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lunedì 27 novembre 2023

I film del mese (Novembre 2023)

Forse avrei dovuto rimandare questo speciale cinematografico di Netflix, il secondo dell'anno, per lasciare spazio a pellicole più recenti (anche di altra distribuzione), ma erano e sono ancora così tanti i film, prodotti e/o distribuiti dalla piattaforma, da vedere (tra quelli segnalati in tutti questi anni), che impossibile era rinviare tutto ciò. E infatti mi ritrovo in quest'occasione a recensire diversi generi di film usciti negli ultimi 9 anni, tra l'altro anche anticipatamente rispetto alla normale programmazione, cosa già successa lo scorso mese, ma non perché a fine mese ci sarà qualche speciale di qualsiasi tipo, ma perché dicembre sarà un mese intenso, e in previsione di ciò, ho preferito prendermi più tempo per organizzarmi meglio, dato che posterò ben 5 post nell'arco di tre settimane e successivamente (dopo Natale ed entro il 31) pubblicherò le classifiche finali. A parte ciò, è stato un mese cinematografico abbastanza sorprendente, sia in positivo che in negativo.

Entergalactic (Animazione/Romantico 2022) - Si tratta di una storia d'amore come se ne vedono tante, ma nella sua normalità risulta essere un'opera davvero originale. I personaggi sono talmente ben caratterizzati che lo spettatore riesce facilmente ad immedesimarsi. Lo stile del disegno e delle animazioni è davvero clamoroso, super dinamico e con una colorazione delle tavole unica nel suo genere. La colonna sonora, anche se solo come promozione dell'album di Kid Cudi, è davvero perfetta per l'ambientazione e il doppiaggio italiano rende benissimo su ogni singolo personaggio. Con Entergalactic Netflix trova un prodotto sicuramente non avanguardistico (o perfetto), ma che poggia su solide basi e si dimostra capace di emozionare e far sognare, come ogni storia d'amore dovrebbe fare. Autobiografica però mai banale, ed allo stesso tempo tenera e appassionata. Un racconto che, sotto l'apparente leggerezza, mostra i rapporti interpersonali e fa riflettere sull'importanza di coltivare i sentimenti, soprattutto in questo particolare periodo storico, in cui la vita scorre frenetica e senza un attimo di sosta. Voto: 7+

Apostolo (Horror 2018) - Gareth Evans dopo aver riscritto le regole del cinema action asiatico con i due ottimi "The Raid" confeziona una pellicola piuttosto atipica, una sorta di thriller che strizza più di un occhio all'immortale "The Wicker Man" con la sua straniante comunità religiosa, per poi verso il finale trasformarsi in un delirante horror esoterico che non può non ricordare Lovecraft. L'inizio è davvero intrigante, ad un certo punto però il film vira verso il sovrannaturale, con qualche passaggio d'effetto ma anche qualche smagliatura nel racconto. Egli dirige sapientemente una sceneggiatura alquanto articolata e la fotografia esalta bene i suggestivi paesaggi. Tuttavia prima della conclusione finale sembra smarrirsi un po' e vengono inserite un paio di scene gore non si sa fino a che punto necessarie. L'eccessiva durata è il tallone d'Achille di questa pellicola che porta soprattutto nella parte centrale ad una caduta di tono. Accorciarlo di una ventina di minuti lo avrebbe reso indubbiamente più godibile e coinvolgente di quello che è. Nel complesso risulta un prodotto riuscito, ma certo non memorabile. Voto: 6

lunedì 14 dicembre 2020

I film del periodo (1-13 Dicembre 2020)

E un'altra stagione cinematografica finisce, e nonostante un anno non particolarmente memorabile diciamo così, anche questa volta la suddetta si è rivelata intensa, come sempre d'altronde, anche perché da quando ho aperto il blog le mie visioni sono aumentate e migliorate sempre più, quindi niente di cui sorprendersi, anche se vedere e recensire 300 film ogni anno non è impresa facile. Ci son riuscito ancora, e ancora ci riuscirò sicuramente il prossimo di anno, già pieno di liste, di titoli, da depennare. Tornando a questo 2020, vorrei (prima di lasciare spazio all'ultimo listone dell'anno) comunque ricordare momenti significativi di quest'annata cinematografica. Perché tra notti horror, consigli Halloweeneschi, speciali cinema, commemorazioni, compleanni cinematografici (uno tra l'altro ci sarà a giorni), excursus orientali (prevalentemente giapponesi) tra l'animazione e non, filmografie registiche, trilogie ed altro, tanto ho visto, apprezzato e conosciuto. Ho cominciato con i pronostici e poi vincitori con annesse considerazioni personali sugli Oscar, ecco trilogia V/H/S e Mad Max, Miike, Sono, Lynch e Cronenberg tra i registi, festival horror e visioni "guardarobesche", infine nel mezzo di visioni periodiche revisioni al cinema di Argento, Gilliam, Spielberg, insomma di tutto. E sperando che vi abbia fatto piacere tutto ciò, vi do appuntamento alle classifiche finali che cominceranno lunedì, ed ovviamente al prossimo anno.

SEMAFORO VERDE PER...
Le Mans '66 - La grande sfida (Sportivo/Dramma 2019) - Cinema e motori, gioie (poche) e dolori (molti). A invertire questa tendenza ci prova questa volta il poliedrico regista James Mangold, l'uomo che ha risollevato le sorti del supereroe Wolverine qualche anno fa (2013 e soprattutto 2017) e raccontato ancor prima le gesta di Johnny Cash (2005), adattando per lo schermo (è sua anche la sceneggiatura) la vera storia di Carroll Shelby e Ken Miles e del loro sogno di riuscire a realizzare una macchina in grado di mettere termine al dominio Ferrari nella corsa probabilmente più famosa del mondo negli anni '60, le 24 Ore di Le Mans. Ed ebbene ci riesce, pur non essendo un regista adrenalinico come lo era il compianto Tony Scott, il regista sa il fatto suo, si affida a Christian Bale e Matt Damon, condensa il tutto con un tono agrodolce che non guasta, e fa discretamente centro. Ecco infatti un film che celebra come meglio non si potrebbe l'epica delle corse automobilistiche in un epoca in cui il pilota contava più della tecnologia. Due coraggiosi sognatori la cui vicenda è raccontata da un film appassionante, segnato da appassionanti riprese delle performance sportive ma ricco di dettagli sui personaggi principali dei quali si evidenzia la profonda umanità e il notevole legame reciproco. Un film dallo stile splendidamente classico nel suo modo di concepire valori che esulano da pubblicità e marketing, che aiutano economicamente lo sport nello stesso modo in cui sono in grado di rovinarlo. Non raggiunge la spettacolarità del recente Rush, ma è un film di tutto rispetto che offre un genuino piacere nel vederlo. Certo, ingannevole è il titolo, anche in lingua originale (non è la battaglia fra due colossi), ed è fin troppo evidente la sua natura tronfiamente americana (sugli italiani si è un po' ecceduto in caricature ma, perlomeno, è stata mantenuta una certa integrità di Enzo Ferrari, è Remo Girone ad impersonarlo degnamente, che spicca in due scene) però, al di la di questo, il film riesce a colpire comunque il bersaglio grazie a un ritmo e a un montaggio serratissimo che riesce, nonostante la notevole lunghezza, a mantenere costantemente alta la tensione, anche grazie all'ottimo lavoro sia per scenografia (buone le ricostruzioni d'epoca) e, soprattutto, sonoro che per la fotografia oltre che per il lavoro sui personaggi, splendidamente caratterizzati (tra l'altro due Oscar vinti per il miglior montaggio e il miglior montaggio sonoro). I principali almeno, perché i secondari così così, in ogni caso due ore e mezza niente male. Voto: 7

giovedì 19 dicembre 2019

Le migliori attrici e i migliori attori, più altri premi, dei film visti nel 2019

Se un film è finito nella Top 15 e nella lista dei migliori film del genere ci sarà stato un perché, e la mia risposta a questi perché (almeno per una buona parte di questi perché) ve la do io oggi tramite questo post. Infatti, e in tal senso, non cambia il metodo (e il modo, invariato dallo scorso anno, potete vedere qui) di suddivisione dei premi, le colonne sonore ci saranno domani, e vengono qui e oggi (virtualmente) premiati gli attori e le attrici, con loro (a fine post) tutti i premi tecnici più importanti, che più mi hanno convinto durante l'anno. E siccome sono tanti non perdo tempo e ve li presento. Tuttavia una piccola nota, i link alle recensioni ci saranno in ordine di apparizione.

I MIGLIORI ATTORI
8. Ex aequo in ottava posizione per il trio "violento", a Chris Pine e Ben Foster ci si aggiunga Jeff Bridges che in foto non c'è, di Hell or High Water,
per il figlio di Denzel, John David Washington, strano suprematista bianco in BlacKkKlansman, per il bravo Timothée Chalamet,
Chiamami col tuo nome non mi è piaciuto ma innegabile è il suo talento, per il sensibile Steve Carell di Benvenuti a Marwen,
per l'Adam Driver sobrio di Paterson e quello frizzante di BlacKkKlansman, per l'allunato Ryan Gosling di First Man,
per la coppia Hugh Jackman/Zac Efron di The Greatest Showman, per il sardonico James Franco di The Disaster Artist,
e infine per il virulento Michael Shannon de La forma dell'acqua
7. Denzel Washington è sempre sul pezzo, sia che si tratti di un film drammatico (End of Justice) che un action (The Equalizer 2)

venerdì 26 luglio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra (2018)

Tema e genere: Atipico film biografico che segue la storia di Dick Cheney, interpretato da Christian Bale, dalla sua ascesa politica fino al ruolo di vicepresidente degli Stati Uniti d'America. 
Trama: La vera storia di Dick Cheney, il vice-presidente più potente della storia americana, considerato da molti il "vero numero uno" della Casa Bianca durante l'amministrazione di George W. Bush, e di come le sue politiche abbiano cambiato il mondo.
Recensione: Narrato a volte in prima persona rivolgendosi direttamente al pubblico (un espediente già efficacemente usato dal regista nel suo film precedente), a volte da un uomo il cui ruolo si scoprirà solo alla fine con un bel colpo di scena, Vice - L'uomo nell'ombra, che segna il ritorno del regista Adam McKay dopo aver colpito pubblico e l'Academy con La grande scommessa, che tratta di un racconto di una parte della storia recente degli Stati Uniti, ma non c'entra la crisi economica, il film è infatti incentrato sulla figura di Dick Cheney, che nell'amministrazione di George W. Bush è diventato il vicepresidente più potente di sempre, è la storia (si potrebbe così dire) di una vocazione, una chiamata al potere, che Cheney sente fin da giovane e che trova la sua sponda e il suo sostegno in una moglie che da subito lo indirizza e lo sprona. Tanto Cheney è devoto alla famiglia e affettuoso con le figlie, tanto è spregiudicato nel suo comportamento pubblico: intrighi, scandali, gioco sporco, scelte che favoriscono smaccatamente i ricchi e potenti, le deportazioni e torture indiscriminate dopo la tragedia dell'11 settembre, tutto, dal bombardamento della Cambogia alla dichiarazione di guerra all'Iraq, nonostante sapesse benissimo della inesistenza delle famose armi di distruzione di massa. La tesi del regista premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale nel 2016 per quel originalissimo ed interessante film che è La grande scommessa, è che l'America sia governata da dinastie, le scelte politiche dagli anni '60 in poi sono state affidate a un ristrettissimo gruppo di persone. Un altro paese sarebbe stato possibile, suggerisce il regista quando a metà del film fa partire i titoli di coda, come se Cheney fosse stato sconfitto, ma non è stato così. La vicenda raccontata da Vice - L'uomo nell'ombra è quindi una pagina importantissima della storia recente non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero. L'influenza di Dick Cheney sulle vicende del primo decennio del XXI secolo è stato fortissima, in particolare per quanto riguarda l'entrata in guerra contro l'Iraq. Tra i momenti più terrificanti per la loro fredda lucidità ci sono sicuramente i focus group utilizzati per decidere la terminologia da usare per spostare l'opinione pubblica. Adam McKay insomma non risparmia nessun colpo a Cheney, ma neanche a tutti gli altri, non la classe dirigente, i ricchi, i militari, ma nemmeno la gente comune, esemplare la scena di un focus group nel quale, dopo un'accesa discussione, un liberal e un conservatore vengono alle mani sulle sorti del paese, mentre una donna è interessata solo a cosa danno al cinema, come dire, anche in America ognuno ha i governanti che si merita. La sua figura è però quella più pressata, attaccata infatti da ogni fronte, mostrandone i lati più viscidi e oscuri, creando il ritratto di un uomo davvero senza scrupoli, pronto davvero a tutto per ottenere il potere. Dall'altra parte George W. Bush, apparentemente un completo inetto, che viene facilmente raggirato dalle parole di Cheney. Una rappresentazione non certo imparziale, ma è chiaro che non sia mai stato questo l'obiettivo di McKay. Alla storia meramente politica si intreccia anche ben altro, ovvero la particolare storia d'amore tra l'inconcludente e insicuro Dick e la bella e carismatica Lynne, che poi si evolve nell'amore incondizionato verso le figlie, oltre a piccole sotto-trame di spionaggio. Perché, se il Dick Cheney politico è spietato e cinico, l'uomo sa essere un padre protettivo e amorevole, che rinuncia a correre per le presidenziali per evitare stravolgimenti nella vita della figlia minore (mi fermo qui per evitare spoiler).

venerdì 10 maggio 2019

Hostiles - Ostili (2017)

Si tende a ritenere il western come un genere ormai morto e sepolto, io invece non sono per nulla d'accordo. Il western non è affatto morto, è solo felicemente in pensione, pur consapevole di essere ancora in grado di donare qualcosa. Basti pensare ai titoli usciti negli ultimi anni, non solo in ambito cinematografico, per renderci conto che il genere, benché ormai minoritario, è ben lungi dal finire sottoterra. Questo qui però, grazie anche a una storia di integrazione che parla alle generazioni moderne, le ostilità che i protagonisti sono costretti ad affrontare lungo il cammino sono il segno di un film che in realtà tratta un tema attuale e molto sentito, Hostiles - Ostili (Hostiles), film del 2017 diretto da Scott Cooper, non è un western come tutti gli altri. Questo è un infatti un film diverso, almeno per quella che è l'idea comune di western. E' diverso da ogni Sentieri Selvaggi o Balla coi lupi, non ha niente a che fare con The Lone Ranger ovviamente, con nessun film di Leone, The Eightful Eight o con I Magnifici Sette. E' diverso perché alla base della storia non c'è l'azione con cavalli, fucili e frecce (anche se rende tuttavia onore ai grandi capolavori del genere), bensì il conflitto e la crescita interiore di un uomo, di un soldato, che sta vivendo personalmente il cambiamento di punto del vista nei confronti del conflitto americano-indiano. Un conflitto che nel 1892 stava cambiando pelle, in cui era difficile stabilire chi fosse nel torto fra le due parti, la brutalità e la violenza non erano risparmiate da nessuna fazione. Quelli che erano quindi giochi di potere fra lo stato americano e le tribù diventarono questioni personali, tra soldati americani e indiani. Non a caso il capitano Joseph Blocker ha passato la vita a combattere gli indiani, li considera selvaggi e crudeli e non si è mai fatto scrupoli ad usare contro di loro tutta la violenza che riteneva necessaria e che il Governo consentiva senza problemi. Per questo sembra la scorta più improbabile per il capo Falco Giallo, a cui, dopo anni di prigionia e a causa di una grave malattia, è stato concesso di andare a morire nella sua terra di origine. La situazione si complica ancora di più quando al gruppo si unisce Rosalie Quaid, una donna a cui un gruppo di indiani Comanche ha sterminato la famiglia. Donna che quindi diventerà una dei protagonisti di questo racconto di integrazione tra gli abitanti di uno stesso territorio ma dalle tradizioni differenti. Difatti il viaggio che dovranno compiere sarà più che altro metaforico, sarà un viaggio verso la tolleranza e il riconoscimento della parola "omicidio", un viaggio in cui non ci saranno vincitori ma solo vinti.

martedì 3 luglio 2018

Knight of Cups (2015)

Ho apprezzato, seppur non tantissimo, Terrence Malick nei suoi quattro film prima del suddetto, ma questo Knight of Cups, film del 2015 scritto e diretto dal regista statunitense, l'ho trovato molto difficile da portare a termine. Egli punta sempre in alto, e il più delle volte ci riesce bene e con discreti risultati, ma stavolta gli è sfuggita di mano la situazione. La linea è quella di The Tree of Life e To the Wonder, ma portata all'estremo in una sfida allo spettatore in cui la bellezza di certe immagini della natura solo a tratti compensa la fatica di aderire a un percorso esistenziale enigmatico, dove la voice over commenta ma non chiarisce. Se infatti in To the Wonder, il viaggio tormentato nei meandri della psiche del protagonista Ben Affleck, risultava tutto sommato efficace e abbastanza convincente, qui finisce per essere una stancante sequela di sequenze quasi tutte uguali in cui l'originalità e il fascino del mistero delle pellicole di Malick lasciano spazio ad una spiacevole sensazione di noia e di già visto/percepito. Se infatti in The Tree of Life, la ricostruzione di una vicenda umana si incastrava alla perfezione con quel flusso stordente visivo capace di evocare il conflitto tra umanesimo e spiritualità, qui questo raccordo appare molto più sfilacciato, talvolta pretestuoso, e la voce over ostentata e solenne che predica lungo tutto il film crea un maggiore distacco verso l'immagine che non una riflessione di completamento. Tanto che, peggio che in altre occasioni, la parte più difficile diventa tentare di estrapolare una trama comprensibile ai più. Nel film difatti, si susseguono confusamente le relazioni più o meno durature del protagonista, i personaggi entrano ed escono dalla scena secondo una logica non sempre comprensibile e di tanto in tanto il flusso di parole e immagini è illuminato sì da momenti di sfolgorante bellezza, ma di cui si fa fatica a capirne il senso. Tra la sinossi del film e il suo effettivo risultato c'è infatti una discrepanza enorme, perché impegnato com'è a raccontarci ancora una volta di un maschio bianco in crisi esistenziale che cerca la terra promessa nelle proprie amanti senza trovare risposta, Malick conversa più con se stesso che con lo spettatore.

lunedì 7 maggio 2018

La grande scommessa (2015)

Non è un film facile e ammetto che mi aspettavo qualcosa di diverso, più simile a Wall Street, tuttavia questo film "sui generis" sorprende per l'originalità e la freschezza nel trattare una materia complessa come quella dell'alta finanza, alla quale il regista riesce a conferire quel "quid" di cinematografico. La pretesa è infatti quella di rendere cinematografica, nonché comprensibile al grande pubblico, una materia complessa come quella dell'alta finanza, e Adam McKay centra (sorprendentemente) il bersaglio. Perché una volta tanto un film, questo, La grande scommessa (The Big Short), film del 2015 diretto dal regista statunitense, basato su una storia drammaticamente reale, come l'esplosione della bolla immobiliare del 2008 (e tratto dal libro di Michael Lewis The Big Short: Il grande scopertoThe Big Short: Inside the Doomsday Machine), permette di capire perché e che fine hanno fatto i soldi dei risparmiatori americani, di chi erano le responsabilità e chi ha preferito far finta di niente, nonostante in parecchi avessero capito su quale china il mercato avesse iniziato a correre. Ma se tutti conoscono l'impatto che ha avuto nel mondo la crisi economica del 2008, altresì forse non tutti sanno che tre gruppi di persone l'avevano ipotizzata e ci avevano pure scommesso. Nel 2005, infatti, l'eccentrico manager di hedge Michael Berry (Christian Bale) scopre che il mercato immobiliare statunitense è estremamente instabile, essendo formato da mutui "subprime" ad alto rischio e fornendo sempre meno ritorni. Secondo lui era possibile ipotizzare il crollo nel secondo trimestre del 2007 e trarne addirittura profitti scommettendo contro il mercato immobiliare stesso con la creazione di "credit default swap". Di questa sua ipotesi ne viene a conoscenza anche l'investitore Jared Vennett (Ryan Gosling), il trader Mark Baum (Steve Carrell) e due giovani avidi investitori, Charlie Geller (John Magaro) e Jamie Shipley (Finn Wittrock), che chiedono aiuto al banchiere Ben Ricket (Brad Pitt), i quali non si lasciano scappare la possibilità di far soldi, tanti soldi.

giovedì 29 settembre 2016

Gli altri film del mese (Settembre 2016) Parte 1

Mai come questo Settembre mi era capitato di vedere tanti film, perché dopo averne visti e recensiti già tanti, ecco che per questo classico post di fine mese, dato che sono davvero numerosi, ho dovuto per forza di cose suddividere il tutto in due parti. Ecco quindi le prime recensioni della prima parte. Partisan è un crudo e potente film drammatico del 2015, diretto dal regista australiano Ariel Kleiman, al suo debutto, che ha come protagonista principale il bravissimo Vincent Cassel, ormai abituato a rivestire i più svariati ruoli e, principalmente, quelli di cattivo, ma quello che interpreta in "Partisan" risulta alquanto singolare (come in parte anche ne Il racconto dei racconti) e come, del resto, tutta la vicenda narrata. Un uomo che ha costruito in una squallida periferia una sorta di nascondiglio ben nascosto e ben protetto dal resto della società in cui ha deciso di prendersi cura ed educare dei bambini nati da madri probabilmente in condizioni disagiate poiché o violentate o abbandonate dai propri compagni. In questa sorta di strano e singolare microcosmo egli provvede a tutto, cibo, giochi, una sorta di istruzione più che altro basata sulla pratica ed altre necessità varie, inoltre egli vi ospita anche le suddette madri in modo tale che i bambini non siano da loro separati affettivamente e fisicamente e rivestendo invece lui stesso il ruolo di padre per tutti. Il suo scopo è quello di addestrare i piccoli al fine di fare loro commettere degli omicidi nella società contemporanea (non si sa se per motivi di vendetta od altro) e di trasformarli in pratica in un suo personale piccolo esercito di soldati ai suoi ordini. Gregori ha un fare suadente, è generoso, è un padre attento e affettuoso ma contemporaneamente un despota assoluto che non ammette alcuna trasgressione alle sue regole, nessun dubbio rispetto alle sue verità. Ma pian piano dopo un paio di episodi curiosi Alexander (quello più intelligente e sensibile degli altri e per il quale l'uomo nutre una simpatia particolare) si ribella (poiché quasi sempre con la forza e con le minacce non si va da nessuna parte) ed inizia ad avere dubbi sulla sincerità e correttezza del patrigno (trovando sbagliati e troppo autoritari i suoi insegnamenti) specialmente nel momento in cui si sente responsabile del futuro del fratellino Tobias per il quale cerca alternative di vita. Ciò porterà ovviamente i due a svariati scontri sino all'inevitabile tragico epilogo.

giovedì 3 marzo 2016

Exodus: Dei e Re (2014)

Exodus: Dei e re (Exodus: Gods and Kings) è un film del 2014 diretto da Ridley Scott, e dedicato al fratello Tony Scott (anch'esso famoso regista), morto tragicamente nel 2012. Il film è un adattamento dell'evento biblico dell'Esodo del popolo ebraico guidato da Mosè (interpretato da Christian Bale) e riportato nel libro dell'Esodo della Bibbia. A dover parlare di questo film però non si sa bene da dove incominciare. Intanto si dovrebbe raccontare la storia, perché quella raccontata nel film ha davvero poco a che vedere con quella biblica. Viste tutte le aggiunte, le omissioni, gli stravolgimenti, le interpretazioni, si può dire che il regista dal racconto originale ha preso giusto lo spunto per poi proporne uno di sua invenzione. Grande successo al botteghino, è stato però oggetto di numerose critiche per diversi motivi. Perché praticamente stravolge, il mito, la vera o presunta Storia di Mosè, qui addirittura generale, un abilissimo guerriero che addestra le sue truppe. Il film proprio per questo, ma non solo, quando uscì fu bloccato in diversi paesi come l'Egitto, ufficialmente perché conteneva molte inesattezze storiche. Il ministro della cultura egiziano definì il film "sionista", negando che le piramidi d'Egitto furono state costruite dagli ebrei. In definitiva quindi Exodus: Dei e Re è un Fantasy. Perché in altro frangente o racconto come ne Il Gladiatore, si poteva tranquillamente mettere da parte la Storia per dare manforte all'aspetto fantasy, riguardo ad Exodus le aspettative erano piuttosto semplici, riprodurre il secondo libro della Bibbia, cosa che di certo non avrebbe potuto nuocere alla sensibilità di qualsivoglia spettatore. Non si discute la libertà cinematografica necessaria anche per il botteghino, ma il semplice fatto che proprio perché rappresenti qualcosa di conosciuto, avrei voluto che venisse riportato sullo schermo, ossia attraverso le immagini, quello che ho letto, quello che so (o visto ne I dieci comandamenti), almeno per le parti chiave, completamente stravolti dal regista. Non si fa una questione da puristi ma non si può stravolgere così tutto, è come se ad Homer Simpson gli faccio bere la coca-cola anziché la birra, non è la stessa cosa, perché bene o male a priori so cosa aspettarmi. Se le parti salienti dell'Esodo della Bibbia fossero state rispettate, a mio avviso, il film ne avrebbe guadagnato, senza perdere nulla, bastava un semplice copia e incolla.

venerdì 4 settembre 2015

Gli altri film visti ad agosto: Parte 3 - Thriller e Drama

Nella categoria Thriller ci sono 4 film (alcuni con una parte d'azione, d'avventura e romanticismo) più altri 2 che hanno una velleità più drammatica nella storia. Ossessione omicida (USA, 2014), A Colin Evans (Idris Elba), un pericoloso assassino, viene rifiutata la libertà condizionata nonostante abbia fatto ammenda dei suoi comportamenti passati. Nel viaggio di ritorno verso il carcere, Colin evade uccidendo i secondini che lo scortavano. Di nuovo libero, ne approfitta per uccidere la sua ex fidanzata, da cui si è sentito tradito. Nel frattempo, Terri Granger (Taraji P. Henson), casalinga con due figlioletti, vive una situazione di relativa tensione con il marito Jeffrey, che deve andare fuori città per il compleanno del padre. Rimasta da sola con i figli piccoli, Terri riceve di sera l'inaspettata visita di Colin, che, mentre fuori infuria la tempesta, le chiede di usare il telefono per chiamare il carro attrezzi: ha infatti avuto un incidente con la sua auto.