lunedì 19 marzo 2018

Il diritto di contare (2016)

Segregazione razziale, emancipazione e conquista dello Spazio, ecco le tre tematiche così apparentemente diverse che fanno da collante a questo "originale" e interessante (anche storicamente) film. Perché tutti questi temi ne Il diritto di contare (2016), titolo italiano dell'americano Hidden Figures (che gioca sul doppio significato Figure nascoste/Cifre nascoste) e diretto da Theodore Melfi (già regista del bel St. Vincent), non solo vengono trattati in modo appunto originale ma anche in modo convincente. Il film infatti, ben costruito, a tratti avvincente, e che ha il grande merito di trattare un argomento sgradevole e avvilente come quello del razzismo con una dose di ironia difficile da riscontrare in opere che trattano questo tema (senza per questo apparire superficiale o scontato), con grande abilità e maestria porta i riflettori sulla storia vera e inedita di tre brillanti donne afroamericane che sono riuscite a integrarsi e imporsi in un'ambiente tipicamente maschile (e maschilista) sfidando pregiudizi e discriminazioni razziali di ogni tipo. Anche perché il film, arrivato certamente con un tempismo perfetto per la data situazione politica e sociale che stiamo attraversando, non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra. Tanto che già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi, niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi. Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani. Infatti, puntando la camera su tre eroine "sconosciute", il regista fa emergere tutte le caratteristiche brillanti e notevoli di queste donne (la loro tenacia, il coraggio, la perseveranza e la determinazione), evitando tuttavia di appesantire la pellicola con dosi abbondanti di retorica o moralismi che ne avrebbero snaturato il contenuto. Mantenendo sempre una debita leggerezza tipica della commedia, e sdrammatizzando alcune situazioni Il diritto di contare risulta così un prodotto pienamente riuscito, che racconta di una storia inedita e lo fa senza pietismi ma puntando piuttosto sul messaggio finale, intrinsecamente ottimista e costruttivo, che lascia agli spettatori.

Spettatori che grazie a questo film, basato sul libro Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly, conoscono ora (anche se un accenno c'è stato ed ho constatato esserci in una puntata della serie fantascientifica Timeless) una storia, un episodio semisconosciuto della recente storia americana, e più precisamente di tre donne, Katherine Johnson, Mary Jackson e Dorothy Vaughan, tre matematiche afroamericane che lavoravano per la NASA quando era stata da poco costituita e non aveva calcolatori elettronici. Per questo motivo l'ente spaziale aveva uno stuolo di donne "calcolatrici", il cui scopo era effettuare i lunghissimi calcoli che stavano alla base dei lanci e degli rientri nell'atmosfera dei missili, anche se poi la gloria sarebbe andata tutta agli uomini a capo dei progetti. E nonostante fossimo già negli anni '60, tutte queste donne erano raccolte in un unico stanzone, sulla cui porta stava l'etichetta "Colored computers" (calcolatrici di colore). E il film racconta quindi i sacrifici e la resistenza (entrambi ben descritti) che queste donne (ma soprattutto la matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson, che da lì a poco traccerà le traiettorie per il Programma Mercury e la missione Apollo 11) hanno dovuto superare, anche solo semplicemente per riuscire a svolgere dignitosamente il loro lavoro, in un ambiente (soprattutto esterno) nel quale le vessazioni e la paura erano all'ordine del giorno. Non a caso la silenziosa battaglia di queste donne per veder loro riconosciuti diritti e meriti è il cuore del racconto, che aggiunge pathos a un momento già di per sé drammatico per gli Stati Uniti. I russi, che avevano per primi messo in orbita un satellite (lo Sputnik), erano riusciti a far volare un uomo, il colonnello Gagarin, oltre l'atmosfera, mentre per gli americani ogni lancio si risolveva in un fiasco e i politici infuriati premevano sulla NASA perché l'America riprendesse la supremazia.
Fu John Glenn (ben impersonato da Glen Powell), il primo astronauta designato, a esigere che fosse proprio la Johnson a verificare i calcoli del suo rientro sulla Terra, o non sarebbe partito. Decise di mettere la sua vita nelle mani di quella misconosciuta matematica di colore ed ebbe ragione, dimostrando ancora una volta che pari possibilità per tutti potevano rendere il paese più forte e migliore. Lei che (la vera e propria protagonista del film, perché la storia gira sostanzialmente intorno a lei), nonostante il materiale di un livello di sicurezza a lei non (inizialmente) concesso, e nonostante per raggiungere il bagno riservato alle donne di colore (che è in un altro edificio) deve farsi più di un chilometro a piedi all'aperto, col sole o con la pioggia, entrò nello staff che mandò (anche grazie al suo importantissimo contributo) il primo americano nello spazio. In tal senso molto più che utile è l'interpretazione di tutto il cast, ma soprattutto quello nel ruolo della Johnson della bravissima Taraji P. Henson, lei infatti si cala benissimo nel personaggio, un personaggio scritto molto bene secondo me, anche perché non è mai banale e che a quanto mi è sembrato rispecchia la vera Katherine Johnson (una grandissima donna che ha contribuito in modo appunto fondamentale all'aeronautica statunitense e ai programmi spaziali della NASA). Le altre due protagoniste invece (entrambe comunque importanti nonostante passino in secondo piano rispetto alla protagonista su cui la storia si focalizza di più), sono Dorothy Vaughn (interpretata magistralmente da Octavia Spencer che si meritò perciò la nomination agli Oscar, a tal proposito la meritava però anche la Henson), la responsabile "de facto, ma non de jure" del gruppo delle calcolatrici che cerca inutilmente di ottenere il riconoscimento che le spetta.
Lei che studia (sottraendo di nascosto i testi alla sezione "per bianchi" della biblioteca) e che insegna alle altre donne come programmare i computer, ben sapendo che è l'unico modo per salvare il loro posto di lavoro, quando anche alla NASA questi faranno la loro comparsa. L'altra è Mary Jackson (interpretata da Janelle Monaé, anche lei molto brava), che si appella al tribunale per ottenere di frequentare i corsi che le permetteranno di diventare ingegnere e che sono tenuti in istituti riservati ai bianchi. Comunque tra gli altri membri del discreto cast troviamo anche Kirsten Dunst e Jim Parsons (a tal proposito molto divertente è vederlo prendere "lezioni" di matematica e geometria analitica da una donna), entrambi bravi ma niente di più, diciamo che non incidono più di tanto, anche perché ci sono poco nel film non essendo i protagonisti, e infine Kevin Costner, che interpreta Al Harrison, il capo di Katherine. Il grande attore americano però, nonostante regali un'ottima interpretazione, non è sorretto benissimo dal suo personaggio, perché anche se nel complesso egli può ritenersi accettabile, dà vita ad uno dei molti (purtroppo) personaggi leggermente stereotipati del film, quello dell'americano severo e ligio al dovere che sa ritornare sulle sue decisioni, maturando la consapevolezza di errori preconcetti suoi e della società fondata sulle tradizioni da lui difese e condivise con troppa convinzione e poco spirito di critica osservazione. Tuttavia nel calderone anche lui funziona, anche perché è l'unico personaggio "sano" di testa, al contrario dei dipendenti che osteggiano perfino le donne (nere) a prendere il caffè, poiché sì, anche i geni della NASA (anche strutturalmente) sono (erano probabilmente) ridicoli.
In tal senso è utile appunto specificare che Il diritto di contare in generale non è solo un film che racconta della strada tortuosa percorsa dalle tre protagoniste per poter esprimere la loro competenza professionale, ma si concentra anche sulla descrizione del tempo in cui è ambientato il film e rappresenta al meglio l'aspetto scientifico, il modo in cui viene rappresentata la NASA e come si lavora al suo interno, tutto infatti è reso molto bene, grazie probabilmente alla dettagliata sceneggiatura (non a caso una delle tre nomination all'Oscar viene proprio per la sceneggiatura non originale). Sceneggiatura (scorrevole e leggera quanto basta seppur con alcuni passaggi, poco realistici, esagerati e troppo ironici) che oltre al metodo efficacemente alternativo di mostrare un approccio diverso al tema razziale, e nonostante i poveri effetti speciali (che denotano un budget ristrettissimo), ha però una buona scenografia, discreti costumi e una funzionale fotografia. Senza dimenticare la pregevole la colonna sonora di Hans Zimmer insieme a Pharrell Williams e Benjamin Wallfisch. In più il film ha una buona regia e anche un ritmo molto scorrevole, infatti non annoia mai, nonostante non ci siano particolari colpi di scena. Tutto per un film altamente godibile che giustamente mostra dei veri eroi (non da fumetti), delle donne vere, i cui superpoteri derivano dalla conoscenza e dall'amore per la matematica e il sapere. Se per un attimo infatti queste tre splendide donne ci lasciano credere di essere sensibili e deboli è solo un'illusione, nessuno è più tenace e determinato di loro, e ancora più importante è lo spirito in cui affrontano le loro battaglie millenarie che nascondono i volti di mille altre donne. Perché dietro le loro menti geniali, ci sono tre donne normali con delle vite normali, un marito, un nuovo amore ed il tempo di scherzare e sdrammatizzare quando tutto è fin troppo serio.
Giacché la loro voglia di vivere, la loro energia, il loro spirito ottimista e positivo sono la vera chiave di lettura del film, che al contrario di film del genere (vedi The Help, comunque gran ben film) abbandonano la pesantezza del tema e scelgono la leggerezza della verità e della giustizia, quella che a volte, in rari casi, viene fatta. Tuttavia meno efficaci sono in verità le scene della vita privata delle tre protagoniste, fatte di pochi e scontati momenti familiari, incapaci di valorizzare altri attori di talento come Mahershala Ali (premio Oscar per Moonlight), o certe scene facilmente retoriche (quella dei bagni soprattutto). Senza dimenticare tanto altro, giacché Il diritto di contare ha anche degli aspetti negativi, su tutti il fatto che spesso i personaggi siano troppo "esemplari", troppo "perfetti" e questo può risultare un po' noioso alla lunga. Ma anche la mancanza di colpi di scena, di stravolgimenti (come accennato prima), è vero che è un biopic e quindi non ci si può spostare più di tanto dal narrare i fatti storici come sono realmente accaduti, però a volte risultano scontate alcune scelte (senza dimenticare uno sviluppo di trama alquanto convenzionale). Un altro difetto è anche il fatto di non concentrarsi, andando ancora più a fondo, sul lato scientifico, ma li si poteva facilmente cadere nel noioso perché non a tutte le persone piace vedere storie magari difficili o complesse da capire, e quindi qua si vede benissimo che hanno puntato su qualcosa che può arrivare a più pubblico possibile, però sono stati bravi sia il regista sia gli attori (il cast comprendente anche di Aldis Hodge) nel non rendere il film stucchevole e banale. Non per niente in questo caso ciò mi è piaciuto e stupito (sia negli aspetti positivi e negativi), d'altronde stento a credere che non mi aspettavo la solita americanata patriottica (ma per fortuna niente di così eclatante).
Insomma Il diritto di contare è un più che discreto film che oltre a trattare il tema razziale di fondo tra bianchi e neri e la diversità uomo donna, riesce anche ad andare più in profondità analizzando anche l'atmosfera (anche se non del tutto "realistica") e il pensiero delle persone di quel tempo. Un film che è pervaso da un gradevole senso di leggerezza che non stona, però il tutto poteva essere reso con ancor più incisività. Anche perché il film non è completamente privo appunto di alcuni cliché e soluzioni facili, anche se comunque riesce a rinnovare i propositi ottimisti mentre racconta la storia (precedentemente sconosciuta) di tre donne geniali al servizio dell'agenzia aerospaziale più prestigiosa al mondo. La pellicola infatti, anche se non perfetta è piacevole ed accattivante, inoltre la storia è ben scritta, ben sceneggiata e nonostante (e grazie) l'atmosfera da commedia, coinvolge e commuove lo spettatore. Tanto che questo è un film che tutti dovrebbero vedere, anche se comunque di simile e migliore qualcosa c'è, dopotutto Il diritto di contare è un film molto derivativo (che comunque brilla di luce propria), che pesca a piene mani da tante produzioni differenti, mischiandole fra loro in maniera esemplare. Se vi piacciono i film sui matematici cervelloni che scrivono un mucchio di geroglifici alla lavagna (La teoria del tutto, A Beautiful Mind, The Imitation Game, Genio Ribelle) questo film vi piacerà, se vi piacciono i film sul vergognoso trattamento riservato agli afroamericani (come Selma, The Butler, The Birth of a Nation, ecc.), questo film vi piacerà, se vi piacciono i film sulla NASA e lo spazio, questo film vi piacerà. Insomma, ci sono un mucchio di ragioni per le quali questo film potrebbe piacervi. La prima è che si tratta di un buonissimo film. Voto: 7,5

6 commenti:

  1. Spero davvero di vederlo presto. Ancora più curiosa dopo averti letto.
    Un abbraccio Pietro!

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    1. Ciao Vale, graditissima visita la tua :)
      Comunque sì, è un film molto bello che credo ti piacerà ;)

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  2. All'epoca mi era piaciuto parecchio, soprattutto grazie all'interpretazione delle tre attrici principali. E' vero che a tratti è un po' edulcorato però la vicenda è molto interessante!

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    1. Se non lo era interessante non l'avrei visto e forse non mi sarebbe piaciuto, invece grazie alla vicenda e le attrici, tanto anche a me ;)

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  3. Questa volta il titolo italiano secondo me è molto calzante :)

    Jim Parson come comparsa? Caspita! Poi non sapevo che Janelle Monaé fosse diventata attrice. Davvero una personalità interessante.

    Ma questo film è passato sottotraccia in Italia? Ne sento parlare oggi per la prima volta. E sarebbe un peccato perché mi sembra un film molto ricco e soprattutto lodevole per quanto sottolinei in questi due passaggi:

    "non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra".

    "Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani".

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    1. In questo caso certamente sì, perché il titolo ha pure doppia funzione ;)
      Io neanche conoscevo la Monaé, anzi, non so ancora chi è..
      Sottotraccia? non tanto rispetto ad altri, e comunque alla sua uscita se ne parlò parecchio, anche nella blogosfera :)
      Sì che poi il pippone a volte non è malvagio, inteso come film, ho usato il termine solo per spiegare bene, e credo di esserci riuscito ;)

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