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giovedì 20 ottobre 2022

Le serie tv del mese (Ottobre 2022)

E un'altra stagione/anno serialtelevisiva volge al termine, non prima di sparare però le ultime cartucce, alcune presenti già da oggi, ma ecco che a Novembre ci sarà lo speciale Miniserie e a Dicembre quasi la crème de la crème, con serie attese, importanti e tra le più chiacchierate dell'anno. C'è tanto ancora insomma, e tanto ci sarà sicuramente e certamente dal prossimo, che si prospetta come già anticipato alcuni mesi fa addietro, ricco e corposo, tra recuperi programmati e tanto altro, ma tutto probabilmente dipenderà dalle aperte e soprattutto nuove produzioni che arriveranno. E consapevole che difficilmente concluderò le mie liste di visione (accadrà probabilmente mai), mi accingo e mi accingerò ugualmente a vedere le serie e/o miniserie che più m'interesseranno e che tra le mie corde saranno.

L'assistente di volo - The Flight Attendant (2a stagione) - Come nei migliori prodotti, L'assistente di volo sfrutta la seconda occasione offerta da questa nuova stagione, che parte da premesse ancora più iperboliche, ma stranamente convincenti, che si conferma un nuovo thriller frenetico e spensierato in cui, ancora una volta, il mistero da risolvere è Cassie (una Kaley Cuoco ancora più a fuoco e sicura del ruolo), per prendere il meglio dei primi otto episodi e costruirci attorno una storia che indaga, in tono comedy, i temi della dipendenza, della salute mentale e dei traumi, con ironia e intelligenza. L'assistente di volo 2 è infatti una versione più elaborata, complessa e matura rispetto al proprio debutto, pur conservandone tutti quei punti di forza che hanno reso la serie sempre coinvolgente: la regia, il montaggio, la dimensione surreale, i colpi di scena e, soprattutto, lo spessore emotivo. Essa affronta la bellezza dei primi capitoli a testa alta, non deludendo le aspettative e, anzi, donando una storia altrettanto avvincente e appassionante. Il problema è la ridondanza, che gli fa perdere dei punti, ma non troppi. Voto: 6,5

Halo (1a stagione) - Tratta da un noto videogioco (anche chi non è particolarmente attento o appassionato dell'universo videoludico conosce Halo, un franchise che di quel mondo ha fatto la storia, a cui tuttavia non ho mai giocato a nessun gioco della saga), la serie (di cui storia tra l'altro cambia abbastanza radicalmente) riesce se non altro a disegnare alcuni personaggi in maniera abbastanza interessante, su tutti la scienziata disgustata dalla lentezza evolutiva della sua specie e la ragazza prelevata e "adottata" dai Covenant. Meno sopportabile, invece, è la ribelle sul pianeta simil Dune. Oltre agli alieni, anche colui che si occupa dei ribelli, seppur tendente al caricaturale, non è male. Nel complesso sufficiente (perché se il lavoro estetico generale è riuscito, la resa dei personaggi e dell'intreccio non tanto), certamente ci si aspettava di più da una produzione la cui scommessa era da far tremare i polsi fin dalla sua ideazione, e per adesso non si può certo dire vinta: neanche persa, però, solo sospesa (eppure Arcane c'è riuscita alla grandissima), ma potrebbe risultare letale portarlo troppo avanti. Voto: 6

giovedì 30 giugno 2022

I film del mese (Giugno 2022)

Dai cortometraggi ai documentari il passo è breve, e se questi di Cinema parlano/descrivono, "manco la bocca devi aprire". Ho infatti atteso di avere Netflix e dell'occasione per vedere la docuserie I film della nostra infanzia, spin off della serie I giocattoli della nostra infanzia (che anch'esso forse recupererò), ed è stato un gran divertimento. Certo, ho visto delle 3 solo la prima di stagione, ovvero delle 16 puntate solo quattro, ma sicuramente non mi perderò le altre, non mi perderò le storie dietro alcuni dei film che hanno influenzato intere generazioni, comprese le interviste con gli attori, i registi e gli addetti ai lavori che si sono impegnati nella realizzazione di questi classici. Eppure l'inizio non è stato dei più eccezionali, difatti si comincia con Dirty Dancing - Balli proibiti, che, qui lo dico e qui lo nego, non ho mai sopportato, ma i retroscena davvero interessanti, alla fine più del film penso d'aver più apprezzato tutto quello che nel documentario (durata variabile 50 minuti) viene svelato. Fortunatamente dal secondo si comincia a ragionare, ecco infatti Mamma, ho perso l'aereo, che nonostante alcuni retroscena già sapevo e/o conoscevo ho apprezzato moltissimo. Sapevo quasi tutto invece del terzo, di Ghostbusters - Acchiappafantasmi, ma anche più del secondo ho ammirato il tutto, perché i Ghostbusters sono i Ghostbusters. Ultimo, un gran bel botto, quelli tantissimi che c'erano in Trappola di cristallo, uno degli action più belli di sempre. A tal proposito, grazie al nostro Cassidy di quartiere (conoscete tutti il blog La Bara Volante vero?) che di cinema se ne intende, alcune chicche erano già state svelate (ed anni addietro), ma tra sorprese che non sapevo ed espedienti che non conoscevo, un piacevole e godibilissimo intrattenimento. Come quello che ahimè solo in pochi hanno offerto i lungometraggi visti in questo mese, nessuno diventerà un classico (a parte uno che già lo è), ma almeno alcuni di certo vedibili sono, scoprite quali.

Lady Macbeth (Dramma 2016) - L'origine shakespeariana mutuata dal romanzo breve di Nikolaj Leskov rendono questa Lady Macbeth un oggetto particolare, lo rendono un film strano ed affascinante. Una protagonista eccellente (una già brava e fulgida Florence Pugh, che da qui migliora progressivamente) per un film che convince non tanto per la trama quanto per le atmosfere e il gusto ricercato delle inquadrature oltre che per la tensione che permea progressivamente la vicenda. Una vicenda dai tratti gelidi sullo sfondo di una campagna spoglia e isolata dal mondo, scenario perfetto per un dramma che sale lentamente fino all'exploit finale. Un'impostazione molto teatrale ma certamente efficace nel trasmettere un senso di crudeltà ai limiti del gratuito. Il risultato è un film intrigante ma che non avvince del tutto. Tragica ma priva di pathos nel senso più classico, la pellicola dell'esordiente William Oldroyd, interessa e convince, però solo a metà. Voto: 6

Youtopia (Dramma 2018) - Delicato nelle premesse, angosciante nello sviluppo, troppa iella, però, sembra disorientare e il finale non giunge molto catartico. Occasione non del tutto persa ma sostanzialmente mancata di scandagliare con giusto coraggio e volontà una virtualità nella quale le carte della disumanità, dell'anomia e di una nuova idealità di socializzazione si mescolano con più complessità di quanto si vorrebbe credere (la vera "profonda rete" su cui indagare). Berardo Carboni e i suoi invece passano per troppe scorciatoie di scrittura, asciugando dove sarebbe stato utile soffermarsi e viceversa. Non è da bocciare ma nemmeno da elogiare tanto, diciamo che si può guardare e alla fine non c'è rimpianto però ci sono recitazioni scadenti dove si salva solo la ragazzina, e che ragazzina, Matilda De Angelis, non più una brava esordiente di belle speranze, ma sempre più una conferma che dimostra tutta la sua maturità di attrice. Voto: 5,5

martedì 5 maggio 2020

I film visti in settimana (27 Aprile/3 Maggio 2020)

Continua il trend positivo, infatti per la quinta settimana consecutiva un film da 7 in pagella (che potrà sembrare un non granché voto, ma per i miei standard è parecchia roba) fa capolino nella lista settimanale dei film visti. Purtroppo continuano a far capolino anche film mediocri, ma se ci sarà sempre (spero di non essermi dato la zappa sui piedi) un film bello e da consigliare ogni settimana, non sarebbe poi tanto un problema insormontabile, un sacrificio difatti lo compirei. Comunque in questa settimana, in cui non ho nuovamente visto/rivisto alcun altro film (vintage), al contrario della scorsa settimana cinematografica, dove una brutta sorpresa ci fu, era Domino, questa volta niente a quel livello. Tuttavia una delusione sì che c'è, e la trovate subito al primo colpo.

Men in Black International (Azione 2019) - Già non se ne sentiva il bisogno, che il ritorno avvenisse almeno con più grinta, e invece niente di tutto ciò, fin troppo tiepido e poco coraggioso, privo di qualsiasi stimolo e mordente, incapace di approcciarsi in un modo nuovo e moderno in quanto ancora troppo ancorato a un modello di successo del passato, è il quarto episodio della serie Men in Black. International infatti, che non vede più L'agente J e l'agente K scambiarsi sagaci battute e frizzanti frecciatine (la mancanza della mitica coppia Will Smith/Tommy Lee Jones si fa sentire, anche perché qui le battute sono al limite del tedioso), in loro vece è presentata una coppia già collaudata, ha ben poca sostanza, che non siano ovviamente gli effetti speciali di qualità. Chris Hemsworth e Tessa Thompson, reduci da Thor: Ragnarok (che singolarmente hanno fornito più di quello che qui fanno insieme, 7 sconosciuti a El Royale12 Soldiers il primo, Creed II la seconda) si schierano nuovamente dalla stessa parte per fronteggiare il cattivo di turno che, questa volta, si annida dietro il completo nero dei MiB. Il volto del carismatico comandante in capo della sezione MiB di Londra appartiene a Liam Neeson, in un ruolo affascinante, ma la cui parabola narrativa è prevedibile e non giustificata da un solido background. La coppia funziona (anche se i loro personaggi vagano nel minutaggio del film senza riuscire mai a essere convincenti nelle azioni compiute, una più involontariamente goffa dell'altra), stessa cosa non si può dire della storia, affetta da buchi neri di trama che neanche una gigante blu è in grado di generare dopo il collasso. Una trama che implode su se stessa, ciò nonostante, la giustificazione la si può ricercare nella legge che muove l'universo dei MiB, dove la casualità non esiste e a un semplice pedone è concessa la possibilità di salvare la sua regina. Peccato non sia così anche a livello narrativo. Men in Black: International è un divertente road movie le cui strade di Londra, Parigi, Marrakesh e Napoli pullulano di alieni con una resa visiva accattivante, ma il cui scopo è poco chiaro e non funzionale alla storia, se non per condurre gli agenti MiB al cospetto del vero cattivo: un tentacolare mostro, divoratore di mondi, che vuole assimilare ogni forma di vita (lontanissimo dal "meraviglioso" Edgar-abito che portava lo "schifezzometro" alle stelle). Ciò che suscitava emozioni, nel primo sfolgorante episodio, è dato per scontato, senza nulla aggiungere di nuovo al franchise, nonostante alcune idee siano buone, ma mal integrate. Un circo spaziale senza personalità (il regista F. Gary Gray dopo Fast & Furious 8 dal tunnel non riesce a uscire), uscito fuori tempo massimo, e che ha a suo vantaggio soltanto il ricordo nostalgico e celebrativo, se vogliamo, di un successo di ormai troppi anni fa. Sparaflashatemi adesso per favore. Voto: 5

martedì 24 settembre 2019

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)

Tema e genere: Dramma biografico che racconta gli ultimi e tormentati anni di Vincent Van Gogh, dalla burrascosa amicizia con Paul Gauguin, fino al colpo di pistola che lo uccise a soli 37 anni.
Trama: Uno sguardo al periodo che Vincent Van Gogh ha passato nella regione di Arles tra il febbraio del 1888 e il maggio del 1889.
Recensione: Dopo decine di adattamenti e opere originali dedicategli (l'ultimo bellissimo Loving Vincent, troppo particolare, per tecnica ed inventiva, per essere dimenticato), arriva Julian Schnabel con il suo Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità a parlare ancora una volta di Vincent Van Gogh. Presentato alla 75ma Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, il film si focalizza sugli ultimi anni di vita dell'artista, tormentato da grosse difficoltà economiche e da una crisi esistenziale che lo ha portato al crollo delle sue condizioni psichiche e al ricovero presso l'ospedale psichiatrico di Saint Remy. Per parlare di un personaggio-simbolo della cultura occidentale su cui tutto sembra esser stato detto, il regista lavora per ellissi e sottrazioni, contestualizzando la figura tormentata di Vincent quasi esclusivamente attraverso la sua arte. Il film privilegia infatti la materia pittorica in quanto tale piuttosto che la componente biografica, scommettendo sulla composizione di immagini e paesaggi, sono i luoghi, i colori e i dipinti a parlare, ancor più del protagonista e del suo viaggio "sulla soglia dell'eternità", come recita il titolo della pellicola tratto da un suo dipinto. Schnabel conosce bene la materia che sta trattando (oltre che regista è lui stesso un pittore) e vuole omaggiare l'artista imitandone lo stile pittorico: colori saturi, scene di paesaggi sconfinati e inquadrature in soggettiva sembrano volerci calare nei panni dell'ultimo Van Gogh, solo e discriminato da quella società borghese che non lo ha mai del tutto compreso. Le immagini si susseguono dunque in una continua frizione tra la realtà interiorizzata dall'artista e una concretezza superficiale e immediata alla quale il suo genio non ha mai saputo adeguarsi. La sua sensibilità dolce e tormentata è tradotta dalle parole delle lettere realmente indirizzate ad amici e parenti, che qui fungono da voce narrante e guida attraverso gli stati d'animo del protagonista, più didascalici sono invece i dialoghi tra i personaggi, che in una sceneggiatura volutamente elementare si perdono in spiegazioni un po' artificiose e ridondanti sul valore della pittura. Con la sua interpretazione Willem Dafoe si è guadagnato a Venezia la Coppa Volpi (ed una candidatura agli Oscar), ma Rupert Friend nei panni del fratello Theo e Oscar Isaac in quelli di Gauguin non sono certo da meno, purtroppo in più di un'occasione la cura del versante estetico si scontra con la fragilità di una controparte narrativa eccessivamente piatta e lineare, che talvolta rende il film faticoso e non sempre ha la forza per arrivare al cuore dello spettatore. Il tentativo di Schnabel, non del tutto esaustivo, è comunque coraggioso e merita di essere ricordato anche soltanto per aver concretizzato quel dramma esistenziale (centrale nella vita di Van Gogh) che raramente è stato affrontato con tale consapevolezza sul grande schermo.

giovedì 2 maggio 2019

Suburbicon (2017)

L'America e le sue contraddizioni (di ieri e di oggi) sono al centro dell'ultima fatica di George Clooney. Regista di un prodotto interessante e ben strutturato, capace di attirare l'attenzione grazie ad una regia brillante (e non solo). Un film, Suburbicon, film del 2017 diretto dall'attore Premio Oscar, difficile da poter inquadrare in un genere ben definito (diffidate da coloro i quali lo presentano come una commedia), risultato di una commistione di stili ed eventi volti, sì ad intrattenere, ma principalmente a denunciare e far riflettere. Il che non sarebbe un problema se non fosse che il messaggio finale del film, non che sia poco interessante o trito il tema trattato (il problema dell'odio razziale è oramai, quasi, una costante della produzione cinematografia hollywoodiana), ma sembra come se l'intera proiezione sia volta unicamente all'analisi di tale "denuncia" (che arriva dopo 104 minuti di una trama lineare e, sostanzialmente semplice, con incastri facili da comprendere e che impediscono di identificare il tutto come un vero e proprio giallo, ma che si trascina con una calma apparente, al messaggio finale di denuncia), senza dare particolare risalto a tutte le sequenze intermedie, utili solo ad arrivare alla risoluzione finale. La mano dei Coen si percepisce come fonte ispiratrice del progetto, sono loro infatti gli sceneggiatori della pellicola, ma manca nella sostanza di una trama che di originale ha davvero poco, a partire appunto dal messaggio moralistico che pervade il film, ma anche dalla classicità dello script dei fratelli. Con l'unico guizzo dell'amicizia silenziosa, fatta di gesti, dei due bambini in teoria su fronti opposti. Suburbicon propone difatti una critica all'ipocrisia generalizzata della società americana degli anni '50 (e non solo) che tende a celare pulsioni violente e oscure, e in cui la speranza di un mondo finalmente tollerante è affidata ai gesti di un bambino. Un bambino che vive in una strana cittadina americana costruita interamente a tavolino, a misura di una perfetta famiglia bianca americana.

venerdì 21 settembre 2018

Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017)

Parlare di Star Wars non è mai facile, tra il pericolo di spoilerare troppo e l'inevitabile soggettività di giudizio a cui si presta ogni capitolo di una saga di tale calibro, si finisce quasi per camminare a tentoni in un campo minato da fanbase, fanservice, aspettative. Proprio nel caso di quest'ultime erano molte attorno a Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), noto anche come Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, film del 2017 scritto e diretto da Rian Johnson, ma il regista (sebbene solo in parte) non le ha deluse, lasciando lo spettatore a bocca aperta per gran parte della pellicola. Una pellicola che è un kolossal in tutto e per tutto, durata importante (si sfondano i 140 minuti), macchina cinematografica a pieno regime, comparto tecnico strabiliante, cura del dettaglio che sfiora la perfezione. Tuttavia l'arduo compito di dare sostanza alle premesse de Il Risveglio della Forza riesce solo in parte: la storia subisce infatti una brusca accelerazione, proiettandosi prepotentemente in avanti e mettendo moltissima carne al fuoco. C'è molto da raccontare e il sovraffollamento narrativo è tangibile, con sequenze meno azzeccate di altre e alcuni passaggi dialogati poco riusciti. Star Wars: Gli ultimi Jedi difatti, ottava pellicola della saga di Guerre stellari e il secondo della cosiddetta Trilogia sequel, non è un film perfetto, sicuramente più confuso e caotico rispetto al precedente di J.J. Abrams, il quale aveva diretto un sequel a metà tra nostalgia e innovazione senza allontanarsi troppo dalla scia narrativa che aveva caratterizzato la prima trilogia, costruendo un prodotto (forse fin troppo) equilibrato che strizzando l'occhio ad "Una nuova speranza" cercava di accontentare tutti i fan della saga. Rian Johnson al contrario (regista conosciuto soprattutto per Looper, un film fantascientifico intrigante ed affascinante ma non proprio solidissimo), partendo appunto dalla base di fondo lasciata dal Risveglio della Forza, stravolge tutte le carte, in un continuo alternarsi di plot twist e colpi di scena disseminati nelle 2 ore e mezza della pellicola, che ribaltano completamente l'universo dei Jedi così come lo avevamo conosciuto. E sorprendentemente tutto, anche se parzialmente, funziona.

venerdì 19 maggio 2017

X-Men: Apocalisse (2016)

Dell'Universo Marvel gli X-Men sono probabilmente la spina dorsale, ma io ho sempre preferito altro e preferisco ancora, soprattutto ultimamente, però dopo l'eccezionale Deadpool, facente parte del suo microcosmo (anche se a lui di far squadra proprio non va), dopo la straordinaria serie Legion, che al contrario non fa parte, anche se in futuro qualcosa in proposito sicuramente cambierà, e soprattutto dopo il riavvio della saga avvenuta prima con il discreto X-Men: L'inizio e successivamente con l'ottimo X-Men: Giorni di un futuro passato (ma anche per Wolverine e tutti i suoi film), qualcosa è cambiato in positivo, anche se come detto non sono affatto i miei preferiti, anzi, poco apprezzati e poco piaciuti, ma dopo aver visto X-Men: Apocalisse (film del 2016 diretto da Bryan Singer, alla sua quarta regia), nono film della lunga saga cinematografica dedicata agli X-Men e terzo ma (non ultimo) capitolo della saga prequel dedicata ai mutanti, che vede il ritorno, su tutti, di James McAvoy (Charles Xavier/Professor X), Michael Fassbender (Erik Lensherr/Magneto), Jennifer Lawrence (Raven Darkholme/Mystica) e Nicholas Hoult (Hank McCoy/Bestia), che in ogni caso fallisce nel suo evidente tentativo di superare il livello raggiunto dal predecessore, ritengo il suddetto più che onesto, certo con qualche pecca (forse più) ma molte cose piuttosto buone (soprattutto una), poiché per i miei gusti, il solo fatto che X-Men: Apocalypse (in originale) sfiori più volte l'orlo del kitsch, talvolta pescandovi a piene mani, e rimanga comunque un lavoro coeso, di gran gusto, stilisticamente ineccepibile perché eccessivo e ricco di trovate, lo rende a pieno diritto un film a dir poco riuscito. E pazienza se a qualcuno non è piaciuto, i gusti sono gusti.

giovedì 5 gennaio 2017

Le migliori attrici e i migliori attori delle serie viste nel 2016

Di serie nel 2016, come ho già ripetuto altre volte, ne ho viste tante, comunque meno dei centinaia di film, ma non è stato facile stilare una classifica dei migliori attori e attrici, questo perché non sempre è l'interpretazione la parte centrale della serie, ma la trama che deve costantemente intrattenere. Ovviamente non sempre è così (altrimenti a che servirebbe questo post), e infatti il più delle volte, proprio grazie a grandi attori che le serie funzionano, convincono e perché no, emozionano, divertono e spaventano. E quindi tra la marasma di cose e cast, ho scelto a mio personale gusto e piacere, come sempre qui da me, quegli attori che mi hanno più impressionato.




LE ATTRICI

1. Vince il Saba Serial Awards 2016 per la migliore interpretazione femminile in una serie tv, la bravissima Sarah Paulson, che per la sua magistrale interpretazione dell'avvocatessa ne Il caso O.J.Simpson di American Crime Story ha vinto pure un Golden Globe

mercoledì 14 settembre 2016

Star Wars: Il risveglio della Forza (2015)

Chissà perché ma neanche a farlo apposta questo è il mio 300esimo post, niente di incredibile ma in questa occasione è capitato di recensire il film più atteso, poiché dopo un'attesa di 9 mesi (no non è nato nessuno), e dopo aver assistito a due mesi di pubblicità, trailer e cose varie (dribblando anche gli spoiler), finalmente grazie a Sky sono riuscito a vedere l'ultimo capitolo di una delle saghe di fantascienza più longeve, famose e conosciute di sempre, Star Wars. Perché io, nonostante non sono un fan accanito (ma solo amante del cinema e della fantascienza) ero impaziente di vedere, conoscere e capire le dinamiche, le situazioni e i nuovi personaggi di questo settimo capitolo. Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens) è infatti il settimo episodio della saga di Guerre stellari, il sequel della trilogia originale, così simile nei contenuti a quella straordinaria che dopo aver visto questo, mi è venuto il dubbio che questo fosse un remake sotto mentite spoglie. E difatti è proprio per ciò che il film mi è piaciuto tanto, per le sensazioni (e non solo) simili provate a distanza di anni. Eccezionali le sequenze d'azione, i personaggi e i momenti più drammatici, anche se le emozioni non sono più le stesse, ma era scontato, d'altronde son passati quasi 40 anni. Il film poi come è ovvio riprende la storia, il film (del 2015 diretto, co-scritto e co-prodotto dal bravissimo J. J. Abrams) è infatti ambientato all'incirca trent'anni dopo gli eventi de Il ritorno dello Jedi, e racconta della ricerca di Luke Skywalker (scomparso ormai da tempo) da parte dell'indipendente e solitaria Riley (Daisy Ridley)il soldato pentito Finn (John Boyega) e il pilota di caccia Poe (Oscar Isaac), grazie ad una traccia nascosta nel droide BB-8 e della loro lotta al fianco della Resistenza, guidata da veterani dell'Alleanza Ribelle come la principessa Leila (Carrie Fisher), divenuta un generale, che insieme a nuovi amici, nemici e volti noti, come quello di Ian Solo (Harrison Ford) e del fidato Chewbecca, lotteranno contro il minaccioso Kylo Ren (Adam Driver) e il Primo Ordine, successore dell'Impero Galattico, sotto il comando del leader supremo Snoke (Andy Serkis).

mercoledì 15 giugno 2016

1981: Indagine a New York (2014)

1981: Indagine a New York (A Most Violent Year) è l'ultimo film di J.C. Chandor (in grande ascesa), regista di Margin call, pellicola sulla crisi finanziaria del 2008. Questo drammatico thriller del 2014 invece, racconta di un uomo di origine ispanica che cerca di espandere la propria attività, vendita e distribuzione di carburante per il riscaldamento, nel gelido inverno dell’anno più violento della storia di New York. Ma mentre i concorrenti usano metodi da malavita e la legge fatica a dare una risposta, Abel Morales (Oscar Isaac), un intraprendente proprietario di un'azienda a conduzione familiare che tratta in olio combustibile, e la moglie (Jessica Chastain), figlia di un uomo senza scrupoli, cercano di opporsi al crimine imperante e imporsi con le regole civili della concorrenza e del rispetto delle leggi. Da qualche tempo infatti alcune sue cisterne vengono prese d'assalto da malviventi che le fanno sparire nel nulla con il loro carico. Ciò accade proprio mentre Abel sta per portare a termine l'acquisto di un deposito più grande che gli permetterebbe di compiere il salto in avanti professionale da sempre sognato. Deve trovare il denaro necessario per completare l'acquisizione e contemporaneamente un'indagine da lungo tempo avviata sulla sua attività sta per giungere a compimento con gravi capi di imputazione: Abel sa di essersi sempre comportato in modo corretto ma ora il tempo stringe e potrebbe essere tentato di cercare altre strade. Albert Brooks è l'avvocato della famiglia, e David Oyelowo interpreta il procuratore distrettuale che indaga su Abel e la sua impresa. Partendo dal presupposto che il film non mi ha convinto per niente, non prende, non coinvolge ma soprattutto inesorabilmente lento, è comunque raffinato, di classe e da vedere, ma con molti difetti. Ciò che rende pregevole questa pellicola è senza alcun dubbio la rappresentazione che il regista fa della società di New York nei primi anni '80, i costumi, la fotografia e le ambientazioni innevati sono di livello, peccato però che il risultato in se per se è assai deludente di quanto si potesse immaginare. Difatti in "A Most Violent Year" (il titolo originale), la violenza che imperversava in quell'anno a New York, è solo un tema di fondo (molto a fondo, quasi impercettibile, praticamente inesistente) e questo fa sì che il ritmo lento aggiunto al poco movimento faccia risultare almeno personalmente, tutto abbastanza noioso e soporifero, senza niente di avvincente e interessante da scoprire e vedere nel corso di una pellicola che fa dell'onestà e della correttezza il tema principale, ma senza tutta questa coerenza, anzi, tutto abbastanza ipocrita.

martedì 12 gennaio 2016

Show me a hero (Miniserie) & Strike Back (5a stagione)

Show Me a Hero, che letteralmente significa "mostratemi un eroe", è una miniserie televisiva statunitense di casa Hbo. Sei puntate trasmesse da Sky Atlantic dal 17 novembre al 15 dicembre 2015. La miniserie è incentrata sulla storia (veramente accaduta, a cavallo tra gli anni 80 e 90) di Nick Wasicsko, giovanissimo sindaco di Yonkers, che si trovò a dover applicare una sentenza federale per l'integrazione razziale. Ovvero: c'erano delle case popolari da costruire e andavano distribuite per la città, anche (anzi soprattutto) nei quartieri bianchi. Dal 1987 al 1994, si racconta l'infelice esperienza politica del democratico Nick Wasicsko, poco più che 28enne quando fu eletto, dovette fare i conti con la cittadinanza (che lo scelse solo perché non era il sindaco uscente, favorito da un clima di contestazione e malcontento popolare) e con la politica del compromesso, sullo sfondo di una pesante e sofferto dibattito sulla realizzazione di alloggi popolari nella città di Yonkers. Nell'immobilità degli amministratori, che non adempiono a quanto prescritto dalla legge, interviene il giudice Sand, che obbliga i politici a darsi da fare a meno che la città non voglia incorrere in pesanti multe e andare verso il default. Wasicsko quindi realizza il proprio sogno diventando primo cittadino e sobbarcandosi il carico della poltrona più importante nel momento più drammatico. La vicenda si dipana attraverso sette anni e sei episodi densi di avvenimenti e tematiche. Mentre seguiamo la storia di Nick, entriamo nei quartieri più poveri, facciamo la conoscenza con altri protagonisti, non minori ma ugualmente importanti. Una lezione di storia, sociologia, politica, umanità, dalla scrittura e realizzazione impeccabili che conferma Oscar Isaac come grandissimo interprete, protagonista assoluto della serie (affiancato da un camaleontico Jim Belushi). È perfetto nel ruolo di Nick Wasicsko: il suo sguardo cambia con il passare del tempo: da sognatore a realista, da insicuro a responsabile, ogni espressione è studiata, attenta e ponderata.

domenica 27 dicembre 2015

Ex Machina (2015)

L'ultimo film (il quarto di quattro) che ho deciso di vedere da Sky Primafila (grazie alla promozione Extra) è stato Ex Machina (film del 2015 scritto e diretto da Alex Garland, al suo debutto da regista). Nonostante la buona e bella presenza scenica della meravigliosa Alicia Vikander, ultimamente una delle migliori attrici in circolazione, il film ha però deluso leggermente le mie aspettative, anche se credevo tutt'altro. Forse non è stata la scelta giusta scegliere questo film, ma tant'è ormai il danno è fatto, all'inizio è un po' noioso, cupo e triste, non solo perché non si riesce a capire la vera natura del film, ma perché i dialoghi oscillano tra banalità e pseudo citazioni "colte" e le situazioni sembrano un po' troppo forzati o lasciano il tempo che trovano, ma che raggiungono il loro scopo generando veri e propri interrogativi molto interessanti ma già proposti in tanti altri film. Anche se il film è molto efficace nel costruire la tensione, nel non svelare subito le sue carte, insomma nel modellare l'intreccio thriller sfruttando la claustrofobia degli interni e l'evocata agorafobia degli esterni, i personaggi sembrano disegnati con l'accetta, il ritmo è lento e soporifero, e di rado si è vista una figura di scienziato "creatore" più insopportabile, dozzinale, volgare di questa. Mi aspettavo più movimento o qualcosa che accendesse il film, ma succede troppo tardi, nel finale, giusto visto la situazione, ma divenuto dopo troppo scontato. Caleb, programmatore mediocre, incarnazione del bravo ragazzo americano, viene scelto tramite un concorso, che poi scoprirà essere pilotato, per trascorrere una settimana con Nathan (CEO della società), il fondatore del motore di ricerca (la più grande del mondo) per cui lavora, in un rifugio di montagna. Ma quando arriva in questo luogo remoto, una residenza immensa, dotata di tutti i comfort (dalla palestra ai frigobar), immersa in un tripudio naturale di panorami incantevoli, Caleb scopre che dovrà partecipare a uno strano e affascinante esperimento (collaborando all'esecuzione del test di Turing) nel quale dovrà interagire con la prima vera intelligenza artificiale del mondo, contenuta nel corpo di una bellissima ragazza robot. Caleb deve testare il comportamento di Ava, ragazza umanoide dotata di sofisticata intelligenza artificiale, ma dopo alcune sessioni di interloquio supervisionate in remoto dallo stesso Nathan, capisce che c'è qualcosa di più che non riesce a comprendere.