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mercoledì 19 luglio 2023

Le serie tv del mese (Luglio 2023)

L'avevo anticipato poche settimane fa che in seguito all'abbonamento gratuito di 3 mesi di Apple tv avrei visto non solo dei film (che in totale, ed alla fine, saranno 7) ma anche delle serie tv. E infatti ecco per questo mese portare una delle due serie (difficile fare di più), che avevo in primis di recuperare. Si comincia difatti con una delle più sorprendenti serie (fantascientifica psicologica) dell'ultimo anno, e si finirà (prossimo mese) con l'altrettanta sorprendente serie sportiva su un particolare allenatore di calcio. Per il resto ecco l'ultima serie Marvel prodotta da Netflix ed ora distribuita da Disney Plus, l'ultima stagione della serie HBO più chiacchierata degli ultimi anni ed infine la sorella (minore) dell'interessantissima serie Narcos. Per un mese serialtelevisivo stabilitosi a livelli accettabili.

Narcos: Mexico (Serie Completa) - Spin-off dell'ottima serie ambientata in Colombia (qui), è un prodotto ben realizzato e curato, e dall'indubbio impatto drammatico, peccato che qualcosa si perda e qualcosa manchi. Dal punto di vista del modo di raccontare la storia, Narcos: Mexico riprende a grandi linee quanto visto nelle tre stagioni di Narcos, ma rispetto alla serie madre/padre manca oggettivamente qualcosa: oltre all'effetto sorpresa, le scene d'azione sono poco realistiche, con armi dai caricatori infiniti, armi che sparano senza tenere il grilletto premuto e situazioni spesso al limite del non accettabile parossismo. Punto assolutamente negativo di Narcos: Mexico è il modo nel quale i malviventi sono tratteggiati: quasi sempre in modo fin troppo benevolo, come a volerli accostare allo spettatore. Se in Narcos vi era una netta distinzione tra i buoni ed i cattivi, in Narcos: Mexico la cosa è molto più sfumata. Narcos: Mexico vede ovviamente un cast completamente rinnovato, fatte salve alcune figure che avevamo visto già in Narcos, cast che al contrario della serie originale non stupisce per potenza di recitazione. Narcos: Mexico insomma, è una serie che perde per strada buona parte delle unicità che aveva fatto grande la serie sulla lotta a Pablo Escobar, eppure, nonostante questo e nonostante alcuni attori siano alquanto irritanti, Narcos: Mexico porta a casa un risultato insperato. Forse grazie alla possibilità di inserire trame e sotto-trame, la serie riesce comunque a farsi gradire nelle tre stagioni che la compongono ed è un discreto compendio di Narcos. Il ritmo è sempre alto (la sigla e la colonna sonora rimangono di qualità superiore), e tutto sommato la serie è una di quelle che si può vedere senza rimorsi. Voto complessivo: 7

mercoledì 13 novembre 2019

Widows - Eredità criminale (2018)

Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Trama: A Chicago quattro donne, rimaste vedove dopo l'uccisione dei rispettivi mariti, si uniscono per scampare da debiti e minacce, e organizzano una rapina.
Recensione: Una Chicago attuale ma colma di irregolarità governative, stile Capone d'annata (dove il 18° distretto diventa l'oggetto dei desideri di due sponde, nessuna delle quali dedita a legge e onestà, nessuna delle quali presumibilmente avulsa di quattrini), è la location della quale si serve Steve McQueen per adattare, cinematograficamente parlando, l'omonima (e anonima) serie tv degli anni '80, aiutato dalla sceneggiatura di Gillian Flynn, non una qualunque, già scrittrice del romanzo Gone Girl e poi sceneggiatrice della trasposizione cinematografica diretta da David Fincher, ma non basta, tremenda delusione. Perché certo, non si può dire che manchi il materiale narrativo, in questo guazzabuglio convulso, serioso ed altamente improbabile che segna il ritorno in regia di Steve McQueen, un cineasta fino ad ora assai apprezzato con Shame, Hunger e soprattutto 12 Anni Schiavo, pellicole notevoli in grado di azzerare quasi la sua iniziale imbarazzante omonimia provocata dal suo nome "impegnativo", qui alla sua prima clamorosa débâcle (almeno secondo il presente punto di vista), ma molte, troppe, sono le cose che qui non funzionano: a partire dalla costruzione dei personaggi, concatenati l'un l'altro da un filo di combinazioni e probabilità assurdi. I due, anzi tre (c'è pure il grande vecchio Robert Duvall) politici coinvolti nella sporca vicenda sono così laidi, beceri e corrotti da apparire come caricature quasi comiche, Liam Neeson, marito della protagonista Viola Davis, è un delinquente incallito ed impenitente, ma viene celebrato al funerale con gli onori che si riservano ad un eroe nazionale, la coppia tra l'altro si scopre afflitta in precedenza da un grave lutto da intolleranza razziale (che accozzaglia incontrollata di carne sul fuoco..) mai elaborato che ha finito per dividerli, ancora, come se non bastasse, il colpo messo a segno comporta tutta una serie di circostanze "ad orologeria" tanto fantasmagoriche ed improbabili, che pare trovarci in un film di fantascienza, tanto risultano campate per aria le vicissitudini delle quattro serissime donne coinvolte, casalinghe frustrate e al verde a causa degli scellerati consorti.

lunedì 29 aprile 2019

I peggiori film del mese (Aprile 2019)

Vi sono mancato? Io spero di sì, di sicuro mi siete mancati voi, anche se, in questi 17 giorni di vacanza, sono passato assiduamente tra i blog, quindi lontano dalla blogosfera non sono stato, anzi, lontano neanche da Blogger, dato che ho approfittato per scrivere parecchie recensioni ed ovviamente preparare alcuni altri post. In tal senso avrei preferito un rientro più di qualità, e invece mi tocca rientrare con il post "peggiore", cioè questo, ma ormai dovreste essere abituati. E quindi, eccovi i film peggiori visti questo mese, mese che purtroppo sportivamente parlando mi ha lasciato l'amaro in bocca, e vabbè.

Skyscraper (Azione, Usa 2018): Questo è uno di quei film senza pretese che punta tutto sulla forza bruta e sull'azione all'ennesima potenza. Tuttavia, qualcosa va storto nel processo creativo, perché il film, che racconta di Will (Dwayne Johnson, a cui sicuramente non gli si può dire niente), ex agente dell'Fbi e veterano di guerra, che si occupa di valutare gli standard di sicurezza dei grattacieli, che quindi per lavoro in Cina, vede andare in fiamme il grattacielo più alto e sicuro del mondo, egli che ritenuto colpevole, si vede costretto a scappare, a ricercare i veri responsabili e a salvare sia la sua reputazione sia la sua famiglia intrappolata all'interno dell'edificio, è platealmente inverosimile. Si spinge parecchio oltre il limite dell'umano, il che non sarebbe un problema se non si presentassero situazioni inverosimili frequentemente. Colpa presumibilmente del regista, Rawson Marshall Thurber (quello del divertente ma troppo assurdo Una spia e mezzo), che prende troppe decisioni sconcertanti per quanto riguarda la trama in generale (anche se pur registicamente egli lasci a desiderare, con certe scene interessanti gestite in modo non esaltante). Ogni volta che si incontrano l'un l'altro, i personaggi risultano semplicemente slegati tra di loro. Non che mi aspettassi tanto da Skyscraper, un film che prova ad essere un Die Hard più duro, ma almeno avrebbe potuto prendere in prestito le parti migliori del film classico a cui si ispira, invece niente. Come se la poca originalità nello sviluppo della storia non bastasse, non ci sono colpi di scena tangibili. Il fatto che Will non abbia una gamba è molto interessante, ma quest'aspetto si presenta a sbalzi nel film, come se gli autori si ricordassero di colpo che hanno un protagonista senza un arto. Stucchevoli quadretti familiari si alternano a più riprese a sventagliate di mitra, il tutto incorniciato digitalmente (e neanche ottimamente) da un fuoco che dovrebbe mangiarsi tutto il film ma che poi non fa così paura. Anche l'edificio non diventa mai un vero e proprio personaggio. Possiede tante caratteristiche interessanti, ma dal momento che viene sabotato, il film non riesce a imprimere quella situazione di Will contro l'edificio, è costantemente un Will contro i cattivi. Il The Pearl vanta anche una sala degli specchi ad alta tecnologia senza alcun motivo logico e non solo...lo script dedica parecchio tempo ad incensare il grattacielo ma poi non lo sfrutta al meglio. Inoltre, è davvero inspiegabile perché, in un edificio in fiamme, nessun personaggio si comporta mai come se stesse all'interno di un luogo in cui la temperatura risulta insopportabile. Mi sarei aspettato un goccio di sudore o qualche effetto più credibile in qualche scena. Ora, non voglio essere troppo critico, le esplosioni mi sono piaciute, e mi è piaciuto rivedere in azione Neve Campbell, ma egli stessa e The Rock (entrambi carismatici che riescono comunque a far sì che questo non sia completamente un film da buttare) meritavano di meglio. La categoria dei film d'azione, anche se questo pur non raggiungendo nuove vette di originalità cinematografica rimane in ogni caso un blockbuster caciarone che si lascia guardare senza indugi, meritava di meglio. Perché certo, nonostante tutti i difetti (anche una colonna sonora veramente poco originale), mi sono leggermente divertito a guardare Skyscraper, ma poi quello che rimane è pochissimo. Ed è un peccato, perché c'era tanto potenziale...ahimè non sfruttato. Voto: 5

venerdì 22 marzo 2019

I segreti di Wind River (2017)

L'atmosfera affascinante ma inquietante dell'inospitale e monotono (come il ritmo, sebbene questo non implichi un'assenza di tensione, tutt'altro) Wyoming occidentale, dove i visi pallidi hanno confinato da oltre un secolo gli ultimi Arapaho, è forse la protagonista principale di questo insolito ma impeccabile thriller/non thriller, un film ben recitato e con tutti gli ingredienti (seppur già utilizzati altre migliaia di volte ma che non per questo manca di appassionare lo spettatore) al loro posto: begli scenari, buona tensione, dialoghi efficaci e un finale da godere. I segreti di Wind River (Wind River) infatti, che dichiara sin da subito la volontà di contaminare i generi del thriller poliziesco con elementi western, qui egregiamente supportati da una sceneggiatura solidissima e da una profonda introspezione psicologica dei personaggi, è una rilettura interessante e non banale della frontiera americana, con tempi e spazi cinematografici che ricordano i grandi classici del western che fu, richiamandosi invece all'attualità visiva moderna che si rifà ai fratelli Coen. Tuttavia il film non è né uno (un western in tutto e per tutto) né l'altro (ovvero non c'è il grottesco tipico dei due registi), perché anche se a sottolineare ancora di più l'apparenza western di questa pellicola ci sono pure un classico "stallo alla messicana", una fragorosa sparatoria ravvicinata in stile "sfida all'OK Corrall" ed una giustizia sommaria degna dei tempi di Wild Bill Hickok, non è davvero un western, è un film forse di denuncia sociale, in cui l'azione non è molta ed il mistero (del titolo italiano) non è poi proprio tale. E' semmai una pellicola che parla di miseria e di abbrutimento, di amore e, soprattutto, di dolore, in un'epoca in cui anche gli ultimi pellerossa hanno dimenticato le loro antiche tradizioni e forse anche la loro atavica dignità. E infatti, dopo l'ottima prova offerta con la sceneggiatura di Sicario (Hell or High Water mi manca), Taylor Sheridan, che si piazza questa volta dietro la macchina da presa, e che ha scritto e diretto questo film del 2017, uscendone di nuovo vincitore (la pellicola ha vinto il premio per la Miglior regia nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2017), ci presenta un'altra (intensa, potente ed affascinante, ma comunque non perfetta) storia di frontiere geografiche e di comunità ai margini del mondo globalizzato.

venerdì 8 giugno 2018

Baby Driver: Il genio della fuga (2017)

Era solo questione di tempo, prima che Edgar Wright dedicasse un intero lungometraggio alla sua passione per gli inseguimenti automobilistici. Già a partire dal fulminante esordio con L'alba dei morti dementi e ancora di più con il successivo Hot Fuzz, il regista inglese aveva dimostrato una dote straordinaria nella direzione delle scene d'azione su quattro ruote: mai appunto come in queste sequenze, il celeberrimo montaggio velocissimo tipico del suo cinema (coadiuvato da virtuosistici movimenti di macchina quali panoramiche a schiaffo e zoomate) trovava un perfetto sfogo. Certo, scegliere di costruire una storia basata sulle avventure di un autista per rapine non è certo l'idea più fresca degli ultimi tempi (anche se il genere "rapinatori in fuga con inseguimento" è uno dei classici del cinema americano fin dagli anni '40, e bisogna riconoscere che funziona sempre), ma il regista ne è consapevole e costruisce attorno alla sua vicenda una trama elementare, caratterizzata da personaggi molto caratterizzati, il cui scopo è semplicemente quello di essere utili alla semplicità di fruizione. Si perché se da una parte il regista chiede allo spettatore di non formalizzarsi troppo per una narrazione non troppo precisa, dall'altra lo conquista attraverso una messa in scena potente e un ritmo inarrestabile. Tanto che l'heist movie a tempo di musica dal titolo Baby Driver: Il genio della fuga (Baby Driver), film del 2017 scritto e diretto da Edgar Wright, diverte e riesce, almeno in parte, a rinfrescare un genere in cui resta davvero poco da inventare. Anche perché sinceramente in meglio e di diverso dall'ultimo visto simile, Autobahn: Fuori controllo (che a me è sufficientemente piaciuto) c'è ben poco. Di certo migliore è la sceneggiatura, la regia e migliori nettamente sono le musiche, abbastanza in linea e simile invece il livello del cast (anche se qui di donne "gnocche" ce ne sono due), mentre abbastanza sorprendente è il fatto che non tanto migliore è la parte action, era lecito aspettarsi vedendo il trailer infatti, sequenze ancor più adrenaliniche (seppur quelle poche che ci sono eccezionali), invece no. I punti di forza di questo film difatti (che sono comunque molti) stanno altrove e la componente puramente action non è tra questi. Giacché per differenziarsi e proporre qualcosa di nuovo in un genere inflazionato, l'incipit propone un protagonista decisamente sui generis.

sabato 6 maggio 2017

The Accountant (2016)

Parto subito dicendo che The Accountant, film del 2016 diretto da Gavin O'Connor, è un film senza molto senso ed anche troppo lungo ma che si lascia tranquillamente vedere. Dato che il film riesce a trovare la giusta commistione tra azione, thriller, disagio psichico e, in conseguenza, familiare. Infatti, The Accountant tratta un tema delicatissimo e da almeno trent'anni attualissimo, l'autismo. Ma, come è spesso avvenuto nelle finzioni cinematografiche che hanno trattato questo tema, tra tutti Rain Man (1988) di Barry Levinson, con due eccezionali e straordinari Tom Cruise e Dustin Hoffman, che ha vinto tutto quello che c'era da vincere (compreso l'Oscar 1989 come miglior Film) l'autismo assume una connotazione da super-poteri, di qualità mentali-geniali, di capacità fisiche e intellettive che pochi esseri umani posseggono, insomma, qualcosa che raramente esiste nella drammatica realtà quotidiana di una delle peggiori malattie mentali dei nostri tempi, che strappa impietosamente la persona (bambino o adulto che sia) dalle relazioni socio-familiari e relazionali-affettive, che la isolano dentro una cappa di vetro infrangibile e invalicabile. Eppure nonostante la poca credibilità questo è un discreto e originale action-thriller, grazie soprattutto alla sceneggiatura e storia, tanto originali quanto coraggiose nonché efficaci. La storia interessante, che ha molti flashback e déjà-vu, che narra di Christian Wolff (Ben Affleck), un genio matematico che ha più affinità con i numeri che con le persone, che lavora sotto copertura in un piccolo studio come contabile freelance per alcune delle più pericolose organizzazioni criminali del pianeta. E nonostante abbia la Divisione anti-crimine del Dipartimento del Tesoro alle costole, Christian accetta l'incarico di un nuovo cliente, una società di robotica dove una delle contabili ha scoperto una discrepanza nei conti di milioni di dollari. Ma non appena Christian (che ha imparato benissimo a difendersi e non solo) inizia a svelare il mistero e ad avvicinarsi alla verità, il numero delle vittime inizia e continuerà a crescere.

venerdì 25 marzo 2016

Fury (2014)

Fury è un potente e crudo film bellico del 2014, che racconta più che la guerra vera e propria, l'aspetto umano, sociale, intimo e personale di un gruppo di soldati, fiancheggiati da una estenuante e logorante battaglia. Visto che mi piacciono i war movie e visto che il cast era interessante non potevo perdermi questo film, scritto e diretto da David Ayer, già autore di Training Day e The Fast and Furious. Con Fury siamo però di fronte ad un film di guerra puro ma diverso, raccontato dal punto di vista di un gruppo di soldati alla guida di un carro armato che ha il compito di ripulire dai nemici il passaggio per l’esercito alleato che sta marciando in Europa verso Berlino, ma che indaga l'orrore della guerra concentrandosi sulle ultime due settimane della seconda guerra mondiale in seno all'esercito alleato in Germania, aggrappandosi e seguendo gli umori disincantati, eccitati, terrorizzati di cinque uomini uniti da un carro armato e da un destino simile. Fury ha una struttura narrativa abbastanza semplice, tutto ciò che accade nel film infatti si svolge nell'arco di 24 ore, dall'alba di un giorno al tramonto del giorno dopo (anche se per girarlo ci sono invece volute dodici settimane). Germania, aprile 1945. Mentre gli Alleati completano l'avanzata nel territorio europeo, per l'agguerrito sergente Don Collier (Brad Pitt) la guerra sembra non finire mai, sopravvissuto al deserto africano e alle spiagge della Normandia, guida (da carismatico Leader) un'unità di cinque soldati (di diversa estrazione e diverso carattere) a bordo di un carro armato Sherman chiamato Fury. Inviato in missione dietro le linee nemiche e perduto in uno scontro a fuoco il loro tiratore, reclutano Norman Ellison (Logan Lerman), un giovane soldato a disagio con la guerra e la violenza. Ribattezzato dalla sua squadra Wardaddy, Don si prende cura come un padre del ragazzo, che inizia ai rudimenti della guerra con metodi poco ortodossi. Don comunque è una sorta di padre anche per gli altri, odia i nemici quanto prova affetto per i suoi uomini: Boyd (Shia LaBeouf), l'artigliere che fa sparar un cannone di 70 mm ad alta velocità, che uccide e cita la Bibbia; il conducente del tank Trini Garcia (Michael Peña), che rende omaggio ai circa 350 mila messicano-statunitensi che hanno combattuto la seconda guerra mondiale; il caricatore Grady Travis (Jon Bernthal), provocatore, cinico e rozzo eppure fraternamente leale. In evidente inferiorità numerica e mal equipaggiati, Wardaddy e i suoi uomini devono affrontare ogni avversità nel tentativo di colpire al cuore della Germania nazista. Avanzare contro il nemico, abbatterlo e sopravvivergli favorisce la confidenza e il cameratismo tra gli uomini di Don, che impavidi hanno deciso di seguirlo in un'ultima impresa contro trecento soldati tedeschi. Un'ultima linea armata prima della libertà e della pace.