lunedì 29 agosto 2016

Gli altri film del mese (Agosto 2016)

Il mese di agosto è stato un mese di pace e relax almeno negli intenti, perché nonostante un mio piccolo rallentamento nella pubblicazione dei post ho comunque visto tante serie ma anche tanti film, ed ecco quindi il classico, cinematograficamente parlando, post di fine mese, con i 12 film visti. Partendo da Natale col boss, una esilarante e demenziale commedia Natalizia (anche se il Natale è solo un'espediente, solo una mera questione di marketing, infatti nel film si intuisce che il periodo sia natalizio solo per una ghirlanda appesa alla porta di una protagonista) del 2015 diretta da Volfango De Biasi (Un Natale stupefacente, Iago, Come tu mi vuoi). Il film perciò è il classico cinepanettone annuale ma si differenzia molto da altre produzioni del genere, ciò nonostante questo mezzuccio è stata davvero una cavolata, tanto che non serviva, anzi, proprio per l'originalità e diversità sarebbe stato meglio non usarlo. Comunque la storia della pellicola narra di questo boss napoletano costretto a cambiare faccia per sfuggire alla polizia. Fa rapire due chirurghi e li costringe a fargli la plastica, ma il boss non viene trasformato in Leonardo Di Caprio, bensì in Peppino Di Capri. Inevitabilmente partirà la caccia ai due medici, che tenteranno di salvare la pelle tra mille disavventure, mentre due sconclusionati poliziotti indagano. Come detto in precedenza questo cinepanettone è molto diverso dal cinepanettone tradizionale, questo perché il regista come anche ultimamente il produttore hanno finalmente capito, non serve ambientare la storia in una località esotica, basta virare in qualcosa di diverso per intrattenere. Ovvero rifacendosi ai film di genere anni 70, vien fuori una commedia un po', ma molto poco, poliziesco, molto, ma molto, anche perché ambientato a Napoli, comico, sempre però nella tradizione della commedia italiana basata sul gioco degli equivoci, con appresso il tema di corna/sesso/amore e citazioni cinefile (Gomorra per esempio viene vivisezionato e deriso alla grande). Il risultato è perciò una serie continua di gag basata, come detto, sugli equivoci, ma, c'è un ma, il risultato finale non è quello sperato all'inizio.

La commedia è assurda, i dialoghi grotteschi, anche se l'intreccio è ben costruito, le varie storie si incastrano in modo fluido, il meccanismo narrativo scivola via allegramente e si ride comunque volentieri ogni tanto, una cosa che fa sempre bene. Purtroppo però se non per qualche situazione fa veramente poco ridere. Non avremo una sola situazione divertente durante tutta la pellicola, a parte qualche momento in cui Lillo e Greg, bravissimi attori, riusciranno a mostrare tutto il loro talento, tali scene appunto saranno solo simpatiche, ma mai divertenti. Ruffini e Mandelli, nei panni di due poliziotti, (scimmiottano volutamente i cliché di Starstky e Hutch) si dimostrano più bravi del solito, ma comunque mediocri. Soprattutto Mandelli ricicla un suo personaggio e ne fa un altro alla I soliti idioti, troppo scarso, al contrario di Ruffini che nonostante non sia un grande attore è sempre bravo nel ruolo del comprimario, ma, soprattutto, diamo merito ad un mito, Peppino Di Capri, nella parte del boss (e di se stesso), che con la classe che da sempre ha contraddistinto le sue canzoni, esordisce a oltre 70 anni nel cinema. Un esordio spassoso e di livello. Giulia Bevilacqua invece viene utilizzata principalmente per mostrare il suo corpo (un classico, praticamente, e lo fa pure bene). Michela Andreozzi infine (brava) in un suo simpatico personaggio, Azzurra, già usato in altre occasioni (ma non ricordo dove). Comunque la trama (che prende strane ed incomprensibili pieghe) è ben giostrata dal regista con una regia semplice con un ritmo piacevole (anche se non si può dire altrettanto riguardo il montaggio, rivedibile e a tratti fatto abbastanza male) e viene valorizzata, nel suo aspetto comico, da circa tutti gli attori, che si muovono bene nell'atmosfera no-sense e surreale che la mafia, due chirurghi plastici romani, un poliziotto corrotto e Peppino di Capri creano. Non potevano mancare poi alcune scene leggermente volgari, ma fortunatamente sono rare. Insomma, anche se la commedia italiana non si avvantaggerà di quest'ultima opera, credo che essa rappresenti un avanzamento netto rispetto alle produzioni medie del periodo e del genere. Un piccolo passo avanti, con questa commedia piacevole (godibile e che si lascia gustare come sano passatempo), leggera (forse troppo) e senza pretese (e menomale). Quindi niente di eccezionale, ma si può vedere.


Un amore senza fine (Endless Love) è una emozionante commedia romantica del 2014 diretta da Shana Feste (Qualcosa di buono e Country Strong). La pellicola è però il remake del film Amore senza fine del 1981 diretto da Franco Zeffirelli, con Brooke Shields e Martin Hewitt. Il film perciò racconta di una drammatica storia d'amore tra due giovani amanti (Jade e David) trasportati dalla passione. Una storia d'amore cosi coinvolgente da far invidia a tutte le ragazze e in parte a noi ragazzi. Lei, una ragazza dell'alta società, una bellissima fanciulla dai capelli lunghi color oro, pura e innocente, la meravigliosa Gabriella Wilde (Lo sguardo di Satana: Carrie, I tre moschettieri). Lui, un ragazzo sicuro di sè, attraente ma anche misterioso, Alex Pettyfer (Sono il numero quattro, Beastly, Stormbreaker). Dal loro primo incontro scatta la scintilla tra i due (lui innamorato di lei sin dal secondo anno di liceo), un incontro folgorante, che rivela subito la forte attrazione tra i due. Passano insieme l'estate trascorrendo momenti indimenticabili, lei perde la sua innocenza facendo per la prima volta l'amore con lui. Purtroppo i genitori (e sopratutto il padre di lei, che non accetta il fatto che sua figlia possa perdere l'innocenza e soprattutto che rinunci alla vita da cardiologa che le aveva programmato perfettamente) alla saputa della loro relazione non consentono affatto perché lui fa parte di una classe sociale inferiore alla loro. In seguito perciò tra i due diviene un tormento stare insieme, la loro relazione diviene più complicata, ma grazie all'amore il cuore trionferà. Il film come è facilmente intuibile è la classica, tragica storia alla Shakespeare, dove le differenze culturali la fanno da padrone, ma il film nonostante ciò lascia sulle spine tutti i spettatori fino alla fine, perché travolgente e soprattutto commovente. Grazie anche al fascino degli attori e della musica di sottofondo, il film diviene sempre più interessante. Anche se riprovare a distanza di trentatré anni, a trasporre nuovamente sullo schermo il romanzo "fuori dal mondo" e senza ritegno "Endless love" di Scott Spencer, una sorta di "piccoli uomini&donne" fuori tempo e fuori luogo è stata una scelta azzardata. Una scelta che nasconde neanche molto bene una buona dose di masochismo ed auto-afflizione che rende coraggiosa, seppur scriteriata, la scelta della regista Shana Feste di tornare sui sentieri della commedia romantica/sentimentale che caratterizza la sua ancora sparuta (e tutt'altro che memorabile) carriera di cineasta. Senza voler procedere con troppi inutili e fastidiosi confronti col vecchio film di Zeffirelli, forse fin troppo maltrattato all'epoca (presenza là davvero sfolgorante di una irraggiungibile Brooke Shields e diverse scene più calde che patinate che mi spingono a voler rivedere il film quasi dimenticato se non in ricordi sommari a causa del troppo tempo trascorso dall'ultima visione) questo Endless Love presenta la sfrontatezza di mantenere confronti tra due classi sociali antitetiche e poco amalgamabili. Un aspetto, quello del confronto sociale, magari ancora possibile da raccontare, ma qui tratteggiato con quell'arcaica elementare, ingenua contrapposizione che vede i ricchi arroganti, prevenuti e supponenti, e il ceto povero, quello dei meccanici onesti e lavoratori, come la parte serenamente umile, saggia e disinteressata a mire di scalate sociali plausibilmente realistiche in quelle circostanze. Detto questo il film, dotato di interpreti splendidi e scialbamente inespressivi quanto basta per ricordarci quanto fosse meglio l'originale degli anni '80. La pellicola infatti non presenta uno svolgimento vergognoso più di quanto ci si possa aspettare andando, non senza una buona dose di sadismo, a farsi del male a sorbirsi questa favoletta melensa, zuccherosa e fuori da mondi che non siano quelli puerili delle favole più elementari. Certo non sarà sicuramente un granché ma certamente potrebbe far piacere a molti, e penso che per ogni ragazza è consigliato guardarlo, perché, nonostante i soliti cliché, ti fa sognare e vivi insieme agli attori la storia. Insomma il classico film, la classica storia, il classico finale, comunque bello, poetico e coinvolgente, come in parte il film stesso. Per gli amanti del genere.

E' arrivata mia figlia! è un garbato film brasiliano (del 2015), scritto e diretto da Anna Muylaert, regista molto conosciuta nel suo paese, sconosciuta da noi, che racconta una storia, in chiave di commedia e dai tempi perfetti e con sfumature toccanti, che è anche uno spaccato della situazione socio-economica del Brasile di oggi. Un film che grazie alle Olimpiadi a Rio assume ed ha assunto almeno personalmente un certo interesse. Vincitore del Premio Speciale alla Giuria al Sundance e del premio del pubblico al Festival di Berlino 2015, il film vanta come protagonista Regina Casé, attrice teatrale, cinematografica e televisiva con una carriera ultra-quarantennale alle spalle, ad oggi una delle interpreti più importanti del Brasile, da noi ovviamente semi-sconosciuta come tutti gli altri interpreti. La Casè presta il volto a Val, una governante a tempo pieno che da sempre ha come unica missione il proprio lavoro. Val è la serva ideale, si direbbe che abbia nei geni l'idea platonica del servizio e dell'obbedienza anche se convive con il senso di colpa per aver lasciato la figlia. Con indosso la classica uniforme da domestica perennemente inamidata, che oramai è diventata una seconda pelle, è al servizio dei suoi facoltosi datori di lavoro di San Paolo e ogni giorno accudisce con devozione il loro figlio adolescente (Fabinho) fin da quando era in fasce, avendolo di fatto cresciuto lei stessa. Ogni cosa e ogni persona ha il suo posto nell'elegante abitazione (anche lei, che vive orgogliosa nella sua piccola e squallida cameretta), fino al giorno in cui sua figlia Jessica arriva dalla città natale di Val per fare i test di ammissione all'università. Dopo averla affidata alle cure e all'educazione di alcuni parenti nel nord del Brasile, Val ha sacrificato, per così dire, la propria vita in favore del ruolo di governante, ma tredici anni dopo, la figlia arriva pronta a criticare l'atteggiamento succube della madre, spiazzando tutti, Val in primis, con il suo comportamento imprevedibile, dando così origine a una convivenza non facile in cui ognuno sarà influenzato dalla personalità e dal candore della giovane, che con il suo spirito libero, moderno e colto farà crollare i fragili equilibri della famiglia (c'è chi, come il capo famiglia, ne rimane affascinato, e chi, come la moglie, fortemente in contrasto tanto da indurla a lasciare la casa), risvegliando però nella madre un sussulto di orgoglio, di voglia di libertà e la possibilità recuperare ancora l'affetto sincero della figlia. È arrivata mia figlia è uno di quei film davvero difficili da recensire, né brutto né bello, leggero, educato, brioso ed inoffensivo, sul quale in fondo c'è poco da dire. Ciò che salta agli occhi è la levità della regia di Anna Muylaert, un tocco femminile che regala garbo e fluidità ad un racconto che scorre piacevole e prevedibile, senza scosse o sorprese. Perché È arrivata mia figlia! racconta solo, con leggerezza e ironia, i rigidi meccanismi alla base della cultura brasiliana, retaggio di un passato colonialista che tutt'ora influisce sul carattere delle persone. Il film inizia raccontando proprio le consuetudini e le regole che governano i rapporti affettivi e sociali in una ricca famiglia a San Paolo, spostando poi l'attenzione su Jessica che irrompe nel contesto domestico, del tutto inconsapevole delle regole della casa, pronta a valicare alcune linee di demarcazione che la madre ha rispettato dal primo giorno di lavoro, sottolineando la differenza generazionale tra le due protagoniste. Val infatti si è rassegnata ad un ruolo dio sottomissione mentre la figlia assume un atteggiamento più critico e combattivo nei confronti della propria vita. Il mezzo attraverso cui la regista brasiliana descrive tutto ciò è, appunto, l'arrivo improvviso di un elemento esterno, nel qual caso la figlia della protagonista principale, che risveglia finalmente nella madre la coscienza di essere umano avente gli stessi diritti e doveri uguali ai propri simili. Molto intelligente e sveglia, dotata di una forte e spiccata, nonché inaspettata, personalità per i componenti della casa, ella fungerà da ciclone devastante, ma quanto mai opportuno per ristabilire "l'ordine" naturale. Ed il pregio di questa commedia che racconta una storia in fin dei conti un poco banale come contenuti è proprio il modo con cui la Muylaert presenta la vicenda, ricorrendo ad un'ironia semplice ed a situazioni a volte un poco assurde od imbarazzanti ma che esprimono efficacemente il concetto di uguaglianza e di essere affettivamente una vera famiglia unita. Il film come tale è girato benissimo, negli ambienti per lo più interni, nelle inquadrature quotidiane, nei dialoghi con un ritmo incalzante che avvince lo spettatore e lo porta dentro la casa. Con un buon ritmo e buon cast, non solo Regina Casé, ma anche Camila Màrdila, la esile e volitiva Jessica, spiccano per bravura e credibilità. Peccato soltanto per un finale un po' incerto e per un doppiaggio che forse appiattisce le differenze culturali tra i personaggi. Comunque su questo canovaccio non originalissimo Muylaert costruisce con perizia un racconto edificante, evitando battute grossolane e situazioni boccaccesche, ma senza neppure affondare il colpo sulla società classista o l'ipocrisia dell'intellettuale illuminato, È arrivata mia figlia accarezza, non graffia e sopratutto non approfondisce. Il film però non intende né giudicare né esaltare i personaggi, ma semplicemente mostrare la realtà dei fatti, mettendo a confronto due generazioni di donne di umili origini che rivelano due volti inediti del Brasile, e senza clamori ma con intelligenza il film racconta una piccola rivoluzione domestica, una presa di coscienza che è anche il riflesso di un salutare cambiamento di mentalità in atto nella società brasiliana. E anche se lo spunto su usi e costumi di una società classista come quella brasiliana è affrontato con banalità e conformismo, da una storia molto vera e divertente, nonostante le risate nulle, e solo qualche sorriso, è un film godibile, talora ironico e talora toccante, che si fa vedere con empatia. Il film è perciò nell'insieme garbato, gradevole e innocuo, ma non è comunque un grande film, tutto procede in modo prevedibile e senza colpi di scena, anche con una certa scontatezza, in ogni caso bella la fotografia. In conclusione bisogna però sottolineare che la protagonista non convince del tutto, ci mette sicuramente tutta la buona volontà, ma calca troppo la mano su una gestualità esagerata e su ricorrenti esclamazioni da donna del popolo. Accettabile la figlia nel ruolo di giovane donna che rifiuta di adeguarsi ad un destino di subalternità sociale e culturale, anonimi e poco incisivi (se non addirittura fuori parte, come l`attrice che recita la parte della padrona di casa) gli altri interpreti. Un film in definitiva comunque interessante ma poco graffiante e poco deciso, ma certamente da vedere.

Il tema del film '71 (presentato ufficialmente al 64º Festival internazionale del cinema di Berlino, concorrendo per l'Orso d'oro) è probabilmente uno dei più sfruttati della cinematografia recente, l'eterno conflitto tra cattolici e protestanti, nello specifico a Belfast, in Irlanda (del Nord). Film come "Michael Collins", "Nel nome del padre", "Bloody Sunday", "Hunger", solo per citare i più recenti, hanno tutti raccontato la stessa tematica, anche se in forme e modi diversi. '71 lo fa però in modo originale attraverso l'esperienza di una recluta dell'esercito inglese (accidentalmente abbandonato dalla sua unità in seguito a una violenta rissa tra le strade di Belfast nel 1971) con la quale lo spettatore non può fare a meno di immedesimarsi. L'esigenza di appartenere ad una fazione della guerra con propri ideali e regole da seguire è un altro tema importante del film, Gary (il protagonista) non sa a cosa appartiene. In questo caso la contrapposizione con il bambino che incontra durante la sua fuga notturna è emblematica. La prima parte (dove si colgono le dinamiche, le fazioni e le strategie di una guerra che non ha ancora definito un vincitore nemmeno oggi, 45 anni dopo) ha infatti un impatto visivo ed un ritmo elevatissimi. Siamo letteralmente catapultati nella Belfast anni '70, in maniera davvero realistica e credibile. Il protagonista Jack O'Connell (Money Monster, Unbroken, 300: l'alba di un impero) da una prova assai convincente e il regista Yann Demange, anche facendo buon uso della handy cam (camera a mano), dirige bene. Sembra quasi un docu-film, nel senso migliore del termine. Nella seconda parte il film (che diventa una spy story in cui Gary cerca di fuggire, nonostante una grave ferita, cercando di capire chi siano gli amici e chi invece lo vorrebbe morto) diventa sopratutto più profondo e analizza le molteplici sfaccettature che stanno all'interno sia dell'IRA, sia dello stesso esercito lealista nord-irlandese. Non esistono i buoni o i cattivi, da entrambe le parti tutti hanno segreti e doppi giochi che, come nella realtà, danno una ottima fotografia di quello che sta dentro a situazioni così complesse e drammatiche. Impossibilitato a distinguere chi gli sia amico e chi no, la recluta deve perciò sopravvivere da solo alla notte e mettersi in salvo in un paesaggio disorientante, alieno e mortale. La tensione difatti tiene fino alla fine, e il film non scade mai nel retorico. Yann Demange gira un war movie atipico, puntando su una regia emotional ma mai troppo esasperata o sopra le righe, si concede infatti a delle inquadrature suggestive, evocative e che valorizzano i personaggi, che appaiono sempre accattivanti e mai troppo stereotipati a partire dal giovanissimo protagonista, interpretato appunto da Jack O'Connell che si è dimostrato all'altezza del suo ruolo. Un film estremamente realistico, e giustamente "sporco", nell'aspro sonoro dei dialoghi così come nel mosso dell'immagine, per una rappresentazione della guerra lontana da ogni schieramento ideologico e da ogni retorica, di tutte le guerre, ma soprattutto di quelle inestricabilmente intrecciate al terrorismo. L'uso della camera a mano, utilizza appieno la capacità di immergere lo spettatore nei luoghi e nei fatti, nel punto di vista del protagonista, scaraventato dal mondo dell'addestramento, duro quanto schematico, in una realtà ove risulta impossibile distinguere gli amici dai nemici, i buoni dai cattivi, così che il suo disorientamento diviene il nostro. Lo schema narrativo consueto della "caccia all'uomo", con quel tanto di suspense che non guasta, risulta conseguentemente piegato ad uno scopo che di gran lunga sopravanza l'intrattenimento spettacolare. Notevole anche, sempre sotto il profilo cinematografico, la padronanza dei tempi e dei ritmi, che alterna magistralmente il concitato dell'azione alle pause di tregua riflessive. La pellicola riesce comunque, come detto in precedenza, a tenere in tensione lo spettatore con scene al cardiopalma, difatti Demange gira con grande tecnica, la sequenza del blitz iniziale per esempio e dell'inseguimento è girata in maniera perfetta e senza sbavature, inoltre è bello vedere come un film che poteva puntare su ben altro si conceda molto spesso degli sfondoni nel noir metropolitano, teso e sempre appassionante. Le scene action sono rarissime e anche in quelle poche occasioni in cui ne si può godere, ci si ritrova davanti al più totale realismo, da questo punto di vista '71 è l'anti-cinema, in senso buono e per anti-cinema intendo che non intende spettacolarizzare nulla, nemmeno un colpo di pistola. '71 è caratterizzato da una cattiveria rara in film di questo tipo, non è raro vedere infatti bambini dilaniati dalle esplosioni di bombe, sommosse che terminano in tragedia ed esecuzioni sommarie da parte di plotoni d'esecuzione. In questo film nessuno è innocente, la guerra non è mai rappresentata come qualcosa di giusto e i personaggi che ne sono coinvolti sono tutti un po' morti dentro, inoltre assistiamo ad una messa in scena calibratissima e ad una storia antimilitarista fino al midollo, il tutto coadiuvato con una fotografia livida che rende le immagini ancora più disturbanti di quanto già non siano. Un film più che decoroso, anzi uno dei migliori film semi indipendenti usciti nel 2014, da noi purtroppo arrivato solo nel 2015, e visto nel 2016. '71 è un dramma spiazzante (un aspetto sconvolgente dei protagonisti di questa guerra è la loro età), coraggioso nel non farsi intimidire da egregi precedenti, solido, teso, drammaticamente coinvolgente che nonostante la serietà tematica di quest'opera, avrebbe potuto però andare fino in fondo con l'azione, visto che questa viene spesso accennata e poi "spezzata" sul più bello. Insomma un film crudo, intenso e bello che esplora la mascolinità vulnerabile di un ragazzo senza radici, senza famiglia, alla ricerca di una tribù a cui appartenere, che trova una dimensione nell'esercito, ma poi viene tradito.

La musica, soprattutto quella dei Beatles, fu negli anni '60 la colonna sonora delle aspirazioni e desideri di cambiamento di quella generazione e fu uno degli strumenti più potenti ed efficaci per veicolare e comunicare quell'esigenza. E' dalla voglia di ripercorrere quella stagione che nasce il piccolo, prezioso e poetico lavoro di Davide TruebaLa vita è facile ad occhi chiusi (Vivir es fácil con los ojos cerrados), pellicola del 2013, vincitore nel 2014 di ben 7 premi Goya. Per questo film il regista si è ispirato alla storia vera (un elemento interessante della narrazione) del professore di inglese Juan Carrión che incontrò John Lennon sul set del film di Richard Lester, Come ho vinto la guerra ad Almeria e al quale chiese chiarimenti sui testi delle canzoni. Poiché Antonio, insegnante d'inglese in una scuola retta da religiosi, vorrebbe incontrarlo perché le canzoni che ha registrato da Radio Lussemburgo hanno dei versi che gli suscitano delle perplessità, e solo John sarà in grado di dirgli se ha commesso errori nelle traduzioni, in quanto per favorire l'apprendimento dei suoi alunni (e anche perché è un fan dei Beatles) utilizza le canzoni dei Fab Four per invogliarli a tradurre. E quando perciò viene a sapere che John Lennon si trova in Almeria per girare un film decide di cercare di incontrarlo. Sulla strada per il sogno però il professore romantico incontra due giovani autostoppisti. Prima si imbatte in Belen, una ragazza incinta che è scappata dall'istituto in cui era stata rinchiusa e poi in Juanjo, un sedicenne che si è allontanato dall'abitazione in cui vive con i genitori e con cinque fratelli perché non sopporta più la rigidità educativa del padre poliziotto. Sarà insieme a loro che il professor Antonio cercherà di coronare il suo sogno. E dopo quell'incontro che ovviamente c'è (e forse grazie ad esso) gli LP realizzati dai Beatles riportarono sempre i testi delle canzoni, anche se non ho trovato conferma di ciò. La vita è facile ad occhi chiusi è un bel film, leggero e con una vena poetica che parla della necessità di inseguire i propri sogni, di tre anime sole ed incomprese che vivono con disagio la vita di oppressione che il paese impone, e che vogliono fare della propria vita qualcosa di diverso da quello a cui sembrano destinati. E il regista grazie anche alle ottime prestazioni dei suoi interpreti ricostruisce con grande tenerezza quella situazione mostrando tre solitudini di età diversa che sono alla ricerca non solo di John Lennon ma anche (e soprattutto del senso della loro esistenza). Un'esistenza che è costretta a tentare di tracciare nuove strade sotto la cappa soffocante del franchismo. E il verso (da cui il titolo si ispira) che apre "Strawberry Fields Forever" ('Life is easy with eyes closed') rappresenta perfettamente la condizione esistenziale in cui la dittatura aveva costretto gli spagnoli.  Era molto meglio infatti non vedere (o, peggio ancora, fingere di non vedere) gli schiaffi dati agli allievi a scuola o le cariche della polizia al minimo tentativo di manifestazione popolare, fare cioè quello che avevano dovuto fare anche i venerati Beatles quando avevano suonato dinanzi a Franco. Ma il regista fortunatamente ci mostra alcune istantanee della Spagna Franchista degli anni '60 dove l'attenzione viene rivolta maggiormente sulle pressioni sociali delle istituzioni religiose che non sul valore politico di quegli anni. Un'opera perciò davvero lieve nel suo complesso. Questo comunque non è un film di denuncia, ma solo un piccolo urlo nel silenzio opprimente di quegli anni, un piccolo "Help" (come il soprannome che gli alunni affibbiano al professore) lanciato nel vuoto, non ci sono messaggi e insegnamenti da lanciare nel futuro, i due giovani diventano "solo" più grandi e basta, il terreno ancora non è fertile per nuove idee. Il film poiché ambientato negli anni sessanta, tutte le immagini, i personaggi, i volti, i luoghi hanno un sapore vintage e riportano alla mente le esperienze di quegli anni. E' quindi un film visivamente bello, garbato, gentile, affettuoso, ma non si può dire molto di più, anche se il film scorre via rapido, per carità, anche simpatico nella sua linearità quasi esemplare. Ma il film sembra non decollare mai, ammaliato in un'inazione bucolica fatta di mare, sole, terra arsa, pesce, colori pastello. Il film, forse per questo suo dolce rollio pieno di simboli, anche politici, ci appare più come una fiaba che come un romanzo. Il regista difatti sembra arrendersi alle peregrinazioni e puntare tutto sulle rivelazioni, senza dimenticare il forte contributo tematico e simbolico del viaggio on the road. Sembra perciò non succedere nulla in La vita è facile ad occhi chiusi, sembra infatti che sceneggiatura e regia non sappiano dove andare, cosa raccontare. Addirittura questa storia permette al film di staccarsi dalla realtà per diventare un sogno ad occhi aperti, a dispetto del titolo. Tuttavia durante il viaggio (reale e metaforico del protagonista, comunque unica linea narrativa) si incontrano personaggi e situazioni del tutto realistici (l'incontro con un altro personaggio fuori dagli schemi hanno una simpatica leggerezza e svagatezza picaresca, un granello di don-chisciottismo un po' pazzo che costituiscono l'aspetto più particolare e attraente del film di Trueba) e soprattutto si esprimono buoni sentimenti e ingenuità che li investono appieno, la ragazza incinta fuggita da casa così come il ragazzo maltratto dal padre, trovano una libertà relativa in quel viaggio e in quel professore che insieme li accoglie per una meta non definita. Il pregio del film è proprio l'indefinitezza degli intenti, poiché il raggiungere da parte del prof un mitico John Lennon che alla fine troverà e gli concederà una visita dopo un lungo appostamento, non cambierà la realtà certamente, ma lascia un segno profondo nell'animo dei personaggi che torneranno in città appagati e più felici (perché solo affrontando insieme i pericoli che questa sfida propone che diventa possibile ottenere quei risultati che rendono possibile il ritorno alla quotidianità con nuovi occhi e nuovi prospettive, grazie alla nuova consapevolezza che l'esperienza ha dato loro questa avventura) e nel viaggio di ritorno ascolteranno cantando una improvvisata registrazione su cassetta di strowberry fields che John suona alla chitarra. Tutto questo consentirà ai protagonisti del film ma anche a tutti gli spettatori di risollevare lo spirito e di sperare che la vita possa essere vissuta più facilmente anche ad occhi chiusi cantando una canzone così come dice in un verso John. Infine molto buona l'interpretazione di Javier Càmara nella parte del verboso professore appassionato dei Beatles ai limiti della fissazione, ben espresso dalla sua buona prova attoriale, meravigliosa poi Natalia de Molina, la bella, carina e dolce ragazza incinta (un incrocio tra la Moore e la Vikander), davvero stupenda e di una bellezza vera. Non perfetta invece la scelta della non colonna sonora delle musiche dei Beatles. Per il resto quest'opera ha pochissimo di nuovo o originale, sceneggiatura senza lampi e regia elementare, ma è lo stesso delizioso e sarebbe perciò un peccato perderlo. Insomma un film da guardare, ma senza aspettarsi troppo.

The Homesman è un atipico e alquanto surreale western del 2014, scritto, diretto, prodotto ed interpretato da Tommy Lee Jones, uno degli attori più conosciuti e bravi di Hollywood ed è per questo motivo che ho visto la pellicola, purtroppo però mi ha deluso e tanto. Perché il film, che è l'adattamento cinematografico di un omonimo romanzo scritto da Glendon Swarthout nel 1988, non convince almeno per metà (o forse di più) ma sopratutto nonostante una tenuta interessante, abbassa la guardia presentando qualche scossone tematico importante e potente ma non in modo impeccabile, anzi, tutto è confuso, tutto si perde, e il finale comunque interessante non collima ma sopratutto non giustifica il racconto. Il regista parte benissimo raccontando la storia di una bella donna che soffre di solitudine nell'America del diciannovesimo secolo. La interpreta Hilary Swank (con la solita grande presenza, lei che in quanto a donne forti ha lasciato un marchio indelebile nella storia del cinema), la quale, sarà per i suoi lineamenti mascolini, sarà per la sua capacità di allevare il bestiame, non riesce proprio a trovarsi marito, anche in un piccolo paesino disperso nella prateria dove le donne sono rare come gli alberi, pur offrendo in dote, oltre alle sue abilità, una fattoria compresa di animali, nessuno se la vuole pigliare. L'altro tema interessante è l'esplorazione della malattia mentale di alcune donne dell'epoca e di come la loro condizione venisse trattata dalla società che non esitava a condannarle all'esilio. Jones racconta proprio la storia di questo esilio in un western on the road in cui tre donne malate vengono scortate dal Nebraska all'Iowa. Il regista ce le presenta osando, si assiste perfino a un infanticidio (per fortuna si vede chiaramente che è solo un bambolotto). Anche un po' a causa di una pesca sfortunata, Hilary Swank si offre di accompagnare le tre pazze (più una e dopo saprete perché) in un luogo dove possano essere curate e seguite meglio, viene subito appoggiata da tutti gli uomini del paese che, purtroppo, sono troppo impegnati a mandare avanti le fattorie e sono dispiaciutissimi di non poter aiutare le signore, alla faccia del coraggio. La Swank deve così farsi da sola tutto il viaggio fino a un reverendo a Hebron, in Iowa. Ma all'apice del dramma, Jones si butta nella mischia, piazzandosi anche davanti alla macchina da presa nel ruolo di quello che scopriremo nuovo protagonista della storia. Infatti un mascalzone attempato (un personaggio macchiettistico che ha difficoltà a delinearsi chiaramente sia in sceneggiatura sia nella performance dell'attore/regista) che vuole solo farsi gli affari propri in puro stile western, con il più classico degli escamotage (io salvo la vita a te, tu devi fare qualcosa per me) viene aggregato come aiuto alla carovana con la promessa di una ricompensa arrivati a destinazione. Ed è proprio dal quel momento che le potenzialità della storia si abbassano e si passa a un racconto intimo e meno interessante di quanto stabilito in partenza. Difatti epica e dramma lasciano posto all'intrattenimento e nonostante situazioni interessanti, si limita a intrattenere buttandosi a capofitto nei grandi temi del genere, onore e vendetta. Le uniche cose buone ma neanche così eccezionali, a parte la sequenza più bella di tutte, quella in cui il protagonista entra in un albergo per affittare un paio di camere e sfamare le tre donne che sta scortando. L'accesso all'hotel gli viene negato. E lui scatena letteralmente l'inferno. Scena (verso la fine) magnifica e degna di nota, ma prima di arrivare a ciò prevale la noia perché mentre seguiamo il duo Lee-Swank attraversare la prateria, ci vengono mostrati i flashback della vita delle tre pazze, forse grazie a questi scopriremo una sotto trama che ci terrà sulle spine sino alla fine? In realtà si tratta di un susseguirsi di scene macabre (come la signora che si accoppia con il marito mentre è a letto abbracciata con la madre) che ci mostrano come le signore siano andate fuori di testa ma che non hanno nessuna correlazione con la trama e non serviranno a niente ai fini del film. A un certo punto incontriamo pure gli indiani che come stupidi cani rincorrono un cavallo, e poi lo stronzo opportunista di turno che si vuole fottere una delle donne. E mentre speriamo che finalmente riescano a portare le tre pazze a destinazione, ci viene proposta la scena di sesso peggiore della storia del cinema. Probabilmente Tommy Lee Jones nella sua carriera di scene di sesso non ne ha fatte molte e Hilary Swank non è poi così male, ma in poche parole vediamo un vecchio stanco che si accoppia con una donna che è impazzita ed ha deciso che deve mettere fine a tutti i costi alla sua zitellaggine. Una scena veramente surreale che apre un nuovo scenario (si innamoreranno?), scenario però incredibilmente spezzato, perché, colpo di scena! Hilary Swank si impicca, e da lì il film sprofonda, perché The Homesman rimane notevole finché la macchina da presa veniva puntata sulla Swank, poi il vuoto, che prima non è che ci fosse il pieno. Infatti Tommy Lee non vuole ancora mettere fine alla nostra agonia e, affezionatosi alle pazze che lo seguono come dei cagnolini dementi, le porta a destinazione da Meryl Streep, davvero sottotono. Ma non finisce ancora qui, perché Tommy Lee tenta di farci empatizzare ancora un po' con il dolore del suo personaggio nel tentativo vano di strapparci una lacrima, ma allunga solo il brodo con scene campate per aria che si concludono con un finale inutile. Comunque punto vincente del film è il cast pieno di attori eccellenti, onore dunque al direttore di casting che ha messo insieme appunto Meryl Streep, ma anche James Spader, il grande John Lithgow, Tim Blake Nelson e William Fitchner. Il grande problema sta invece nella confezione visiva e nella sceneggiatura, la fotografia è troppo 'pulita', troppo perfetta, e la trama non coinvolge, non emoziona, praticamente non trasmette niente, nonostante appunto gli argomenti e il tema. Insomma un film che funziona a metà e che delude.

Premesso che il precedente film "Il principe abusivo" non ha destato in me un particolare entusiasmo, con l'attuale Si accettano miracoli (anch'essa del 2015) ho avuto la netta impressione che finalmente Alessandro Siani (alla sua seconda prova da regista) ha trovato il perfetto equilibrio, nonché la sua personale maturità artistica, nel mettere insieme la sua personalità di attore comico con quella di regista. Peccato però che molte lacune di questo film vengono subito a galla nonostante il film mi sembra ben delineato ad esempio per quanto concerne certi riusciti aspetti della scenografia, nonché un tipo di interpretazione diretta, vivace e senza alcune acerbe sbavature che avevano caratterizzato la sua opera prima e che, comunque, nell'insieme, sembra cogliere perfettamente lo scopo, ossia quello di far ridere grazie ad un humour semplice ma ormai già ben solido. Siani ha insomma, con questa pellicola, dimostrato di essere portatore di una comicità propria anche se il paragone con Massimo Troisi è sempre dietro l'angolo, sopratutto perché la comicità strabordante del principe abusivo, spesso rafforzata da un uso disinvolto del dialetto, rimane molto sfumata in questo film dove Siani sfuma i toni. Non ci si tiene la pancia dal ridere, come nei due film con Bisio, il registro è diverso, anche perché il partner è diverso. Fabio De Luigi rallenta il ritmo e non dà la nerve che, invece, garantiva il suo ex-collega. Il clima è il solito, irriverente, burlesco nel raccontare un Italia migliore di come molti la vogliono, e incantato nel descrivere la solita storia d'amore che, al solito, bene finirà. Ma veniamo alla trama, un giovane rampante che (non si capisce come) ha ottenuto il lavoro dei sogni in una multinazionale con sede nel futuristico centro direzionale di Napoli, viene licenziato e, (dopo essere finito in carcere per aver picchiato il proprio superiore), di colpo, si trova nel 1900, si perché nel suo piccolo paesino di origine, viene affidato al fratello, da anni parroco del paese, dove il tempo sembra essersi fermato a prima della Grande Guerra. Costretto in un luogo lontano da ogni modernità Fulvio decide di aiutare la chiesa locale in crisi di fondi inventandosi un miracolo: fa credere a tutti che la statua del santo piange. Accorrono così turisti e pellegrini riempiendo le tasche degli esercizi locali fino a che il Vaticano non decide di mandare qualcuno a certificare l'evento, momento in cui Fulvio dovrà confessare la truffa e tutto il paese si armerà per convincere gli inviati della Santa Sede della veridicità del miracolo inventato. Come detto in precedenza in questo comunque divertente film c'è qualcosa che non va, nonostante il film raggiunga pienamente il suo scopo, ovvero essere vivace, essere umoristico e tutto ciò senza scadere mai nella volgarità gratuita o nel banale, per una volta infatti, non si ride con battutacce piene di parolacce, volgarità e altre oscenità. E' perciò una commedia leggera anche se di una mediocrità quasi imbarazzante, perché anche se non ci sono battute 'sporche', ci sono molte situazioni alquanto idiote e non credibilissime, come alcune battute prese pari pari da vecchie barzellette circolanti sui social condite appunto da situazioni improbabili o desuete come, una parrocchia cadente con chiesa con tetto sfondato regolarmente aperta al pubblico, un parroco che ai giorni nostri gira ancora in tonaca e che ospita bimbi (orfani, dei cloni non tanto simpatici delle Simpatiche Canaglie, agghindati in stile inizio novecento) in una struttura assolutamente inidonea e contro le leggi vigenti (è passato oltre un secolo e bisognerebbe far notare agli sceneggiatori che sono nate alcune figure professionali, tipo l'assistente sociale, l'operatore di Telefono Azzurro e altri tizi che potrebbero avere da ridire sulle precarie condizioni igienico-sanitarie in cui versano i poveri infanti, abituati, tra le altre cose, a scalare tetti senza protezioni), e che per maestro ha il solo suddetto parroco, in più con dei cittadini di un paese rimasto agli anni 60, con un'età media dei cittadini prossima ai 60-70 anni, e che non conosce nemmeno cos'è una connessione internet...insomma poco credibile davvero paradossalmente invece ad un aspetto della trama (comunque abbastanza inconsistente), quella grottesca di un paese intero che rimane coinvolto nella frode di assurgere a miracolosa, una statua che di miracoloso nulla ha, e lo fa solo per il proprio tornaconto economico. In questa realtà poi che non può essere definita surreale o da favola, vive una donna bella e sola, non vedente che, però, si muove e balla con l'agilità di una ipermetrope dotata anche della visione notturna di Cat WomanSiani, ovviamente, senza nessun tipo di parabola evolutiva, se ne innamora e le chiede di andare a vivere in città e lei, giustamente, come se si trattasse di trasferirsi su un satellite di Saturno, si spaventa a morte. Si accettano miracoli è quindi un film leggerissimo (quasi impalpabile), ma che riesce a far ridere, alcune trovate infatti sono simpaticissime, altre già sentite, ma per quanto l'intento sia buono e il risultato accettabile, viene meno la vera natura del personaggio. Basta guardare la differenza tra i primi 15/20 minuti di pellicola, dove Siani riesce a dare spazio a tutta la sua comicità estasiante, e il resto del film che arranca dietro storie d'amore da film muto ed estranee capacità recitative intense che non appartengono a nessuno dei protagonisti (nemmeno Sal Da Vinci ne è immune), salvo la Autieri che però viene rilegata in un ruolo talmente minore da risultare quasi insignificante. In definitiva un film divertente, leggero, simpatico e superficiale a volte, grottesco e poco credibile quasi sempre, ma che diverte anche se cinematograficamente parlando, il film è decisamente pessimo, sotto molti punti di vista.

Quante volte, a tutti noi, ci sarà capitato di voler fare una cosa e volersi rilassare volendo ascoltare la propria musica preferita o volendo leggere un buon libro o, comunque, volendo dedicarci a quello che più ci piace ma il mondo intero sembra impedircelo? Quasi come una congiura, un complotto. E la storia della divertente commedia francese Tutti Pazzi in Casa Mia parte proprio da qui. Michel, dopo essere riuscito a trovare un disco di musica jazz che cercava da anni, si precipita a casa per ascoltarlo. È l'uomo più felice del mondo, e sogna ad occhi aperti il momento in cui si distenderà sul divano e si assaporerà un'ora di buona musica. Ma, ahimè, tutto e tutti non gli consentiranno di fare ciò, facendo diventare il protagonista sempre più nervoso (e insofferente) con il passare dei minuti, e regalando a noi spettatori diverse situazioni divertenti. Ma non tutto il male verrà per nuocere facendo riscoprire al protagonista il valore degli affetti. Non disturbare un'ora di tranquillità (titolo come sempre massacrato dai geni della titolazione italiana), tratto dalla omonima commedia teatrale di Florian Zeller è diretta dal regista Patrice Leconte, che gira con un occhio solo la solita, perfetta, commedia borghese degli equivoci. Il regista infatti come è solito ormai il cinema francese utilizza formule e cliché collaudati, ma come sempre riesce ad assicurare lo stesso risultato, ridere e divertire. Perché i francesi ancora una volta dimostrano di saperci veramente fare, una commedia (come questa) è difatti l'esempio più lampante degli automatismi raggiunti dal modello francese, grazie anche ad una maggiore sinergia con il teatro, fucina di molte sceneggiature. Comunque anche se l'idea di partenza non è male e anche se scorre molto veloce (la durata è infatti inferiore agli 80 minuti), lo sviluppo, invece, è decisamente velleitario, esile come la trama, sebbene le situazioni rappresentate siano portate un poco all'estremo e pertanto rendano il film assai inverosimile. Alcune gag divertono, ma sono casi isolati (certo l'amante chiusa in ascensore con Rossy De Palma o il figlio fancazzista integralista di sinistra ci scuotono un po', ma questa commediola è davvero poca cosa). La sceneggiatura è una successione di accadimenti che non risultano di nessun interesse (anche se diverse scene grottesche, ciniche e divertenti appassionano), e solo raramente sono comici. I comprimari sono sgradevoli, in primis l'inquilino invadente. Insomma, esso non costituisce la migliore opera del regista Patrice Leconte che in passato ha fornito invece al pubblico pellicole di maggior spessore (La bottega dei suicidi, Il mio migliore amico), e per quanto nell'insieme essa risulti piacevole a guardarsi, bisogna rimarcare che tutto il suo valore poggia principalmente sull'attore Christian Clavier che bene (benissimo) impersona la nevrosi crescente di un uomo comune avente diritto ad un sabato pomeriggio da trascorrere in completo relax. Tutto, troppo, ruota intorno a lui, (però ci sta come nel simpaticissimo Non sposate le mie figlie!), molto bravo difatti a mostrare la sua insofferenza, la sua agitazione e la sua rabbia per quello che stava accadendo intorno a lui, ma tutti gli altri attori di contorno, dalla bella e brava Carole Bouquet nella parte della moglie, a Valérie Bonneton (Tutta colpa del vulcano) in quella dell'amante, a Rossy De Palma (Julieta, Gli amori spezzati) in quella della domestica, ecc., non spiccano in maniera preponderante rispetto a Clavier, divenendo così delle semplici macchiette e nulla di più. In ogni caso però il film funziona, personalmente, ho trovato molto simpatica la prima mezz'ora del film, sin dall'inizio. Le due scene che più mi hanno fatto ridere sono quando la governante, Maria, fa rumore con il naso, e quando il vicino di casa (Pavel) cerca di parlare in polacco con l'operaio che (rumorosamente) sta facendo i lavori nell'appartamento di Michel. Verso il finale invece, la pellicola si fa fin troppo grottesca e tende ad esagerare un po', anche se proprio il finale, la scenetta conclusiva del protagonista con suo padre (personaggio fino a quel momento nemmeno nominato) è di gran lunga la parte più seria e adeguata di tutto il film, uno sketch non esilarante ma centrato e perfettamente posizionato al termine dell'infernale mattinata. Proprio per questo allora il finale, che pare preso da un altro film, tanto è sensibile, inventivo e diverso, rivaluta una pellicola comunque buona e divertente per larga parte. Una farsa adattata felicemente al medium, molto ben recitata e trasportata. Si ride, e parecchio, a patto di non aver pregiudizi di sorta (contro i francesi s'intende). Film, perciò, consigliato a chi vuole assistere ad una pellicola divertente, leggera, spassosa, ben interpretata e originale. Una buona commedia come non se ne vedono molte, in giro, pulita, coerente, misurata, che merita di essere vista, anche se forse non necessariamente al cinema (tanto non c'è più), ma in televisione o in streaming sì eccome.

La passione per le macchine, che è finita per condurlo alla tragica morte nell'incidente del 30 novembre 2013, è stata per Paul Walker un tratto distintivo della sua carriera cinematografica, i cui maggiori successi rimangono senza dubbio i vari capitoli di Fast & Furious insieme al collega e amico Vin Diesel. Ma prima di partecipare all'ultimo episodio della nota saga automobilistica Walker ha prodotto e interpretato nel 2013 questo film, Vehicle 19, altro action-thriller su quattro ruote ambientato in Sudafrica diretto da Mukunda Michael Dewil (al suo secondo film dopo l'esordio con Retribution) e uscito direttamente per l'home video sia oltreoceano che qui da noi. In Vehicle 19 Michael Woods, ex detenuto rilasciato sulla parola, infrange le condizioni della libertà vigilata per visitare l'ex moglie (che lavora nell'ambasciata americana) a Johannensburg, in Sudafrica, per riallacciare i rapporti. All'aeroporto, però, la compagnia di autonoleggio fa confusione con le prenotazioni e gli consegna il veicolo sbagliato. Un veicolo dove l'uomo trova nel bagagliaio una donna legata e imbavagliata che dice di essere un noto avvocato per i diritti civili, sequestrata dal capo della polizia corrotto che ora ha intenzione di ucciderla. Michael si ritrova così invischiato in un vero e proprio intrigo politico, e quando Rachel Shabangu (questo il nome della donna sequestrata) rimane tragicamente uccisa durante un inseguimento, lui rimarrà l'unico in possesso delle prove di colpevolezza dei vertici delle forze dell'ordine, che iniziano con lui una serrata caccia all'uomo. Il film è interessante, bello e adrenalinico ma neanche lontanamente paragonabile agli eccessi testosteronici di Fast & FuriousVehicle 19 è infatti uno scialbo e banale action thriller che vive di stereotipi e non riesce mai a trasmettere sussulti, nonostante l'azione si svolga interamente in una macchina (aspetto accattivante che ricorda moltissimo Locke) e nonostante i temi sull'abuso di potere sono interessanti. Ma se i temi ed altro per assistere ad un buon film ci sarebbero tutti, azione, pericolo ma anche impegno, la loro disposizione in campo è tutto fuorché altamente professionale e qualificata. Il tema relativo ai diritti infatti, e ai relativi ostacoli che il potere frappone per evitare che nefandezze varie vengano alla luce, è una copertura di tutto rispetto che però non riesce a nascondere le gravi lacune del film. Difatti, anche considerando la situazione che vive Michael, buona parte della vicenda sembra essere una congiura nei confronti dell'intelligenza. Da una macchina presa per sbaglio, ecco quindi una serie di errori e di capitomboli, rivelazioni che si susseguono ma scarsamente coadiuvate da dialoghi e spiegazioni che anzi non fanno che aggravare le cose. Pure il ritmo s'incaglia di sovente, tra un inseguimento e l'altro (eccessivi e nella norma) ed il montaggio in più punti presente delle pecche piuttosto vistose. Ma su tutto sfigura il personaggio di Michael con decisioni che spaziano tra lo spericolato e l'assurdo che lo conducono in un vicolo cieco che risolve chi sa come, ma che nell'essenza non è affatto complicato intuire. Un film quindi scritto male e che per questo motivo vanifica le buone intenzioni. Non aiuta poi la trama risibile del film (polizia corrotta, crisi con la fidanzata, una fuga impossibile per redimere il proprio passato) che vive per la quasi totalità della sua visione (ottanta minuti scarsi) sul continuo alternarsi in serie di furiosi inseguimenti automobilistici, girati in soggettiva (da dietro e davanti) della vettura "protagonista" riportando alla mente atmosfere da videogame, senza però catturarne mai la corretta adrenalina, lasciando poi in secondo piano la caratterizzazione dei personaggi, a cominciare dallo spaesato protagonista interpretato dal compianto interprete californiano, volenteroso ma assai poco credibile. Tolto infatti il riuscito ma breve spezzone all'interno del supermercato, per quanto comunque improbabile, il resto delle scorribande su quattro ruote non fa nulla per elevarsi dalla mediocrità, proponendo inoltre di contorno degli istinti drammatici di rara scontatezza. Ecco perciò che per giungere allo scontato, e forzato, epilogo si deve assistere a situazioni di ripiego atte ad aumentare il già risibile minutaggio e che poco ci dicono realmente sull'essenza di Michael Woods, "eroe per caso" tormentato e dai trascorsi misteriosi. Un film in definitiva non malissimo ma parecchio lacunoso e contraddittorio. Per gli amanti del genere ma non aspettatevi tanto.

Code of honor è l'ennesimo film scontato, spietato (inedito) e abbastanza mediocre dell'indistruttibile Steven Seagal, maestro action di serie B. I suoi sono infatti sempre i soliti film, quelli senza un minimo di credibilità e senza qualità, anche se il buon Steven può vantare una carriera televisiva di tutto rispetto, ma sopratutto o lo si ama o lo si odia. Io solo per averlo visto potreste credere che mi piaccia ma non è così, perché ancora una volta interpreta un colonnello ex forze speciali in un film scandaloso, addirittura enigmatico e assurdo come mai prima d'ora, anche se quello che fa (o almeno il protagonista fa) è una cosa buona e giusta. Perché il colonnello Robert Sikes, per vendicarsi della sua famiglia e per ripulire la città dal crimine, fa quello che tanti dovrebbero fare, piazza pulita (come un vero giustiziere). Solamente un amico di vecchia data (Craig Sheffer della serie tv "One Tree Hill") cerca di dissuaderlo, ma Sikes e' inarrestabile, ha un solo obiettivo, liberare la sua città dal crimine ad ogni costo, senza mezze misure, affrontandolo faccia a faccia. Il film infatti si apre con due orde di gangbangers incontrarsi per comprare e vendere la droga gli uni dagli altri, che lui fa fuori abbastanza incredibilmente con un fucile da cecchino (il che ci sta) e poi addirittura con una mitragliatrice da più di 100 di distanza in altezza, e poi bombe, accoltellamenti, uccisioni, sparatorie, insomma il classico, più una donna, un bambino e l'alter-ego che ha una doppia personalità o chissà dato che il finale brutto proprio non l'ho capito. Insomma un pastrocchio, però che peccato perché a me Steven Seagal (almeno sufficientemente) è sempre piaciuto e ho intrapreso la visione di questa sua ultima 'fatica' con passione, con speranza confidando che sarebbe stato un bel film. E invece state lontani da Code of Honor, non vedetelo, non ne vale la pena, è infatti oltre l'aggettivo brutto. Dialoghi senza senso, inquadrature inutili, pezzi di film superflui e poi il povero Steven che si muove lentamente oberato dai suoi chili di troppo tanto che il regista ha pensato bene di rallentare alcune scene altrimenti Seagal non gli sarebbe stato dietro, e poi quella spazzola che si porta in testa chiamata capelli, si vede che sono colorati, sembra. Comunque se malauguratamente decidete di vederlo (spero in streaming o in tv senza spendere niente) siate già pronti a vedere uno dei film più inutili visti quest'anno. Questo è stato probabilmente l'ultimo perché il cinema di Seagal (e della sua persona) è definitivamente tramontato, morto.

Ritorno al lago è una romantica e drammatica commedia del 2012 (il cui titolo originale è Lake Effects) diretta dal regista Michael McKay, abbastanza anonimo anche se come attore ha fatto parte del cast del film Dal tramonto all'alba della coppia Rodriguez-Tarantino. Ma anche il cast di questa non eccezionale pellicola è comunque anonima, però alcuni sono più 'famosi' di altri. Prima però di vedere chi sono vediamo di cosa tratta il film. Sara e Lily sono due sorelle, cresciute insieme in una cittadina che sorge vicino ad un lago, Smith Mountain (nella realtà creato artificialmente nel 1966). Mentre Lily ha deciso di trascorrere qui la sua vita, e ora svolge la professione di insegnante d'arte, Sara, più irrequieta e perennemente in disaccordo con suo padre (dopo una scottante scoperta), ha deciso di andare in città. Si è trasferita da anni a Los Angeles dove sta seguendo una brillante carriera di avvocato, con il suo fidanzato Playboy che lavora con lei. Un giorno però deve tornare a casa per un evento luttuoso, infatti suo padre Ray è morto all'improvviso in un tragico incidente. Il ritorno è sulle prime molto traumatico per Sara, ma lentamente riesce a ritrovare il feeling perduto con sua sorella e sua madre. Nei giorni che trascorre sul lago incontra un gruppo di personaggi stravaganti alla ricerca di un fantomatico mostro, e sentirà più viva che mai la presenza di suo padre. Sara scoprirà così che i legami familiari non si sono mai spezzati del tutto, e aiuterà sua madre a salvare la loro casa, scoprendo che quello che l'aveva allontanata era solo un malinteso. In più trovando l'amore di un suo ex ragazzo. Senza girarci tanto intorno la pellicola è la solita classica commedia per la televisione, quelle che senza una vera trama, senza niente di nuovo ed interessante, orchestrano tramite, alcune risate, alcune lacrime e qualche emozione forte, una storia prevedibile (tanto) altalenante e alquanto irritante a tratti, idiota a volte e insopportabile quasi sempre. Una storiella dove praticamente non c'è niente di convincente, dalla colonna sonora sempre identica (alcune volte addirittura fastidiosa e sbagliata per le scene proposte), dalle classiche e stereotipate situazioni tra madre e figlia, sorelle e padre e figlie, certo è naturale per un film del genere, ma ci sono troppi cliché e alcuni evidenti errori di scrittura come i dialoghi. Senza dimenticare una storia assurda e alquanto odiosa di una creatura marina simile al mostro di Lochness, davvero inutile e neanche lontanamente divertente o interessante. In ultimo le prove attoriali del cast (abbastanza numeroso, con alcuni già visti in tanti altri film) comunque sufficiente per le tematiche e il livello scarso della pellicola. Una pellicola in cui troviamo nella parte della madre Jane Seymour, famosa in Italia per il ruolo della Dr. Michaela Quinn nella serie TV La signora del West, nella parte del padre Jeff Fahey (Machete, Grindhouse, Wyatt Earp e Il Tagliaerbe, serie invece Lost, Chuck, Revolution, Under the dome, Falling Skies e Texas Rising), nella parte delle sorelle, Lily è interpretata da Madeline Zima (la piccola Grace Sheffield nella sit-com La tata) mentre Sara da Scottie Thompson (Star Trek: il futuro ha inizio, Skyline e Somnia più The Glades e The Blacklist). Infine il fidanzato di lei che ovviamente si rivelerà un farabutto è interpretato da una star dei B-movies (sopratutto di fantascienza) ovvero Casper Van Dien diventato 'famoso' per il film Starship Troopers: Fanteria dello spazio. Insomma un cast apparentemente di qualità ma non fatevi ingannare perché il film almeno personalmente non vale una visione, certo però che per chi ama il genere e il tipo di pellicola può anche piacere. Ma ve lo sconsiglio ugualmente.

Il Re Scorpione 4: La conquista del potere (The Scorpion King 4: Quest for Power), film d'azione e d'avventura, andato in onda una settimana fa su Italia Uno è l'ennesimo e inconcludente sequel di una famosa saga che solo nel primo capitolo, nato come spin-off del secondo capitolo della famosa saga cinematografica de La Mummia, aveva davvero entusiasmato. D'altronde il primo Re Scorpione era interpretato da un certo The Rock quindi niente a confronto dei successivi, tutti poi per il mercato home-video al contrario del primo che ebbe anche un discreto successo al botteghino. Da lì è stata una discesa che non si è più fermata, perché cercando di sfruttare il notevole successo, hanno pensato bene (proprio benissimo) di realizzare ben tre film, e dopo il comunque mediocre secondo capitolo Il Re Scorpione 2: Il Destino di un guerriero, prequel del primo (l'unico davvero interessante), e dopo l'inutile terzo, Il Re Scorpione 3: La battaglia finale eccoci al quarto e ultimo (fortunatamente per noi) capitolo che è però il sequel del terzo. Infatti questo quarto capitolo, diretto da Mike Elliott (regista molto proficuo in termini di filmografia, tantissimi i suoi film, perlopiù di serie B), riprende in parte da dove si era concluso il terzo, con l'attore Victor Webster (Il mondo dei replicanti e la serie tv Continuum) che torna ad interpretare il personaggio di Mathayus. Quest'ultimo (leggendario Re Scorpione) si reca con il suo compagno Drazen nel palazzo di Skizzura alla ricerca della famosa Urna del Re. I due vengono scoperti da un gruppo di soldati (tra cui il 'custode' interpretato da Lou Ferrigno, famoso Hulk per la tv) e durante un feroce scontro, Mathayus capisce che Drazen è un traditore. Drazen fa imprigionare infatti Mathayus nel palazzo e scappa con l'urna per consegnarla a suo padre, re Yannick, il quale una volta ricevuta l'urna, la frantuma in mille pezzi per recuperare la Chiave d'Oro del Signore Alcaman sulla quale è scritta una preziosa incisione, il quale rivelerà il modo di usare i poteri di un potente stregone che un tempo controllava l'intero mondo conosciuto. Nel frattempo Mathayus riesce a liberarsi per mettersi sulle tracce di Drazen, ma una volta arrivato al castello del re, viene arrestato dalle guardie. Nelle celle del castello incontra un'altra detenuta, si tratta di Valina Raskov (la bellissima, gnocca e bionda Ellen Hollman), ex promessa sposa del perfido Drazen.  I due riescono a fuggire dal castello, ma Drazen dopo aver ucciso il padre per impossessarsi della Chiave d'Oro, si reca presso Glenrrossova. Mathayus e Valina (con appresso il poco convenzionale padre di lei) seguono Drazen e in seguito a varie peripezie riescono a recuperare la chiave scatenando l'ira dell'uomo. Una volta arrivati al Castello di Alcaman Mathayus e Valina riescono finalmente ad aprire la porta segreta nascosta nella montagna ma vengono di nuovo attaccati da Drazen e i suoi uomini. Qui avverrà una efferata battaglia per conquistare la Corona di Alcaman. Ovviamente il finale scontato e prevedibile ci sarà, perché il bene trionferà. Partendo dal presupposto che questo ennesimo capitolo non serviva (fortunatamente non ce ne sarà un altro) è uno dei film più banali e superficiali mai visti ultimamente, poiché il film è davvero senza senso, addirittura a tratti divertente, più involontariamente che per talento comico, che si permette il lusso (senza averne il diritto) di citare addirittura Indiana Jones e l'ultima crociata, un sacrilegio in piena regola, praticamente una bestemmia. Film perciò da oratorio nel senso pieno del termine, sembra infatti scritto ed interpretato da adolescenti o ragazzini in età prepuberale durante un raduno o ritiro in oratorio, con la supervisione di un precettore dotato di senso dello humour. Infatti l'unico aspetto positivo (non tantissimo, anzi) del filmetto è la comicità contenuta, che direi al 50 per cento volontaria, reso evidente dalle scene di scontri fisici che ricordano i vecchi film anni '70, che non solo non sono realistiche e drammatiche, come ci si aspetterebbe nel contesto descritto, ma sono esclusivamente comiche. Altra evidenza dell'intenzionalità comica sono alcune scene di alleggerimento, davvero brutte.  Un altro 50 per cento è probabilmente comicità involontaria, dovuta all'imperizia ed alla mancanza di talento, idee evolute, invenzioni, ecc, in quanto è tutto già visto e rivisto in decine di film, con il disvalore aggiunto del basso budget e quindi della sceneggiatura, scenografia, ambientazione, ecc, raffazzonata, approssimativa ed inconcludente, talmente scarna da far dubitare di tutta l'operazione, chiedendosi quali possano essere state le motivazioni alla base. Scene, eventi, azioni, ecc, tutto è talmente banalizzato, sciocco e stereotipato, che sembra prevalga una volontà di appiattimento, mediocrità e bruttezza a tutti i livelli strutturali nell'organizzazione e produzione di questo pessimo filmetto. Insomma un film davvero brutto che, nonostante il senso dello humour, la comicità intrinseca, il desiderio di far divertire più che spaventare in questo fantasy, che di fantasia ne contiene poca, ma tanti scopiazzamenti con minime variazioni sul tema, delude, non convince e si fa dimenticare subito, immediatamente proprio, senza alcun ripensamento. Sconsigliato a tutti, sopratutto ai fan della saga.

6 commenti:

  1. L'unico film ad incuriosirmi tra questi era .71, che meditavo di guardare già al cinema ma non uscì nella mia città. La tua recensione rafforza la mia convinzione :)

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    1. Si un bel film, girato bene e recitato meglio...non il solito film, non la solita storia, non il solito finale ma qualcosa di diverso e interessante quindi non perderlo ;)

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  2. Io ho visto finora solo "Un amore senza fine" con Alex Pettyfer e Gabriella Wilde e l'ho trovato carino, anche se la trama è semplice e scontata!😊 Secondo me il migliore film de "Il re scorpione" è il primo con The Rock, gli altri non mi sono piaciuti! A presto!👋

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    1. Sì non è male anche se diventa ad un certo punto non solo semplice ma troppo prevedibile.
      E' l'unico film sul Re Scorpione davvero ottimo perché The Rock è un mito ;)

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  3. sinceramente non ce n'è nessuno che mi ispiri particolarmente...

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    1. proprio nessuno nessuno? neanche uno? ok, però secondo me almeno 2 o 3 potrebbero piacerti...comunque grazie della visita ;)

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