venerdì 30 agosto 2019

Gli altri film del mese (Agosto 2019)

L'estate sta finendo, da quello che dicono le previsioni a giorni dovrebbe piovere e quindi il caldo dovrebbe cessare, perciò è ora di fare un resoconto di questa estate, e di questo Agosto appena trascorso e conclusasi fisicamente non eccezionalmente. Un po' come non eccezionale è stata la mia estate, periodo che ho passato (purtroppo le mie possibilità fisiche sono limitate) senza fare niente, come tutte le altre stagioni e gli altri giorni, ormai quello che faccio meglio è vedere la televisione, scrivere e giocare al computer, ma sono contento così, anche perché mi piace e molto. Quindi nessuna vacanza "reale", ma tante visioni, tanti caratteri e parecchie sparatorie, che come sempre regalano alti e bassi, i film deludono le aspettative (ma non è oggi il caso), a volte di scrivere non c'è voglia e bloccarsi per giorni nello sconfiggere un "boss" può capitare. L'unica vera consolazione è aver ritrovato il gelato nel menù, ed è un peccato che stia per finire. Comunque il campionato di calcio è cominciato, i sorteggi ci sono stati, e non vedo l'ora di assistere ad alcune partite, a settembre ricominciano le grandi visioni su Sky, e non vedo l'ora di vedere alcuni film che mi mancano, perciò alcune interessanti cose ci saranno dalla prossima settimana, cose che impegneranno le mie giornate, le mie "sedentarie" giornate, adorate statiche giornate, perché a me la routine piace, l'estate porta scompiglio e ne ha portato un po', ma ora è (fortunatamente o sfortunatamente dipende dai casi) finita. Infine una nota, quattro di questi sei film sono andati in onda in chiaro a fine mese scorso, ma solo ora ho avuto lo spazio per poterli inserire, perciò scusate il ritardo, comunque buona lettura.

giovedì 29 agosto 2019

I peggiori film del mese (Agosto 2019)

Ho sempre sopportato il caldo, ma ammetto che quest'anno è stata più dura del solito, sarà che per quanto si tenti di mascherarlo il riscaldamento globale è tra noi (e peggiorerà purtroppo), sarà che non è più come una volta, ma si è fatto sentire e sta non a caso lasciando gli strascichi. In quest'ultima settimana infatti, colpa di chi o cosa non so, il raffreddore mi ha colpito e mi ha indebolito. E quindi via ad un botto di farmaci, che si spera facciano il prima possibile effetto, perché essere malato in estate è strano. E così in fase di guarigione eccomi oggi a presentarvi le note dolenti del mese, anche se già alcune ho postato.

Operation Avalanche (Thriller, USA, 2016)
Tema e genere: L'ennesimo film (in questo caso thriller spionistico) su una delle teorie complottiste più diffuse, lo sbarco sulla Luna.
Trama: Nel 1967 quattro agenti sotto copertura della Cia vengono inviati alla Nasa per essere assunti dalla troupe di un documentario. Quello che scopriranno porterà a una delle più grandi (presunte) cospirazioni della storia americana. La paranoia prenderà il sopravvento e i problemi saranno tanti.
Recensione: Si è celebrato lo scorso mese l'anniversario dello sbarco sulla Luna, evento entrato nell'immaginario comune e indimenticabile per chi ai tempi poté assistere in diretta alle fasi cruciali dello sbarco, con le leggendarie parole di Neil Armstrong diventate un vero e proprio tormentone. Eppure tra le varie teorie del complotto ve ne è una assai diffusa che vorrebbe l'allunaggio frutto di riprese girate in studio, con il nome di Stanley Kubrick più volte tirato in ballo quale effettivo regista del finto filmato spaziale. Operazione Avalanche (come parecchi altri lavori, Moonwalkers per esempio, lì tuttavia c'era azione e si rideva) si ispira proprio a questa ipotesi, anche se ne offre una versione inedita e con un finale che smentisce da solo qualsiasi teoria del complotto lunare sul nascere, e questa è certamente una nota positiva. Il problema è che il resto, anche per colpa della formula scelta, sia ben poca cosa. La formula scelta è infatti quella del mockumentary, con riprese spesso "rubate" di nascosto ai due personaggi principali: una scelta, seppur necessaria dal punto di vista della logica narrativa per accompagnare i protagonisti in questo intrigo mystery in cui la tensione cresce progressivamente fino all'intenso finale, poco verosimile in diverse situazioni, difetto questo che lo accomuna a tanti esponenti del genere. Lo stile con camera a mano può effettivamente risultare fastidioso in più occasioni, con un senso di mal di mare questa volta nemmeno giustificato da dinamiche horror di sorta. Operazione Avalanche si pone difatti come thriller ante litteram con filtri e immagini che strizzano l'occhio alle vecchie cineprese anni '60. Una decisione senza dubbio coraggiosa per essere più fedeli possibili al determinato periodo storico, spesso però le sgranature o i colori spenti rischiano di affievolire e rendere poco chiari alcuni passaggi fondamentali ai fini degli eventi. Eventi di stampo puramente spionistici oltretutto abbastanza modesti, che a parte nel finale, non riescono a fare troppa presa e convincere interamente, facendo così risultare questo film interessante, anche originale, un film mediocre, leggermente inutile ormai (basta con questa teoria) e pletorico.
Regia/Sceneggiatura/Aspetto tecnico/Cast: Il regista, produttore e sceneggiatore Matt Johnson, compare nei panni di se stesso come protagonista insieme al collega Owen Williams e le loro performance non "caricate" garantiscono una certa verosimiglianza alla messa in scena, che include anche sequenze girate in una sede della NASA e vari filmati di repertorio dell'epoca che contestualizzano l'atmosfera di spasmodica attesa di quel primo, iconico passo. Tuttavia non basta, oltretutto il gioco spionistico è modesto, troppo affidato a una tecnica semi-documentaristica troppo abusata e stancante. Poco, francamente, inquadrature inutili, spesso pletoriche, con un aggravio di situazioni inutili che non aggiungono assolutamente nulla di quanto si sa e si dovrebbe in seguito vedere/apprendere. Si poteva fare decisamente meglio.
Commento Finale: Presentato al Sundance Film Festival, Operazione Avalanche prende spunto da una delle più famose teorie cospirazioniste secondo la quale l'allunaggio del 1969 sarebbe stato realizzato ad arte sulla Terra, tramite le moderne tecniche cinematografiche. Qui la figura di Stanley Kubrick (voluto dai complottisti come effettivo regista del fake-film), pur comparente per brevi secondi, non è determinante ai fini degli eventi e il finale riconsegna la corretta versione dei fatti. I novanta minuti di visione sono pregni di una buona dose di tensione, soprattutto nel rocambolesco finale, ma lo stile "mockumentary d'epoca" risulta alla lunga frastornante e rischia di rendere non sempre chiarissimo quanto accade in scena. Per un titolo che, pur avendo discreti spunti d'interesse, non pare drasticamente coraggioso e fuori dagli schemi come le premesse iniziali potevano far presagire.
Consigliato: Si lascia guardare per tutta la sua durata, ma è consigliabile solo agli appassionati del tema.
Voto: 5

mercoledì 28 agosto 2019

Le altre serie tv (Luglio/Agosto 2019)

DuckTales (1a stagione)
Tema e genere: Con una grafica completamente nuova, torna una delle serie Disney più amate degli anni '90, DuckTales riparte da zero, con una nuova storyline ma con i protagonisti di sempre, svecchiati e resi attuali dalle sapienti mani dei disegnatori (quasi tutti italiani).
Trama: Con giusto una spruzzata di trama orizzontale, a farla da padrone sono soprattutto storie auto-conclusive, dove il divertimento non manca mai.
Recensione: Per le persone cui la spensierata infanzia è coincisa con il periodo a cavallo tra gli anni '80 e '90, DuckTales è sinonimo di pomeriggi indimenticabili all'insegna di genuino intrattenimento, risate a non finire, avventure fantastiche e, adesso, tenera nostalgia. Perché in fondo la serie Disney era magia pura: quelle storie confinate per anni nella carta di incalcolabili numeri di Topolino prendevano vita, anche portando in dote personaggi e racconti nuovi di zecca, quelle voci fino a quel momento soltanto immaginate trovavano una impensabile realizzazione sullo schermo. Era un sogno poter seguire il grande Paperon de' Paperoni nelle sue mirabolanti ed esotiche imprese, accompagnato dai fidi nipoti, sempre pronti a lanciarsi all'insperata ricerca di un nuovo tesoro mentre la Banda Bassotti, Amelia o il rivale Cuordipietra Famedoro tentavano inutilmente di contrastarlo. E dopo tanto (troppo) tempo si è deciso di dare nuovamente fiducia a Paperino e soci, e un vero e proprio reboot di DuckTales è arrivato per dimostrare al mondo che quel modo di intrattenere, semplice e adatto a tutti, non è sparito o diventato all'improvviso fuori moda. La vita a Paperopoli è ancora un gran sballo. Tornare nella città dei paperi più famosi al mondo dà esattamente le stesse sensazioni di quei pomeriggi all'insegna della tranquillità: ogni cosa è al suo posto, Paperino rimane inevitabilmente il solito irascibile imbranato, Paperon de' Paperoni è ancora lo scorbutico miliardario tirchio e Qui, Quo e Qua hanno sempre una voglia insaziabile di avventure, seppur ciascuno per ragioni diverse. Anche la marea di (amatissimi) personaggi di supporto fa il suo ritorno: da Jet McQuack, con il suo irrefrenabile desiderio di schiantarsi contro qualunque cosa con qualunque mezzo di trasporto, alla dolce ma preparatissima e combattiva Gaia, non manca nessuno all'appello. Com'era prevedibile, il concept è rimasto piuttosto tradizionale, visto che le ventidue (anzi 23 da 20 minuti ciascuna) puntate che compongono la prima stagione sono storie auto-conclusive con giusto una spruzzata di trama orizzontale. Ne basta una manciata per rendersi conto della straordinaria varietà e freschezza delle situazioni proposte, dall'umorismo diversificato che i personaggi portano in scena, della semplicità giocosa che fuoriesce da ogni scena in un'esplosione di fantasia e creatività senza limiti. Da laboratori enigmatici in fondo al mare a covi di pirati nei cieli, invenzioni bizzarre e mondi mistici, DuckTales è davvero una continua gioia sorprendente, mai banale, mai fiacca, grazie anche a un comparto artistico squisito (non si fanno attendere alcune rielaborazioni di personaggi secondari, molto ben riuscite). Il character design inizialmente lasciava dubbiosi, ma dopo poco tempo il dubbio si è completamente dissipato: l'animazione scorre sempre in modo estremamente piacevole, espressiva e perfettamente contestualizzata nell'andamento della trama. Una trama che si fa più adulta con addirittura morti e lacrime, ciascuno dei nemici di Paperone rappresenta un pericolo proporzionato al suo essere, così la Banda Bassotti diventa quello che è sempre stata semplicemente una banda di ladri mentre Magica De Spell (Amelia) si trasforma nella vera minaccia, un restyling che colpisce, con un crescendo fino al paperoso finale di stagione (un finale sorprendente, uno dei misteri più grandi della storia dei paperi sta per essere risolto, tramite una di quelle storie che mai nessun autore in 80 anni ha mai avuto il coraggio, o la licenza, di parlare). In particolare il personaggio della fattucchiera, legato a quella di Lena, che convince riguardo la crescita emotiva della serie. Una serie che a più di 30 anni dall'esordio della serie originale, appare non solo rinnovata, ma anche al passo con i tempi, compie il salto generazionale di cui aveva bisogno e propone un'avventura molto più attuale, più avvincente e anche più fantasy.

martedì 27 agosto 2019

Piccoli brividi 2 - I fantasmi di Halloween (2018)

Tema e genere: Secondo capitolo della saga di film tratta dai libri horror per ragazzi di R. L. Stine.
Trama: Il giorno di Halloween due ragazzi scoprono un libro chiuso, lo aprono e appare loro un pupazzo da ventriloquo parlante. Sarà l'inizio di molti guai.
Recensione: Dopo il primo riuscitissimo capitolo (qui), mi aspettavo davvero molto da questo specie di sequel, specie perché la connessione con la pellicola precedente è molto flebile, rasentando l'inutilità ai fini della trama, tanto da sembrare quasi un spin-off (e in verità lo è, perché ambientato in un periodo preciso, Halloween). Purtroppo, però, devo ammettere che le mie attese sono state deluse per un buon 50%. Vuoi per l'assenza dei protagonisti "originali", vuoi perché la brillante e coinvolgente sceneggiatura del primo film qui lascia spazio a un tranquillo teen movie che sguazza nella comfort zone dei cliché. Un teen movie in cui, come detto, non compaiono i protagonisti del primo film, con la sola eccezione di una fugace comparsata di Jack Black, qui relegato ad un numero di battute inferiore a quello di Arnold Schwarzenegger nel primo Terminator. I tre nuovi protagonisti, però, hanno un volto ben noto: Sam è interpretato da Caleel Harris, nel cast di Castle Rock e nella nuova serie Netflix When They See Us, Sonny ha invece il volto di Jeremy Ray Taylor, il Ben del terrificante IT di Andrés Muschietti, mentre Sarah vede in scena Madison Iseman, che proprio con Jack Black ha interpretato il riuscito sequel di Jumanji. I tre giovani attori funzionano molto bene assieme sullo schermo: anche se non sono aiutati da dialoghi particolarmente brillanti, è comunque un piacere vederli muoversi in un'interpretazione mai sopra le righe. Apprezzabile anche la resa degli effetti speciali e degli effetti visivi e belli i riferimenti alla cultura nerd, sparsi ovunque e sempre gustosissimi: da Street Fighter a Rocket League. Non male neanche la regia firmata da Ari Sandel (che può vantare nel suo palmarès un Oscar come miglior corto del 2005), egli infatti fa il compitino giusto, seguendo l'azione senza particolari voli pindarici e regalando qualche piccolo (davvero) brivido sparso qui e là. Ma c'è un ma. La cosa che davvero non va è la sceneggiatura. Siamo infatti davanti ad un teen movie annacquato, con dinamiche già viste, colpi di scena telefonati e soluzioni trite e ritrite. I bulli di quartiere sono decisamente spuntati, molto lontani dai terribili ragazzi selvaggi di IT o di Forrest Gump, il plot amoroso di Sarah si risolve in una manciata di minuti con tutto il "cucuzzaro": speranza, delusione, ripresa, lo stesso Slappy, i cui poteri sono diventati addirittura magici, alla fin fine è poco più che un fantoccio facilmente gestibile ad aggirabile. In nessun momento del film c'è sensazione di pathos, di ansia o tensione per i protagonisti: c'è qualche piccolo Jumpscare, ma niente che possa davvero impressionare, neanche un pubblico di ragazzini, per cui, de facto, il film è pensato. Tutto si svolge in modo decisamente lineare: da azione nasce azione, contro azione, e risoluzione. Chi dovrebbe non credere ai propri occhi, ci crede dopo due minuti, chi doveva mietere vittime, non le miete, chi doveva terrorizzare fa prevalentemente divertire, anzi, talvolta mancano direttamente dei pezzi, come se intere sequenze fossero state tagliate senza preoccuparsi troppo che la resa finale resti zoppicante. Il "terribile" aiutante alla Igor di Frankenstein Junior, sembra la brutta copia di Zio Tibia ma non spaventa per niente. Il diabolico piano di Slappy viene sventato senza nemmeno versare una goccia di sudore e, a ben pensarci, con il libro originale in mano Sarah avrebbe potuto chiudere la partita a metà del film.

lunedì 26 agosto 2019

[Cinema] Takashi Miike Filmography (Sukiyaki Western Django, Ichi the Killer, As the Gods Will, Yakuza Apocalypse)

Credo già di aver di lui parlato in occasione della recensione del suo interessante e bel live action Yattaman: Il film, del perché Takashi Miike è diverso da qualsiasi altro regista, del suo stile unico e controverso, del perché sia considerato uno dei registi più "folli" del cinema orientale, ed anche uno dei più eclettici, prolifici ed originali di sempre (ha al suo attivo, dal suo debutto nel 1991, oltre 100 tra film ed episodi televisivi di dorama, praticamente fiction), ma ripetersi non è sbagliato, se si parla appunto di questo incredibile ed ambiguo (in senso buono) regista. Un regista noto per i suoi film estremamente violenti e inquietanti, pregni di sequenze splatter e di bizzarre perversioni sessuali. Tuttavia Miike non è solo gore, splatter e perversioni, è anche un grandissimo regista e sceneggiatore dallo stile appunto inconfondibile. Perché dietro la forma violenta e disturbante delle sue opere, si nascondono tematiche profonde e ricorrenti: i rapporti familiari, l'amicizia, l'amore, la fedeltà al proprio gruppo (spesso si tratta di gruppi criminali), la solitudine e l'isolamento. Però analizzare, seppur superficialmente, tutti questi aspetti è impresa ardua e che lascio volentieri ad altri più coraggiosi e più esperti di me. Io mi limito solo a vedere ed a "gustarmi" il suo cinema. E infatti non potevo fare a meno di lui, dei suoi film, anche se consapevole che la mia conoscenza si basa su un campione limitato, avendo visto una percentuale minima della filmografia totale di Miike (stare al passo è quasi impossibile), anche quest'anno. Difatti, approfittando delle mie ormai consuete (anche se questo è solo il secondo anno) Promesse Cinematografiche, eccomi ora e adesso a presentare un pezzettino della sua (prolifica) filmografia che ho visto recentemente. Quattro pellicole che trasudano il suo cinema da tutti i pori, quattro film di cui alcune scene è impossibile dimenticare.

venerdì 23 agosto 2019

Searching (2018)

Tema e genere: Thriller innovativo che segue la storia di un padre alla ricerca di sua figlia, usando esclusivamente il punto di vista di smartphone e computer.
Trama: Un uomo da poco rimasto vedovo è scosso dalla sparizione della figlia. In parallelo alle indagini, lui stesso cerca indizi utili a rintracciarla tra password, messaggi, siti web e profili social.
Recensione: Non un semplice filone ma un vero e proprio nuovo genere cinematografico, quello degli screen life movies è un fenomeno che sta prendendo piede negli ultimi anni grazie soprattutto alla figura del regista kazako Timur Bekmambetov, che magari non ci sa esattamente fare quando si tratta di dirigere un film (a lui si devono opere mediocri come Wanted, La leggenda del cacciatore di vampiri e il più brutto di tutti, il remake di Ben-Hur) ma se c'è da farsi venire nuove idee e andare a produrle, bisogna rendergli atto che ha il fiuto per gli affari. A lui si deve quello schizofrenico b-movie girato interamente in prima persona che è Hardcore! di Ilya Naishuller ma anche l'antesignano di questo Searching, vale a dire l'horror Unfriended (che a me tuttavia non convinse). Se avete visto questi film sapete già di cosa sto parlando: l'idea è quella di una narrazione continua in cui l'inquadratura corrisponde sempre al monitor di un computer, con lo spettatore che assiste in diretta all'apertura di finestre web e chiamate face-time fra i vari personaggi. L'idea è semplice ma efficace, soprattutto quando svolta bene come fanno Aneesh Chaganty (regista americano di origina indiana qui al suo esordio dietro la macchina da presa) e John Cho (anche Debra Messing contribuisce però all'efficacia del tutto) in questo piccolo, piccolissimo thriller che sfrutta questo linguaggio per raccontare una storia da giallo che appassiona davvero. Perché se all'apparenza è questa una tecnica forse un po' difficile e "fredda", in verità non lo è, poiché superato il primo impatto, prevale la narrazione, semplice e lineare, che si concede qualche colpo di scena ma che è sempre capace di creare un filo conduttore solido e coerente, che guida lo spettatore fino al fine. Infatti, nonostante il doppio filtro dello schermo dentro lo schermo, è impossibile non fare il tifo per la famiglia Kim. Difatti si empatizza con loro fin da subito, fin dalle primissime scene, che ci raccontano in pochi minuti la nascita e l'evoluzione di una famiglia stroncata da un lutto prematuro: una sequenza asciutta ma ricca di sentimento, che ricorda vagamente l'ormai iconica sequenza d'apertura di Up. Ed è così che il nostro cuore è con il padre David quando, ancora segnato dalla morte della moglie, realizza con dolore che Margot, la sua unica figlia, è scomparsa nel nulla. Cercando affannosamente indizi tra i messaggi privati e i profili social di Margot, David si trova a fare i conti con un'ulteriore amara verità, ovvero che non conosce per nulla sua figlia. Naturalmente non vi dirò come andrà a finire (soprattutto a chi non ha ancora avuto l'occasione di vederlo) ma vi assicuro che la vicenda riuscirà ad appassionarvi. L'anima b-movie che trasuda questa operazione commerciale priva di regia (o con una regia che è presunta tale, mettiamola così) mette in risalto le indubbie qualità narrative di Aneesh Chaganty, che rinuncia in toto al valore cinematografico ed estetico della sua opera per puntare tutte le sue fiches sul bisogno primordiale del racconto, sul piacere del racconto, sulla potenza del mistero e sulla voglia che lo spettatore avrà di svelarlo. Non solo: nel corso dei cento minuti del film la sceneggiatura avvincente dello stesso regista ci coinvolgerà al punto da farci affezionare ai personaggi, alle loro vicende passate e ai loro destini, e nel farlo riuscirà anche a farci riflettere sull'accanimento e la sete che i media e internet hanno nei confronti di determinati fatti di cronaca nera. Il regista Aneesh Chaganty si è proposto insomma di realizzare un film che permettesse di comprendere quanto la tecnologia sia penetrata nella vita quotidiana di ognuno, con scene girate principalmente in soggettiva, e ci riesce, anche perché pur non essendo un film "di denuncia", Searching mette in guardia lo spettatore dai pericoli della Grande Rete, dove l'inganno è praticamente dietro l'angolo.

giovedì 22 agosto 2019

[Games] Assassin's Creed: Unity

Genere: Ottavo capitolo della serie action/adventure Ubisoft, una delle serie di videogiochi più conosciute al mondo.
Trama: Nella Parigi ai tempi della Rivoluzione Francese, continua l'interminabile lotta tra Templari ed Assassini, questa volta ad opporsi ai primi un giovane ragazzo che, in cerca della verità (sulla morte del padre), si ritroverà ad essere reclutato nelle file dell'organizzazione per fare giustizia.
Recensione: Sembra passata un'eternità, ma sono passati solo quattro mesi da quando la cattedrale di Notre-Dame andò parzialmente a fuoco. In quei giorni tanti messaggi di solidarietà, e tante promesse di donazioni. Alcune infrante, alcune proprio no, anzi, solo pochi giorni dopo la società francese/canadese Ubisoft, non solo donò 500 mila euro alla città di Parigi, ma rese disponibile (per un periodo di tempo) gratuitamente su PC Assassin's Creed: Unity, in modo tale da permettere a tutti di godere del bellissimo monumento, anche solo virtualmente. Il gioco infatti, che prontamente scaricai, ambientato proprio a Parigi, permetteva al giocatore di entrare dentro e scalarla (cosa che ovviamente ho fatto, ed è stato bello). E così che ho recuperato il capitolo successivo di Black Flag (a cui ho giocato per la prima volta solo l'anno scorso), anche se tecnicamente il sequel diretto è Assassin's Creed: Rogue (com'è ovvio sarà il prossimo capitolo su cui mettere le mani) che, seppur uscito in contemporanea con Unity nel novembre del 2014, fu reso disponibile per PC, al contrario di questo che oggi recensisco, solo l'anno dopo. Un capitolo questo, l'ottavo (il settimo ex-aequo) che, dopo tanti episodi "fotocopia", doveva cambiare finalmente rotta. Infatti, la speranza che fosse finalmente arrivato il momento di una vera svolta c'era. C'era, perché la serie di Assassin's Creed aveva cominciato a scricchiolare già da qualche tempo, troppo ancorata ai suoi stilemi e poco coraggiosa. Assassin's Creed IV: Black Flag, allontanandosi un po' dal solito schema, era difatti ciò che ci voleva per spezzare la monotonia ormai quasi sfibrante. La sorpresa fu che il gioco, preso a sé stante, si dimostrò decisamente divertente e appassionante, ben più del controverso Assassin's Creed III. Con Assassin's Creed: Unity, Ubisoft abbandona i mari (che ritroverò comunque in Assassin's Creed: Rogue) e riporta le gesta degli assassini alle origini, confezionando così un'avventura classica, che sarà riuscito però a dare nuova (anzi, vecchia) linfa al franchise? La formula funziona ancora? Ebbene secondo il mio modesto parere sì, ma con riserva, anzi, con più riserve, perché in parte delude. Ma andiamo con ordine. Come tutti dovreste aver capito, Assassin's Creed: Unity è ambientato nella Parigi di fine 1700, ai tempi della Rivoluzione francese. Un periodo storico interessantissimo, ricco di materiale pronto per essere sfruttato. E invece Assassin's Creed: Unity lascia la Storia sullo sfondo, concentrandosi sulle sempre più noiose scaramucce tra Templari e Assassini. Non che in questo ci sia qualcosa di male, in fondo la secolare guerra tra le due fazioni è alla base della saga, ma purtroppo più si va avanti e meno sembra che questo conflitto abbia qualcosa di concreto da dire. Il plot è noioso e ben poco entusiasmante. È il solito pretesto per portare il giocatore da qualche parte nella storia. A essere sinceri, la trama (altalenante nella qualità e guidata dal desiderio di vendetta di Arno) di Unity non è riuscita a coinvolgermi in praticamente alcun modo. È trascurabile e poco importante.

mercoledì 21 agosto 2019

7 sconosciuti a El Royale (2018)

Tema e genere: Film corale dall'impronta decisamente pulp, un thriller drammatico di Tarantiniana memoria.
Trama: Sette sconosciuti, ognuno con un segreto da seppellire, si incontrano al El Royale, un fatiscente hotel dall'oscuro passato sul lago Lahoe. Nel corso di una fatidica notte, tutti avranno un'ultima occasione di redenzione prima che tutto vada all'inferno.
Recensione: All'El Royale si può scegliere di soggiornare in California o in Nevada, dato che il motel, un tempo rifugio di gente dello spettacolo, mafiosi, politici e ricconi, si trova esattamente a metà tra i due stati e una linea rossa segna il confine nel bel mezzo della hall di ingresso. È il 1969 e qui si ritrova una strana serie di personaggi, tutti con qualche segreto, come del resto il luogo che li ospita. Un venditore di aspirapolvere dalla curiosità sospetta, un prete con problemi di memoria (un memorabile Jeff Bridges), una corista di colore in cerca del successo da solista, una hippy dai modi bruschi che si trascina dietro un sacco dal contenuto poco chiaro e un fucile. Ad accoglierli solo un giovane concierge che combatte i suoi incubi in modi poco ortodossi e che di sicuro sa più di quello che dice. A loro, più avanti, si unirà il carismatico leader di una setta (Chris Hemsworth, davvero inquietante e convincente anche lontano dai suoi ruoli di supereroi). La trama del film di Drew Goddard (un amante degli esercizi di stile e delle citazioni, come aveva già dimostrato in Quella casa nel bosco) è un complesso gioco di incastri di destino tra personaggi tutti in cerca di qualcosa e disposti a tutto per ottenerlo. L'approccio metanarrativo e sofisticato del regista, del resto, sfrutta tutti gli espedienti stilistici a disposizione (voce narrante, suddivisione in capitoli, scene che si ripetono da punti di vista differenti) per mantenere un registro che appare più ironico che drammatico a dispetto della violenza e degli orrori che ben presto iniziano a susseguirsi. L'anno in cui la vicenda si svolge (a parte un breve prologo) è il 1969 e il regista sfrutta a piene mani gli spunti della cronaca: dalle sette assassine nello stile di Charles Manson, alle cospirazioni politiche, dalle tensioni razziali e tra i sessi alla criminalità organizzata. Il tutto mescolato in un crescendo di colpi di scena, rivelazioni e morti a sorpresa dal tono sempre più truculento. Raccontare nel dettaglio la storia significherebbe prima di tutto disinnescare il gioco di intelligenza che resta alla fine il maggior pregio del film, un po' latitante invece sul piano del coinvolgimento emotivo, a dispetto del gran cast che schiera e le situazioni estreme che le backstory rivelano poco alla volta. Il film ricorda a tratti (anche nel florilegio verbale) la filmografia di Quentin Tarantino, senza mai raggiungere analoga brillantezza e forza dirompente, forse perché resta sempre il sospetto che anche i temi più sociali e politici siano più che altro un pretesto. Ciò non toglie che, una volta partito il jukebox (e la colonna sonora, complice la professione di cantante di una dei protagonisti, è davvero fenomenale), non si smetta mai di ballare, fino all'escalation finale, una resa dei conti che sfiora il patetico senza affogarci dentro e regala qualche momento di emozione vera.

martedì 20 agosto 2019

Notte Horror 2019: Cimitero vivente (1989)

Tema e genere: Horror tratto dal romanzo Pet Sematary, di Stephen King, che racconta una storia d'amore ma soprattutto morte.
Trama: La famiglia Creed si trasferisce in una piccola cittadina del Maine che sorge vicino ad un antico cimitero indiano in grado di far tornare in vita i morti. Un tragico incidente costringerà il Dott. Louis a seppellire un membro della famiglia e sarà l'inizio della sua discesa negli inferi.
Recensione: Esistono film di genere non perfetti, con difetti evidenti, ma che riescono comunque a ritagliarsi un posto nell'alveo dei cult non troppo trascurabili. In questo gruppo rientra Cimitero vivente, film del 1989, diretto da Mary Lambert e celebre adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary pubblicato nel 1983. Gli adolescenti degli anni '90, amanti del brivido, con probabilità avranno visto per la prima volta questo titolo nella celebre rubrica Notti Horror di Italia 1 (e questo è uno dei motivi del perché ho scelto questo film per partecipare alla sesta edizione della Notte Horror, la quarta mia personale), i neofiti magari l'hanno recuperato in seguito, ma tutti avranno notato come, nonostante una sceneggiatura a volte lacunare e un ventaglio di interpretazioni caricate, Cimitero vivente sia un piccolo gioiellino che racconta al meglio quel che il cinema horror realizzava a fine anni '80. Tanto che in pieno revival '80 era più o meno scontato che ciò avrebbe suscitato anche 30 anni dopo, l'interesse di Hollywood nel rifarlo. Infatti, mesi fa è uscito il remake, perciò valeva forse la pena (ri)dare uno sguardo al film "originale", e così ho fatto (questo l'altro motivo del perché ho scelto questo film per la rassegna cinematografica tra blogger). Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni (successive o precedenti) su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, It (la miniserie) diretta da Tommy Lee Wallace e ovviamente Shining di Stanley Kubrick. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynne, che negli anni '60 era parecchio attivo soprattutto in tv. Ma contro ogni previsione Cimitero vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l'argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell'essere umano di accettare la morte di un suo caro. I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni '80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine, dove sennò) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un'anima corrotta e malvagia. Eppure ciò non frenerà il protagonista nell'affrontare lo stesso percorso quando a morire sarà qualcun altro. È tutta questione di essenza: gli stacchi di montaggio irruenti, la presentazione didascalica della famiglia medio-borghese americana, i momenti stereotipati non influiscono sull'atmosfera malsana e angosciante che si respira in Cimitero vivente. Complice di questa atmosfera l'argomento universale dell'accettazione del lutto, inserito in contesto sovrannaturale che si mischia lievemente anche con la storia dei nativi americani.

lunedì 19 agosto 2019

Napoli velata (2017)

Tema e genere: Thriller drammatico con venature noir dai toni melodrammatici, un'opera che vive tutta in quel limbo in cui realtà, sogno e ricordo si incrociano fino quasi a confondersi.
Trama: Una notte di passione, una scomparsa misteriosa: chi è l'uomo di cui Adriana si è innamorata in modo così repentino e travolgente?
RecensioneNapoli velata, l'ultimo film di Ferzan Ozpetek, uscito pochi mesi dopo Rosso Istanbul (che non ho visto), è un giallo molto sui generis, ambientato in una Napoli epicentro di magie e superstizioni paganeggianti, amori e odi. C'è molta carne al fuoco, tanti personaggi (e attori noti: ma tra tutti si distingue solo Peppe Barra, parecchio sprecati vari interpreti tra cui una grande attrice come Lina Sastri), colpi di scena e ambienti attraenti o inquietanti. Ne si può rimanere affascinati o intontiti, oppure vagamente irritati per le tante false piste e le numerose "citazioni" che sfociano nel modello da cui non ci si riesce a distanziare: alcune soluzioni, che vorrebbero stupire, lasciano perplessi in quanto utilizzate fin troppo spesso (ma evito di dare dettagli per non rovinare la sorpresa), flashback rivelatori compresi. Ne risulta un giallo-melò come sempre molto ambizioso (e pieno di simboli da decifrare) ma, come altrettanto spesso avviene al regista turco ormai italianizzato, anche al di sotto delle promesse. La passione iniziale, al netto di una chimica tra la pur brava Giovanna Mezzogiorno e l'emergente Alessandro Borghi che rimane solo sulla carta, lascia il passo a una città appunto magica e superstiziosa (con tanto di santona che sembra uscire da un film di parodia) che dovrebbe almeno ribollire di umori, e che invece ha il suo riflesso in una curiosa freddezza di stili e ambienti, spesso bui, come gli interni (case, musei, negozi) pieni di mobili, oggetti da antiquario, arredi d'arte e così via. L'occhio degli esteti ne è a tratti appagato, anche l'orecchio per una colonna sonora inconsueta, ma l'aggancio a una narrazione più che farraginosa richiede una notevole forza di volontà. Il giallo non si addice agli autori, questo si sa, ma forse Ferzan Ozpetek, ottimo regista per stile e anche dalla buona direzione degli attori, dovrebbe curare maggiormente le proprie sceneggiature (e magari scegliersi co-sceneggiatori più rigorosi e "aggiornati"), perché è vero che le storie indefinite e sospese possono intrigare, ma fino a un certo punto. A tirar troppo la corda, e continuando a sfornare film eleganti ma inerti come Napoli velata (e a tratti noiosi), il rischio è disperdere il capitale di stima guadagnatosi con i primi film. E suggerire il sospetto che, comunque, il proprio percorso abbia già dato le sue prove più interessanti. E' un bel film, intendiamoci: non si esce troppo delusi dalla visione (se non per un finale che si sarà costretti a non capire mai, se non sventolandosi con le piume di struzzo di una "magicalità" non ben definita), però Ferzan Ozpetek esagera nella sua autoreferenzialità, ed alla fine quello che rimane è un film dal potenziale inespresso alquanto insoddisfacente nel suo complesso, che nonostante i pregi tecnici non convince appieno.

venerdì 9 agosto 2019

La mia compilation Anni '70

Dopo la compilation dello scorso anno inerente ai mitici anni '80 (qui), eccone un'altra, come avevo preannunciato, inerente questa volta al decennio precedente, un decennio davvero incredibile. Rock e pop, funk e punk, un decennio controverso, costellato da nomi che sono entrati nella Storia della Musica. Gli anni '70, infatti, sono stati un decennio particolarmente variegato dal punto di vista musicale. Vecchi generi andavano via via scomparendo, anche se regalavano di tanto in tanto dei colpi di coda interessanti. Nuovi sound, d'altra parte, si affacciavano all'orizzonte, a volte anche in maniera prorompente. Senza contare che poi, sul finire del decennio, la disco music e il punk avrebbero di nuovo cambiato tutto, facendo sembrare improvvisamente vecchi i maestri che erano emersi appena qualche anno prima, sullo slancio di Woodstock, del progressive o dell'hard rock. La faccenda poi si complica ulteriormente se ci si sposta da casa nostra al resto del mondo. Nelle nostre classifiche c'erano ancora mostri sacri del decennio precedente, altrove, la lotta era invece tra il soul e il rock, tra l'impegno e il disimpegno, tra il punk e la disco. È proprio per questo che gli anni '70 sono così interessanti e meritano di essere riscoperti, perché vi sono convissute senza particolari problemi anime tra loro diversissime e anche opposte. Nella difficoltà di uno scenario del genere, ho comunque cercato di raggruppare un po' di canzoni, le più rappresentative della scena italiana e internazionale dell'epoca, ovviamente basandomi sulle mie preferenze, e il risultato è questo, una compilation (che conterrà categoricamente solo le canzoni uscite tra il 1970 e il 1979) particolarmente corposa (ascoltabile tramite un'unica raccolta video), che riassume il meglio del meglio, personalmente parlando, della scena musicale dell'epoca, con artisti quali (non dimenticando gli italiani Alan Sorrenti, Umberto Tozzi, Rino Gaetano e Lucio Dalla, ma anche alcuni altri) David Bowie (che aprirà il "concerto"), Bee Gees, Abba, Led Zeppelin, Boney M, Donna Summer, Deep Purple, AC/DC, Barry White, Queen, Pink Floyd, John Lennon (più tantissimi altri) e Bob Dylan (che invece lo chiuderà). Insomma davvero tanta roba, un piccolo (grande) regalo praticamente, che io vi faccio per congedarmi al meglio in vista della consueta pausa estiva, una settimana per ricaricare, e poi ripartire senza più soste (forse). Quindi non vi resta che scartarlo ed alzare il volume, buon ascolto e a presto.