venerdì 9 dicembre 2016

Janis & Steve McQueen (2015)


Quest'anno di documentari ne ho visto ben pochi, perciò per rimpolpare un genere che finirà anch'esso nel calderone di uno speciale sul cinema e serie tv, di cui prossimamente vi parlerò, ho visto due film biografici-documentaristici di due miti, due star internazionali famosissimi, purtroppo prematuramente scomparse, una è ancora adesso una delle stelle cinematograficamente parlando e non solo più grandi di Hollywood di sempre probabilmente, ovvero Steve McQueen, e l'altra Janis Joplin è stata un'icona rock e una grande interprete musicale, anche se dietro le apparenze si celava molto più di ciò. E quindi dopo quello su Amy WinehouseAmy, ecco un altro film che racconta la biografia di una famosa ed eccellente cantante, anch'ella purtroppo morta per overdose. Janis, infatti, parla e presenta il ritratto di Janis Joplin, cantante blues estremamente dotata ed affermatasi più o meno nel decennio degli anni '60 fino al 1970 che costituisce l'anno della sua morte, anche se la regista Amy Berg e il produttore Alex Gibney guardano oltre la Janis del rock 'n roll, svelando dietro la leggenda una donna gentile, sensibile e al contempo potente, che con la sua breve, turbolenta ed epica esistenza ha contribuito all'evoluzione del mondo della musica rock. La regista difatti, in questo ritratto appassionato, dolce ed emozionante, assai delicatamente e con un profondo atteggiamento psicologico, rifacendosi alle interviste di vari personaggi che la conobbero ed interagirono con lei e soprattutto alle lettere reali (nella versione italiana lette dalla cantante Gianna Nannini, non proprio una scelta saggia) che la cantante nel corso della sua carriera e negli anni immediatamente prima scriveva ai propri genitori, non entra nei particolari tecnici dei dischi, non indaga troppo sulle sue influenze musicali, e ci permette, in maniera splendida e implacabile, di cadere nel vortice di vita e dolore che ha accompagnato la cantante texana nella sua breve esistenza. Dagli accenni alla nascita a Port Arthur, da una famiglia borghese (il padre ingegnere, la madre insegnante), primogenita dal carattere ribelle, incerta sulle sue aspirazioni, ma sorridente e amabile nelle molte foto esibite, nonostante oggetto di bullismo dai compagni di scuola, per la sua scarsa avvenenza rispetto ai canoni dell'epoca, si passa attraverso la high school, dove predilige il disegno, all'Università di Austin dove interrompe gli studi per completarli in Scienze Sociali, con ottimi voti, presso l'università di Houston/Lamark. Ma invece di fare l'insegnante, secondo il desiderio dai genitori, si sente attratta dalla musica, scopre di avere una bella voce e comincia cimentarsi nel Blues e nel Folk con alcuni amici, è da lì tutto comincerà e finirà. Un racconto forte, dove si evince la figura di una donna estremamente dotata dal punto di vista artistico, più precisamente del canto, ma assai insicura, bisognosa d'affetto e molto sofferente per svariati problemi, legati anche al suo aspetto fisico presenti in lei sin dall'adolescenza, che credeva di riuscire a superare con l'uso smodato e frequente di sostanze alcoliche e droghe di ogni tipo.

Il suo bisogno di affetto e conferme poi non si esaurì mai come il contatto epistolare con la famiglia. E le numerose interviste con i fratelli, amici e colleghi, compresi i componenti della sua prima band, non fanno che confermare questi bisogni dovuti alla sua fragilità emotiva, ma parlano anche della sua determinazione ad ottenere successo e fama, per pura ambizione che le rendeva giustizia degli insulti patiti da piccola. Il film infine non tralascia il minimo dettaglio sulle band, gli spostamenti, i problemi comportamentali e il veleno della droga che purtroppo la invase presto. Ma tralasciando ciò la regista è brava a non soffermarsi troppo e lascia che sia la fisicità della Joplin a raccontarne la parabola, i suoi occhi, la sua voce, le sue movenze. Ci lascia, a tutti gli effetti, in sua compagnia, è Janis infatti il motore di quest'opera, in tutto e per tutto, e pur essendoci interviste ai protagonisti di quell'epoca, queste non interrompono il fluire d'ansia vitale che traspare in tutti questi cento minuti. Comunque, questo film-documentario consegna un ritratto quanto mai vero, anche concernente la sfera privata, della Joplin, riproponendo anche brani musicali tratti dai suoi concerti, compreso quello famoso di tre giorni ad Woodstock dove peraltro ella apparve sul palco in condizioni fisiche quanto mai critiche in seguito all'uso smodato di droghe ed alcool che aveva fatto. Lei, morta difatti in seguito ad una dose eccessiva di alcool unito, probabilmente, ad un mix di varie droghe, anche se in ogni caso, a quei tempi si trattò, come per altri numerosi e simili artisti, una fine quasi annunciata, viste le pesanti e continue sregolatezze, ma ciò non toglie che questa figura femminile rimanga nella musica di quegli anni un'icona dall'indiscusso valore artistico. E la sapiente e delicata regia della Berg, fa rivivere ancora una volta questa famosissima cantante emozionando lo spettatore che ne assapora piacevolmente la grandezza ed i bei momenti, e provocando anche un poco di nostalgia per coloro che soprattutto vissero e seguirono all'epoca quei momenti. Ci si commuove anche, ma il documentario non è mai ricattatorio, nulla è messo lì apposta, ci si emoziona perché Janis pare uscire dallo schermo, da tanto appare viva, affamata, sincera. Eppure tutto è perduto da quasi cinquant'anni, quel periodo sembra preistoria, i sogni scomparsi, ma la Berg ricattura quella magia e la nostalgia trabocca, anche per quelli, come me, che all'epoca non erano ancora nati. Un lavoro bellissimo, un vero atto d'amore, caldo, coinvolgente, blues, per un opera fatta con cura e con realistico amore che non risparmia niente e nessuno eppure fa risaltare l'arte e il personaggio nei suoi lati positivi e nel suo lato umano più dolente e fragile. Le melodie del blues, le roche e azzardate escursioni della voce nel rock ci restano dentro e potremo goderne sempre, accompagnate dalla vitalità dei movimenti che galvanizzavano gli spettatori.

'Voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve McQueen', cantava Vasco Rossi tantissimi anni fa, ora a tanti anni di distanza dalla sua scomparsa, John McKenna e Gabriel Clarke danno alla luce un dettagliato ed emozionante documentario su una leggenda assoluta del cinema americano, Steve McQueen (protagonista di autentici capolavori classici quali I magnifici sette, La grande fuga, L'inferno di cristallo), e il titolo del film è decisamente emblematico e descrive pienamente lo stile di vita del celebre attore e automobilista statunitense, Una vita spericolata. Infatti questo documentario del 2015 narra la storia di un'icona degli anni '60 e '70 (il suo look spregiudicato divenne anche ben presto un modello di eleganza maschile, spesso immortalato su moto o macchine), quella di un uomo immaturo e restio ad assumersi qualunque tipo di responsabilità, caratteristiche peculiari su cui si costruì la sua mitologia. Senza guardare in faccia a niente e nessuno, Steve McQueen difatti (dall'aria ribelle, scontrosa, sopra le righe, totalmente fuori dagli schemi ed anticonformista, anche se il suo animo celava in realtà un senso profondo di disagio e bisogno d'affetto) riusciva sempre ad ottenere ruoli e parti a lui congeniali, a sua immagine e somiglianza. I suoi personaggi incarnavano l'anti-eroe per eccellenza, dominato dalla voglia di vivere, dall'inadeguatezza e dall'anarchia più sfrenata. E il documentario ce lo fa proprio incontrare al momento del suo massimo splendore e del suo potere contrattuale, reduce dai successi di La grande fuga, Bullitt e Il caso Thomas Crown. Lui che dopo un'infanzia tormentata e difficoltosa, si affidò al suo istinto animale e iniziò ad appassionarsi alle corse motociclistiche ed automobilistiche. Aggredire e bruciare la vita, questo era infatti il suo motto, premere il pedale dell'acceleratore e fregarsene di tutto, dopotutto le regole d'altra parte sono fatte per essere trasgredite. Una filosofia di vita, questa, che rappresentava alla perfezione la personalità temeraria e strafottente dell'unico ed inimitabile Steve McQueen. Ed è proprio su queste tematiche che i due registi inglesi hanno realizzato questo documentario, rendendo altresì omaggio al film del 1971 Le 24 Ore di Le Mans, scegliendo di estrapolare frammenti visivi e sound inediti grazie ad una serie di testimonianze, fra le quali spicca quella del secondo figlio di Steve, Chad. Una scelta, quella di rievocare il film in questione, dettata dal fatto che esso rappresentò il progetto più ambizioso di un uomo che sognava ad occhi aperti e che faceva dell'estremo la sua ragione di vita. Steve McQueen era infatti intenzionato a girare alla massima velocità un film sulle corse come nessuno era mai stato in grado di fare prima, avvalendosi di ben 45 piloti professionisti  e 25 tra le auto da corsa più famose e sportive (Porsche, Ferrari, Matra e Corvette). Progetto di un film che sarà però costretto a virare in direzione del prodotto hollywoodiano più classico, mentre la sua intenzione era di privilegiare la parte più sportiva della gara con un approccio quasi documentaristico. La sua pretesa di controllo sulla lavorazione però provocò tanti danni, per quel film lui infatti aveva messo in crisi le sue finanze, la famiglia e i rapporti con molti collaboratori-amici, e questo documentario racconta proprio i retroscena finora ignoti di un film non memorabile ma diventato cult, un progetto che l'attore si era illuso di portare a termine in modo personale, andando però a scontrarsi contro il meccanismo dell'industria, che non glielo aveva permesso. Comunque il lavoro sull'archivio di Steve McQueen: Una vita spericolata è incredibile, si trovano infatti moltissimi frammenti del set, si sente addirittura la voce dello stesso attore ed emerge insieme tutta la dimensione pubblica e privata dell'attore di quel periodo, compresa la sua possibile presenza alla villa di Beverly Hills dove i membri della Charles Manson's Family (la serie Aquarius ne ha fatto il suo soggetto principale) trucidarono Sharon Tate ed altri amici nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. In Steve McQueen: Una vita spericolata però trovano anche posto, oltre al già citato Chad McQueen, il cinque volte campione sul circuito francese Derek Bell, il pilota David Piper (il quale perse una gamba durante le riprese del film), "l'addetto telecamera" Jonathan Williams, l'attrice ed ex moglie Neile Adams e il coprotagonista nell'opera originaria Siegfried Rauch, tutti insieme appassionatamente, pronti a raccontare le gesta del loro antieroe preferito. Insomma un documentario davvero interessante e fantastico, non proprio per tutti, ma bello ed avvincente, che anche se poteva essere scorciato di una decina di minuti, va comunque assolutamente visto, perché il ritratto di un attore diventato mito lo centra in pieno. Sembra infatti di vivere dentro i suoi occhi, immortalato in un dettaglio, e il gesto con le due dita è quasi un testamento. Quello di un uomo morto a poco più di 50 anni per un raro tumore ai polmoni dovuto all'amianto, lo stesso materiale (guarda caso) con cui erano prodotte le tute indossate dai piloti negli anni '60. E all'inizio parla anche della sua malattia. Poi diventa leggenda. Come James Dean e Marilyn Monroe, e questo documentario non lo offusca ma gli rende giustizia.

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