Dopo il criticabile remake di Annie (l'adattamento cinematografico dei fumetti Little Orphan Annie), il regista Will Gluck ci riprova, adattando la serie televisiva Peter coniglio (Peter Rabbit), basata a sua volta sul racconto di Beatrix Potter (conosciutissima nel mondo anglosassone e meno da noi), uno dei capisaldi della letteratura inglese per l'infanzia. Qualche anno fa una biografia cinematografica con protagonisti Renée Zellweger e Ewan McGregor, che ne aveva raccontato anche la storia d'amore poco convenzionale con il suo editore, ebbe poca fortuna. Forse non ha avuto neanche questo live action tanta fortuna, eppure, rendendo le avventure dell'irresistibile coniglio e della sua combriccola adatte non solo ai più piccini, ma anche ai teenager e agli adulti, il regista riesce a fare centro. Anche perché a parte l'indiretto omaggio all'autrice nel nome della protagonista femminile umana, poco rimane (fortunatamente) dello spirito originale dei racconti (alquanto stucchevole), che si trasformano in una specie di slapstick comedy in stile Tom e Jerry, dove la sfida è tra il roditore astuto e senza paura e un giovane umano che ha la pessima idea di sbarrargli la strada verso i suoi ortaggi. In più, al vecchio e burbero McGregor dei racconti originali (che tira le cuoia a inizio film per un infarto, proprio quando aveva finalmente acchiappato il coniglietto e si accingeva a trasformarlo in una torta da forno) si sostituisce il pronipote Thomas, un personaggio più "fresco". Fresco come il film, Peter Rabbit è infatti, un film (del 2018) divertentissimo e dal ritmo frenetico, che tra musica pop, irriverenza e sarcasmo, assicura risate e coinvolgimento. Realizzato con la stessa tecnica del bellissimo Paddington 2, grazie al lavoro straordinario dell'Animal Logic sulle animazioni e i modelli in CGI dei conigli, Peter Rabbit è un live action pieno di personaggi indimenticabili, a cui è facile affezionarsi per la capacità della sceneggiatura di dipingerli in modo ironico, realistico e gustosamente "scorretto". Oltre ai cattivissimi conigli antropomorfizzati, pienamente convincenti sono, difatti, anche i personaggi umani, in primis un perfetto Domnhall Gleeson (ottimo protagonista di film come Ex machina e Questione di tempo, che farebbe bene a non accumulare altri ruoli come quello dell'insulso generale Hux di Star Wars), che sembra nato per il ruolo dell'impacciato Thomas.
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Visualizzazione post con etichetta Domnhall Gleeson. Mostra tutti i post
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lunedì 18 marzo 2019
giovedì 14 febbraio 2019
Vi presento Christopher Robin (2017)
Non ho mai amato l'orsacchiotto giallo, men che meno il suo amichetto umano, eppure è impensabile non conoscere Winnie the Pooh, dal 1961 nella famiglia Disney, mentre è più probabile non conoscere la vera storia dietro la storia. Una storia che questo film racconta. Vi presento Christopher Robin (Goodbye Christopher Robin), film del 2017 diretto da Simon Curtis, è, infatti, un film dedicato ad uno dei giovani protagonisti dell'universo disneyano: il bambino biondo e delicato che si accompagna, nelle sue avventure, all'orsetto più goloso di miele di tutti i tempi, Winnie the Pooh, suo fedele compagno di giochi e tenero amico d'infanzia. Se pensate, però, che la pellicola sia semplicemente un film per ragazzi, in cui trionfano le buone azioni e il valore dell'amicizia, vi sbagliate. Perché anch'io lo pensavo all'inizio (non conoscendo niente), salvo poi ricredermi di fronte ad una storia molto diversa, più terrena, più "cruda". Il film difatti, non racconta solo come è nato uno dei personaggi più iconici della seconda metà del XX secolo, Winnie the Pooh, insieme ai suoi compagni di avventure (Pimpi, Tigro, Ih-Oh) abitanti della Foresta dei Cento Acri, ma racconta soprattutto la vita di A.A. Milne, che ha combattuto durante la Prima guerra mondiale, tornandone con un disturbo post traumatico da stress, racconta la sua crisi una volta rientrato in società (perché abbiamo combattuto una guerra per porre fine a tutte le guerre ma non è cambiato nulla) e il suo blocco dello scrittore. Si addentra nel difficile rapporto tra l'autore, interpretato da Domhnall Gleeson, e sua moglie Daphne (Margot Robbie) e in quello, ancora più difficile, con il figlio Christopher Robin (Will Tilston). Billy Moon (in famiglia chiamato così), in fondo, era solo un ragazzino che voleva l'amore di suo padre e si è ritrovato, da persona, a diventare (quando egli decide di scrivere un libro per lui, che finisce per diventare un libro su di lui) un personaggio, artefatto e fittizio, depauperato di un mondo fantastico che inizialmente era solo suo. Christopher Milne (così, da adulto, fu chiamato dai suoi amici) non a caso non prese mai un centesimo dagli introiti prodotti dai libri su Winnie the Pooh. Questo perché anche se lui ha poi capito l'importanza del suo ruolo, mai poté dimenticare l'inaspettata sua popolarità, il suo essere suo malgrado una star mediatica, che lo mise parecchio in difficoltà, con un disagio sempre crescente, esasperato dalla notorietà e dalla lontananza dei genitori.
venerdì 26 ottobre 2018
Barry Seal: Una storia americana (2017)
Se fottutamente vera era la storia di Gold: La grande truffa, certamente assurda e clamorosa è la storia di questo film, di Barry Seal: Una storia americana (American Made), film del 2017 diretto da Doug Liman con protagonista Tom Cruise. Il film infatti racconta l'incredibile storia vera di Barry Seal, pilota della TWA che negli anni '80 fece una montagna di soldi lavorando come corriere prima per la CIA, poi per il cartello della droga di Pablo Escobar, poi per tutte e due le organizzazioni contemporaneamente e infine diventando collaboratore ufficiale della DEA. Sì lo so, sembra una storia inventata, eppure questa aggrovigliata storia, che in verità è più ingarbugliata di quanto sembri, anche perché di sfumature la suddetta storia è piena, è proprio vera verissima. Difatti Barry Seal, inteso come il protagonista e il suddetto film, è un personaggio realmente esistito che si trovò, senza saperlo (e forse senza volerlo), coinvolto in qualcosa di più grande di lui che di lì a poco avrebbe cambiato le sorti di un continente e di un popolo intero, qualcosa che il regista, attraverso un'estetica profondamente anni '70 (un'estetica ben efficace tramite una discreta realizzazione tecnica della messinscena) ed una regia avvincente, perfettamente in linea con la storia e gli avvenimenti (ritmi frenetici ben scanditi da continue contestualizzazioni storiche raccontano infatti, avvalendosi anche di filmati di repertorio, i fatti accaduti durante quegli anni), riesce benissimo a raccontare. Costruendo per questo un film biografico decisamente atipico, certamente molto pop, molto intelligente, con qualche difetto ma sicuramente tanto, tanto divertente. Un film non certo originale, di taglio abbastanza Scorsesiano, tanto che Barry Seal non è poi tanto dissimile dal Jordan Belfort del lupo di Wall Street, tuttavia il taglio leggermente satirico e la buona regia del regista statunitense insieme alla convincente prova del di divo hollywoodiano (i due tornano a collaborare dopo il bellissimo Edge of Tomorrow), ne fanno un prodotto di tutto rispetto e piacevole da vedere. Un prodotto altresì ricco ed avventuroso che grazie a dei continui colpi di scena rendono difficile il colpo di sonno.
venerdì 21 settembre 2018
Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017)
Parlare di Star Wars non è mai facile, tra il pericolo di spoilerare troppo e l'inevitabile soggettività di giudizio a cui si presta ogni capitolo di una saga di tale calibro, si finisce quasi per camminare a tentoni in un campo minato da fanbase, fanservice, aspettative. Proprio nel caso di quest'ultime erano molte attorno a Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), noto anche come Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, film del 2017 scritto e diretto da Rian Johnson, ma il regista (sebbene solo in parte) non le ha deluse, lasciando lo spettatore a bocca aperta per gran parte della pellicola. Una pellicola che è un kolossal in tutto e per tutto, durata importante (si sfondano i 140 minuti), macchina cinematografica a pieno regime, comparto tecnico strabiliante, cura del dettaglio che sfiora la perfezione. Tuttavia l'arduo compito di dare sostanza alle premesse de Il Risveglio della Forza riesce solo in parte: la storia subisce infatti una brusca accelerazione, proiettandosi prepotentemente in avanti e mettendo moltissima carne al fuoco. C'è molto da raccontare e il sovraffollamento narrativo è tangibile, con sequenze meno azzeccate di altre e alcuni passaggi dialogati poco riusciti. Star Wars: Gli ultimi Jedi difatti, ottava pellicola della saga di Guerre stellari e il secondo della cosiddetta Trilogia sequel, non è un film perfetto, sicuramente più confuso e caotico rispetto al precedente di J.J. Abrams, il quale aveva diretto un sequel a metà tra nostalgia e innovazione senza allontanarsi troppo dalla scia narrativa che aveva caratterizzato la prima trilogia, costruendo un prodotto (forse fin troppo) equilibrato che strizzando l'occhio ad "Una nuova speranza" cercava di accontentare tutti i fan della saga. Rian Johnson al contrario (regista conosciuto soprattutto per Looper, un film fantascientifico intrigante ed affascinante ma non proprio solidissimo), partendo appunto dalla base di fondo lasciata dal Risveglio della Forza, stravolge tutte le carte, in un continuo alternarsi di plot twist e colpi di scena disseminati nelle 2 ore e mezza della pellicola, che ribaltano completamente l'universo dei Jedi così come lo avevamo conosciuto. E sorprendentemente tutto, anche se parzialmente, funziona.
venerdì 13 luglio 2018
Madre! (2017)
Com'è difficile parlare di questo film, francamente sono spiazzato, su di un piano emotivo l'ho trovato molto disturbante, non vedevo l'ora che finisse, su di un piano più cerebrale, si può giudicare come un'opera molto ambiziosa, che guarda molto in alto, anche se proprio quest'aspirazione, non sembra corrispondere al risultato ottenuto, un risultato tuttavia discreto. Di certo è innegabile che dopo aver assistito a Madre!, film drammatico, horror grottesco o thriller non si sa del 2017, si può tranquillamente affermare che quella concepita da Darren Aronofsky è un'opera come se ne vedono poche (un'opera incredibilmente sopra le righe che non assomiglia a niente altro), che non assomiglia a nulla di quanto realizzato dal regista in precedenza e che probabilmente lo stesso non sarà più in grado di replicare. Darren Aronofsky infatti, che dopo alcuni film tutto sommato quasi convenzionali, regista già affermatissimo e autore di pellicole importanti caratterizzate da un'insolita e caratteristica vena visionaria, che qui non rinuncia allo stile che lo ha reso celebre per questa sua ultima fatica, anzi, Mother! spinge la sua ricerca espressiva ancora più in là (forse questa volta a scapito della narrazione, che soffre di un'eccessiva frammentarietà e ridondanza), si rituffa in un film (un'opera interessantissima, di evidente impostazione psicanalitica arricchita da elementi horror, cui peraltro non manca neanche un sottile, e malato, sense of humour e su cui aleggia un'atmosfera da teatro dell'assurdo) aberrante e stravagante. Perché anche se egli ci aveva già abituati all'esplorazione delle paure e dei desideri inconfessabili che si insinuano nell'animo umano grazie a pellicole come Requiem for a Dream e Il Cigno Nero, con Madre! il regista amplifica la rappresentazione del malessere del singolo individuo e la estende a personalissimo e visionario intreccio di inquietudini e paranoie sul destino del mondo e dell'umanità. Il risultato è quindi un quadro scioccante, a tratti indecifrabile e disturbante, parrebbe sulla follia del nostro tempo, sull'insostenibilità della nostra condizione di esseri umani schiacciati dalle prospettive che gravano sul pianeta e dalle aspettative di chi ruota attorno a noi, e forse anche sulla forza dirompente dell'amore, quello che ci rende vulnerabili, quello che ci terrorizza a morte, ma è difficile capirlo con esattezza.
venerdì 3 marzo 2017
Brooklyn (2015)
Nick Hornby prosegue la sua carriera di sceneggiatore, e così dopo il non eccezionale risultato con Wild, ma soprattutto dopo An Education, film per il quale ricevette una nomination all'Oscar, eccolo nuovamente in un film che definire bello sarebbe riduttivo, perché Brooklyn, film del 2015 diretto da John Crowley, è un film eccezionale, semplice, non banale a lunghi tratti, coinvolgente ed emotivamente intenso. Il film infatti, tratto dall'omonimo romanzo di Colm Toibin, che ha ricevuto l'anno scorso tre nomination all'Oscar, senza però vincere nessuno, anche se si è aggiudicato il premio come miglior film britannico, è essenzialmente un dramma, anzi, melodramma intenso e avvolgente, che se anche non raggiunge la complessità di quelli di Todd Haynes e il suo Carol, film a cui la pellicola sembra avere tanto in comune, soprattutto nello stile, anche se questo film è visivamente più vivace nei colori e sfumature, e quindi più piacevole da vedere, grazie anche alla freschezza di alcune battute e della stessa bravissima protagonista femminile, dato che la carina e dolcissima Saoirse Ronan sfoggia una invidiabile tempra di attrice che in ogni caso potrà ulteriormente perfezionare in futuro, è lo stesso un film interessante e sicuramente più coinvolgente di quell'altro comunque discreto film, film che come ritratto intimista non è assolutamente da buttare, anzi, da elogiare, nonostante il racconto, per la sua vitalità. Comunque la storia, ambientata negli anni '50, dove i colori pastello e i vestiti accessi sono molto vivi e funzionali (stranamente particolare che ho notato e in positivo), racconta di una ragazza irlandese, che non avendo né arte né parte, cerca fortuna a New York, nel quartiere di Brooklyn, ovviamente, dove grazie ai buoni uffici di un prete conterraneo amico, riesce a trovare un lavoro dignitoso. Inesperta e timida ma volenterosa e tenace, impara presto e soprattutto trova l'amore, in un giovane idraulico, persona semplice ma di buoni sentimenti. E quindi dopo un duro periodo di adattamento la serenità finalmente arriva, ma un tragico evento è dietro l'angolo e costringerà Ellis a compiere una scelta difficile. Il suo mondo infatti verrà messo in discussione, fino a quando la coscienza gli darà una mano a scegliere il suo destino.
sabato 8 ottobre 2016
Unbroken (2014)
Unbroken è un potente, crudo e drammatico film del 2014 prodotto e diretto da Angelina Jolie, che racconta la vera, incredibile storia di Louis Zamperini (morto purtroppo durante la realizzazione del film), atleta olimpico, che durante la Seconda guerra mondiale divenne un eroe. Una storia epica di resistenza e coraggio, la trasposizione cinematografica del libro Sono ancora un uomo, scritto nel 2010 da Laura Hillenbrand. Il protagonista (interpretato dall'attore britannico già pluripremiato e nominato ai BAFTA Jack O'Connell) di origini italiane infatti, trova nell'atletica leggera il suo riscatto, ma mentre si prepara per le sue seconde Olimpiadi, lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo costringe ad arruolarsi nell'aviazione. Nel 1942, durante una missione di recupero sull'Oceano Pacifico, il suo B-24 precipita rovinosamente, dimezzando il suo equipaggio. Sopravvissuto insieme a due commilitoni, Zamperini resiste in mare per quarantasette giorni, cibandosi di pesce crudo e schivando i colpi delle mitragliatrici aeree giapponesi. Ma saranno proprio i nemici a salvarlo, e verrà condotto in un campo di prigionia, dove diventa presto ostaggio del sadismo di Watanabe, un sergente perverso col vizio del bastone e dell'umiliazione. Dovranno passare ancora due lunghi anni prima che Zamperini, riacquisti la libertà, tornando in Patria e dai suoi cari. Unbroken, intenso e potente, non è perciò un film per tutti. Perché vedere questo film non è una passeggiata, non è piacevole e nemmeno facile da seguire, scena dopo scena. E' un film cattivo e sporco, a tratti perverso ed esagerato che vorresti interrompere a metà o meglio, vorresti prendere la pellicola e modificarla, rendendola più buona, forse buonista, più appetibile e mainstream, forse un po' romantica, dopotutto. La regista invece non imbocca la strada facile o quella che le assicurerà più soldi nel cachet, non vuole confezionare una storia fatta di cliché che il grande pubblico è abituato a seguire nelle sale. La sua storia è fatta di dolore, disperazione, umiliazione, solitudine, sangue e tanta violenza. Descritto cosi il film quindi farebbe proprio schifo, ma sotto lo strato superficiale si trova una storia grandiosa che emana speranza, tenacia, coraggio, forza di volontà e perseveranza da tutte le parti. E sotto lo strato di una storia fatta di disumana violenza, si rivela la vera essenza del film della Jolie, avere speranza, dimostrare coraggio e forza di volontà, non cedere e non mollare, costi quel che costi. Solo con questi elementi ci si può assicurare la dignità e sopravvivenza. Ecco perché Unbroken mi è piaciuto. Ecco perché lo reputo un film importante ed imponente. Non è solo una storia di miseria e dolore, ma una storia dalla risonanza epica di resistenza, riscatto, dignità, coraggio e fede. Unbroken è un film lungo, emotivamente claustrofobico e violento. Queste tre caratteristiche lo rendono difficile da guardare, ma è così che deve essere, poiché per una rara volta, siamo di fronte ad una storia vera che non è stata trasformata in una facile, seppur epica, americanata d'intrattenimento.
sabato 30 luglio 2016
Gli altri film del mese (Luglio 2016)
Luglio è stato un mese intenso non solo per il caldo opprimente che ancora continuerà per tutto il mese di agosto, ma anche cinematograficamente con tanti titoli visti, di nuovi e di diversi generi. Ecco quindi i 12 film visti. Questione di tempo (About Time) è una delicata, raffinata ed emozionante commedia romantica del 2013 scritta e diretta da Richard Curtis, regista tra gli altri di Love Actually e I Love Radio Rock, e soprattutto sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill e Il diario di Bridget Jones, insomma una grande firma per un bellissimo film (andato in onda in prima visione su Italia Uno il 7 luglio). Film che narra di Tim, giovane e impacciato ventunenne interpretato da Domhnall Gleeson, che scopre dal padre di avere la possibilità di viaggiare a ritroso nella sua vita. Tim però non può cambiare la sua intera storia, ma può modificare i singoli avvenimenti per correggere il proprio futuro. Il ragazzo decide così di far tesoro di questo potere per incontrare l'amore, anche se non tutti i tentativi andranno a buon fine, specialmente i primi. Nel corso del film il ragazzo si troverà infatti a rivivere spesso gli stessi momenti assumendosi importanti responsabilità sui risvolti positivi o negativi delle vicende, cancellando spesso la linea temporale della propria vita e quando a un certo punto l'obiettivo diventa Mary, conosciuta in un ristorante al buio, e quando i giochi sembrano fatti, un errore nel passaggio temporale sembra rimettere tutto in discussione. Questa storia (un po') bizzarra ma gradevole ruota quindi intorno a Tim, il giovane protagonista della pellicola, che può fare qualcosa di straordinario, qualcosa che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di poter fare (non ci stancheremo mai di fantasticare su questa possibilità), ovvero come il protagonista chiudendosi in un luogo buio e stringendo forte i pugni, Tim può tornare indietro nel tempo e rimediare ai propri errori o a quelli commessi da altri. Questo dono, tramandato da generazioni tra gli uomini della sua famiglia, consente all'esitante e impacciato ragazzo di conquistare nel migliore dei modi la sua futura moglie Mary e di realizzare che rivivere dei momenti passati come vorremmo non sempre conduce ad una vita perfetta. Nel bene o nel male dovrà però decidere cosa è meglio per lui e per la sua famiglia, spinto dal succedersi di avvenimenti imprevisti e che non riservano sorprese. I viaggi nel tempo, i paradossi temporali, la macchina per tornare indietro nella notte dei tempi o magari per vedere il futuro della nostra irrequieta umanità, sono tematiche che hanno sempre affascinato l'uomo e attratto la fantasia di autori e narratori di molta letteratura fantastica. Da parte sua il cinema non è mai stato indifferente a questi stimolanti argomenti, trovando anche il modo di affrontare la materia in generi non strettamente e naturalmente indicati per queste tematiche, come per esempio questa bella commedia. Richard Curtis ovviamente, non scopre certo nulla di nuovo, ma se la trama non brilla per originalità, stupisce invece la rapidità e il modo con cui evolve, Curtis decide infatti di muoversi su un piano differente, Tim non è l'utilizzatore di una macchina del tempo alla Wells e neppure un americano alla corte di re Artù nato dalla penna di Mark Twain, i suoi sono piuttosto dei 'ritorni al futuro' il cui arco temporale ristretto consente al protagonista di tentare di sistemarsi la vita grazie alla consapevolezza acquisita in precedenza.
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domenica 27 dicembre 2015
Ex Machina (2015)
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