sabato 16 aprile 2016

The Walking Dead (seconda parte 6a stagione)

Neanche dieci giorni fa si è conclusa la sesta stagione di The Walking Dead, con la seconda parte delle 16 puntate totali. Otto puntate che sebbene hanno rivitalizzato la serie, ci hanno lasciati con più domande che risposte. Le sorprese e le novità non sono mancate, come quella dell'ultima puntata, sedicesimo episodio, L’ultimo giorno sulla Terra, che ha introdotto il tanto atteso villain Negan, il cattivissimo personaggio dei fumetti, leader del gruppo dei Salvatori, la cui presenza aleggiava da tempo come una spada di Damocle sopra le teste dei nostri protagonisti. Di questo e di altro ne avevo parlato già nella prima parte, qui. Una puntata finale dalla durata di 63 minuti, circa 20 minuti in più rispetto a un episodio normale, che ci ha regalato un finale di stagione al cardiopalma, ansioso, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, ma deludente. Eh sì perché solo negli ultimi venti minuti (tutto il pathos che è venuto a mancare nei precedenti quaranta minuti), dopo mesi in cui gli autori si sono vantati, con tanto di annuncio in pompa magna, assistiamo all'introduzione finalmente attiva di Negan (trionfale e ad effetto, come forse mai era capitato prima d’ora) nella trama principale. Tante e diverse perplessità riguardanti gran parte del minutaggio che precede questo nuovo ingresso, quasi tutte le 8 puntate, praticamente in zona Cesarini, e proprio come un gol, ha salvato il risultato. La serie ricomincia da dove si era fermata, con Rick che scorta il gruppetto, inzuppati di zombie, verso la libertà, mentre tutti gli altri intrappolati e chiusi in casa. Proprio il nono episodio è stato quello più interessante, forse il momento più alto della stagione, quello in cui siamo costretti a dare l’estremo saluto a Jessie e i suoi due figli. La coralità estrema, insieme alla solidarietà contagiosa che si estende di porta in porta spingendo tutti gli abitanti di Alexandria a scendere in strada e a combattere insieme per la propria vita (ma anche e soprattutto per la salvaguardia della propria comunità) apre un nuovo capitolo che forse sarebbe stato più interessante da sviluppare, rispetto allo spazio dato a vicende come la ricerca di Deanna, l’innamoramento di Abraham o la morte di Denise. L’arrivo di Negan viene comunque gestito in un crescendo che riesce a montare un’aspettativa affatto deludente quando infine il capo dei Salvatori irrompe sulla scena insieme alla sua Lucille. Il carisma di Jesus, apparso fin troppo poco, non si riesce a bissare, ma la costruzione ansiogena della scena e la buona interpretazione di Jeffrey Dean Morgan ci fanno ben digerire il lungo monologo con il quale il presunto villain si presenta (presunto perché Negan non ha fatto altro che difendersi da un attacco crudele ed assassino del gruppo di Rick, che per la prima volta sembrano essere dalla parte dei cattivi).

Intanto ad Alexandria l’apparente tranquillità della vita ha portato a sviluppare semplici e asciutte relazioni amorose: se Michonne e Rick insieme ci fanno storcere il naso (soprattutto perché l’avvicinamento avviene subito dopo la morte di Jessie, precedente fiamma dello sceriffo) e l’omosessualità di Denise ci sembra un po’ forzata, la cotta di Abraham per Sasha acquisisce una dolcezza che pur nella sua estrema linearità non appare incoerente. Rimane da definire il rapporto fra Morgan e Carol, trovatisi nel season finale a dover entrambi fare i conti con se stessi ma in relazione alle scelte dell’altro. Tante cose ne succedono, sopratutto tante contraddizioni, e molti cambiamenti, anche inspiegabili. La fragilità di Carol è riemersa prepotentemente, il perfetto lavoro effettuato su di lei, è stato completamente smantellato, era una donna debole poi diventata forte e all'improvviso ritorna com'era. Daryl, che da personaggio centrale è stato ridotto a ribelle in motocicletta, cambia di volta in volta senza una chiara definizione. Anche la condizione solitaria di Alexandria viene ribaltata, facendoci scoprire altre varie comunità rimaste (ma dove?) nell'ombra finora. Fino al cambiamento finale: Rick aveva il controllo, ma il controllo ora è di Negan, forte di un gran nutrito esercito di individui senza morale (stranamente tutti uomini). Ma prima del tremendo incontro con Negan, Rick e il suo gruppo (composto da Carl, Sasha, Eugene, Abraham e Aaron) intraprendono un viaggio da Alexandria a Hilltop con lo scopo di trovare un medico che possa curare Maggie. La donna, infatti, ha dei forti dolori all'addome, e dopo la morte di Denise, al campo non vi è un altro dottore in grado di poterla curare. Nel frattempo Morgan compie un viaggio in solitaria, a cavallo, alla ricerca di Carol che, separatasi dal gruppo, ha deciso di intraprendere una strada diversa, andando anche incontro alla morte. Solo grazie all'intervento di Morgan, che spara all'uomo che tenta di lasciare Carol dissanguata, la donna riesce a restare viva e capire che morire non è l’unica via di salvezza. L’azione torna a concentrarsi sul gruppo di Rick, che viene più volte ostacolato dai Salvatori. L’intenzione è chiara: potendo contare su una schiacciante superiorità numerica, hanno bloccato tutte le vie di accesso verso Hilltop ai nostri eroi, costringendo il gruppo a ripetuti scontri, i quali non avranno purtroppo gli esiti sperati, e sappiamo bene come andrà a finire. 

L’arrivo del cattivo è uno dei momenti più attesi. Cattivo, carismatico e ironico, il lunghissimo monologo di ingresso, interrotto solo per qualche istante dalla ribellione di Glenn, è intenso, tagliente al punto giusto e coadiuvato dall'interpretazione di Jeffrey Dean Morgan che riesce nel suo intento di infondere il carisma necessario. L’ultimo giorno sulla Terra è un episodio che racchiude l’essenza della serie: Fight the dead, fear the living. Gli zombie sono lì per minacciare il mondo in cui viviamo, ma in realtà sono solo un’ombra in confronto alle persone viventi. Come dire, più si conosce gli uomini e più si ama gli animali. Inutile descrivere la situazione in cui si trovano i nostri protagonisti, terrorizzati, quando Negan per pareggiare i conti, gioca, fa la conta per decidere chi uccidere. Ma l'identità del personaggio che ha avuto modo di assaggiare per primo Lucille, non verrà svelata fino alla prossima stagione, ed è qui il gran colpo grosso, anche se la scelta di concludere con un cliffhanger così netto è quantomai discutibile. The Walking Dead però ha sempre cercato la conclusione ad effetto, ma in questo caso l’episodio nel suo complesso si rivela a malapena sufficiente, e viene risollevato solo nelle battute finali. Un finale di stagione che ha lasciato col fiato sospeso, dubbi e domande (e cosa questo significherà per Rick Grimes e gli altri), ma anche amareggiato, mi aspettavo più sangue e violenza da un personaggio come Negan. Una cosa è certa: le dinamiche nel gruppo sono cambiate ora che Negan è apparso. Temere i vivi e lottare per la sopravvivenza diventerà la più grande battaglia nella settima stagione di The Walking Dead. Una settima stagione che se si manterrà sui livelli della sesta, potrebbe continuare ad essere godibile, per quanto ormai l’unica caratteristica sulla quale si basa è la morte. La morte come metodo di narrazione, la morte come fulcro del cambiamento dei personaggi, la morte come colpo di scena, la morte come cliffhanger finale della stagione. Abusandone al punto da anteporla alla pura scrittura: neanche gli autori sanno ancora chi sia morto davvero nel season finale. Il cambio di rotta è quindi avvenuto ma forse hanno leggermente forzato troppo, si perché quelli che si vantavano di essere dalla parte della giustizia, si ritroveranno ad essere praticamente schiavi, che sicuramente faranno resistenza, all'inizio passiva poi credo attiva, ma senza una chiara destinazione, gli zombie sono ormai esseri marginali, un problema ormai risolto. Proprio per questo sta perdendo il vero punto focale, quello che nelle prime stagioni ha fatto amare questa serie, la lotta per sopravvivere ad una apocalisse zombie, e se ogni volta c'è sempre qualcuno che vuole 'comandare' non ne usciamo più. Spero e mi auguro che non allunghino troppo, la corda si sta lentamente spezzando.

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