (2016)

Nella sua ultima opera Pablo Larraín (artefice del bellissimo No: I giorni dell'arcobaleno ma anche del personalmente deludente Neruda) elabora il ritratto di Jackeline Lee Bouvier e lo fa attraverso il resoconto di una intervista che la vedova del presidente americano rilasciò a un giornalista della rivista Life poche settimane dopo il tragico evento. Jackie infatti, film biografico del 2016 diretto dal regista cileno, rievoca i pochi giorni precedenti l'omicidio di Kennedy durante la campagna elettorale del 1963 a Dallas, l'omicidio stesso, nonché la complessa organizzazione dei suoi funerali, in cui le ragioni di stato dei politici e dell'apparato di sicurezza si scontrarono duramente con il dolore di Jackeline e il suo desiderio di seguire a piedi il feretro del marito. Il ritratto che ne esce è quello di una donna al tempo stesso fragile e determinata, molto attenta a evidenziare il ruolo che aveva avuto alla Casa Bianca a fianco del presidente, nonostante fosse a conoscenza delle numerose frequentazioni di Kennedy sia con altre donne, sia con personaggi oscuri della criminalità organizzata, e dei non idilliaci rapporti che intercorrevano tra lei e i tanti rappresentanti della famiglia del marito. Il ritratto di una donna bella, giovane, colta, aristocratica, che due colpi di carabina alla testa del celebre coniuge, insieme al suo vestito rosa macchiato di sangue, consegnarono alla storia. Tuttavia il film, che nel 2017 ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nella categoria Miglior colonna sonora, Migliori costumi e Miglior attrice protagonista a Natalie Portman (vincendone nessuno), seppur girato con cura e che si avvale di una comunque buona regia (ma privo di anima, di pathos, di spessore emotivo), non convince e non soddisfa. Nessuna empatia per il personaggio, verboso e noioso quanto basta. Eppure la materia trattata (i giorni immediatamente successivi all'omicidio del presidente JFK visti attraverso la prospettiva della madre dei suoi figli) si prestava a una narrazione intensa, persino epica. Invece è come se sul film spirasse un vento gelido che immobilizza i protagonisti e li devitalizza, li "congela" in una dimensione di immobilità spirituale, ancor prima che fisica.

lunedì 19 marzo 2018

Il diritto di contare (2016)

Segregazione razziale, emancipazione e conquista dello Spazio, ecco le tre tematiche così apparentemente diverse che fanno da collante a questo "originale" e interessante (anche storicamente) film. Perché tutti questi temi ne Il diritto di contare (2016), titolo italiano dell'americano Hidden Figures (che gioca sul doppio significato Figure nascoste/Cifre nascoste) e diretto da Theodore Melfi (già regista del bel St. Vincent), non solo vengono trattati in modo appunto originale ma anche in modo convincente. Il film infatti, ben costruito, a tratti avvincente, e che ha il grande merito di trattare un argomento sgradevole e avvilente come quello del razzismo con una dose di ironia difficile da riscontrare in opere che trattano questo tema (senza per questo apparire superficiale o scontato), con grande abilità e maestria porta i riflettori sulla storia vera e inedita di tre brillanti donne afroamericane che sono riuscite a integrarsi e imporsi in un'ambiente tipicamente maschile (e maschilista) sfidando pregiudizi e discriminazioni razziali di ogni tipo. Anche perché il film, arrivato certamente con un tempismo perfetto per la data situazione politica e sociale che stiamo attraversando, non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra. Tanto che già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi, niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi. Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani. Infatti, puntando la camera su tre eroine "sconosciute", il regista fa emergere tutte le caratteristiche brillanti e notevoli di queste donne (la loro tenacia, il coraggio, la perseveranza e la determinazione), evitando tuttavia di appesantire la pellicola con dosi abbondanti di retorica o moralismi che ne avrebbero snaturato il contenuto. Mantenendo sempre una debita leggerezza tipica della commedia, e sdrammatizzando alcune situazioni Il diritto di contare risulta così un prodotto pienamente riuscito, che racconta di una storia inedita e lo fa senza pietismi ma puntando piuttosto sul messaggio finale, intrinsecamente ottimista e costruttivo, che lascia agli spettatori.

lunedì 18 dicembre 2017

Tutti gli altri film visti durante il 2017: Documentari/Dramma (Going Clear - Life, Animated - Una volta nella vita - Taxi Teheran)

Ottavo appuntamento con un genere sempre fonte di tante cose importanti ed interessanti da scoprire e/o sapere, il documentario, qui altresì messo insieme praticamente a due docu-film. Un'inchiesta sulla storia e la struttura della Chiesa di Scientology (che in linea generale si conosce, ma che il regista ci fa conoscere più in profondità, riuscendo a comporre, descrivendo le particolarità pur in meccanismi già usati, semplici ma terribilmente efficaci, una descrizione a 360 gradi su tale fenomeno), attraverso le testimonianze di ex adepti che ne denunciano la natura manipolatrice e le pratiche illecite, questo è Going Clear: Scientology e la prigione della fede. Il film del 2015 diretto da Alex Gibney infatti (basato sul libro omonimo), che alterna le testimonianze di otto ex-membri di Scientology, tra cui il regista Paul Haggis (il suo Crash vinse l'Oscar nel 2006), l'attore Jason Beghe ed alcuni dirigenti dell'organizzazione (e tutti testimoniano di condizionamento mentale, sfruttamento del lavoro, coercizione, metodi di spionaggio e stalking, raccolta di dati personali a scopo di intimidazione) e la storia della chiesa, dalla sua fondazione da parte di L. Ron Hubbard, iperprolifico autore di racconti di science fiction già negli anni '40, che poi usò come basi "teoriche" per il suo culto, la sua dottrina (anche grazie alla sua "bibbia" Dianestic), continuando con la sua promozione da parte di star come John Travolta e Tom Cruise (che escono malconci da questo documentario), per finire coi primi scandali e polemiche, in particolare sotto la leadership del successore di Hubbard, David Miscavige, "dittatore" dal forte spirito imprenditoriale, che ha rafforzato la rete di protezione attorno alla setta e ha fatto sì che dopo aver rischiato una colossale multa dal fisco americano, improvvisamente quest'ultimo ha riconosciuto a Scientology lo status di religione (anche se lo status di religione è riconosciuto solo in alcuni Paesi ed è materia controversa, come viene ben spiegato nel documentario) che la esenta da ogni tipo di pagamento facendo così lievitare il patrimonio del gruppo.

lunedì 20 novembre 2017

Deepwater: Inferno sull'oceano (2016)

Solida ricostruzione del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, avvenuto nell'aprile del 2010 è Deepwater: Inferno sull'oceano (Deepwater Horizon), film del 2016 diretto discretamente bene da Peter Berg (HancockBattleship). Il regista infatti, probabilmente al suo miglior film, negli spazi angusti della piattaforma, dove è ambientata gran parte della vicenda, lascia ai margini retorica e sentimentalismo per concentrarsi sui fatti e sull'azione raccontati con un taglio assai realistico e senza troppi fronzoli. Deepwater difatti è un disaster movie di grande presa, non solo visiva, capace di mantenere in costante attenzione il pubblico coinvolgendolo e trasmettendogli discrete dosi di emozioni, forse un po' troppo spettacolarizzate ma ampiamente capaci di soddisfare le attese e i requisiti che storie come questa intendono proporre. Anche se la cosa più interessante del film (e di questa storia), non è il dramma accaduto al largo della costa della Louisiana, dove la piattaforma trivellatrice semi-sommergibile Deepwater Horizon, di proprietà della multinazionale britannica "British Petroleum", a causa della superficialità e della cupidigia dei dirigenti della stessa compagnia, è esplosa causando undici operai morti e inquinando con milioni di barili di greggio l'oceano e tutto il Golfo del Messico con un disastro ambientale riconosciuto unanimemente, come il più grave della storia americana, ma i rapporti, l'aspetto umani (quello che al regista lo interessa di più e quello che gli riesce meglio raccontare) e gli scontri tra chi mette al primo posto la sicurezza dei lavoratori, e chi invece mette al primo posto solo ed esclusivamente il business. Del resto Deepwater Horizon, dal titolo omonimo con la piattaforma, non vuole essere un documentario o un film forzatamente ambientalista, ma un film che racconta nel modo più verosimile e genuino la tragedia umana.

martedì 14 novembre 2017

The Birth of a Nation: Il risveglio di un popolo (2016)

A metà tra 12 Anni Schiavo e Django UnchainedThe Birth of a Nation: Il risveglio di un popolo (The Birth of a Nation), film del 2016 scritto e diretto da Nate Parker (anche protagonista), è la storia di una presa di coscienza di un individuo prima e di un intero popolo successivamente. Il film infatti, presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016 (dove ha vinto il premio del pubblico e il gran premio della giuria), significativo già dal titolo, dato che il regista riprende in modo totalmente audace e impavido il titolo della vergognosa pellicola di Griffith sulle "epiche" gesta dei "coraggiosi" incappucciati del Ku Klux Klan, anche se ne ribalta il contenuto, ci racconta su quali fondamenta è nata l'America, battezzata nel sudore e nel sangue di milioni di esseri umani costretti a perdere la propria umanità, raccontando la storia della rinascita dell'America attraverso le battaglie della popolazione afro-americana in cerca di uguaglianza, riscatto e anche di vendetta, ma sopra ogni cosa, in cerca di giustizia (parola e concetto che spesso viene soffocato e annientato con le torture, le sevizie, il calpestamento dei diritti umani). E lo fa ripercorrendo la vicenda di Nat Turner (un personaggio veramente esistito e di cui si è fatto di tutto per cancellarne le tracce e la memoria), schiavo, predicatore, ribelle. E lo fa restituendo il significato dell'istituzione schiavista in tutto il suo intollerabile abominio, la sua crudele quotidianità capace di annichilire negli uomini e nelle donne ogni rispetto di sé, ogni sentimento, ogni speranza. Certo, la struttura del racconto è classica e non si discosta in maniera particolare da altre pellicole che hanno trattato il tema della schiavitù, ed anzi, non apporta particolari novità sull'argomento, e addirittura la sceneggiatura ha delle evidenti lacune, ma qui ci troviamo di fronte ad un prodotto discretamente riuscito che ne fotografa, sapientemente la vita e le azioni.

lunedì 28 agosto 2017

42: La vera storia di una leggenda americana (2013)

Quarantadue, un numero come tanti altri, ma questo film porta a conoscenza, per i meno avvezzi al baseball, del suo emblematico valore e significato che assunse nello sport e soprattutto nella società americana negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. 42: La vera storia di una leggenda americana (42), film del 2013 scritto e diretto da Brian Helgeland infatti, narra la storia veramente accaduta nel campionato di baseball statunitense negli anni quaranta, quando Jackie Robinson (interpretato da Chadwick Boseman), con l'aiuto del coraggioso presidente-manager Branch Rickey (interpretato da Harrison Ford), fu il primo giocatore afroamericano a giocare (nei Brooklyn Dodgers) nella Major League Baseball. Il suo ingaggio difatti fu la rottura di un tabù, lui che, con la sua classe e la perseveranza ruppe altresì le leggi non scritte del baseball professionistico e dette un segnale per l'integrazione razziale. Poiché la storia del primo giocatore nero ad entrare nella Major League di baseball, fu, ed è ancora adesso, una storia dalla forte carica simbolica ed emblematica. E nelle didascalie finali si capisce il perché e l'importanza di tale avvenimento, soprattutto quando ogni anno il 4 aprile tutti i giocatori giocano con la maglia numero 42, unico numero ritirato da tutte le squadre della MLB. Ma non fu affatto facile guadagnarsi questa gloria eterna, e debuttare ufficialmente con la maglia dei Brooklyn Dodgers nel 1947, dato che a quei tempi la discriminazione razziale in America, era al suo apice, anche nello sport e soprattutto nel baseball.

martedì 1 agosto 2017

Bernie (2011)

Bernie, film del 2011 scritto e diretto da Richard Linklater, è decisamente un film da prendere con le molle. La pellicola del bravo regista americano infatti (visto recentemente all'opera nella bella commedia Tutti vogliono qualcosa e prima ancora in quelle del bellissimo Boyhood) tende a sfuggire ad una definizione di genere. Si può definire una black comedy sofisticata, con molti elementi di mockumentary, che potrebbero far pensare che gli eventi siano del tutto fittizi o almeno parzialmente inventati, invece no, è tutto questo e di più, poiché anche se si stenta a credere che sia la trama tratta da una storia vera, la base è in verità e incredibilmente una storia ai limiti dell'assurdo ma vera, assolutamente vera e largamente documentata. Tanto che, proprio per il modo in cui il regista veicola la storia, dato che per questo film ha scelto un particolare modo di raccontare la vicenda, ovvero tramite le testimonianze di attori e cittadini veri e propri che parlano della vicenda come se fosse un documentario, sembra questo un documentario in piena regola. Ma attenzione, non il classico documentario nel classico stile documentaristico, perché questo film (arrivato soltanto recentemente da noi) è sì semplice, ma straordinariamente d'effetto. Giacché anche se apparentemente semplice e lineare nella narrazione (coerente e ordinata, senza colpi di scena o inutili analessi), all'interno si celano delle importanti chiavi di lettura nell'aspetto socioculturale, poiché fa emergere una questione morale di notevole importanza.

lunedì 26 giugno 2017

Truth: Il prezzo della verità (2015)

Basato sulla ricostruzione dell'inchiesta politico-giornalistica del 2004 con cui un'equipe della CBS tentò di dimostrare l'imboscamento militare di G.W. Bush nella Guardia Nazionale per evitare il Vietnam, Truth: Il prezzo della verità, film del 2015 scritto, diretto e co-prodotto da James Vanderbilt, al suo debutto da regista, che ha nel suo titolo l'ambizione di voler condurre lo spettatore attraverso il percorso alla ricerca della verità, nella sua faticosa e scomoda oggettività e nel suo valore idealistico che rappresenta, è un film, una pagina di giornalismo indipendente coraggioso, passionale e a tratti eroico che avvince e convince, anche se l'opera prima dello sceneggiatore statunitense (già sceneggiatore di pellicole come Zodiac e The Amazing Spiderman) è un film controverso e forse troppo lungo. Vero è che sfrutta l'interessante parterre del genere del thriller politico e giornalistico (come Tutti gli uomini del presidente), vero è che è interpretato dai premi Oscar Cate Blanchett e Robert Redford (40 anni dopo), vero è che non sempre la "formule magique" è sufficiente a creare interesse, suspense o "Verità" appunto, ma Truth, che a dire il vero sembra un po' un minestrone riscaldato o una crasi tra Qualcosa di personale ed appunto Tutti gli uomini del presidente, che soprattutto indaga anche fino a dove i poteri occulti possano spingersi senza che nessuno se ne accorga, è un film che merita di essere visto, poiché la storia che viene narrata è così clamorosa, assurda e incredibile, che ancora dopo anni ci si chiede come sia stato possibile o così come sia stato così facile insabbiare tutto.

giovedì 13 aprile 2017

Race: Il colore della vittoria (2016)

Ambientato nell'America post-depressione, Race: il colore della vittoria (Race) è la storia di James Cleveland "Jesse" Owens e il percorso che lo ha portato a vincere quattro medaglie d'oro nelle Olimpiadi a Berlino nel 1936. Ma il film, del 2016 diretto da Stephen Hopkins, non è soltanto un biopic sulla vita di questo immenso campione, è la storia di un uomo che sfidando i pregiudizi e mille difficoltà ha realizzato un sogno impossibile. Quello di un ragazzo di colore che, con la sua forza di volontà e il dono della velocità, ha incantato il mondo intero, ha contrastato le ideologie folli naziste ed è diventato leggenda. Una storia incredibile la sua, lui che esordisce nello sport agonistico nel 1935 battendo quattro record mondiali in quattro specialità diverse, venendo così convocato per rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi Olimpici, ponendosi così in una posizione scomoda tra la comunità degli afroamericani che gli chiede di non prender parte alla nazionale e il suo sogno di poter correre alle Olimpiadi. Nel film infatti (che si gioca su vari livelli, facendo così arrivare chiari e tondi i messaggi che deve fare arrivare senza strafare) sono due le storie che scorrono parallele, quella dell'atleta e della preparazione per le qualificazioni e quella più politica che vede il Comitato Olimpico Americano chiamato a prendere una decisione importante, boicottare o meno le Olimpiadi di Berlino in segno di protesta contro Hitler. Qualcosa di paradossale se si pensa a quello che succedeva in America in quel periodo, coloro che infatti protestano fuori dal comitato olimpico americano per boicottare i giochi nazisti sono gli stessi che non esitano a prendersela con le persone di colore riservando a loro un trattamento terribile e autobus e ingressi diversi persino in teatro (molto bella ed eloquente la scena finale). Race difatti mostra appieno l'insensatezza delle leggi razziali e di quanto fossero radicate nel senso comune americano, dipingendo uno stato che inorridisce e mette ai voti il boicottaggio dei Giochi Olimpici per le leggi razziali di Hitler mentre il proprio statuto presenta leggi che distinguono i propri cittadini dal colore della pelle.

lunedì 6 marzo 2017

Confirmation & All the way (2016)

Oggi vi parlerò di due film per la televisione della HBO, due film 'storici' e interessanti, due film mandati in onda nel 2016, due film drammatici che documentano uno spaccato del mondo, di un popolo, quello americano, che è sempre in conflitto, un conflitto interno dove tutto può essere, accadere e succedere. E queste due storie raccontano di due episodi, che hanno in qualche modo cambiato il mondo in positivo, perché hanno saputo, nonostante le difficoltà, migliorare la vita di molte persone. Il primo, Confirmation per esempio, film per la televisione diretto da Rick Famuyiwa, è un film drammatico che offre diversi spunti di riflessione, film che drammaticamente riporta le vicende avvenute negli Stati Uniti nel 1991, in occasione dell'elezione a giudice della Corte Suprema di Clarence Thomas e le accuse di molestie sessuali rivolte contro di lui, da parte di Anita Hill, una delle prime donne che non ebbe paura di dire la verità (purtroppo solo presunta), anche se proprio grazie a lei molte donne si sono fatte avanti e hanno denunciato (cosa che tutte dovrebbero fare) gli abusi da parte di capi o mariti. Ma non solo, poiché il caso in questione, ha segnato un momento cruciale della cultura americana, cambiando per sempre il modo in cui si percepiscono le politiche di uguaglianza tra i generi. Per questo e per altri motivi, è una pellicola che già vi consiglio di vedere. Comunque Confirmation è una pellicola storica, dall'inizio alla fine, quasi un 'film documentario', che ripercorre, uno dei fatti che crearono più scandalo, sul quale ci fu un notevole accanimento mediatico, che ebbe risvolti sia negativi, sia positivi. Si tratta di un film che richiede un certo impegno nella sua visione, è una pellicola dal ritmo lento, che ripercorre (il più possibile fedelmente) le vicende che avvennero in occasione dell'elezione di Clarence Thomas. E lo fa, concentrandosi unicamente sulle interviste, sulle ricostruzioni dei Tg e dei giornali dell'epoca e sui commenti dei rispettivi interessati, Anita Hill (interpretata in modo egregio da Kerry Washington per il quale gli è valsa una candidatura sia al Premio Emmy che al Golden Globe) e Clarence Thomas (interpretato da Wendell Pierce). Perfetta è difatti la Washington nel mostrare i suoi sentimenti, e i suoi quattro diversi stati d'animo che la attraversano durante il film. Originariamente è dubbiosa, poi diventa motivata, verso la conclusione viene sopraffatta da un senso di rassegnazione, e, infine, riesce a trasmettere un senso di soddisfazione e compiacimento, grazie a ciò che (attraverso la lettura delle lettere) realizza essere riuscita a smuovere nella società americana. La pellicola offre, infatti (come già detto), numerosi spunti di riflessione. Tanto che, per comprendere al meglio il film, potrebbe essere d'aiuto avere già qualche informazione in merito al caso in questione e rivedere la pellicola anche un paio di volte. Poiché, in una sola visione, potrebbe essere facile non comprendere in pieno il senso delle parole e capire al meglio la situazione che ci viene mostrata. Detto ciò, gli spunti di riflessione che il film ci offre sono molteplici, la maggior parte ancora più che attuali.

martedì 14 febbraio 2017

Carol & Freeheld (2015)

Oggi vi parlerò di due film che hanno in comune soltanto il tema predominante, l'amore, in tutte le sue forme, e non importa che sia saffico o meno, perché per quanto riguarda l'aspetto registico ed emotivo la differenza è abbastanza evidente. Uno segue l'aspetto interiore del sentimento in modo delicato e garbato, l'altro quello esteriore ma in modo più rude e crudele, che affiancandosi a questioni civili e malattia, rendono il film soprattutto più interessante e meno patinato ma più coinvolgente. Ma andiamo con ordine: Carol, film del 2015 diretto da Todd Haynes, a sua volta prodotto da una sceneggiatura di Phyllis Nagy basata sul romanzo The Price of Salt della scrittrice americana Patricia Highsmith, è un elegante e raffinato film romantico, un tiepido romance tra donne di diversa estrazione sociale nella New York degli anni '50. Un film affascinante e aggraziato come l'accurata ed elegante ricostruzione d'epoca, ma la storia d'amore soffoca sotto la ricercatezza formale. Il film infatti, ambientato nella New York del 1952 (e interpretato da un cast femminile eccezionale, Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson), che segue la storia di una giovane aspirante fotografa, Therese Belivet, e il suo rapporto con un'incantevole donna, Carol Aird, alle prese con un difficile divorzio, è leggermente noioso e abbastanza superficiale. Questo perché, a dispetto di una confezione in verità assai curata e ricercata, che certo non manca di eleganza e senso dell'inquadratura, non emoziona più di tanto e non coinvolge granché. Nell'incontro tra la ricca e sofisticata Carol e la giovane commessa Therese si percepiscono a fatica lo stupore, la curiosità, il turbamento che si provano quando ci si trova di fronte a una persona che appare diversa dalle altre, prima ancora di capire il perché. O meglio, si seguono razionalmente i passaggi logici ma non si avvertono sotto pelle, forse perché tutto è fin troppo chiaramente pianificato dall'inizio, troppo velocemente dobbiamo intuire che qualcosa succederà tra le due protagoniste, troppo facilmente convergono l'una verso l'altra appena conosciutesi, così come eccezionalmente subitanei sono gli sguardi concupiscenti di Carol verso Therese (sguardi in verità attraversati da lampi quasi diabolici, coi quali Cate Blanchett cerca di compensare l'accademica compostezza delle scene, con effetto finale forse un po' distorto). In parte la velocità di crociera è giustificata dal fatto che Carol è una donna già consapevole della propria natura sentimentale mentre Therese si trova per la prima volta così colpita da un'altra donna, ma il ruolo trascinante della prima non impedisce di soffrire la mancanza di tutti quei momenti iniziali di distanza, noncuranza e involontarietà che pure nella realtà sono basilari elementi nella costruzione di relazioni anche importanti e che in una sceneggiatura concedono il tempo necessario agli spettatori per conoscere i personaggi e potersi interessare a loro.

sabato 26 novembre 2016

The Program (2015)

Premettendo che sono stato sempre convinto che Lance Armstrong si dopasse, ho visto con qualche perplessità The Program, film biografico del 2015 diretto da Stephen Frears sulla vita di questo famoso ciclista, perché la sua incredibile storia è una ferita ancora tanto aperta e tanto dolorosa per chi ha vissuto quei momenti, momenti che hanno per sempre macchiato uno sport così nobile come il ciclismo. La sua vicenda infatti è stata forse quella che più ha sconvolto gli appassionati di ciclismo e dello sport in generale. Perciò non era facile per il regista anche solo immaginare di fare un film del genere, in più raccontare storie vere è diventato sempre più difficile, non solo perché spesso si conosce il finale, fatto che altera in qualche modo la percezione della trama, ma perché essere imparziale è arduo compito. Ma mai come in questo caso nonostante la natura (sconcertante) della storia (che quasi tutti conoscono) e la bravura del regista inglese, il risultato è più che soddisfacente, il regista difatti riesce nel compito a lui assegnato, quello di ripercorrere le tappe della vita del ciclista statunitense Lance Armstrong, dai successi sportivi alla lotta contro il cancro, fino all'ammissione di doping, in modo discreto e senza eccessi. Stephen Frears infatti, partendo dal libro-verità del giornalista sportivo David Walsh 'Seven Deadly Sins', porta in scena le gesta (truccate) del campione texano, e lo fa con grande maestria da un punto di vista tecnico (con inquadrature e soprattutto effetti sonori che rispecchiano bene le corse in bici e con la rappresentazione di un personaggio talmente "vittima" del suo ego che, nella sua abitazione, è sempre solo) e soprattutto senza cadere nella trappola dei film sportivi tipo, quelli che si risolvono cioè nel rimontaggio di materiale di gara già esistente. Gira invece ad hoc poche ma eccellenti scene, talmente accattivanti da far quasi venir voglia di prendere la bici ed andare a scalare qualunque vetta. Sceglie poi con gran cura una colonna sonora decisamente azzeccata, e ciliegina sulla torta, punta il grosso delle sue fiches su Ben Foster (visto recentemente in Lone Survivor), attore che probabilmente non offriva le migliori garanzie e che invece si rivela per l'occasione capace non solo di interpretare ma addirittura di trasformarsi in Lance Armstrong (la somiglianza dell'attore è davvero sorprendente, soprattutto nel pedalare e nei caratteri somatici) grazie a un lavoro lungo e intenso da vero perfezionista dell'arte attoriale. In ogni caso, gli appassionati di ciclismo non si aspettino grandi emozioni sportive, impervie salite o volate storiche, poiché solo piccoli flash amarcord introducono la pellicola di Frears basata sul marciume legato al doping e sull'inchiesta di un bravo giornalista che mantiene la schiena dritta e non si fa piegare da nessuno.

venerdì 25 novembre 2016

La regola del gioco & The Reach (2014)

Oggi recensirò due film, due thriller, che mi hanno piacevolmente colpito, anche se nel primo il finale amaro lascia un po' scontenti, al contrario il secondo ha un finale avvincente, ma entrambi convincono soprattutto per i due attori principali, davvero bravi che ancora una volta dimostrano il loro valore, partendo da uno che ultimamente sta riscuotendo successi, fino ad arrivare ad un mostro sacro, ma saprete dopo, intanto cominciamo parlando de La regola del gioco (Kill the Messenger), political drama (del 2014) ottimamente architettato ed interpretato da un Jeremy Renner sempre più impegnato (questo è anche il suo primo film da produttore) e qui in forma veramente smagliante, nei panni di Gary Webb del quale racconta la difficile battaglia nel far emergere la verità su uno dei molteplici scandali della CIA (uno di quei soliti scandali che il governo americano ha più interessi a mascherare piuttosto che ammettere le enormi responsabilità del gioco sporco) e diffonderla. Inutile dunque ribadire che il film si ispira non solo a una storia vera, quella del tenace giornalista di una piccola e indifferente testata giornalistica, ma racconta in modo coerente e lucido di fatti realmente avvenuti (e frettolosamente insabbiati), fatti raccontati dallo stesso Webb nel libro Dark Alliance sui cui si basa il film di Michael Cuesta, regista che ha fatto tanta gavetta in tv (S.F. Under, Dexter, Homeland), insieme ai libro Kill the Messenger di Nick SchouLa regola del gioco infatti riporta alla luce del sole degli scandali che vennero a galla solo negli anni '90 (ma riguardanti la decade precedente) grazie al meticoloso e alquanto ostacolato lavoro investigativo di Webb che riuscì a scoprire il coinvolgimento della CIA nello spaccio di droga (cocaina) negli USA. Droga che aveva come principali destinatari la popolazione afro-americana, e il ricavato delle vendite andava a sostenere i Contras del Nicaragua nella loro lotta per destabilizzare il governo comunista. E per raccontare ciò il regista e lo sceneggiatore (Peter Landesman), scelgono il metodo più semplice e popolare possibile, seguendo rigorosamente lo schema di altre pellicole del genere (Tutti gli Uomini del Presidente, State of Play, Insider, etc.), non aggiungendo nulla di particolarmente innovativo al canovaccio, ma in modo semplice ed avvincente riesce a raccontare una storia, una storia ovviamente interessante. Difatti nel film vengono riportate tutte le fasi dell'inchiesta iniziata e portata avanti dal giornalista che, per puro caso come spesso accade (anche se in questo caso grazie all'avvenente pupa di un boss del narcotraffico, una stupenda Paz Vega), viene in possesso di un documento che proverebbe un certo intrallazzo tra agenti governativi ed i Contras, il tutto sommato a qualche discrepanza tra la mole di droga in circolazione allora nel paese e l'effettivo potere di spaccio dei gruppi malavitosi realmente conosciuti. Ma il film non si limita a questo perché le sue indagini, che iniziano ad essere scomode un po' per tutti, lo porteranno a sprofondare, contro di lui infatti inizia una campagna diffamatoria, che colpirà anche la sua famiglia, che lo porterà vicino al suicidio.

venerdì 22 luglio 2016

Teneramente folle (2014)

Opera prima della sceneggiatrice Maya Forbes, Teneramente folle (Infinitely Polar Bear, 2014) è una commedia drammatica ispirata alla vita familiare della regista, ricorrendo alla propria memoria infantile degli anni 70, raccontandoci la sua vita con un padre folle e disoccupato che affascina ed emoziona. Siamo nel  Massachusetts a Boston (nel 1978), la città americana tra le più antiche, la più colta ed aristocratica, la più "Europea". La regista racconta la storia di un uomo meraviglioso ed imbarazzante, geniale ed ingestibile con la tenerezza che solo una figlia innamorata del padre sa elargire a piene mani. I genitori Cam e Maggie si sono conosciuti, innamorati e sposati ma Cam (Mark Ruffalo) è affetto da sindrome bipolare e quando si ammala e perde il lavoro lo stress per Maggie (la bellissima Zoe Saldana) diventa insopportabile ma non cessa il reciproco amore. Cam viene da una famiglia importante di Boston ed è mantenuto dai ricchi genitori, Maggie, ha la pelle nera e non viene dal privilegio e deve rimboccarsi le maniche e lavorare, l'instabilità emotiva e comportamentale rende Cam uomo, marito e padre inaffidabile ma l'amore tra loro resiste più forte di tutto. Per migliorare la sua posizione Maggie decide di riprendere gli studi e si trasferisce temporaneamente a New York lasciando Cam a casa ad occuparsi delle ragazze, che malgrado il suo stato di salute mentale è pieno di buona volontà. Per Cam però non è facile abituarsi alle responsabilità di padre, tanto da demandare le faccende domestiche alle due bambine, fortunatamente molto più mature della loro età. Nel corso delle giornate e dei mesi trascorsi col padre infatti, le bambine impareranno sempre di più a fronteggiare uno stile di vita alquanto singolare che il padre impone loro e soprattutto a relazionarsi col genitore e con le sue crisi. Tra alti e bassi e molta buona volontà da parte di tutti i componenti della famiglia la famiglia continuerà a vivere unita e sentimentalmente legata, anche quando Maggie (dopo essersi laureata nelle grande Mela e dopo non essere riuscita a trovare un lavoro a Boston) capisce che a New York le bambine sarebbero completamente sole, con lei costretta a rientrare tardi dall'ufficio, decide quindi di lasciare le cose come stanno, partendo sola e lasciando le bambine a Cam. Un anno dopo, Amelia e Faith sono finalmente iscritte a una scuola privata e Cam può continuare a prendersi amorevolmente cura di loro.

sabato 25 giugno 2016

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet (2013)

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet (The Young and Prodigious T.S. Spivet) è un film d'avventura del 2013 scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet. La pellicola è la trasposizione cinematografica del romanzo Le mappe dei miei sogni (The Selected Works of T.S. Spivet) di Reif Larsen. Jeunet ritorna quindi sullo schermo con un'altra favola, già nei titoli infatti, il regista francese illustra la sua poetica. I riferimenti al "favoloso" e allo "straordinario" rimandano a favole moderne, raccontate con uno sguardo divertito che mescola un approccio creativo con soluzioni stilistiche brillanti e surreali. Come praticamente fece nel precedente "Il Favoloso Mondo di Amélie", ma ambientandola negli Stati Uniti e precisamente nello sconfinato, selvaggio ed affascinante territorio del Montana. Il suo virtuosistico stile che ha sempre contraddistinto come un marchio di fabbrica irrinunciabile l'abile regista francese, lo si apprezza difatti sin dai primi minuti, che ci catapultano tra le verdi praterie del Montana, in mezzo alle spighe di grano ancora verdi, tra una natura grandiosa e costruzioni isolate dipinte di colori brillanti, nella tenuta agricola della famiglia Spivet. La vicenda è tutta imperniata su di un ragazzino di dieci anni, appassionato di scienza e inventore in erba, estremamente dotato di intelligenza, che vive con la sua famiglia composta dal padre cowboy fuori tempo massimo (nato nel periodo storico sbagliato), dalla madre oftalmologa ossessionata dalla morfologia degli scarafaggi, comunque mammina dolce ma un po' bizzarra (d'altronde è impersonata dalla sempre eccentrica e adorabile Helena Bonham Carter, finalmente in panni, quasi, normali o comunque non coinvolta per una occasione in film in costume), dalla sorella quattordicenne che sogna di diventare Miss America e il suo gemello eterozigote Layton. Dopo la morte accidentale di uno dei due, il superstite, T.S., (un acronimo dove S sta ad indicare "sparrow", un piccolo passero che la leggenda vuole andò a sbattere sul vetro della finestra dell'ospedale in cui stava per nascere il piccolo, e morendo ebbe modo di cedere la sua anima al bel nascituro), manda quasi per caso una propria invenzione ad un istituto scientifico, senza farci nessun conto o nutrire particolari speranze.

venerdì 22 aprile 2016

Foxcatcher: Una storia americana (2014)

Per 'festeggiare' il mio post numero 200 avevo deciso di vedere un bel film, credo di esserci riuscito a scegliere bene quando ho visto questo film, Foxcatcher: Una storia americana, una storia come tantissime altre che riguardano vittorie, sconfitte, ingiustizie ma soprattutto omicidi, come quello di questa vera storia. Non è la prima volta e non sarà l'ultima che gli americani faranno pellicole sulle loro storie, belle ed agghiaccianti, anche se in questa particolare storia di qualcosa di così sconvolgente non c'è granché. Si vedono spesso al cinema e alla televisione diverse storie, biografiche, autobiografiche o basato su fatti realmente accaduti, come molti film che ho recensito anche recentemente, American SniperWhitneyAnnie ParkerSelma: la strada per la libertàThe Imitation GameBig Eyes. Questo specifico film in ambito quasi puramente sportivo, (come due molto belli anche se molto più positive di questa, American True Story (McFarland,USA - La vera storia di Gabby)), parla di un rapporto psicologico, morboso e complicato, quasi fisico che deteriorandosi porta a infauste conseguenze, anche mortali. Un Biopic diverso dai soliti, in cui l'analisi introspettiva dei personaggi conta più del ritmo narrativo. Un film complesso, in cui il tema del patriottismo e della ricerca di gloria si mischia alle intricate vicende personali dei personaggi. La pellicola tratta infatti della storia vera dell'assassinio del lottatore campione olimpico alle Olimpiadi del 1984 a Los Angeles (di lotta libera) Dave Schultz (interpretato da Mark Ruffalo), avvenuta nel 1996 per mano di John du Pont (interpretato da Steve Carell), della famiglia Du Pont (una delle famiglie più ricche d'America), amico ed allenatore del lottatore. Il film (del 2014) è l'adattamento cinematografico dell'autobiografia Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia scritta nel 2014 da Mark Schultz (Channing Tatum nel film), fratello di David, anch'egli campione olimpico nel 1984. L'autobiografia è stata scritta insieme alla sceneggiatura, quindi molti fatti e situazioni sono uguali, ma non proprio tutte, è stata in parte modificata (cambiando anche molti aspetti della realtà) per rendere più coinvolgente il racconto (senza poi effettivamente riuscirci) e soprattutto comprimerlo in circa due ore. La pellicola che ha partecipato in concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes ha fatto vincere a Bennett Miller il premio come miglior regista. Il film ha anche ricevuto cinque nomination ai Premi Oscar 2015 senza però riuscire a vincerne almeno uno.

venerdì 11 marzo 2016

American Sniper (2014)

American Sniper è un film del 2014 diretto da Clint Eastwood. Il film, ha ricevuto 6 nomination agli Oscar 2015, vincendo il Premio Oscar per il Miglior montaggio sonoro. Dal nome, dalla trama ci si potrebbe aspettare il solito filmetto americano patriottico, la solita minestra, ma questo film di Eastwood non lo è quasi per niente, anzi. Perché American Sniper racconta, sì di guerra, ma soprattutto di ciò che essa lascia dentro ai soldati che la vivono. Ma tutti i film di Eastwood (un abile regista) secondo me sono film di un grande narratore, che prende un personaggio, lo analizza, lo racconta e cerca di darci un racconto problematico, non propagandistico. Il finale mi ha sorpreso, non sapevo fosse una storia vera, e addirittura il film è basato proprio sull'omonima autobiografia di Chris Kyle che racconta i suoi trascorsi nella marina americana. Clint ha già provato ad approfondire ogni aspetto della guerra, uno dei suoi temi a lui più cari infatti è il patriottismo americano e l'onore militare. Ma lo fa a suo modo, raccontando una storia vera, strabordante di retorica e eroismo certo, ma è apprezzabile come la storia viene raccontata, magnificamente. Protagonista di American Sniper è Chris Kyle, texano che cavalca tori e non manca un bersaglio, che ha deciso di mettere il suo dono al servizio degli Stati Uniti, fiaccati da molti attentati. Arruolatosi nelle forze speciali dei Navy Seal, Kyle ha stoffa e determinazione per riuscire e ottenere l'abilitazione. Perché come gli diceva suo padre da bambino lui è nato 'pastore di gregge', votato alla tutela dei più deboli contro i lupi famelici. Operativo dal 2003, parte per l'Iraq, inviato con una missione precisa: proteggere i suoi commilitoni e diventa in sei anni, 1000 giorni e quattro turni una leggenda a colpi di fucile. La sua massima precisione salva innumerevoli vite sul campo di battaglia e mentre si diffondono i racconti del suo grande coraggio, viene infatti soprannominato "Leggenda". Nel frattempo cresce la sua reputazione anche dietro le file nemiche, e viene messa una taglia sulla sua testa rendendolo il primario bersaglio per gli insorti. Allo stesso tempo, combatte un'altra battaglia in casa propria nel tentativo di essere sia un buon marito e padre nonostante si trovi dall'altra parte del mondo. Ma il film non solo racconta il suo arruolamento dopo una breve carriera da atleta di rodeo, l'addestramento, le missioni, la perdita di alcuni amici in battaglia, ma anche la costruzione di una famiglia e il ritorno alla vita normale. Kyle, è stato il cecchino che ha ucciso più nemici nella storia dell'esercito degli Stati Uniti (centosessanta uomini abbattuti e certificati) diventando una specie di eroe nazionale. Tornato finalmente a casa, si dedica alla moglie, ai bambini e ai reduci (ai cui guarda le spalle dai fantasmi della guerra del Golfo), ma la sua dedizione gli sarà fatale.

venerdì 15 gennaio 2016

Big Eyes (2014)

Alla fine della visione di questo film, ossia Big Eyes, ero ancora un po' stordito da quello che avevo appena visto, stentavo a crederci, non mi sembrava vero, così inverosimile e incredibile da non sembrare quello che in realtà era ed è, una storia dannatamente vera. Non ne avevo mai sentito parlare. Perché quello che racconta questo bellissimo film (del 2014) è qualcosa di pazzesco, con un regista Tim Burton, sempre tuffato nel fantastico più sfrenato possibile, che invece, con una originale sceneggiatura, confeziona un'opera veramente molto bella, sia visivamente ed emotivamente coinvolgente. E pensare che all'inizio, nelle prime immagini (del trailer), credevo fosse un'onirico ed orripilante viaggio nell'occulto o fantasy con quella particolare scena di lei al supermercato, perché anche solo dal regista intuivo già che qualcosa di strano parlava, invece poi scopro prima di vederlo che il film è ispirato a fatti realmente accaduti e che si trattava di una biografia, una drammatica commedia. In un'epoca in cui non era possibile lasciare i mariti (anni 50-60), la pittrice Margaret Ulbrich decide di scappare con sua figlia. Senza vere prospettive e senza soldi, dipinge per passione e per necessità quadretti semi-caricaturali di bambini dagli occhi smodatamente e insolitamente grandi (in stile quasi Manga), che trasmettono emozioni contrastanti ma piene del suo sentimentalismo e della sua anima, perché gli occhi sono lo specchio dell'anima. Incredibilmente queste opere raggiungeranno un enorme e inaspettato successo quando a commercializzarle sarà Water Keane, secondo marito di Margaret bramoso di successo e di denaro, artista a tutti i costi. Spacciando i quadri della moglie per propri, per quasi un decennio, Walter costruisce un impero su un'enorme bugia, riuscendo ad abbindolare l'America intera. Finché Margaret non si ribella, perché sotto gli occhioni dei milioni di "figli" dei Keane, si cela una delle più grandi frodi dell'arte contemporanea. Purtroppo in quel periodo l'arte femminile non era presa in seria considerazione e così Walter ha potuto sfruttare le sue abilità di manager plagiando la moglie, relegandola dietro le quinte, facendo da comparsa, continuando a dipingere, dividendo equamente i profitti (si fa per dire..). Ma il femminismo è alle porte e Margaret ne è a suo modo una pioniera, poiché porterà in tribunale il marito riuscendo a smascherare Walter che si arrogava la paternità delle opere, è di fatto solo un truffatore. Non ha mai dipinto alcun quadro, ha falsato la sua vita e quella degli altri.

sabato 21 novembre 2015

Alabama Monroe (2012) & 50 e 50 (2011)

Alabama Monroe è la storia di un amore struggente, un racconto passionale e coinvolgente, che lentamente si dipana e cresce di intensità, per arrivare a un finale che devasta il cuore. Una coppia di genitori riceve una terribile notizia: la propria bimba ha un cancro. I due genitori Elise (una tatuatrice che ama imprimere le emozioni sul suo corpo) e Didier (che suona il banjo e adora la musica country, il ritmo della sua vita) cercano di starle vicini il più possibile ma questo dramma sconvolgente finirà con il travolgere la vita della coppia. Il film (del 2012) usa un montaggio dinamico (essenziale alla riuscita del film e alla crescita del pathos), non lineare nel tempo ma un continuo salto temporale (il film infatti parte dal 2006) dove pian piano scopriamo come i due si sono conosciuti, amati e a quale meraviglioso legame univa la coppia di genitori dalla rivelazione alla coppia della tragedia che ha appena colpito la loro piccola.