sabato 14 gennaio 2017

I film visti durante le feste 2016

Come già detto in occasione dei Film di Natale visti su Sky, durante le ormai già dimenticate scorse feste, ho visto tanti altri film non inerenti alle festività, per cui anche se in ritardo ecco la lista di tutti gli altri film recentemente visti. Lista che come ormai abitudine sarà preceduta da due piccole recensioni di film mediocri, anzi, pessimi, soprattutto il secondo. La prima pellicola è un deludente thriller on the road del 2012, che vede tra i protagonisti Christian Slater (tornato in voga con Mr. Robot) e il bravissimo Gary Oldman, ovvero La truffa perfetta (Guns, Girls and Gambling), una pellicola che sembra fare il verso a Tarantino ma senza riuscirci. Infatti è solo il classico thriller pirotecnico e caotico con pistole, ragazze e gioco d'azzardo, certo non proprio originale, eppure qualcosa di buono c'è, non tanto nella storia, comunque affascinante, quella di un sfortunato viandante che ingiustamente accusato di avere rubato un prezioso manufatto apache in un casinò si ritrova a essere cacciato da assassini, sceriffi, cowboy, indiani, nativi americani e sosia di Elvis Presley (e, purtroppo per lui, avrà solo 24 ore di tempo per chiarire la questione ed evitare di essere ucciso), quanto nell'intricato e spassoso rompicapo nel scoprire la verità. Non proprio il massimo, ma il minimo indispensabile, per una commedia che in ogni caso non ha molte pretese e, proprio per questo, gradevole e apprezzabile. Commedia comunque per palati un po' raffinati, ricca di sarcastici giochi linguistici, autoironica riguardo ai luoghi comuni, satirica e con colpi di scena a ripetizione ben dosati e ovviamente bellezze in mostra, ma non granché e facilmente dimenticabile. Il secondo invece è dannatamente brutto, poiché invece di sfruttare meglio il luogo e le grandi possibilità che Marte ha da offrire (molti grandi registi l'hanno abilmente fatto), Martian Land, film action statunitense del 2015, propone la stessa minestra riscaldata (copione trito e ritrito). Infatti nonostante il cambio di pianeta, la razza umana, che si è trasferita su Marte e vive in città simili a quelle terrestri (protette da enormi campi di forza), rischia nuovamente l'estinzione quando (incredibilmente e assurdamente) la prima gigantesca tempesta di sabbia (ma dai!) sfonda la cupola che li protegge e distrugge completamente Mars New York (!?). Gli abitanti di Mars Los Angeles perciò, dovranno cercare di fermare la tempesta, prima di essere i prossimi ad essere spazzati via. E' inutile dirvi come finisce, e inutile diventa ancor di più farvi sapere che la sceneggiatura è incolore, gli effetti speciali poco speciali e la recitazione scolastica, ma tant'è l'unica sola cosa importante è: statene alla larga, tempo sprecato. Basta quello che ho perso io, come quello invece che al contrario ho speso bene per alcuni (non tutti) i film che sto per presentare. Ma saprete voi capire quali e decidere di conseguenza.

Grimsby: Attenti a quell'altro è l'ennesimo (quinto) film basato sui personaggi creati da Sacha Baron Cohen e da lui interpretati. E come nei precedenti, questo film è l'ennesimo nel segno del comico, un film irriverente, demenziale, volgare, sconcio e che se non avete mai amato i suoi film dubito che questo vi farà cambiare idea, comunque oltre a Cohen nel cast troviamo Mark Strong, Isla Fisher, Rebel Wilson, Penelope Cruz e Scott Adkins, in regia troviamo invece il bravo Louis Letirrier (L'incredibile Hulk, Scontro tra titani e Now you see me). Anche in questo caso ovviamente, in primo piano abbiamo già da subito la demenza più totale del nostro protagonista, Nobby, un dolce ma stupido hooligan inglese, che ha tutto ciò che un uomo può desiderare, inclusi 9 bambini (dai nomi più incredibili, tra cui Django Unchained) e la più bella ragazza dell'Inghilterra del nord-est (secondo il suo metro di giudizio...tutte grasse). C'è però una cosa che gli manca, il fratello Sebastian (Strong), separato da lui quando erano bambini. Ebbene dopo 28 anni di lontananza, Nobby riesce finalmente a riunirsi con Sebastian, ma senza sapere di avere di fronte il più letale degli assassini del MI6. Per questo e per un uccisione sbagliata per colpa del fratello, in fuga e ingiustamente accusato, Sebastian si renderà presto conto però che per salvare il mondo da un attacco terroristico globale avrà bisogno dell'aiuto di Nobby, dimostrando come dietro a ogni grande spia vi sia un fratello imbarazzante, fratello che gli farà compiere le cose più assurde mai fatte e viste. Grimsby: Attenti a quell'altro è un film che volontariamente non ha un senso compiuto, tranne quello di far ridere e divertire alla gente anche seppur con volgarità e scene sessuali esplicite "marchio di fabbrica di Cohen", tutto condito con situazioni al limite dell'impossibile e nel senso della demenzialità assoluta, come il suo personaggio alienato ma riuscito. Insomma non granché ma sufficiente anche se oltre al fatto che è stato vietato ai minori di 14 anni, non c'è nient'altro da dire, solo che è divertente e non perde mai di ritmo e non sembra neanche che siano passati più di 80 minuti, e questo è un lato positivo per questi film, un film in cui merita menzione Mark Strong, che in ogni caso è quello che mi ha fatto più ridere tra i due fratelli. Insomma film, che il suo compito di far ridere, lo svolge egregiamente. Comunque c'è anche da dire che non è un film per tutti (non che sia complicato questo è chiaro), ma per le troppe volgarità del linguaggio e per alcune scene di sesso anche animale (avete letto bene, cose mai viste), è difficile da concepire, infatti come è successo a me, molti ne verrebbero schifati, perciò occhio se decidete di vederlo. Quindi per concludere, a me non ha entusiasmato anche se mi è piaciuto, ma mi sento di consigliarlo, però soltanto a quelli a cui sono piaciuti i passati film di Cohen, invece a quelli che i film demenziali non li vogliono nemmeno sentir nominare vi sconsiglio caldamente la visione. Un film che in ogni caso non ha aspetti tecnici da criticare o da elogiare, è solo un film per divertire e stop, ma non tanto. 5,5/10

Per quanto si possa adorare Bill MurrayRock the Kasbah, commedia del 2015 diretta da Barry Levinson (L'uomo dell'anno, Sleepers, Rain Man), dimostra che non basta la sua presenza a rendere un film memorabile. Ma nemmeno, almeno, sufficiente. Il regista del film infatti, ci ha abituati a ben altri tipi di trame più coinvolgenti da lui ben dirette, e questa non mi sembra una di quelle, piuttosto scarna di contenuti reali e priva di una qualsivoglia interezza nella storia. Un collage di situazioni poco interessanti, sconclusionato, amorfo e troppo lungo di scenette e siparietti che non divertono, non fanno minimamente sorridere né riflettere. L'iconico comico americano, difatti, s'aggira spento, ombroso, accigliato, annoiato per le noiose vie della pellicola, costretto in situazioni balorde che ne mortificano il talento nonché la pazienza (la sua, la mia) mentre cerca di dare vita e anima all'inaffidabile Richie Lanz, un passato da glorioso (dice lui) scopritore di talenti, un presente di imprese manageriali truffaldine che lo portano, nell'occasione, a Kabul. L'assunto, si capisce, è tutto, ma da quello che poteva essere un brillante susseguirsi di sketch ad alto contenuto dememenzial-satirico si scade, immediatamente, in un blando accumulo di sciocchezzuole meramente riempitive, il regista si fa invisibile come le gag, impegnato (si fa per dire) a portare a casa la pagnotta e a rendere il più possibile digeribile l'indigesto copione. Incomprensibile, oltretutto, l'idea di rompere sul nascere un binomio potenzialmente scoppiettante, lo stralunato Bill Murray con la stralunata Zooey Deschanel di New Girl (l'unico momento che strappa il sorriso la vede infatti protagonista di una versione non propriamente convinta della Hit Bitch di Meredith Brooks). La principessina indie-hipster, nonostante sia spesa (furbescamente) tra gli attori principali, esce di scena dopo dieci minuti (per sua fortuna). Sostituita, nel ruolo di spalla da una qualsiasi Kate Hudson, pia donna di facili costumi (sgargianti, mediorientali) che aiuta il male in arnese Richie Lanz nella sua "missione". Laddove la missione, per conto e a causa di misteriosi incroci mistico-divini, tra i quali solerti militari americani, immancabili stolidi intrallazzatori/trafficanti d'armi (perlopiù malfunzionanti), complici inaspettati (il taxista col mito di Madonna & c.), duri mercenari con la faccia di Bruce Willis (e non si capisce il perché c'è), pittoresche figure indigene, letali signori della guerra, diventa lanciare nel firmamento nazionalpopolare la giovanissima pashtun Salima (la bellissima Leem Lubany, sola presenza luminosa) in barba a trascurabili tradizioni-gabbie facilmente intuibili. Come? semplice, con la versione locale di American Idol, Afghan Star, che viene eletto a luogo simbolo di un'emancipazione (femminile, collettiva) che flirta maldestramente con la favoletta edificante in zona teen-talent. Così la didascalia finale (dedicato a Setara Hussainzada, che ha avuto il coraggio di cantare a Afghan Star) diventa epitaffio di una mesta commedia senza ritmo, senza idee, senza spiragli. La nota positiva sono senza dubbio le musiche arrangiate per l'occasione (Cat Stevens, da Wild World a Peace Train), che donano al film l'unico motivo piacevole per essere visto. Ma è davvero poca cosa, anche se una visione la si può dare tranquillamente. 5/10

Sembra impossibile che una storia come quella di Mustang, opera prima della regista Deniz Gamze Ergüven, sia ambientata nella Turchia contemporanea, un paese che aspira da un pezzo ad entrare nell'UE, eppure è così. Il film infatti, rappresentante per la Francia ai Premi Oscar 2016, racconta la drammatica storia di cinque giovani sorelle che lottano per la loro libertà contro un potere religioso e patriarcale soffocante. Tutto comincia con un ultimo giorno di scuola, dove cinque ragazze della stessa famiglia (orfane dei genitori) innescano uno scandalo con un gioco (innocente) in cui si siedono sulle spalle dei ragazzi. L'episodio ha difatti conseguenze imprevedibili, il loro comportamento viene considerato troppo sfacciato e esuberante e, con la complicità dello zio (piuttosto ottuso) e della nonna, vengono segregate in casa, con l'unico scopo, per le maggiori di loro, di vedersi 'assegnare' un ragazzo, che nemmeno conoscono, come prossimo marito, in base ad un accordo tra le famiglie. Ma non tutte sono disposte a barattare la propria libertà e voglia di vivere, con due di loro che reagiranno in modo diametralmente opposto, una tragicamente e l'altra, combattendo per un futuro (che si spera) migliore ma soprattutto libero. Mustang, che ricorda per molti versi 'The virgin suicides' di Sofia Coppola (1999), esplora in modo penetrante ed acuto l'universo adolescenziale femminile, la scoperta della propria identità, le conseguenze della trasformazione del corpo, il sorgere del desiderio. Ma in una società ferma come quella turca (in pieno contrasto con la modernità che arriva dall'occidente) oppressa dal retaggio religioso il corpo è tabù, il sesso peccato. Malgrado le riforme promosse da Ataturk infatti, la società turca (ancora pesantemente ancorata al passato) ha resistito tenacemente alla modernità restando ancorata ai costumi tradizionali (con il suo clima oppressivo e soffocante, tipico di tanti fra questi paesi, che condiziona l'esistenza di tante donne, più o meno giovani, alle quali non viene nemmeno data la facoltà di poter scegliere ciò che è meglio fare delle proprie vite), il matrimonio difatti è un contratto tra due famiglie, i sentimenti, i desideri non contano, esso è valido solo se l'imene è intatto. E queste cinque sorelle adolescenti che vivono una dopo l'altra il peso di questa schiacciante consuetudine, consuetudine a cui ognuna a suo modo deve piegarsi, reagiscono diversamente e solo le due sorelle più giovani trovano una risposta nella fuga nella grande città, molto più aperta ma che moderna forse non sarà mai. Mustang si apprezza per più motivi, tutti riconducibili alla bravura delle attrici e ad un abile montaggio scenico, la resa visiva del contrasto eclatante tra la solarità, l'energia, la voglia di vivere, la sensualità delle 'fanciulle in fiore' e la dimensione soffocante delle barriere che si stringono sempre più intorno a loro, l'espressività del dolore chiuso e compresso di chi finisce per piegarsi, l'efficacia dell'esplosione liberatoria finale simbolicamente affidata alla sorella più piccola Lale, l'unica che sa trasformare la ribellione in capacità di osservare, esprimersi apertamente, ragionare e decidere per una via di uscita. I pregi migliori del film comunque sono la freschezza e la leggerezza dello sguardo della regista (franco-turca), che consentono un trattamento spensierato ma non per questo remissivo o superficiale di tali scottanti temi, con un andamento da commedia e un ritmo che non viene mai meno, con solo uno scompenso drammatico nella seconda parte, che risulta mal gestito nell'economia della pellicola e, per fortuna, subito accantonato, ed una felice resa interpretativa corale, con un cast composto di attrici alle prime armi tutte molto spontanee e vitali, con la più giovane di tutte, Gunes Sensoy, ad essere una vera forza della natura, grazie ad un personaggio che simboleggia più di ogni altro il bisogno fisico di libertà, che non scende a compromessi con niente e nessuno. In ogni caso, non si può tacere di quelli che sono dei difetti 'strutturali' del film, riscontrabili nella sceneggiatura, con una trama che sconta, incipit e finale a parte, una certa ripetitività di situazioni e con personaggi un po' schematici, come il classico famigliare ottuso, generalmente un maschio adulto, che non vuole saperne di ragionare e segue quello che gli è stato tramandato di generazione in generazione, l'altro famigliare, in genere una donna che vorrebbe concedere più libertà ma, un po' per timore e un po' per rispettare anch'essa le tradizioni, vive soggiogata e si lascia comandare, infine abbiamo tutte le ragazze, il cui spettro di mancate libertà di cui non possono godere viene quasi del tutto ristretto, tranne che per la minore di loro, unicamente alla sfera sentimentale e sessuale, riducendo e limitando così il ruolo, o più ruoli, che una donna può avere in una società in cui le è consentito disporre liberamente della propria vita. Insomma un film davvero intenso e che fa riflettere, e anche se il film è un po' troppo femminile per i miei gusti, è un film che merita di essere visto. 6,5/10

La prima cosa che balza all'occhio in La canzone della vita: Danny Collins, film drammatico-musicale del 2015, è la presenza nel cast del mitico Al Pacino, ed è per questo che mi sono avvicinato a questa opera d'esordio del regista Dan Fogelman. Film che, così come dicono i titoli di coda, è ispirato ad una storia vera (del cantante folk Steve Tilston), quella di un anziano cantante (Pacino), dedito all'uso di droga ed alcol, con una compagna molto più giovane di lui, che scopre fortuitamente che John Lennon in tempi ormai andati gli aveva inviato una lettera di riconoscimento ed allerta al successo sfrenato. Lettera di poche parole che servono però al protagonista per mettere in discussione la propria vita, dandogli il coraggio di cercare il proprio figlio abbandonato quando era piccolo ma oggi gravemente malato. Denny trova la forza quindi di assistere il figlio, di aiutare nuora e nipotina, e si rimette a scrivere canzoni (cosa che non ha potuto fare più per esigenze dello showbiz, sotto indicazioni del suo manager, un bravissimo Christopher Plummer), ma sarà davvero in grado di vivere a pieno la seconda occasione che la vita sembra regalargli? Forse sì, forse no, comunque la pellicola parte molto bene, è ben diretta ed il regista esordiente almeno nell'ambito tecnico da una buona prova, funziona e gira benone per tutto il tempo in cui Al Pacino esegue il numero della 'vecchia rockstar piena di rimorsi' adagiata nel lusso ed infelice. Poi però man mano che si va avanti i piccoli cliché che nelle prime battute erano anche gradevoli diventano enormi, e il film naviga a ritmo ma senza picchi. La seconda parte per esempio dove classicamente il protagonista dovrà trovare la pace interiore è guardabile ad occhi chiusi ed è incernierata in passaggi forzati usati in questa tipologia di film. Ciò non toglie una buona prova attoriale nel totale (nel cast troviamo anche Annette Bening, Jennifer Garner e Bobby Cannavale, senza dimenticare Melissa Benoist ovvero Supergirl), una giusta gestione dei tempi che non annoia ed un buon uso, come già detto, del carisma del vecchio Al Pacino. Il tutto in ogni caso poteva anche essere gestito meglio per ottenere un effetto più peculiare ma alla fine si riduce ad un inno classico alla famiglia, anche se al contrario di altri ha una storia dalla sua non propriamente facile e rassicurante. Insomma un film sicuramente e musicalmente interessante, ma certamente non innovativo, un genitore inesistente per molto tempo che in preda a sensi di colpa e ad una certa ispirazione decide di conoscere il figlio nato per caso molti anni prima. Abbastanza strano dato che è una storia vera, ma tant'è funziona ugualmente. Comunque ho avuto l'impressione che gli attori e su tutti, proprio l'immenso Pacino, erano troppo bravi per un film con una sceneggiatura, che oserei dire non del tutto forte, ma leggermente debole. In definitiva bel film, anche se con un cast di tale imponenza conseguire un risultato appena sufficiente come questo è stato davvero un peccato. Per esempio, avrei puntato di più sulla storia della lettera ricevuta in ritardo, anche se in ogni caso è pur sempre un film che emoziona, diverte e intrattiene. 6/10

Partiamo subito da un dettaglio importante, Mr. Holmes: Il mistero del caso irrisolto (Mr. Holmes), film del 2015 diretto da Bill Condon e interpretato da Ian McKellen nel ruolo del famoso investigatore Sherlock Holmes, adattamento cinematografico del libro di Mitch Cullin intitolato A Slight Trick of the Mind, pubblicato nel 2005, non è un film giallo. Il titolo in italiano infatti non rispecchia quella che è poi la trama del film in quanto richiama quasi un thriller mentre è decisamente un drammatico. Il titolo esatto è soltanto Mr. Holmes. Sherlock, l'investigatore più famoso del mondo, difatti non esiste più, si è ritirato da decenni in una residenza in campagna dopo aver sbagliato l'esito della sua ultima indagine, purtroppo con risvolti fatali. Tutto qui "il giallo metaforico" del film. Il vero "giallo" è la vita, nella sua complessità di sentimenti ed emozioni. La vita, che non ha mai un vero perché, dove nessuno troverà mai il vero significato se non si interroga veramente da dentro, siamo tutti soli e tutti abbiamo bisogno di amore, ma spesso ce ne dimentichiamo e diamo ragione alle apparenze, cerchiamo misteri dove non ce ne sono e diamo la colpa agli altri delle nostre manchevolezze. In mezzo al frastuono della quotidianità, Mr. Holmes si è ritirato accompagnato sempre dalla sua grande intelligenza ed intuito a vivere fra le api, portatrici di vita e di lavoro, innocui ed innocenti creature, ed ha chiuso fuori il male dalla sua esistenza, dimenticandosi che esiste e dimenticandosi le cose, dandone colpa all'età avanzata, in attesa della morte. Ma la vita non ha ancora concluso, con Mr. Holmes e gli chiede di cominciare a vivere veramente ed a capire che il Male nasce dal far finta che non esista. Così, la vita lo costringe a rivedere ed a risolvere definitivamente l'indagine del suo ultimo caso e di dare giustizia alle vittime innocenti, con il ricordo e con la forza dell'amore al quale prima mai dava importanza, vivendo nell'illusione della sua celebrità e nell'uso della logica, il Male chiede colpevoli, il Bene solo di esistere. Nel suo ritiro in una casa di campagna, il vecchio Holmes è infatti coadiuvato da una triste ed amareggiata governante (discretamente interpretata da Laura Linney) il cui figlio, un ragazzino simpatico e molto intelligente (forse anche  troppo per la sua età, Milo ParkerGhosthunters), nutre un profonda ammirazione per il famoso detective  e quindi fa di tutto per assecondare le sue manie in cambio di confidenze sulla sua passata attività. E alla fine difatti lo premia, e invece di perdere gli affetti che lo circondano ed a rischiare di rimanere davvero solo, si ritrova una vera famiglia e nuovi potenti legami. E capisce che l'amore può tutto, colma i vuoti e le solitudini, e che un cuore aperto, tenero e riconoscente supera gli ostacoli, l'età e le malattie. Insomma un film intenso e anche commovente ma nulla più, anche troppo lento, con una sceneggiatura a tratti didascalica, all'inizio anche un po noiosa che tende ad assopire lo spettatore ma che poi riprende la sua dose d'attenzione soprattutto nel finale, un finale bello ma non indimenticabile. Mr. Holmes però proprio per la sua natura troppo inedita e molto profonda, ha secondo me un'impronta prettamente televisiva che poco ha a che fare con il Cinema, perché salvo qualche inquadratura degna di nota il resto potrebbe funzionare come sceneggiato o serie tv, o addirittura un monologo teatrale, personalmente comunque non propriamente interessante. A parte questo dettaglio (in ogni caso perdonabile), il film si salva grazie soprattutto al grande Ian McKellen che, come sempre attore di primo piano, qui giganteggia ancor più visto il basso tenore estetico che lo circonda. In definitiva non eccezionale ma neanche mediocre, ma più che sufficiente. 6,5/10

Belli di papà, film del 2015 diretto da Guido Chiesa, remake del film messicano Nosotros los nobles, è un film decisamente discreto, strano dato che si tratta di un film italiano, eppure nonostante possa sembrare un film inutile è un film interessante nonché divertente, anche se come ovvio non è perfetto. Film che mette alla berlina i bamboccioni italiani e i loro genitori, genitore in questo caso che ritrovandosi in casa dei figli inetti e parassiti (che non hanno assolutamente voglia di lavorare, se non dedicarsi ad imprese quanto mai assurde e poco probabili al successo, abituati a vivere facendosi mantenere economicamente nel miglior modo possibile) decide di dare una lezione a costoro, come? con un finto fallimento dell'azienda, in modo tale da indurre i ragazzi a cercarsi un'occupazione seria e ad assumersi piano piano le proprie responsabilità. E dopo un inizio ovviamente quanto mai disastroso, i ragazzi riusciranno a lavorare duramente, arrivando finalmente a capire il significato di guadagnarsi dei soldi e riuscire a mantenersi da soli. Belli di papà, nonostante alcune reticenze, è un film delizioso, che sembra disegnato su misura per Diego Abatantuono. La pellicola infatti, come nelle più classiche commedie italiane, non si può  certo considerare esemplare e riuscita, ma la presenza ciclopica e smargiassa di Abatantuono nel ruolo del padre distratto e manager di grande capacità, quella ironica e tuttavia molto concreta di Antonio Catania, consigliere schietto e sincero sino a risultare scomodo, oltre alla conferma di un talento nascente come quello di Matilde Gioli (una Eva Green italiana dallo sguardo conturbante, già ammirata in Solo per il weekend) riescono a rendere la commedia gracile e lievissima, con qualche battuta riuscita, sapida e spiritosa, in un tentativo almeno parzialmente riuscito di fare commedia con dignità e serietà di intenti. Belli di Papà difatti, si verifica essere una commedia divertente e piacevole a vedersi in quanto appunto sostenuta da dialoghi e battute brillanti. Questo film insomma è proprio la dimostrazione che a volte si può restare sui toni leggeri e lievi pur in presenza di tematiche anche serie come quelle dell'adeguata inevitabile necessità di educazione e responsabilizzazione della prole, o la difficoltà di riuscire ad essere genitori adeguati o, dall'altra parte, il saper crescere e maturare come una generazione che non sappia solo sperperare e dilapidare risorse, ma invece anche creare valore nell'ambito di un mondo ormai devastato sempre più dalla futilità e dalla irresponsabilità. E difatti proprio per la capacità del regista di dare un netto spaccato della società e delle sue contraddizioni in modo coerente, Belli di papà, è un film davvero gradevole, adatto soprattutto come puro e semplice scacciapensieri. Da segnalare Francesco Facchinetti, "per la prima volta sullo schermo", che appare disinvolto e sicuro di sé, anche se più che recitare, si limita a fare se stesso, o ad apparire coerente ed in sintonia col personaggio che trapela di lui attraverso l'evanescente ed illusorio mondo televisivo che lo ha reso personaggio pubblico. Ma a parte questo il film, senza troppe o grandi pretese, è un film che consiglio di vedere. 6,5/10

Di Little Boy, film del 2015 diretto da Alejandro Gomez Monteverde, non si è parlato granché, eppure è uno dei più bei family-movie degli ultimi anni. Il film infatti è commovente, ben interpretato e con grandi attori di discreta qualità, ottimamente diretti da questo regista giovane ma talentuoso, perché la sua storia seppur semplice (che riserverà sorprese e colpi di scena) va diretta al cuore come poche. Quella di Little boy, ragazzino con difetti di crescita che vede partire il padre in guerra a inizio seconda guerra mondiale. E tra problemi di bullismo e sofferenze per la partenza del padre, dovrà resistere e cambiare la sua storia personale, storia che si svolge tra umiliazioni, ingenuità e prese di coraggio, ma con la sua forza di volontà e caparbietà riuscirà a spostare addirittura le montagne. Tante sono anche le questioni sociali e umane trattate, ma quello che rimane indistinto è la fede di un ragazzino che mai si farà abbattere e che cercherà fino all'ultimo il suo posto nel mondo, in un villaggio della California, villaggio che risulta ottima ambientazione di questo film. Un film dove, Jakob Salvati, il giovanissimo attore che impersona Little Boy, qui è il valore aggiunto e da solo è il 60% del successo finale della pellicola, una pellicola valida, emozionante ed appassionante, ma anche sognante, bella e che fa riflettere, pensare e intrattenere. Cosa che ultimamente è difficile trovare in certi film, poveri di sorprese sconvolgenti o minimamente convincenti. Film che pare un gioiellino, sottovalutato e probabilmente visto da pochi. Una storia certamente e forse troppo melensa ma bella da vedere, con una ricchezza di contenuti ampia. La voce di sottofondo e la storia dal punto di vista del bambino poi, rendono bene l'atmosfera nostalgica degli anni '40 e di come la guerra fosse vissuta nei piccoli villaggi. In definitiva film che, dona 90 minuti di lacrime e gioia, lacrime di commozione e gioia per il piacere di poter godere di un bellissimo film, con attori (Emily Watson e Tom Wilkinson) azzeccati (tranne Kevin James) e con interessanti temi. Da consigliare. 7/10

Non che mi aspettassi chissà che cosa, ma I segreti di Big Stone Gap (Big Stone Gap), commedia statunitense del 2015, diretta da Adriana Trigiani, che, oltre sceneggiatrice e produttrice della pellicola (che riprende un ciclo di romanzi proprio dedicato alla cittadina in cui lei è nata e cresciuta), che ha scritto anche sedici romanzi molti dei quali sono finiti nella classifica dei best seller, è un film deludente e straniante. Commedia che mescola gli ingredienti più succulenti che ci siano, amore, mistero e segreti, ma senza riuscire ad amalgamarli nemmeno sufficientemente. E la trama decisamente non così intrigante o interessante come sembrerebbe ad un primo momento, la storia infatti parla di Ave Maria Mulligan (Ashley Judd), che, autoproclamatasi zitella della città, si è rassegnata alla sua vita tranquilla da single (prodigandosi anche nell'essere utile agli altri), finché un giorno scopre un segreto di famiglia che modificherà la sua esistenza, fa perdere alla pellicola tanti punti. Perché il segreto non è lontanamente sconvolgente, il risultato è mediocre, gli attori (tra cui il premio Oscar Whoopi Goldberg) poco o quasi per niente utilizzati al meglio (anche Patrick Wilson e Judith Ivey) e il finale è il più scontato che si possa immaginare. La sceneggiatura di questo film infatti è rimasta molti anni chiusa in un cassetto (per colpa della regista che ha voluto dirigerla scegliendo come set il luogo che le ha dato i natali) e proprio il tempo trascorso, ha fatto crollare la storia (comunque in parte autobiografica perché la madre di Ave Maria è di origini italiane come la scrittrice e questo finisce con il contare per il personaggio che trova chi sa come rinfacciarle le sue origini), storia che ha risentito proprio del tempo e forse di una mancata revisione, anche se proprio per il tema e per gli anni in cui è ambientato (gli anni '80), la patina di old fashion che ne deriva non gli nuoce troppo. Ma si sente e si vede lontano un miglio che la pellicola pecca un po' di ingenuità e che il ritmo non è certo di quelli a cui siamo ormai abituati, anche se questo rende ancor più credibile l'atmosfera provinciale che è un po' tipica non solo di una cittadina della Virginia ma di molte città di provincia a tutte le latitudini. Certo la regista vanta un occhio e una sensibilità squisitamente femminili con cui lei e la protagonista Ashley Judd ci offrono un taglio romantico ma mai sdolcinato, sensuale ma mai melenso, ma proprio non convince. Anche se da italiani potrebbe Schilpario (paese originario anche della regista probabilmente) costituire un elemento di interesse, è un film che non consiglio di vedere, infatti se lo si osserva da italiani quel tanto di retorica che riguarda la lontana (per i personaggi) ma vicina (per noi) da un po' fastidio. Comunque peccato perché il tema dell'amore, della solitudine e di tanto altro è ben esposto ma in definitiva è la classica storiella romantica. 5/10

Il primo lungometraggio, 11 donne a Parigi (Sous les jupes des filles), come regista dell'attrice francese Audrey Dana (qui, comunque, anche in veste di attrice), presenta undici diversi ritratti di donne contemporanee, prendendo in esame la tipologia della donna single, di quella sposata, di quella che riveste il ruolo dell'amante, della donna in carriera, della donna apprensiva, etc, e per ciò la suddetta regista ingaggia undici attrici molto note in Francia facendole interagire tra loro nel corso di tutto il film. La trama delle pellicola infatti, commedia ovviamente francese del 2014, è in pratica costituita da vari episodi e da situazioni in cui le suddette tipologie di donne si trovano, presentando ed esaminando soprattutto le loro reazioni, le conseguenze che queste loro reazioni generano ed infine la loro finale (e quanto mai semplicistica) risoluzione. La regista infatti intendeva realizzare una piccola panoramica delle caratteristiche femminili più svariate, ma nella realizzazione perde un po' il controllo del piano dello script (ben undici attrici, alcune di notevole fama, dovevano o volevano risaltare, tra le altre Isabelle Adjani, Vanessa Paradis e Alice Tognoni) e presumibilmente per dare spazio a tutte il racconto si risolve in una serie di scenette di pretese comiche a basso tasso di comicità a favore di un certo tasso di volgarità, dove alcune cosiddette cose scabrose si dice tanto ma si fa ben poco e, a parte qualche parola insistita o qualche pratica sessuale, ciò che scandalizza di più sono i rumori gastrici, i borborigmi intestinali e qualche peto della povera Agathe (Laetitia Casta). Infatti dopo delle interessanti e pure intriganti situazioni, tutto rientra in una normalità deludente e un po' puritana e ci si chiede se è mancato il coraggio di andare fino in fondo o era solo una confusa provocazione, senza realizzare una commedia veramente trasgressiva, che poteva non guastare al giorno d'oggi. La bella fotografia, gli abiti, i colori, le musiche a ritmo sostenuto poi, non bastano ad alleggerire le lungaggini, il cast è di richiamo ma l'utilizzazione è modesta. Insomma e in ogni caso un peccato poiché il soggetto di base sarebbe potuto essere buono ma l'andamento generale della pellicola, e pertanto la sua resa, denotano, purtroppo, un'incertezza ed una scarsa padronanza ancora ben presenti nella conduzione registica da parte della Dana. 11 Donne a Parigi infatti, avrebbe potuto essere risolto in una maniera più pregnante e coinvolgente, cioè essere meno confusionario e superficiale e non relegando i ritratti delle undici donne a delle mere macchiette che rasentano spesso il ridicolo se non, addirittura, l'esagerazione e pertanto la scarsa veridicità e credibilità. Resta in mente la danza collettiva finale al Trocadero quasi a celebrare questa femminilità stropicciata e povera di poesia. 4/10

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6 commenti:

  1. Forse li bypasso tutti questi elencati.. ho visto piacevolmente solo Belli di papà trovandoci qualche ideuzza decente.. degli altri in teoria mi attira solo Grimsby... ma li trovo tutti su Sky?

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    1. Sì non è male in effetti, comunque migliore di tanti, Grimsby? sì ma non aspettarti tanto, comunque li trovi tutti su Sky, se non in programmazione su on demand ;)

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  2. Parlando di quelli che ho visto ovvero solamente due di quelli di cui scrivi:

    Grimsby alla fine mi è parso carino e divertente, anche se parecchio stupido. Con Mr. Holmes invece mi son fatto una dormita per noia davvero assurda!

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    1. Più che stupido, quasi incivile e assurdo anche se pazzo ed esilarante nonché spassoso :D
      A mio padre ha fatto quell'effetto Mr. Holmes, perché anch'io mi aspettavo altro, anche se comunque una volta capita l'antifona mi sono adeguato e non mi è tanto dispiaciuto ;)

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  3. ...ho visto qualcuno dei film che hai recensito qui, devo dire che mi ispirava "Mr Holmes" e quello con Murray, ma ambedue non sono ancora riuscita a vederli, e mi sa che alla fine farò anche un po' a meno di vederli, viste le tue recensioni, e la moltitudine di altri titoli che dovrei leggere

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    1. Anche a me ispiravano parecchio, ma entrambi soprattutto il secondo hanno deluso e siccome non sono granché fai bene a lasciarli perdere ;)

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