giovedì 31 maggio 2018

Gli altri film del mese (Maggio 2018)

Dopo mesi di attesa, rimandi e controversie, finalmente le questioni in sospeso rimaste impantanate per parecchio tempo, sembrano ormai arrivate in via di definizione, e sembrerebbe aprire ad importanti scenari. In questo mese di Maggio infatti, non solo è arrivata l'ufficialità di avvenuta vendita della casa della mia defunta nonna (anche se la riscossione bancaria è ancora a metà percorso), vendita che potrebbe aiutare il "sogno" di cambiare casa a prendere corpo (anche se potrebbe restare comunque tale, giacché non è una cosa facile), ma anche la questione legata alla pensione di mio padre (dopo parecchi problemi di certificazione ed altro) sembra essere in via di risoluzione (in un mese dovrebbe risolversi tutto), fatto che ovviamente consentirà un sostegno economico sicuro dopo un anno e mezzo senza stipendio. E quindi finalmente un po' di notizie positive in questo mese, quinto mese dell'anno che nel tempo ha riservato momenti belli misti ad alcune amarezze. Di certo in campo cinematografico il discorso è diverso, tuttavia dopo gli immancabili peggiori film di ieri, eccoci oggi con le altre pellicole (le ultime due passate in televisione ultimamente) viste durante il suddetto mese, pellicole moderatamente sorprendenti e consigliabili alla visione.

mercoledì 30 maggio 2018

I peggiori film del mese (Maggio 2018)

Essendo questo un post negativo, volevo oggi darvi una notizia cinematograficamente positiva con una piccola anticipazione su una (spettacolare e straordinaria) saga vista di recente che mi ha impegnato parecchio, che spiega in parte la diminuzione dei peggiori film visti del mese, e del suo conseguente corposo post. In questo mese infatti, ho fatto di nuovo conoscenza con un parassita davvero letale e disgustoso e con una donna davvero d'acciaio. Qualcuno avrà forse capito, soprattutto avendo Sky, ma comunque vi basterà aspettare venerdì per capire di cosa sto parlando e a cosa mi riferisco, perché nel frattempo purtroppo dovrete accontentarvi di conoscere i peggiori film che questo (in parte avulso) mese mi ha regalato.

La casa di famiglia (Commedia, Italia 2017): Una gradevole commedia con un canovaccio classico che conduce all'altrettanto classico gioco degli equivoci, questo è in sintesi il fulcro della pellicola. Pellicola che appunto non sembra avere nulla di particolare sotto l'orizzonte, tuttavia nonostante parecchie sbavature (una durata troppo breve, una punta inutilmente malinconica nella narrazione perché superficiale, alcuni personaggi e situazioni, bullismo, stereotipi e banalità, al limite della correttezza), essa, che racconta di 4 fratelli alle prese con un "infelice" risveglio dal coma dell'amato Padre, è ben recitata (Stefano Fresi sempre bravo al pari di Matilde Gioli, ma spicca Luigi Diberti nella parte del padre), priva di volgarità, dinamica dal punto di vista dei dialoghi e del ritmo narrativo. Anche se forse, anzi, quasi certamente, c'era del materiale per fare qualcosa di meglio, poiché si ride davvero poco. Infatti il fulcro del film, che è quello di far sembrare viva un'abitazione oramai mezza vuota e in vendita, non sempre viene sfruttato a dovere. Certo, alcuni divertenti e paradossali momenti ci sono e funzionano, ma alla fine rimane davvero poco di una commedia troppo semplice che, seppur segna un netto miglioramento registico di Augusto Fornari dopo il pessimo Torno indietro e cambio vita del 2015, non convince fino in fondo. Giacché nonostante il discreto apporto di un buon cast (comprendente notevoli attori italiani), poco resta, poco diverte e poco fa riflettere, anche se tutto fila piacevolmente liscio. Voto: 5,5

martedì 29 maggio 2018

Le altre serie tv (Marzo/Aprile/Maggio 2018)

Esattamente come successo in occasione della prima parte dell'ottava stagione (qui), anche la seconda parte si è chiusa tra l'indifferenza generale, perché ormai The Walking Dead sembra non avere più l'appeal dei tempi che furono. L'attesissimo finale di stagione infatti, attesissimo sia dai fan della prima ora sia da tutti gli spettatori che non ne possono più della serie ma per qualche motivo continuano a guardarla (anche solo per parlarne male), ha alternato, come tutta l'annata, momenti convincenti ad altri in cui si è toccato il ridicolo. Questo season finale dell'ottava stagione, che avrebbe potuto tranquillamente, tramite l'ultima puntata, terminare l'intera serie e che invece sembrerebbe procedere su binari non propriamente interessanti (anche se si intravede un nuovo barlume di speranza, con la possibilità di reinventare la serie e tornare, forse, ai fasti delle prime annate), se sotto certi punti di vista accontenta entrambe le fette di pubblico, mostrando momenti fatti apposta per appassionare quelli che ancora oggi si definiscono fan della serie (in particolare per quanto riguarda i momenti introspettivi e le scene di battaglia), ma anche diverse situazioni che sembrano fatte apposta per far mettere le mani nei capelli a tutti coloro della serie ne hanno piene le scatole, procedendo a singhiozzo e alternando momenti spettacolari e interessanti però a scelte narrative che confermano le debolezze della gestione di Scott M. Gimple, giunta ora al termine, lascia un po' l'amaro in bocca. Tuttavia bisogna ammettere che, dopo una stagione poco convincente, The Walking Dead ci ha sorpresi (nuovamente e in modo certamente meno banale della precedente seppur in modo sicuramente ridicolo) con un finale imprevedibile. Tutti infatti attendevano la battaglia finale, tutti si aspettavano uno spargimento di sangue, una decimazione dei protagonisti e, invece, lo showrunner sceglie una strada praticamente opposta, chiudendo la guerra contro i Salvatori con un atto di pietà nei confronti degli avversari che hanno tormentato le comunità guidate da Rick, per onorare la memoria di Carl (che nel frattempo dopo il cliffhanger della scorsa prima parte di episodi è definitivamente morto) e la sua ultima richiesta. Il problema però non è tanto il fatto che ciò avviene, dopotutto la serie è sempre stata parecchio ottimista (e la speranza finale, l'inaspettata redenzione, ne è la prova), quanto è il modo con cui succede.

lunedì 28 maggio 2018

One Piece Gold: Il film (2016)

Con una trama che all'inizio può ricordare quella di Ocean's ElevenOne Piece Gold: Il film è un lungometraggio avvincente e dinamico, con continui colpi di scena. Il film infatti, tredicesimo film dedicato alla ciurma di Cappello di Paglia e facente parte quindi della famosissima serie anime e manga (creata nel 1997 ed edita in Italia nel 2001), sceneggiato da Tsutomi Kuroiwa, con la supervisione di Eiichiro Oda, storico creatore di One Piece (il manga più venduto al mondo), e diretto da Hiroaki Miyamoto, è un'opera, in cui l'animazione è ottima e il divertimento è garantito, in grado di sorprendere, soprattutto i fan della serie, giacché nuovi personaggi vanno ad arricchire il già vasto universo dell'anime (che può vantare undici speciali, tredici film e due corti in 3D) che viene messo in onda in Giappone nel 1999 e in Italia per la prima volta su Italia 1 nel 2001. Proprio da quell'anno che il suddetto è diventato un appuntamento fisso per milioni di appassionati compreso me, tanto che a distanza di anni è ancora (negli ultimi dieci/quindici anni) uno dei miei cartoon preferiti. Tuttavia negli ultimi quattro anni a causa dell'interruzione da parte di Mediaset, anche se quest'anno sembrerebbe finalmente tornato con nuove puntate, sono rimasto parecchio indietro (ancora fermo verso la fine della saga degli uomini-pesce). Non a caso mi sono approcciato a questo tredicesimo film (il primo però che vedo interamente, perché non sono sicuro di quanti durante la messa in onda delle puntate ne avranno mandati a tronconi) con una certa titubanza. Proprio perché solo cercando informazioni ho saputo che la pellicola temporalmente si colloca a cavallo di due cicli narrativi che ancora non ho visto, ovvero dopo il ciclo narrativo di Dressrosa in cui cappello di paglia ha sconfitto Doflamingo e conosciuto Sabo, terzo fratello in possesso delle abilità date dal frutto Foco Foco. Per fortuna ciò non è stato un grande problema (o almeno solo in parte) poiché esso non si discosta tanto dagli standard, dai temi e narrazione, della serie anime originale.

venerdì 25 maggio 2018

The Founder (2016)

Ammetto che prima di vedere questo film, The Founder, film del 2016 diretto da John Lee Hancock, non conoscevo (e ci scommetto anche molti altri) la vera storia riguardo la nascita e la grandiosa affermazione su scala mondiale della più grande catena di fast-food statunitense McDonald's (in cui in verità ci sono stato e ci avrò mangiato sì e no 3-4 volte). Ebbene, dopo aver visto questo racconto d'ambizione, tenacia, perseveranza, e sul prezzo da pagare per ottenere il successo, e dopo aver quindi visto cosa realmente successe, sono rimasto soprattutto scioccato, ma anche piacevolmente sorpreso da una pellicola comunque valida. Perché essa non ci racconta della classica storia, questa non è una classica biografia, la storia di McDonald's è infatti l'evoluzione del capitalismo selvaggio e amorale (parte integrante della cultura americana) di oggi. Lo spettatore difatti non può che assistere inerme all'ambizione, espansione ed angherie (a scapito dei veri inventori del McDonald's) di uno stronzo qualunque. Perché sì, meglio subito chiarire una cosa, The Founder ossia Ray Kroc (Michael Keaton) non è il fondatore di McDonald's, e questa pellicola è la storia di come egli ha letteralmente fregato da sotto il naso camicia e pantaloni ai due ingenui fratelli (i veri "Founders") Dick e Mac McDonald (Nick Offerman e John Carrol Lynch), alias i Pinco Panco e Panco Pinco della situazione, titolari di una fiorente panineria per commessi viaggiatori a San Bernardino (nel bel mezzo dell'aridità californiana) che si fidano e vengono praticamente truffati da questo (apparentemente) socievole individuo. Individuo che come molti uomini d'affari si presenta come un affabile e confidenziale amico, sembra infatti trattare tutti come membri di una grande famiglia, ma che quando meno te l'aspetti, tira fuori il ghigno satanico, trasformandosi in uno squalo privo di scrupoli, pronto a sbranarti, in nome dei propri interessi che diventano sempre più ambiziosi. E il film quindi rievoca l'ascesa cinica e geniale al tempo stesso (e nessuno può dire che non lo fosse) di Ray Kroc che, da oscuro e anonimo venditore di frullatori nell'America alacre e produttiva dei primi anni '50, riuscì a mettersi in società con loro a condizioni favorevolissime per lui.

giovedì 24 maggio 2018

The OA (1a stagione)

Ne avevo sentito parlare un po' di tempo fa di questa serie, The OA, serie Netflix del 2016 che, a quanto pare all'epoca, poco più di un anno fa, divise pubblico e critica, tra chi lo riteneva un ottimo prodotto e chi pessimo. E non potendo sapere perciò chi avesse ragione l'ho inserito in lista, e una settimana in cui non avevo serie da cominciare, l'ho finalmente recuperata. Ma era meglio se non l'avessi fatto, perché mai come in questo caso non può esserci una via di mezzo (perché avevano ragione in entrambi i casi, dato che se prende va bene altrimenti nisba), o la si ama o la si odia, e io purtroppo ho propeso per la seconda opzione. Poiché anche se senza dubbio è un'esperienza televisiva che va vissuta per trarre personalmente le proprie conclusioni, siamo di fronte ad un prodotto confuso e a tratti noioso. Proprio perché in questa serie, praticamente impossibile da riassumere e spiegare, c'è la sensazione di non aver capito niente, sensazione che si mantiene salda nel corso di tutte le puntate, e si solidifica con l'ultimo (strano) episodio, un episodio che alla fine (ma di cui ne riparleremo dopo) spiazza e imbarazza. Tanto che, l'unica cosa positiva è che quando ciò arriva, provoca un gran bel sollievo. E non credo fosse questo l'intento di Netflix e dei suoi creatori Brit Marling (che interpreta l'insopportabile protagonista) e Zal Batmanglij. Un po' Stranger Things (ma solo per una singolare similitudine), un po' Les Revenants, un po' Lost, un po' Black Mirror, un po' The Leftlovers ma soprattutto una sciocchezza incredibile, sicuramente una delle peggiori produzioni targate Netflix che abbia fin qui visto, perché nel tentativo di proporre un qualcosa di difficilmente classificabile ha sfornato una frittata (personalmente) del tutto indigesta. Sì perché proprio su questo mix di generi, su quest'esperienza che lo spettatore deve decifrare, su quel qualcosa di mai visto, su cui fan e i critici ho letto dibattersi in positivo, che alla fine le (comunque buone) premesse s'infrangono.

mercoledì 23 maggio 2018

Famiglia all'improvviso: Istruzioni non incluse (2016)

Nel 2011 Quasi amici fu una vera sorpresa, è stato uno di quei film incredibili che con il passaparola diventano nel tempo veri cult. Casi rari. Ha lanciato l'attore Omar Sy e ha fatto ridere sulla disabilità. Legato a quel ruolo e considerato un attore da commedia, Sy aveva già dimostrato la sua versatilità di interprete in Samba ma soprattutto successivamente in Mister Chocolat, meno, seppur in modo passabile in Jurassic World e Il sapore del successo, peggio invece in Good People e Inferno. Nello stesso anno di quest'ultimo quindi egli prova perciò a ripartire da uno schema simile a quel grande successo, per voler dimostrare al grande pubblico qualcosa di più. Peccato però che nonostante la sua presenza, nonostante il suo talento e nonostante dia in ogni caso quel qualcosa in più, il suo ultimo lavoro non lasci quasi per niente il segno. Perché anche se Famiglia all'improvviso: Istruzioni non incluse (Demain tout commence), film del 2016 diretto dal semi sconosciuto regista francese Hugo Gélin, è una commedia che riesce abbastanza bene a coniugare comicità con l'importante messaggio della gestione consapevole e responsabile di una paternità praticamente piovuta dal cielo, il risultato non è altrettanto riuscito. Famiglia all'improvviso è infatti certamente un film ben fatto (la qualità visiva, monetaria e di merchandising c'è e si vede), che avrebbe una valenza maggiore però se non fosse un rifacimento di Instructions Not Included di Eugenio Derbez del 2013 (film che mi sorprese davvero in positivo e che altresì mi commosse parecchio oltre a divertirmi tanto). I dialoghi infatti sono i medesimi (seppur meno incisivi) ma con una diversa locazione (non proprio efficace a parer mio) dello svolgimento della storia. Al posto del Messico c'è la Francia e invece degli States la grigia Inghilterra. Soprattutto però, seppur la forza mimica e rappresentativa di Omar Sy, protagonista del film è notevole, essa è inferiore a quella di Eugenio Derbez protagonista, oltre che regista di quel piccolo gioiellino.

martedì 22 maggio 2018

[Tag] Le cose che NON mi piacciono

Esattamente come accaduto nemmeno una settimana fa (qui), eccomi ritornare con il rovescio della medaglia del precedente post. Infatti dopo avervi fatto leggere e vedere le cose che mi piacciono, ora, e sempre per farvi conoscere qualcosa in più su di me (e spero anche su chi mi segue, e sempre tramite l'alfabeto), le cose che invece non mi piacciono, ovvero qualcosa che non mi è mai interessato e che odio da sempre.

A - Acqua: Non mi piace la sensazione di bagnato, ho bisogno di asciugarmi presto. 
B - Birra: Ne bevo davvero poca non solo perché astemio ma perché proprio non è di mio gradimento.
C - Cocco: Non sono mai stato un'amante, neanche in spiaggia, dopotutto di Bounty ne ho mangiati pochi.

lunedì 21 maggio 2018

La torre nera (2017)

Il re dell'horror e del fantasy (così unilateralmente definito) è stato portato sul grande schermo in più occasioni (e con discreto successo) e ha vissuto bene anche sul piccolo schermo grazie a film tv e mini serie. Da IT a Misery non deve morire, da Shining a Carrie, da Stand by me a Il miglio verde, da Cujo a The MistStephen King ha avuto più volte l'onore di vedere le proprie opere animarsi per il pubblico. In questo caso, tocca alla Torre Nera (The Dark Tower) l'onere di riportare in auge uno dei suoi tanti romanzi famosi, e le premesse per farne un ottimo film quindi (film del 2017 diretto da Nikolaj Arcel) c'erano tutte nuovamente. Cast di prim'ordine e azzeccato, trama interessante e curiosa dove figura imponente una torre nera che si erge al centro di un esteso multiverso mantenendolo in equilibrio e inaccessibile dalle forze malvagie, un pistolero, un mago e un ragazzino acuto e brillante sono gli elementi principali della storia. Ma il film ciò nonostante appare sin dalla prima mezz'ora piatto, blando e piuttosto prevedibile. Non coinvolge mai pienamente e non emoziona, non riesce a costruire la debita suspense per lo svolgersi delle azioni e tutta la trama, apparentemente articolata e profonda, si dissolve pian piano tramutandosi in una delle tante, innumerevoli, parabole cinematografiche del bene contro il male. In uno, probabilmente e quasi certamente, dei più infelici adattamenti cinematografici tratti dai lavori del grande romanziere statunitense. D'altronde anche se chi vi scrive non ha avuto il piacere di leggere l'opera originale, i problemi che affliggono la pellicola appaiono evidenti anche tralasciando qualsiasi tipo di confronto con la fonte d'ispirazione. Giacché questo film, che può tranquillamente far parte dello "spettro negativo" delle trasposizioni cinematografiche delle (molto spesso) omonime saghe letterarie di Stephen King, non smentisce il rapporto spesso contrastato tra le sue opere e il cinema, che hanno avuto fortune alterne sul grande schermo.

venerdì 18 maggio 2018

The Autopsy of Jane Doe (2016)

Per prima cosa va detto che, se non si è visto il film, è sconsigliabile leggere questa recensione (anche le parti senza spoiler) ed è sconsigliabile leggere qualsiasi cosa a riguardo. Sì, perché il regista e gli sceneggiatori hanno creato un film in cui, per una volta, è fondamentale l'effetto sorpresa. Se lo si vede senza avere informazioni lo si apprezza di più nel suo evolversi. Non è facile infatti inquadrare Autopsy (The Autopsy of Jane Doe), film del 2016 diretto da André Øvredal, senza rischiare un minimo di spoiler, ma si può dire che appartiene per certi versi al sottogenere dell'occulto, ma non solo. Infatti, quest'horror originale, atipico ed inquietante, in grado di garantire una buona dose di tensione e mistero che non può lasciare indifferenti, è un misto di generi diversi che vengono amalgamati abbastanza bene: di base si tratta di un horror, la trama aggiunge un carattere thriller e non manca il tono splatter, seppur pacato. Il film difatti si apre con la polizia locale che sta indagando sul massacro di tre persone in una casa nella quale le stanze presentano segni di lotta e caos: gli agenti trovano un quarto cadavere, quello di una giovane ragazza, semisepolto in cantina ed è l'elemento più enigmatico della scena in quanto, oltre a non essere identificabile, non presenta nessun tipo di ferita. Difficile stabilire le cause della morte e spetterà al coroner locale Tommy Tilden, coadiuvato dal figlio Austin, cercare di chiarire i motivi del decesso. Il tutto nel laboratorio situato nei locali sotterranei della loro casa, che è anche obitorio, durante la proverbiale notte buia e tempestosa. Inutile dire che i risultati saranno sconcertanti. Giacché il cadavere di Jane Doe (nome usato solitamente nel gergo giuridico statunitense per indicare un uomo, o in questo caso una donna, la cui reale identità è sconosciuta o va mantenuta tale) si offre ai medici, e al pubblico, come un puzzle inquietante, dove ogni particolare costruirà un quadro di solida tensione e di curiosità, in cui fra razionale e irrazionale, tutto sarà messo in discussione.

giovedì 17 maggio 2018

GLOW (1a stagione)

Gli anni Dieci dei Duemila saranno ricordati come l'epoca dei revival e di come l'effetto nostalgia abbia avuto la meglio su ogni tentativo di spingersi al di là dei confini finora conosciuti nel mondo dell'arte. Un discorso che abbraccia a 360° ogni genere, dal cinema alla musica, alla televisione. E così la Netflix pensa bene di coniugare l'effetto nostalgia a doppio strato con una serie originale, da una parte gli anni '80 e dall'altra il wrestling. Il wrestling, che per noi figli degli anni '80 è stato un appuntamento settimanale fisso, scandito inizialmente da quell'inconfondibile voce made in USA con cui Dan Peterson ci ha raccontato, con ugual enfasi, le incredibili mosse di Hulk Hogan o i voli dei giocatori della NBA. E questo imprinting emozionale è rimasto in attesa di riesplodere adesso (in verità il 23 giugno scorso, praticamente un anno fa) con GLOW, una serie appunto originale ma ispirata liberamente alla storia di GLOW, acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, circuito (molto famoso all'epoca, almeno in America) che negli anni '80 metteva sul ring delle donne in uno scenario fino a quel momento ovviamente a vocazione maschile. E così prendendo ispirazione dalla serie originale, la serie Netflix parte dalla sigla GLOW e decide di scrivere una storia nuova, quasi in toto (anche se la serie si svolge comunque in quegli anni, epoca d'oro del wrestling americano rappresentato in primis dalla WWF, odierna WWE), ed altresì decide di presentarci questa nuova serie, appellandosi sia ai tifosi di wrestling sia a coloro che pensano che sia stupido. In tal senso è utile sottolineare che come da tradizione della piattaforma streaming, GLOW si muove sul flebile confine tra comedy e drama. Infatti, la serie si concentra principalmente sul fattore commedia, inserendo situazioni surreali e tragicomiche e dando fin da subito una caratterizzazione ben definita ad ogni personaggio. Persino la meno sfruttata delle protagoniste ha un passato da cui attingere e da poter raccontare. In tutto questo, il fattore drama rappresenta una piccola parte della narrazione ma, ciò nonostante, rappresenta il perno principale attorno al quale tutta la vicenda.