giovedì 23 febbraio 2017

Le altre serie tv (Gennaio-Febbraio 2017)

Dopo quasi due mesi dall'ultima puntata, mi sono accorto solo ora che avevo sì parlato di Marte (Mars), la miniserie evento di National Geographic (prodotta da Brian Grazer e Ron Howard), ma riguardante solo i primi tre episodi, ora nonostante il tempo trascorso e poiché una novità è stata annunciata riguardo alla serie, è venuto il momento di parlare della seconda parte della prima stagione e dare un giudizio definitivo. Prima di tutto se volete conoscere davvero tutto quello che c'è da sapere, vi suggerisco di leggere il mio post di metà dicembre, qui, dove spiegavo praticamente tutto di questo grande progetto, un progetto che dal suo debutto ha avuto un successo clamoroso, dato che la prima stagione della serie, che ha unito sceneggiato dramma e gli effetti speciali con sequenze documentaristiche, è stata vista da 36 milioni di telespettatori a livello mondiale lo scorso autunno ed è diventata la serie più vista nella storia della rete. Questo perché la serie è stata indubbiamente una sorpresa, ovvero che sia personalmente che probabilmente come altri, ha davvero spiazzato per la sua spettacolarità, nonché innovativa, insomma convincente e promossa con ottimi voti. Una prima stagione che ha mantenuto alti gli standard, che mai ha vacillato, che mai ha perso smalto, anche se come ovvio la prima parte è risultata diversa dalla seconda, ma solo nei temi, perché la qualità e la messa in scena è stata identica, ossia eccezionale, tanto che spinta dal successo ottenuto, National Geographic ha dato il via libera ad una seconda stagione che però non ha ancora una direzione già impostata, nonostante la conclusione della serie stessa potesse sia pensare ad una continua ma anche la fine. Comunque la prima stagione raccontava di una fittizia missione con equipaggio su Marte ed era ambientata nel (non tanto lontano) 2033, ma dalla 4a puntata qualcosa cambia, dato che il racconto se prima si concentrava sui rischi e i problemi per arrivare e creare una base, ora si concentrava sui problemi e rischi che una colonia fissa poteva avere nella 'colonizzazione' di un pianeta. E infatti, come volevasi dimostrare e senza spoilerare, dopo anni la colonia va in crisi, sia sull'aspetto psicologico, fisico e logistico, facendo vedere come l'essere umano potrebbe vivere in situazioni estreme, e che non tutti riescono a resistere la pressione fisica ma soprattutto psicologica, e come alcuni elementi non solo danneggiano l'ambiente ma ne diventano succubi. Nel frattempo si cerca sulla terra sistemi di protezione o mezzi più sicuri ma ci vorrà tempo. In ogni caso la stagione si chiude con la risposta ad una domanda, c'è vita su Marte? per scoprirlo recuperate la serie (straordinaria e spettacolare) che, è stata (e sarà nuovamente forse) trasmessa su National Geographic Channel in 172 paesi in 43 lingue. In più la prima stagione è disponibile per la vendita in HD digitale e prossimamente lo sarà su DVD, perciò non aspettate o sprecate tempo, ne vale davvero la pena.
Spinto dalla curiosità e dalle lusinghiere recensioni di molti, e grazie soprattutto a Sky Atlantic, che sta mandando in onda le prime tre stagioni (la quarta non credo), ho deciso di recuperare Vikings (ovviamente partendo dalla prima di cui adesso vi parlerò), serie tv canadese di genere storico creata a scritta interamente da Micheal Hirst (I Tudors). Il primo episodio della serie debuttò il 3 marzo 2013 sulla rete televisiva History, successivamente venne trasmessa in Italia da Rai4, ma ora finalmente la serie, ambientata nell'800 circa, tra le isole della Scandinavia e le isole britanniche, che racconta in chiave romanzata e fantastica le avventure e le scoperte del vichingo Travis Fimmel alias Ragnarr Loðbrók (si pronuncia lothbrok), sono riuscita a vederla. E niente, davvero bella e affascinante, con una bella sigla, belle musiche, grandi interpretazioni, intriganti personaggi, tanto che mai vorresti finire di vedere. Infatti in origine la serie fu programmata soltanto come una miniserie, ma visto il successo riscontrato, fu rinnovata per una seconda stagione e via di seguito. E ora so il perché. La prima stagione, della quale mi limiterò a parlare in questo post, è composta di 9 episodi ed introducono se vogliamo in quella che è la storia di un villaggio vichingo alle soglie della loro scoperta dell'ovest e delle possibilità di espansione che quella ancora inesplorata parte del mondo poteva riservare. Nel corso delle prime puntate la storia comincia a carburare innescando quel tipico processo di affezione nello spettatore adito ai serial che già comincia ad identificare il proprio personaggio preferito (Floki, Gustaf Skarsgård, per esempio, ben caratterizzato nella gestualità e nell'aspetto che ricorda un po' un folletto dei boschi, solo un po' più gotico e misterioso, senza dimenticare tutti gli altri, tra cui tante donne, e che donne). Una prima stagione che ti inserisce subito nel bel mezzo delle vicende, ma non in modo confusionario, come è facile che accada, ma in un modo molto particolare, affascinante, cupo, misterioso. La qualità della stagione poi aumenta gradualmente nel corso dei nove episodi che si fanno via via più dettagliati, meglio curati, più approfonditi e sicuramente più propensi a lasciare spazio alla violenza che ci si aspetta da una serie del genere, di per sé portata a gravitare attorno a cruente battaglie di campo e corpo a corpo. Per quanto riguarda i luoghi dove è girata la serie niente da dire, davvero posti incantevoli, scenari mozzafiato come è giusto che siano i fiordi e la Scandinavia in generale. E anche se l'arco temporale entro cui si svolge la vicenda di Ragnar e i suoi compagni non risulta sempre chiarissimo e gli sbalzi di tempo sono veloci e costanti (nonostante non diminuiscano affatto la portata narrativa, anzi, l'accrescono spingendo la serie nel pieno degli eventi), la prima stagione colpisce positivamente, ricca di azione ma al tempo stesso profonda, con dialoghi ben studiati e non superficiali. Una prima stagione che convince, che fa venire voglia di vedere subito la seconda (e infatti lo sto facendo). Personaggi fin da subito ben caratterizzati, ognuno con il proprio carattere e carisma. Un'atmosfera esplosiva, dove l'azione e la suspense non mancano mai e fanno da padroni. Insomma Vikings è davvero uno show riuscito, probabilmente non per tutti i gusti, non soddisfacente per ogni palato, ma riuscito in ogni caso, specie se considerato dalla doppia prospettiva di intrattenimento seriale, come il suo status di serie tv originale gli imponeva, e di prodotto di diffusione culturale come impone invece la coerenza col canale che ne ospitava la messa in onda. Un prodotto valido sia dal punto di vista narrativo che da quello della ricostruzione della storia e delle tradizioni vichinghe. Una serie che riesce nel difficile compito di intrattenere istruendo, e ancora meglio, di istruire intrattenendo senza che lo spettatore quasi se ne accorga. Davvero eccezionale. Voto: 7+
Due anni, nell'universo della serialità televisiva, possono rappresentare un tempo vastissimo, soprattutto quando l'ultimo tassello di un racconto era costituito da un importante cliffhanger destinato a ribaltare equilibri e rapporti di forza fra i personaggi, nonché la natura stessa di una serie. È quanto accaduto con The Fall, serie thriller a sfondo poliziesco della BBC Two, creata, sceneggiata e diretta da Allan Cubitt e andata in onda per la prima volta nel maggio 2013 (su Sky Atlantic in Italia poco dopo e alcuni giorni fa), raccogliendo notevoli consensi in patria e non solo. E quindi The Fall fa il suo ritorno con una terza stagione dal compito non facile, ovvero, concludere il percorso legato alla caccia al serial killer Paul Spector (Jamie Dornan), lo "Strangolatore di Belfast", dopo i fondamentali sviluppi della stagione precedente, nel corso della quale Spector era stato prima individuato, poi arrestato (da parte della detective sovrintendente Stella Gibson alias Gillian Anderson) e infine ferito gravemente da un colpo d'arma da fuoco nel concitato season finale. E purtroppo non si dimostra all'altezza delle due ottime annate precedenti. The Fall infatti cambia natura, anche se era un passaggio obbligato, perché il thriller con la polizia a caccia del temibile serial killer con la visione di efferati reati non avrebbe più avuto senso di essere. Neppure una riproposizione delle vicende con un diverso contesto sarebbe più potuta essere una cosa interessante. The Fall perciò cambia pelle e si trasforma in una profonda e affascinante analisi dell'animo umano, delle motivazioni del dolore e dei gesti della disperazione. Si trasforma in un'approfondimento su ogni uomo e donna e sul loro essere vittima ancor prima che carnefice. Mantiene il suo sguardo approfondito sulla condizione umana, ma lo dispiega in una narrazione non adatta a chi ama l'azione, ma da chi brama l'approfondimento psicologico e da chi vuole sentirsi profondamente toccato nelle corde emotive. Non proprio intrigante e interessante, anche se è utile per conoscere il finale della storia. La storia è appunto quella di Spector, 32enne marito e amorevole padre di famiglia la cui disturbante doppia personalità lo spinge ad assassinare donne single, nella loro lenta morte per strangolamento, il giovane omicida trova l'equivalente della soddisfazione sessuale, una liberazione per gli impulsi reconditi della sua anima nera. Ma dopo la cattura e tutto il resto, nella terza assistiamo alla sua lotta tra la vita alla morte e quindi alla sua ripresa, con una (vera o simulata?) amnesia che gli impedisce di ricordare i suoi atroci delitti. E perciò esauritasi la tensione che aveva contraddistinto i precedenti episodi, The Fall 3 diventa difatti un dramma psicologico, uno scavo nelle anime dei protagonisti che porta alla luce maggiori dettagli ma offre l'impressione che il regista abbia già sparato tutte le sue migliori cartucce. Poiché al di là dell'escalation violenta di un finale quanto mai disturbante e volutamente nichilista, i sei episodi scorrono senza troppa convinzione, aprendo nuove linee narrative non particolarmente forti (la scoperta del primo delitto di Spector, lo spunto legal drama appena accennato) e rivelandosi interessanti soprattutto per l'attenzione maniacale ai dettagli e la ricerca di un realismo puro, quasi radicale. Ma nonostante ciò la serie riesce a catturare l'attenzione, perché al di là delle sue pur non trascurabili imperfezioni, la creatura di Cubitt sorprende per il sublime disegno dei personaggi, la cura straordinaria dei dialoghi, le atmosfere inquiete e angoscianti, le interpretazioni misurate e perfette di tutti gli attori. Senza citare la bravura dei comprimari (John Lynch su tutti), Jamie Dornan è glaciale e talmente efficace che sarebbe ingiusto accostarlo solo a Cinquanta sfumature di grigio. Il vero faro che illumina la produzione è però un'immensa Gillian Anderson, che dà vita in sottrazione a uno dei più grandi ritratti di donna nella storia del crime, geniale quanto fragile, rigorosa ma evanescente, sessualmente libera eppure ineluttabilmente sola, Stella Gibson parte quasi come un'evoluzione aggiornata della Dana Scully che la Anderson impersonò in X-Files e, passo dopo passo nella discesa agli inferi che la porta a incontrare la mente tenebrosa dell'avversario/doppio Spector, ci regala una grandiosa e indimenticabile icona femminista, di cui la tv e il mondo hanno disperatamente bisogno. E' per questo che la serie riesce a farsi apprezzare nuovamente, anche se non tutto convince. Consigliato soprattutto a chi ha visto le prime due. Voto: 6+
Venerdì 20 Gennaio scorso si è conclusa la terza stagione di The Strain, la serie horror creata da Guillermo del Toro e Chuck Hogan, di cui avevo già parlato in occasione della seconda stagione, qui, dove come ovvio trovate molte info, tra cui quella che la serie è basata sulla trilogia di libri Nocturna, fatto importante dato che considerando che le tre stagioni di The Strain hanno coperto tutti e tre i libri della serie, molti si aspettavano un epilogo. E invece le aspettative si sono infrante quando FX ha annunciato una quarta e ultima stagione. La terza stagione, per questo motivo, viene caratterizzata da un'atmosfera di passaggio che rende ben chiaro, nella mente degli spettatori, che niente è definitivo. E questa linea viene portata avanti fino alla fine, fino all'ultimo secondo dell'ultima puntata, dove assistiamo nuovamente al secondo season finale di fila rovinato dal giovane Zach. Ma prima di arrivare alla fine partiamo dall'inizio, un inizio con una prima puntata classica, ovvero una tipica ripresa in cui è necessario ricordare agli spettatori 'dove eravamo rimasti'. Poi una novità, la nuova sigla, completamente rinnovata, che sembra fissare un tono quasi inedito per le puntate a venire. Le immagini del tema iniziale scorrono in un clima potenzialmente più dark e decisamente più bellico. Le ambientazioni sono immerse nel buio e partono dalle profondità della città di New York. Saranno episodi di lotta, militareschi, contro la grande minaccia Strigoi. The Strain 3 infatti si concentra particolarmente sulla battaglia tra il male, molto rinforzato per la crescita degli strigoi, e il bene, che darà del filo da torcere al Maestro, soprattutto dopo aver scoperto una nuova arma e dopo aver trovato un nuovo alleato (Palmer, Jonathan Hyde). Difatti la prima puntata come questa terza stagione non delude, dato che non ha nulla da invidiare alle altre, abbiamo lo splatter giusto, i personaggi ben analizzati come sempre, i colpi di scena quasi in ogni puntata, un finale di stagione stratosferico, e sopra ogni cosa, la terza stagione è caratterizzata dall'azione inarrestabile, resa migliore rispetto alle precedenti season. La serie poi non prende derive inaspettate e prosegue nel suo intento tra azioni avventate dei protagonisti e momenti raccapriccianti. Molti personaggi invece hanno un ruolo più centrale, ovvero Kelly Goodweather (Natalie Brown), Gus, Quinlan, Angel, Justine e ovviamente Fet. La prima è caratterizzata dallo scontro interiore tra istinto e razionalità nei confronti del figlio, Zach (Ben Hyland), il figlio dei Goodweather, tra cui Eph interpretato da Corey Stoll e in crisi 'alcolica', che sembra inaspettatamente essere passato ufficialmente al lato oscuro (dopo l'incredibile finale) sotto l'ala protettiva del nazista Thomas Eichhorst (Richard Sammel), notiamo poi un Gus (Miguel Gomez) molto più fragile, combattuto ma con più voglia di redimersi, per quanto riguarda Quinlan invece (Rupert Penry-Jones), scopriamo molto di più sul suo passato e che relazione ha con il Padrone. Siamo ancora più attaccati ad Angel (Joaquín Cosío) grazie alla sua tenacia e vicinanza a Gus, e inoltre viene mostrato tutto il suo attaccamento verso la fede, Justine invece (Samantha Mathis) viene presentata proprio come siamo abituati a vederla, ma avrà più spazio per le scelte fatte e per le situazioni che la circondano, notiamo infine un Fet (Kevin Durand) molto meno ironico del solito ma con la stessa grinta di sempre che lo contraddistingue. Senza ovviamente dimenticare tutti gli altri pezzi da 90, soprattutto Abraham Setrakian (David Bradley), intento sempre a trovare un modo di arrestare l'ascesa del Maestro, e la bella e sexy Dutch Velders (Ruta Gedmintas) che assimila l'idea di base della serie, l'idea brillante di affrontare un simbolo horror classico come possono essere i vampiri, in chiave scientifica, sicuramente tanto interessante. Anche se The Strain, nonostante l'aggiunta di questo elemento originale, commette l'errore che ormai sembra essere davvero troppo comune nella serialità, il voler sfruttare fino all'osso l'idea che sembra funzionare. Anche se la pecca principale risiede nel fatto che le puntate non hanno una propria autonomia, dimostrando di non riuscire a cambiare il filo conduttore episodio per episodio poiché, in molti di essi, vengono mostrate principalmente le tattiche di battaglia per poi concludersi con un colpo di scena (come ad esempio la prima puntata), questa strategia difatti funziona solo a metà. Poiché The Strain 3 è stata una stagione sofferta. Il voler allungare il brodo ancora per un'altra stagione, ha portato infatti a tempi eccessivamente dilatati. Per la maggior parte del tempo, purtroppo, si ha avuto l'impressione che non stesse succedendo nulla. Gli avvenimenti clou (davvero pochi in questa terza stagione) erano seguiti da attese infinite e stratagemmi riempitivi, che è stato difficile non notare. Ma The Strain 3, nonostante tutto, non è sicuramente da bocciare. Perché sarà l'incertezza del finale a tenere i fan (o almeno quelli più affezionati), incollati alla serie. Insieme a me continueranno a guardarla con interesse e la conferma che l'epilogo arriverà con la quarta stagione, lascia agli spettatori la speranza di riuscire ad arrivare alla fine senza vederla completamente spolpata. Voto: 6,5

6 commenti:

  1. Contentissima che hai iniziato Vikings! Una serie bellissima con personaggi mozzafiato ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anch'io tanto contento, perché è bella e affascinante nonché avvincente ;)

      Elimina
  2. Vikings è un piccolo capolavoro che sceglie anche strade non semplicissime, sono contento che stia conquistando sempre più adoratori :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono ancora all'inizio, ma anche se già bello spero migliori sempre di più ;)

      Elimina
  3. Non lo sapevo che Vikings in origine dovesse essere una miniserie, anche perché mi pare che il finale della prima stagione sia aperto.
    Floki a me ha fatto sempre pensare a un Joker buono, folle ma con un gran cuore e fedele.
    Per il resto, concordo su tutto!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Beh non è l'unica, molte serie in origine in un modo e poi cambiano direzione, per esempio possono diventare antologiche..
      Indubbiamente un personaggio eclettico, qui poi eravamo ancora agli inizi ;)

      Elimina