E' da un po' di tempo che l'ho vista (fine dicembre), ma non c'è stata possibilità di dirlo se non adesso, che ho visto la serie documentaristica (in 8 episodi) di Prime Video sulla mia squadra del cuore, ovvero All or Nothing: Juventus (che narra le vicende della Juventus nella stagione 2020/2021, un'annata che
si è rivelata piena di emozioni forti e intrecci interessanti), e mi è piaciuta parecchio (però fuori classifica finale finirà). Perché parla di calcio ma non solo. Parla anche di passione, di emozione, di mentalità, e questi sono discorsi che possono capire tutti gli essere umani, non solo quelli che amano il calcio. In questo senso quello che a me ha lasciato questa serie è infatti soprattutto il lato umano del calcio, quello che appare negli spogliatoi prima e dopo la partita, quello che si mostra durante gli allenamenti, i pranzi, le cene, le riunioni. Sono questi i momenti in cui la squadra diventa squadra, in cui l'allenatore può intervenire sulla testa dei suoi ragazzi. Perché al di là degli schemi, delle tattiche e delle marcature, conta tantissimo la testa, conta soprattutto quella. La stagione 2020/2021 della Juventus è un esempio fulgido di come un racconto possa cambiare, di come ci siano momenti chiave che fanno la differenza, nella testa e nelle gambe. All or Nothing: Juventus riesce a raccontarli, lo fa bene, e dà autorevolezza ad una vicenda che, alla fine, si rivela per quello che è: un glorioso fallimento. Ma tutto merita d'esser raccontato, e vissuto, nonostante tutto. Detto ciò, ecco le serie (vecchie, nuove e dimesse) viste in questo mese carnevalesco.
La casa di carta (Parte 2) - Nella critica de "La casa di Carta" Parte 2, bisogna continuare su
quella già inoltrata con la prima parte, visto che le due parti,
in
effetti, non sono altro che un unico blocco. I risultati, come detto,
sono di gran livello, intendiamo ritmo ed interesse. Le assurdità, ne
abbiamo già parlato, fanno parte di un gioco impostato su specifiche
regole. Lo spettatore che arriva alla seconda parte, oltre al fatto di
essere consapevole della cosa, probabilmente avrà gradito tale sistema
scarsamente verosimile (ma in soldoni, eccitante). Tokyo, Berlino e il
professore sono le figure più compatte ed enigmatiche dell'impianto
spagnolo, nella fattispecie funzionano alla grande. Piccole critiche,
giunti a questo punto, si possono muovere circa la durata non banale
delle due parti, forse qualche puntata in meno avrebbe alleggerito il
disegno registico (la prima serie resta leggermente superiore, la
seconda inizia a perdere giusto qualcosina, ma identica valutazione).
Comunque sia, prodotto molto riuscito in fin dei conti. Tanto che, non
capisco il bisogno delle ulteriori parti/stagioni, il normale e giusto
finale è qui, ora sì che ho grossi dubbi sul continuare o meno (non
posso aspettarmi niente di buono da ciò che verrà), ma purtroppo devo.
Voto: 8
I Am Not Okay with This (1a stagione) - Di fatto I Am Not Okay with This condensa il racconto in sette episodi
da trenta minuti ciascuno e riprende la formula di The End of the F***ing World (il regista oltretutto è lo stesso, ovvero Jonathan
Entwistle, la base quasi identica, stesso autore dell'omonima graphic
novel, ossia Charles Forman): la narrazione è veloce ed evita di
dilungarsi inutilmente. Dai produttori di Stranger Things, non il solito
show sull'amore adolescenziale. Tutto ruota attorno a Syd che ci
racconta in voice over le sue sensazioni, mentre in sottofondo sentiamo
le hit più ricercate degli anni Sessanta e Ottanta. In mezzo c'è una
storia che strizza l'occhio al cinema di John Hughes (da Sixteen Candles
a Breakfast Club) e cita Carrie - Lo sguardo di Satana nei momenti più
splatter. Il risultato è una "origin story" dark e accattivante che
intrattiene, diverte e non ha molti peli sulla lingua. Niente di
innovativo e alternativo chiaramente, ma il pregio più grande di questa
serie, di questa prima stagione (purtroppo unica stagione, la serie è
stata cancellata a causa della pandemia), è che riesce a raccontare i
problemi tipici adolescenziali, senza esagerazione e con molta
originalità e realismo. In tutto questo, i protagonisti sono decisamente
azzeccati. Sophia Lillis per prima, perfetta nell'aspetto e
nell'interpretazione, tanto quanto Wyatt Oleff, che veste i panni di un
ragazzo fuori dagli schemi senza mai perdere di credibilità. I
personaggi secondari completano il quadro, rendendo tutti e sette gli
episodi decisamente piacevoli da guardare. Peccato solo per il finale troncato a metà. Voto: 7




