giovedì 21 aprile 2016

Il padre (2014) & Mia madre (2015)

Il padre (The Cut) è un drammatico, duro, scioccante, doloroso, commovente ed emozionante film del 2014 diretto da Fatih Akın. Il film rielegge una delle pagine più nere della Storia recente, che non sapevo e non conoscevo prima di vederlo, quella del genocidio armeno da parte dei turchi (che ancora adesso negano qualsiasi coinvolgimento) con l’appoggio dei tedeschi (e dell'impero ottomano) durante la prima guerra mondiale, che provocò la morte di migliaia e migliaia di armeni, colpevoli di non voler rinunciare alla religione cattolica per sposare l’islamismo. Io sicuramente come molti altri, non ricordo questo evento, rimasto oscuro per molto tempo, con questo film conosciamo qualcosa in più, anche se, nonostante appunto questo racconto, non sapremo mai come siano andati veramente gli eventi, cosa ne sia stato dei sopravvissuti e cosa invece dei cadaveri, perché tutt'oggi non esiste nessuna lapide che ricordi quei campi di concentramento, poiché i colpevoli di tale massacro di massa non sono mai stati indagati e puniti, conservando in taluni casi posizioni di potere. Nel 1915 infatti, a Mardin, in Turchia, la polizia turca approfitta della notte per fare un blitz nelle case armene, sequestrando tutti gli uomini della città. Tra questi c'è il giovane fabbro Nazaret Manoogian, che viene separato dalla sua famiglia, vittima come tantissime altre di uno dei primi genocidi programmati a tavolino. Anni dopo, sopravvissuto e catturato, messo ai lavori forzati, poi condannato a morte, vessato ogni qual volta incontri l'autorità e scampato miracolosamente all'orrore del genocidio (lasciato in vita da un sussulto di pietas provato da colui che avrebbe dovuto ucciderlo tagliandoli la gola), decide di mettersi sulle tracce delle due figlie, dopo aver saputo che sono sopravvissute anche loro alle violenze di quegli anni. L'aver scampato la morte costa però a Nazaret le corde vocali ma senza curarsi del problema d'essere muto affronterà con grandi difficoltà, aggrappandosi alla speranza e guardando il mondo con occhi nuovi, viaggi nel deserto, nelle città e infine attraverso l'oceano con la speranza di ritrovare i cari, di ritrovare le figlie da cui è stato diviso. In questo percorso, odissea (che nel caos del suo mondo in rovina, sarà più complicata del previsto), infatti attraverserà la Mesopotomia, arriverà a l'Avana, passerà per il Dakota del Nord, incontrerà persone diverse, da figure angeliche e generose a figure diaboliche, che l'aiuteranno, l'abbatteranno ma con la sua forza di volontà riuscirà in questo epico viaggio, che si concluderà con tanto di finale lieto, almeno per metà.

La pellicola, la storia, a tratti sconvolgente, è un crudo, violento e oscuro viaggio alla ricerca di un'umanità perduta, schiacciata ed evirata dall'insulsa e inutile guerra che fa dell'uomo il male assoluto. Il demonio infatti di questo film non è difficile da individuare, è sia da una parte ben precisa che in tutti gli uomini che compaiono, dovunque il protagonista si rechi c'è un suo simile pronto ad atti immondi che Akin si assicura di filmare per sottolinearne la malvagità, testimone di morte e morte, atrocità, barbarie, stupri, punizioni e vessazioni di ogni tipo. Nuove peregrinazioni, qualche aiuto improvviso del fato e la visione di Chaplin (la prima della sua vita e si intuisce anche dei luoghi che abita) in Il monello, il "muto" e determinato protagonista di mille avventure Nazaret (il bravissimo Tahar Rahim, Un amico molto speciale, Il profeta e Last panthers) testardo motore perpetuo di questo film, decide di far del ritrovamento delle due figlie, gemelle, la sua unica ragione di vita. Scontrandosi con le difficoltà legate al suo modo di comunicare, alla sua situazione economica e a nuove discriminazioni, arriverà negli Stati Uniti dopo esser passato per Cuba, sulle tracce dei viaggi della salvezza che molti armeni affrontarono per ripartire da zero. Scorrevole nonostante l’eccessiva durata (2 ore abbondanti), questo polpettone storico dalla trama intoccabile e canonica, dove tutto è nel posto in cui dovrebbe essere (i buoni, i cattivi), e dove non ci sono i guizzi dei migliori registi di kolossal, i grandi cineasti di sistema, e nemmeno le peculiarità dei pesci che nuotano controcorrente come lui, è di grande intensità. Il regista  dosa sapientemente sentimentalismo, storia, epica e citazionismo cinematografico, per costruire la storia di un novello Charlot, chiamato a interpretare il ruolo di Ulisse e a girovagare per il mondo prima di trovare un nuovo posto da chiamare casa. Senza voce, senza speranza e senza affetti, il protagonista Nazaret è il simbolo di tutte le guerre insensate e delle loro conseguenze. A rendere il discorso ancora più universale è la scelta di non far parlare il personaggio per quasi tutta la durata del film. Il taglio delle corde vocali, seppur avvenuto per sbaglio, diventa dunque via di salvezza, regalata da un turco. Turchi e armeni, sopraffattori e sopraffatti, inoltre, non sono mai simbolo del male e del bene estremizzati. Strizzando l'occhio alla politica, entrambi i popoli sono connotati da tratti benevoli e da tratti malevoli e Nazaret stesso, interpretato da un convincente ma a tratti acerbo Tahar Rahim, ne è testimone. Un film epico, intenso e bello, una pellicola ben girata, onesta, abbastanza coinvolgente e con una musica ottima a commento delle vicende e delle ambientazioni. Con sfondi e paesaggi che cambiano in continuazione e una fotografia che sposa in toto la storia senza mai sovraccaricarla, The Cut è di gran lunga il progetto più ambizioso della carriera di Akin e i risultati fortunatamente lo ripagano, nonostante qualche retorica di troppo. Anche se la linearità del racconto è troppo prevedibile, e che l'orrore dello scarsamente conosciuto genocidio degli armeni tralascia di investigare cause e responsabilità, limitandosi ad incolpare astrattamente la guerra e la malvagità degli uomini, il film vale, e tanto. Da sottolineare poi molto scene di grande impatto, alcune anche forti, crudeli, alcune intense, disperate, ma a me nonostante qualche dose di noia (che non poteva ovviamente mancare in questo lungo e lento viaggio) è piaciuto molto, veramente bello. Da vedere.

Mia madre è un intenso e delicato film (del 2015) di grande sensibilità, diretto da Nanni Moretti e scritto dal regista insieme a Francesco Piccolo e Valia Santella, e racconta il difficile periodo di una regista di successo, divisa tra il set del suo nuovo film e la sua vita privata. Il film, presentato in concorso al 68º Festival di Cannes, ha ricevuto 10 minuti di applausi (un po eccessivi secondo me), ed è interpretato da Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini e dallo stesso Moretti, che continua a recitare nonostante secondo me non sia adatto, con la sua voce e i suoi modi mi irrita non poco, meglio come regista, anche se sono veramente pochi i suoi film meritevoli di attenzione, almeno personalmente, i suoi film spesso politicizzanti e noiosi, non sono facili da digerire. Comunque ho apprezzato molto Habemus Papam, a tratti anche divertente, e fluido. Ma passiamo a questo film, questa storia, in fondo intima e dolorosa risolta con una leggerezza (prima di tutto estetica) straordinaria, questo nonostante una struttura non lineare, dove realtà e sogno, in maniera ancora più evidente rispetto a Habemus Papam, si compenetrano, a volte senza soluzione di continuità. Margherita è una regista, che sta girando un film sul mondo del lavoro, un film impegnato sulla crisi economica italiana dove si racconta lo scontro tra gli operai di una fabbrica e la nuova proprietà americana che promette tagli e licenziamenti, di cui ha chiamato come protagonista un eccentrico e bizzoso attore americano. Oltre quindi a dover gestire la complessità del set corale di un film politico, deve fare i conti con le bizze di questa star italo-americana che ha scelto per interpretare il ruolo del nuovo proprietario, l' importante attore americano Barry Huggins (John Turturro), un attore in crisi, ostaggio della sua maschera di divo, qui esasperata dal provincialismo del cinema italiano. Ma Margherita è alle prese con una catastrofica vita privata, completamente in balia della madre morente (ricoverata in ospedale, che assiste assieme al fratello Giovanni, fratello e figlio perfetto che è sempre un passo avanti a lei) e della figlia adolescente Livia, che frequenta malvolentieri il liceo classico in ossequio alla tradizione famigliare impressa dalla nonna (insegnante di latino e greco). Margherita è anche separata, ha però un amante, attore nel film impegnato, mollato all'inizio delle riprese, ma soprattutto una vita confusa, solitaria e complicata. Tra le riprese di un film che si rivelano più complicate del previsto, e il dolore per un lutto che si sa imminente e non si sa come gestire, Margherita confonde realtà, sogno, ricordo e deve trovare la sua strada in tutta quella sofferenza. Mia madre è un film profondo e sincero, tanto da essere quasi crudele per il lavoro che compie di scavo ineluttabile e autentico, ma è anche un film sul cinema, sul rapporto tra realtà e finzione. Il film è ben fatto, ben diretto. La Buy (che non questo ruolo ha il vinto il David e il Nastro d'argento 2015 come miglior attrice protagonista) è un bel personaggio, la mamma adorabile ma su tutti spicca la bravura e la simpatia di Turturro (che sembra anche sprecato, ma menomale che c'è). Margherita è regista  impegnata, non travolta dal successo, non impegnata in  una vita distratta  da vuoti impegni mondani. Fa film impegnati ed è mamma preoccupata degli studi della figlia. Assiste la mamma con tutto l'amore e la dedizione che le è possibile. Insomma uno spaccato di vita vera senza mistificazioni, di gente perbene con cui molti di noi si possono identificare. E tuttavia tutti sono stressati, ripiegati, stanchi. Margherita, separata, ha una nuova vita privata sulla quale non ha tempo di soffermarsi e al momento opportuno il compagno, recentemente lasciato, le rimprovera un vita affettiva disattenta. Tutte queste vite hanno in comune un forte senso di dignità di correttezza cresciute ed educate coltivando il piacere della conoscenza grazie anche a una mamma che lascia e che ha lasciato un ricordo di se ai suoi ex amati studenti che l'hanno sempre vista come una seconda madre. Ma nonostante una buona regia, buoni attori, e nonostante la bravissima Giulia Lazzarini (anch'essa vincitrice insieme alla Buy di un Nastro d'argento, ma come migliore attrice non protagonista, anche ai David di Donatello di cui pochi giorni fa c'è stata l'edizione 2016), la sceneggiatura, non solo non è sublime perché la quotidianità non lo è, ma è quasi inesistente, con dialoghi banali, un montaggio musica-immagini maldestro molti difetti narrativi, e certi piccoli errori medici. I personaggi complessi e difficili, sembrano a tratti ridicoli, la regista Buy è 'impegnata' sui soliti temi, le fabbriche e i padroni, forse esageratamente fuori di testa nei comportamenti ma è evidente che il suo dolore lo vive così, Moretti, consapevole della impossibilità di miglioramento della madre tanto che si assenta a lungo dal lavoro per starle vicino, persino le prepara il cibo per evitarle quello dell'ospedale, è però un personaggio scialbo e insignificante, e la figlia sedicenne non va un millimetro in profondità. L'unica accettabile è proprio la madre, molto amata, non troppo sfigurata dalla scrittura mediocre e ottima attrice. Ovviamente è un film "tosto", anche superficiale e stereotipato, non il migliore di Moretti: un omaggio ad una madre molto amata e non dimenticata, anche se tutto sembra essere solo più una patetica autocelebrazione del suo cinema, lui che crede ancora di dire qualcosa al mondo, senza mai riuscirci. Certamente rimane una lettura del nostro tempo molto problematica, che non prefigura orizzonti densi di grandi speranze. Induce a una riflessione molto discreta ma estremamente significativa. Il film ha una sua eleganza che non balza immediatamente agli occhi ma alla quale si arriva con pacata riflessione. Ognuno è invitato a interrogarsi sul senso delle proprie vite e le risposte possono essere non sempre piacevoli. Un film comunque interessante di significati ma anche e soprattutto vuoto nei movimenti, nei modi noiosi e lenti di una pellicola che non smuove, non commuove se non a chi sa cosa vuol dire tutto ciò che il film si prefissa di comunicare e dire. Sicuramente non eccezionale ma non così disprezzabile come temevo all'inizio.

6 commenti:

  1. io Moretti non lo amo particolarmente... e non penso che questo lo vedrò facendo eccezione

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    1. A tantissimi non piace, però ti suggerisco di vedere il primo, molto meglio anche se più duro e crudo ma emozionante ;)

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    1. Come tutti forse, anzi, sempre odiato...ma non per questo non vedo un film a prescindere perché è brutto, lo vedo comunque...ti suggerisco a te come a Pata, il primo di film, decisamente migliore ;)

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    2. Oh, ma io ne ho visti di film di Moretti. Ci provo da tanto tempo a farmelo piacere ma nulla, rimane il vuoto.

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    3. In effetti...però se hai letto del film mi è piaciuto solo il film (la storia comunque delicata) e le attrici...Moretti no, prima di tutto non sa proprio recitare e poi come regista fa quasi pena..

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