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martedì 24 maggio 2022

Le serie tv del mese (Maggio 2022)

Con un dubbio (di visione) e un desiderio (sempre di visione) in testa, non potevo perdere l'occasione di recuperare finalmente una serie d'animazione tanto acclamata quanto celebrata, quella relativa a Conan, non il Detective però, ma ad Il ragazzo del futuro (scusatemi la battuta...ora divenuto passato), il primo capolavoro del maestro Hayao Miyazaki (il primo di tanti). In questo senso, realizzato nel 1978 e composto da 26 episodi, Conan, oltre ad essere uno splendido esempio di serie per ragazzi (probabilmente tra le migliori mai realizzate, insieme ad altre più o meno simili), è un'opera chiave per comprendere a pieno la poetica del regista nipponico, e non averlo presumibilmente visto era imperdonabile. Ovviamente il risultato (dopo averlo finalmente visto e recuperato nella sua totalità) è clamoroso, un film eccezionale diviso in più parti, personaggi perfetti con Lana che è stata il prototipo di tutte le sue eroine cinematografiche. Un inno alla natura, una condanna all'uomo industriale. Sigla italiana bellissima. Perciò che dire che non è già (presumibilmente) stato detto? Praticamente niente, semplicemente una bellissima avventura senza tempo, un racconto di fantascienza ricco di tematiche: amore, amicizia, resistenza, natura, politica. Offre appunto spunti di riflessione con le tematiche trattate, i personaggi e le numerose gag azzeccatissime. Gli intrecci e gli sviluppi sono intelligenti e coinvolgono lo spettatore sino a un attesissimo finale che dà speranza. Inutile dire che le animazioni e il character design sono splendidi. Liberamente ispirata al romanzo The Incredible Tide di Alexander Key, Conan il ragazzo del futuro insomma lascia il segno, e dovrebbe essere da tutti visto, soprattutto da quelli che ancora non l'hanno fatto. Lo si trova su VVVVID e su Prime Video, ed anche su Netflix, non ci sono più scuse. Ma questo era solo l'antipasto, ecco cos'altro ho visto questo mese.

Yellowstone (3a stagione) - Una stagione ricca di sorprese, sia dal punto di vista delle lotte per la terra, sia da quello familiare, con una serie di segreti che vengono a galla. Mentre i rapporti si modificano, anche la figura di John Dutton cambia, diventando meno attiva e più introspettiva, sempre ferma però nel mantenere il ranch e i valori. Prosegue quindi la guerra con tutto ciò che rappresenta il mondo nuovo, l'economia, il capitale. Soffermandosi però su questo è come se perdesse di vista il resto, i legami familiari, i suoi figli. Proprio i figli vanno avanti per la loro strada, che molto spesso non è quella dello Yellowstone. In Yellowstone 3 si parla ancora di identità, di un posto nel mondo, di legami distruttivi tra padri e figli. Personaggi, ambientazioni, trama si mescolano per creare un mix perfetto, fino al colpo di scena finale. Prima di tutto però c'è l'animo dei protagonisti, ci sono i loro valori, gli ideali, le vittorie e i fallimenti. C'è il tempo che passa e il peso del futuro che rende ogni cosa estremamente fragile. Superato definitivamente il retrogusto da soap opera delle prime due stagioni, la serie trova in personaggi robusti e mai banali il vero punto di forza. Peccato solo per l'esasperazione di alcuni principi e concetti che, talvolta, rendono questa serie un po' macchiettistica. In particolare risulta assurdo questo concetto del marchio sul petto, della fedeltà al ranch fino alla morte, che in questa terza stagione viene portato a livelli che superano ampiamente il ridicolo. Si spera inoltre che alcuni personaggi secondari possano evolvere in modo più soddisfacente nelle prossime stagioni, perché mostrano qualche crepa. Nonostante questo, ci troviamo davanti ad una buona terza stagione, una stagione che, tra una marchiatura a fuoco, un'impiccagione e varie sparatorie, finisce con il botto, un cliffhanger finale che ci sta e che lascia carichi per le prossime avventure (non ci sono dubbi: ci sarà, anzi c'è, anche la quarta stagione) di una serie che, con i suoi limiti e difetti, ha sicuramente lasciato il suo segno, il suo marchio a fuoco. Voto: 6,5

What We Do in the Shadows (3a stagione) - Da un po' di tempo divenuta una delle gemme non del tutto nascoste della televisione, ha ottenuto consensi dalla critica e premi per ciascuna delle sue prime due stagioni, ha mantenuto un pubblico modesto ma costante, e questo per una finta serie di commedie horror su quattro vampiri che "vivono" a Staten Island, con un gruppo di attori meno noti (sebbene affermati), è un risultato impressionante, in particolare quando i drammi e le sitcom più tradizionali e sceneggiati tendono a dominare le conversazioni sulla TV. Forse ancora più impressionante, tuttavia, è che What We Do In The Shadows è riuscito a mantenere la sua premessa unica e il formato fresco con ogni nuova stagione (Qui la seconda), e continua a offrire un sacco di risate, colpi di scena e momenti citabili (in attesa anche di una quarta di stagione, che sicuramente non perderà il suo "morso"). Sarebbe stato facile per What We Do In The Shadows infatti drenare la sua configurazione iniziale per il valore dell'intrattenimento fino a quando la premessa non fosse diventata troppo noiosa o troppo prevedibile per trascinarsi oltre, ma il team creativo della serie continua a trovare modi per bilanciare il familiare con nuovi colpi di scena, nuovi personaggi intriganti e percorsi inaspettati per i suoi personaggi ricorrenti. Non a caso questa terza stagione dello show è la più ardita, scioccante e provocatoria, ma anche la più "umana": i vampiri soffrono di depressione, solitudine, bisogno di affetto e mal di vivere come i mortali, e mai come in questa annata l'ilarità va di pari passo con una soffusa malinconia. Kayvan Novak, Natasia Demetriou, Matt Perry, Mark Proksch e Harvey Guillén sono ormai tanto affiatati, realistici e naturali nella propria recitazione da illudere lo spettatore che What We Do in the Shadows sia un vero documentario su una famigliola solamente un po' bizzarra. Che spasso! Voto: 7

sabato 23 aprile 2022

Le serie tv del mese (Aprile 2022)

Era tornata nello scorso (sedicesimo) finale di stagione, non si sapeva il perché, ma il mistero che circondava Ziva David viene svelato nel corso della stagione 17 di NCIS. Sicuramente un ritorno (atteso) che doveva esser introdotto bene, sinceramente, per quanto mi riguarda, il tutto si è perfettamente inserito nel contesto. Ciò che è stato mostrato ha avuto un senso, in particolare se si aveva compreso nelle tante stagioni precedenti di NCIS (qui il mio commento alla 16a) sia il carattere ed il modus operandi dell'ex agente, sia il suo rapporto in particolare con Gibbs. Una toccata e fuga apprezzabile, un ritorno in verità doppio, dato che a metà stagione quello che viene rimasto in sospeso prima hanno finalmente una conclusione. A parte ciò, il resto è nella medietà della serie, con indagini interessanti e sorprendenti sempre ben gestite. Certo, a volte si esagera e qualcosa non sempre quadra, ma ci si accontenta. I nuovi rinsaldano le redini, i vecchi non mollano un colpo, fino all'ultima puntata, una puntata, la ventesima, che anche se finale di stagione non è, riuscita è, grazie anche alla presenza del redivivo Christopher Lloyd (la puntata probabilmente più intensa e bella). Tra le tante produzioni colpite dall'emergenza Coronavirus c'è infatti anche la diciassettesima stagione di NCIS, che ha dovuto chiudere in anticipo rispetto ai programmi originali. Il vero episodio finale sarà tuttavia inserito nella prossima stagione, che ovviamente prossimamente guarderò e nuovamente a tempo perso. Ecco invece il (corposo) resto delle serie viste in questo mese, tra ennesime conferme, belle sorprese e piccole delusioni.

Fargo (4a stagione) - Nella quarta stagione il nome Fargo rimane solo un'eco. Le caratteristiche rimangono, quali gli elementi bizzarri e visionari, e dove il Caso appare per scompaginare tutte le macchinazioni machiavelliche dei suoi personaggi. Allarga molto il contesto rispetto alle altre stagioni, qui non è l'innevato Minnesota a fare da sfondo ma la città di Kansas City, specchio delle eterne contraddizioni di un paese di immigrati che vogliono essere americani, ma che quando scendono da terra sono dei criminali o trattati come tali. La proibizione di quel sogno che solo attraverso il crimine può essere assaporato, con codici e leggi proprie. La terra dell'abbondanza è lì, pronta per essere presa e non importa come. Eccede forse nelle citazioni, un vero e proprio compendio di tutto il genere gangster, ridondante in alcune sottotrame per eccesso di personaggi, alcuni dei quali un po' sopra le righe, tra questi ci sono gli italiani, che comunque fa piacere vedere interpretati da veri italiani. A proposito degli attori, Chris Rock è sempre stato un buon attore, e se avesse continuato a fare solo quella strada sarebbe stato meglio, soprattutto quando poi dici cavolate. Una stagione che mi ha soddisfatto, tutto sommato, ma inferiore alle precedenti (anche rispetto alla terza). Voto: 7
 
The Falcon and the Winter Soldier (Miniserie) - Dopo gli avvenimenti di Avengers: Endgame, Sam Wilson e Bucky Barnes diventano partner in una nuova avventura (il duo Sebastian Stan-Anthony Mackie funziona, anche se ci mette un po' a carburare). Prosegue il corso dell'MCU con una (mini)serie che omaggia (senza mostrarla nella sua forma "storica") una delle sue figure più iconiche, Captain America, la cui difficile eredità è raccolta in modo diverso dai due protagonisti. Azione e spionaggio in sei puntate ricche di ritmo e dalle variegate ambientazioni, che non trascura di dare un certo "spessore" psicologico ai suoi personaggi. Tuttavia riuscita a metà, perché dopo le interessanti prime puntate esce fuori troppo un discorso politico e soprattutto di perbenismo che comincia a diventare stucchevole. L'azione (come detto) è tanta, e ben girata, ma forse sarebbe servito un villain più interessante per renderla emotivamente coinvolgente. Alla fine una serie corta (e non sarebbe stato meglio fare qualche puntata in più per chiudere degnamente? così sembra tutto chiuso in fretta e furia ed è un peccato) che si guarda volentieri, indispensabile ai fini del proseguo della storia, ma che resta un occasione persa visto il budget e le premesse che c'erano. Molto meno fantasioso e accattivante di WandaVision, un pelino migliore di Loki, ma pur sempre una mezza delusione. Voto: 6+

giovedì 24 marzo 2022

Le serie tv del mese (Marzo 2022)

Stavolta non ho perso tanto tempo per vederlo, ed in breve posso affermare che nella seconda stagione di LOL si ride. L'effetto novità è svanito ma si ride molto anche questa volta. Approdato su Prime Video in un periodo non proprio favorevole, considerando gli eventi nel mondo reale, LOL è (e rimane) senza dubbio un piacevole passatempo, grazie al quale trascorrere alcune ore in spensieratezza. Rispetto alla prima stagione, ho percepito molta più tensione, voglia di strafare e di stupire, non c'era più il piacere della novità, l'inconsapevolezza della prima stagione, ma la pressione di fare meglio di Lillo o Elio. Questo ha condizionato e condizionerà le stagioni successive, con i comici sempre più in crisi e soppressi dalla pressione di dover strafare. Nel complesso però, anche questa stagione ha momenti molto divertenti e da fare piangere dal ridere, molti comici ci regalano momenti esilaranti, e ognuno soddisfa la comicità che più ci piace, dalle imitazioni di Virginia Raffaele, ai giochi di parole di Maccio Capatonda, la spontaneità del Mago Forrest, ai personaggi iconici di Corrado Guzzanti. Se avete visto la prima stagione e vi è piaciuta, LOL 2 è assolutamente consigliato. Il cast regge bene lo show, gli episodi scorrono velocemente e i vari intoppi rendono tutto spassoso, al netto di quanto detto prima. Ecco invece il resto serialtelevisivamente parlando visto in questo mese.

La casa di carta (Parte 3) - Sì, effettivamente non serviva questa parte/stagione, che parte con un pretesto inverosimile (alquanto forzata come scelta) e che si muove sulla falsariga della precedente rapina, con un certo numero di varianti certo, ma non sempre ben messe, ma che tuttavia riesce a tenerti incollato allo schermo fino alla fine. C'è la novità della banda dei Dalì come fenomeno mediatico mondiale e idolatrati dal popolo che attaccano la Banca di Spagna, ci sono gli stessi personaggi con qualche novità, però non proprio all'altezza della precedente. La perdita di Berlino è grave e muoverlo sulla scia dei flashback per ora mi sembra uno spreco oltre ad essere superfluo. C'è poca interazione fra rapinatori ed ostaggi, che era uno dei punti di forza della prima (o prime due) stagione/i, qualche personaggio (es. Arturo) francamente abbastanza inutile e per nulla sviluppato rispetto ai suoi trascorsi. L'intreccio più che all'interno si sviluppa principalmente nelle dinamiche dentro/fuori con una new entry interessante nonché bastarda come l'ispettrice Sierra (molto buono il suo personaggio). Per cui aldilà del carattere interlocutorio di questa stagione, c'è qualche elemento che non mi quadra se confrontato con quel gioiello che si svolgeva nella Zecca di Stato. L'intrattenimento comunque è garantito e perlomeno questo mi dà il motivo per seguire la prossima, se non altro per vedere come va a finire (anche perché a questo punto si è solo a metà di questo nuovo "colpo"). Per adesso però, La casa di carta messa su dal Professore sembra stia precipitando verso il basso. Voto: 6,5
 
Cobra Kai (4a stagione) - C'è un certo dislivello qualitativo in questa quarta stagione, sempre su livelli buoni ma si nota come la serie cominci a mostrare un po' la corda (alcune scene ben fatte non mancano ma sono aumentate le scene riempitive, atte solo per fare scena, risultando pure forzate). L'idea di fondo non è male, cioè la contaminazione di due stili di lotta opposta e non conciliabile e l'inevitabile smarrimento di studenti che non sanno cosa seguire e cosa apprendere. La rigidità della disciplina espressa dal sensei di turno, diventando un dogma, impedisce un reale percorso di maturazione. Un tema buono, solo che le sottotrame non sono propriamente all'altezza e nella parte centrale la stagione gira su se stessa, senza considerare qualche personaggio secondario che subisce passaggi caratteriali molto repentini e che avrebbero meritato migliore trattamento, invece dei continui tira e molla fra i due protagonisti, stucchevoli alla lunga. Rispetto alle altre stagioni (e quindi anche alla terza), questa mostra una coralità maggiore, tuttavia se non si curano adeguatamente i personaggi, principali e non, le crepe che si notano possono diventare delle falle non indifferenti. Per ravvivare l'attenzione si ripesca dal passato, una scelta (in parte giustificata) ma non del tutto riuscita. In ogni caso, anche se molto altalenante, la stagione comunque intrattiene, ma si spera ritorni sui canoni precedenti e poi chiuda al meglio. Voto: 6,5

lunedì 21 febbraio 2022

Le serie tv del mese (Febbraio 2022)

E' da un po' di tempo che l'ho vista (fine dicembre), ma non c'è stata possibilità di dirlo se non adesso, che ho visto la serie documentaristica (in 8 episodi) di Prime Video sulla mia squadra del cuore, ovvero All or Nothing: Juventus (che narra le vicende della Juventus nella stagione 2020/2021, un'annata che si è rivelata piena di emozioni forti e intrecci interessanti), e mi è piaciuta parecchio (però fuori classifica finale finirà). Perché parla di calcio ma non solo. Parla anche di passione, di emozione, di mentalità, e questi sono discorsi che possono capire tutti gli essere umani, non solo quelli che amano il calcio. In questo senso quello che a me ha lasciato questa serie è infatti soprattutto il lato umano del calcio, quello che appare negli spogliatoi prima e dopo la partita, quello che si mostra durante gli allenamenti, i pranzi, le cene, le riunioni. Sono questi i momenti in cui la squadra diventa squadra, in cui l'allenatore può intervenire sulla testa dei suoi ragazzi. Perché al di là degli schemi, delle tattiche e delle marcature, conta tantissimo la testa, conta soprattutto quella. La stagione 2020/2021 della Juventus è un esempio fulgido di come un racconto possa cambiare, di come ci siano momenti chiave che fanno la differenza, nella testa e nelle gambe. All or Nothing: Juventus riesce a raccontarli, lo fa bene, e dà autorevolezza ad una vicenda che, alla fine, si rivela per quello che è: un glorioso fallimento. Ma tutto merita d'esser raccontato, e vissuto, nonostante tutto. Detto ciò, ecco le serie (vecchie, nuove e dimesse) viste in questo mese carnevalesco.

La casa di carta (Parte 2) - Nella critica de "La casa di Carta" Parte 2, bisogna continuare su quella già inoltrata con la prima parte, visto che le due parti, in effetti, non sono altro che un unico blocco. I risultati, come detto, sono di gran livello, intendiamo ritmo ed interesse. Le assurdità, ne abbiamo già parlato, fanno parte di un gioco impostato su specifiche regole. Lo spettatore che arriva alla seconda parte, oltre al fatto di essere consapevole della cosa, probabilmente avrà gradito tale sistema scarsamente verosimile (ma in soldoni, eccitante). Tokyo, Berlino e il professore sono le figure più compatte ed enigmatiche dell'impianto spagnolo, nella fattispecie funzionano alla grande. Piccole critiche, giunti a questo punto, si possono muovere circa la durata non banale delle due parti, forse qualche puntata in meno avrebbe alleggerito il disegno registico (la prima serie resta leggermente superiore, la seconda inizia a perdere giusto qualcosina, ma identica valutazione). Comunque sia, prodotto molto riuscito in fin dei conti. Tanto che, non capisco il bisogno delle ulteriori parti/stagioni, il normale e giusto finale è qui, ora sì che ho grossi dubbi sul continuare o meno (non posso aspettarmi niente di buono da ciò che verrà), ma purtroppo devo. Voto: 8
 
I Am Not Okay with This (1a stagione) - Di fatto I Am Not Okay with This condensa il racconto in sette episodi da trenta minuti ciascuno e riprende la formula di The End of the F***ing World (il regista oltretutto è lo stesso, ovvero Jonathan Entwistle, la base quasi identica, stesso autore dell'omonima graphic novel, ossia Charles Forman): la narrazione è veloce ed evita di dilungarsi inutilmente. Dai produttori di Stranger Things, non il solito show sull'amore adolescenziale. Tutto ruota attorno a Syd che ci racconta in voice over le sue sensazioni, mentre in sottofondo sentiamo le hit più ricercate degli anni Sessanta e Ottanta. In mezzo c'è una storia che strizza l'occhio al cinema di John Hughes (da Sixteen Candles a Breakfast Club) e cita Carrie - Lo sguardo di Satana nei momenti più splatter. Il risultato è una "origin story" dark e accattivante che intrattiene, diverte e non ha molti peli sulla lingua. Niente di innovativo e alternativo chiaramente, ma il pregio più grande di questa serie, di questa prima stagione (purtroppo unica stagione, la serie è stata cancellata a causa della pandemia), è che riesce a raccontare i problemi tipici adolescenziali, senza esagerazione e con molta originalità e realismo. In tutto questo, i protagonisti sono decisamente azzeccati. Sophia Lillis per prima, perfetta nell'aspetto e nell'interpretazione, tanto quanto Wyatt Oleff, che veste i panni di un ragazzo fuori dagli schemi senza mai perdere di credibilità. I personaggi secondari completano il quadro, rendendo tutti e sette gli episodi decisamente piacevoli da guardare. Peccato solo per il finale troncato a metà. Voto: 7

mercoledì 19 gennaio 2022

Le serie tv del mese (Gennaio 2022)

Troppe serie e poco tempo a disposizione per vederle tutte, oddio il tempo ci sarebbe pure, ma dovrei sacrificare il "Cinema" per riuscirci, e siccome proprio non vorrei, mi devo accontentare di quello che posso. E posso (potrò, credo e spero) durante quest'anno vederne quasi 60 più o meno di serie (e/o miniserie), a fronte delle tantissime già selezionate. Serie che, con (tutte) le migliori piattaforme a mia disposizione (non dimenticando TimVision e RaiPlay), da Disney Plus a Prime Video, da Sky a Netflix (ultima clamorosa e strabordante aggiunta), sfiorano le 200 unità. Quindi è normale che molte rinvierò a data da destinarsi, tuttavia anche quest'anno recupererò alcune serie di alcuni anni fa (La casa di carta e Fargo le prime della lista), che si affiancheranno com'è ovvio al resto, comprendente stagioni successive, prime visioni e tanto altro (di recente e non recente). Una nuova stagione serialtelevisiva quindi ricomincia, e con tante aspettative, incrocio le dita.

Loki (1a stagione) - Uno dei personaggi più interessanti dell'universo Marvel (anche se personalmente mai particolarmente amato) in una serie a lui dedicata e che si svolge dopo l'ultima avventura degli Avengers. La storia è incentrata sui paradossi temporali e prende dal suo protagonista il sarcasmo e l'ironia beffarda vista nei precedenti film dedicati ai vendicatori (anche talvolta esagerando inutilmente). Al netto della brillante prova del suo protagonista e della sua perfetta spalla, la sceneggiatura mostra il fiato corto, con una vicenda che si fa presto ripetitiva. Eccellenti invece (come è lecito attendersi nelle produzioni di questo tipo) gli effetti speciali. Parte infatti molto bene, con tre episodi ben ritmati e scorrevoli, dalla trama oggettivamente affascinante (seppur non originale) tra sbalzi temporali, varianti e universi paralleli, ma poi diventa eccessivamente verboso e sembra arrotolarsi un po' su se stesso, arrivando a un episodio finale meno esaltante di quanto fosse lecito aspettarsi. Comunque è un prodotto godibile della serialità Marvel (un prodotto da vedere, su Disney Plus, specialmente se fan), con Tom Hiddleston che aggiunge nuove sfumature al suo Loki e sorprendentemente adeguato Owen Wilson (ma WandaVision gli è comunque e nettamente superiore). E' in programma una seconda stagione, spero riescano ad aggiustare un po' il tiro, nel tentativo di esaltarne i pregi e limarne i difetti. Voto: 6
 
Squid Game (1a stagione) - Un intrigante circo (gonfiato di sadismo, azione e distopia) diventato virale in poche settimane. Non interessa tanto il riferimento ai vari prodotti survival/sci-fi dai quali (questa serie di produzione Netflix) attinge a piene mani quanto la capacità di avere una propria forza visuale (pop-gore) della quale s'impernia una scrittura tesa e attenta all'evoluzione dei personaggi (in una discesa disumanizzante). Si fa fatica a non empatizzare per qualcuno di questi carismatici protagonisti. Una spirale di violenze in perfetto stile asiatico, che fa riflettere sulle metafore sociali contingenti. La traccia narrativa non è infatti particolarmente originale e, apparentemente, non lo è neppure la messinscena. Eppure Squid Game è una serie che sa essere davvero spiazzante. Non parlo dell'evidente assurdità del gioco in cui sono coinvolti i personaggi (questo non sarà il primo né l'ultimo survival game di cui abbiamo notizia), quanto appunto della capacità della serie tv di affrontare temi universali, pur essendo un prodotto assolutamente geolocalizzato dal punto di vista fisico e culturale. Una serie pervasa da un certo nichilismo di fondo, con un certo grado di citazionismo e soprattutto coinvolgente. Un successo mondiale di imprevedibile grandezza, con momenti di assoluto intrattenimento e con minime cadute di tono. Una serie ben fatta e avvincente per tutti i suoi episodi che si possono tranquillamente vedere tutti d'un fiato. Nove ore di adrenalina pura tra giochi che scrutano nell'animo umano più violento. Il gioco fatto in coppia è chiaramente quello più esaustivo sotto questo aspetto, e anche il più crudele. Il cast è tutto convincente e pur non essendo originale come soggetto anche i momenti di dialogo sono scritti bene e tengono alto l'interesse e la curiosità sul come andrà a finire. Non mancano i colpi di scena soprattutto nel secondo e nell'ultimo episodio. Certo, c'è qualche ingenuità, ma nulla che comprometta il risultato finale. Sequel assicurato, nonostante abbia già detto quasi tutto quello che voleva dire. Notevole. Voto: 7,5