giovedì 29 settembre 2016

Gli altri film del mese (Settembre 2016) Parte 1

Mai come questo Settembre mi era capitato di vedere tanti film, perché dopo averne visti e recensiti già tanti, ecco che per questo classico post di fine mese, dato che sono davvero numerosi, ho dovuto per forza di cose suddividere il tutto in due parti. Ecco quindi le prime recensioni della prima parte. Partisan è un crudo e potente film drammatico del 2015, diretto dal regista australiano Ariel Kleiman, al suo debutto, che ha come protagonista principale il bravissimo Vincent Cassel, ormai abituato a rivestire i più svariati ruoli e, principalmente, quelli di cattivo, ma quello che interpreta in "Partisan" risulta alquanto singolare (come in parte anche ne Il racconto dei racconti) e come, del resto, tutta la vicenda narrata. Un uomo che ha costruito in una squallida periferia una sorta di nascondiglio ben nascosto e ben protetto dal resto della società in cui ha deciso di prendersi cura ed educare dei bambini nati da madri probabilmente in condizioni disagiate poiché o violentate o abbandonate dai propri compagni. In questa sorta di strano e singolare microcosmo egli provvede a tutto, cibo, giochi, una sorta di istruzione più che altro basata sulla pratica ed altre necessità varie, inoltre egli vi ospita anche le suddette madri in modo tale che i bambini non siano da loro separati affettivamente e fisicamente e rivestendo invece lui stesso il ruolo di padre per tutti. Il suo scopo è quello di addestrare i piccoli al fine di fare loro commettere degli omicidi nella società contemporanea (non si sa se per motivi di vendetta od altro) e di trasformarli in pratica in un suo personale piccolo esercito di soldati ai suoi ordini. Gregori ha un fare suadente, è generoso, è un padre attento e affettuoso ma contemporaneamente un despota assoluto che non ammette alcuna trasgressione alle sue regole, nessun dubbio rispetto alle sue verità. Ma pian piano dopo un paio di episodi curiosi Alexander (quello più intelligente e sensibile degli altri e per il quale l'uomo nutre una simpatia particolare) si ribella (poiché quasi sempre con la forza e con le minacce non si va da nessuna parte) ed inizia ad avere dubbi sulla sincerità e correttezza del patrigno (trovando sbagliati e troppo autoritari i suoi insegnamenti) specialmente nel momento in cui si sente responsabile del futuro del fratellino Tobias per il quale cerca alternative di vita. Ciò porterà ovviamente i due a svariati scontri sino all'inevitabile tragico epilogo.

Partisan, che parte dalla base di una storia alquanto assurda ed irreale, ma altamente metaforica che induce lo spettatore a riflettere, è però un film discontinuo e abbastanza strano. Questo perché nonostante l'interessante tema proposto, ovvero della povertà e del non futuro, non ha mordente e non emoziona come invece ci si aspettava. La storia certamente è davvero molto cruda e intensa anche se durante tutta la pellicola le azioni violente o cattive qui non ci sono. Comunque anche se è fin troppo chiaro ed esplicito che questo sia un inno alla libertà ed all'indipendenza, il film non ha mai un punto di rottura (solo alla fine) e nonostante questo futuro quasi distopico mette ansia, non coinvolge e non regala un emozione. Però l'ambientazione squallida e fatiscente in cui il padre con le numerose mogli e figli vive, tesa quasi a sottolineare il fatto di fare parte di un mondo a se stante ed alquanto assurdo è probabilmente la cosa più efficace di tutte, sopratutto per la presenza dell'attore Vincent Cassel che ben sa impersonare il proprio ruolo di personaggio all'estremo del fanatismo e della pazzia, consegnando allo spettatore i più svariati ed altalenanti stati d'animo che vanno dalla più grande generosità alla più severa e feroce durezza. Da menzionare è anche il giovane Jeremy Chabriel che interpreta il ragazzo ribelle e che soprattutto ben si accorda nella recitazione con Vincent Cassel, tenendogli ben testa sotto tutti i punti di vista. Un film perciò interessante e potente ma che però non impressiona e non si lascia imprimere sopratutto per la scelta indubbiamente sbagliata di affidarsi totalmente ai sottotitoli, parlano sempre in inglese anche se Partisan (che sembrerebbe associarsi a Belgrado e alla guerra con i bambini soldato) non ne aveva assolutamente bisogno. Un peccato perché con questa scelta nonostante tutto il 'buono' in senso filmico mi ha leggermente annoiato e stufato, per fortuna non durava tanto. Comunque menomale che il finale, bello e forte, salva in parte la pellicola, discreta ma troppo ambigua e lenta. 5/10

Il venditore di medicine, film del 2013 di Antonio Morabito è un pugno allo stomaco, forte quanto necessario. La pellicola infatti indaga senza retorica su tutto l'universo corrotto di uomini, medici, manager che ruota intorno al colosso delle case farmaceutiche. Un film perciò duro, che ci mostra una realtà poco conosciuta, quella del comparaggio farmaceutico, con personaggi che senza vergogna fanno di questa pratica parte integrante del proprio lavoro. In questo microcosmo di persone che hanno perso di vista valori e umanità si muove benissimo il venditore di medicine protagonista del film, Bruno, informatore scientifico, magistralmente interpretato da un Claudio Santamaria in stato di grazia (recentemente vincitore di un David di Donatello), che è risucchiato in breve tempo in una parabola discendente senza ritorno. Bruno corrompe tutto e tutti, medici compiacenti, amici, conoscenti fino portare a corruzione anche il rapporto con sua moglie, a cui presta il volto un'elegante Evita Ciri, moglie devota e vittima dell'uomo. Le medicine, che fanno la sua fortuna scambiate e vendute senza alcuno scrupolo, gli serviranno per mettere a tacere la donna ignara del vero volto del marito. Il film di Morabito ben si colloca sulla scia del cinema di impegno civile, anche se non graffia più di tanto e non denuncia ma delinea solamente (si fa per dire) un mondo immorale, il nostro. Questo ritratto impietoso di uno spaccato d'Italia infatti non lascia spazio alla speranza, tutto e tutti si possono comprare e vendere in nome della logica del mero profitto, e le medicine sono considerate al pari di qualsiasi altro bene di consumo. A capo di questa macchina per fare soldi c'è una credibilissima Isabella Ferrari, il cui volto aggraziato fa da contraltare alla spietatezza della donna manager. Anche il primario integerrimo, interpretato in maniera egregia da Marco Travaglio, che all'apparenza sembra incorruttibile, alla fine disvela il suo vero volto cinico e corrotto. Nessuno si salva, e chi tenta di farlo viene immediatamente risucchiato dal sistema. Un sistema corrotto che fa rabbia, consentito e appoggiato dai politici, il cui unico scopo è il profitto e che non tiene minimamente in considerazione il bene dei cittadini, in questo caso i malati, o meglio i pazienti. Ma anche Bruno fa rabbia e pena per la sua condizione personale, per quel senso di pressione continua che il film ci trasmette e che assorbe tutte le energie di Bruno, e ne stravolge la scala di valori, portandolo ad agire in modo sicuramente condannabile ma, dalla sua prospettiva di topo in gabbia, quasi inevitabile. Un film quindi coraggioso, ben diretto e ben recitato, ambientato in una città qualsiasi, con personaggi che si muovono in ambienti asettici, resi efficacemente da una fotografia cruda, che potrebbero essere l'ospedale della nostra città o l'anticamera del nostro medico di famiglia. Il film è un'intelligente loop, una spirale, un circolo ozioso e vizioso, dove il male ricade prima o poi su chi lo commette, anche se i protagonisti, politici, venditori di aspirine da 4 soldi, medici corrotti, o capi area di potenti farmaceutiche, ne sono spesso inconsapevoli e agiscono sulla pelle altrui, come se non fossero anche loro esseri umani. Il venditore di medicine, dove tutto è assolutamente vero (anche se spero di no), è sopratutto una denuncia sui malfunzionamenti e abusi di sanità e case farmaceutiche, con corruzione politica, giochi di potere a più livelli, fin dallo scalino più basso della scala, imperniati qui sulla figura di un informatore senza scrupoli che, costretto da pressioni assurde, deve, per far fronte ai ritmi insani, drogarsi egli stesso. Il film lascia sconvolti e disgustati, ma anche colpiti da tanta sensibilità nel raccontare chi ha perso un genitore a causa di un farmaco mancante o di poca onestà dei medici. Comunque nonostante la buona messa in scena, il film ha molti problemi, su tutti la reale mancanza di un ritmo narrativo adatto al grande schermo, va bene tutto, va bene che lo spettatore sia sensibilizzato ad un tema del genere e tutto il resto, ma siamo nei territori del cinema utile più che in quelli del cinema indispensabile. Questo non toglie comunque che la 'bottarella' arrivi comunque all'indirizzo dello stomaco dello spettatore. Un film perciò da vedere, per riflettere e capire. 5/10

Se chiudo gli occhi non sono più qui è un delicato e drammatico film di formazione italiano del 2013 diretto da Vittorio Moroni. Il film infatti, racconta di un ragazzo di origine filippina, Kiko, orfano di un padre italiano di cui sente fortemente la mancanza, il quale vive con la madre ed il di lei nuovo compagno in una cittadina del Friuli, che non riesce a trovare la sua dimensione anche per colpa del padre 'adottivo'. Il rapporto che l'adolescente ha con quest'ultimo è infatti assai controverso, per non dire ostile, il ragazzo difatti, desideroso di studiare è costretto invece, al termine di ogni giornata scolastica, ad andare al cantiere dove lui lavora per lavorare come muratore e fare di questa attività la sua professione futura. L'incontro che egli avrà con un vecchio professore ed amico del padre però gli cambierà l'esistenza e lo farà maturare velocemente, venendo anche a scoprire sconcertanti verità. Se chiudo gli occhi non sono più qui come si evince dalla trama, racconta una vicenda molto minimalista, esile se si vuole dire, in quanto più che avvenimenti ed azioni eclatanti, essa  presenta lo stato d'animo malinconico, per non dire triste, e quasi rassegnato del giovane protagonista che sicuramente non sta vivendo serenamente, come invece dovrebbe, le proprie giornate e la sua età. Diviso tra i doveri e le responsabilità impostigli dal patrigno, per lui troppo onerosi e non del tutto confacenti ai suoi anni, e tra le aspirazioni di un futuro migliore attraverso la passione per lo studio e quella per l'astronomia, lo spettatore recepisce esattamente quello che il regista vuole consegnargli, cioè il ritratto di un ragazzo assai dolente, privato prematuramente degli affetti più cari e molto più maturo della sua età. E non può che comprenderlo e soffrire un po' con lui. E il regista, grazie anche alla confezione estetica aggraziata, pur raccontando una situazione difficile, riesce, al di là delle secondarie tematiche concernenti le popolazioni immigrate, a rappresentare in maniera quanto mai efficace tale stato d'animo e tale condizione esistenziale, grazie anche alla sapiente ed oculata scelta degli attori che si dimostrano molto efficaci nei propri ruoli, da Beppe Fiorello in quello del patrigno arrogante, ignorante e severo (ma forse anche lui un tempo, viene fatto capire, avere sofferto), a quello più preponderante ed incisivo di Giorgio Colangeli nella parte del vecchio amico del padre, per finire con Mark Manaloto che interpreta il ragazzo protagonista, sorprendentemente bravo alla sua, forse, prima prova di attore. Insomma, il pregio del film sta proprio in questa rappresentazione di vari stati d'animo e situazioni più o meno impalpabili ma quanto mai reali. Unici difetti del film sono invece il ritmo un po' disomogeneo e la presenza di alcuni personaggi che vengono presentati ma che poi non si sviluppano come (forse) dovrebbero, ad esempio la professoressa e la compagna di classe del protagonista. Ma è probabile che il regista abbia fatto questa scelta per sottolineare la solitudine di Kiko, che non riesce a trovare la giusta compagnia e il giusto conforto neppure fra i coetanei. Perché purtroppo come spesso capita, non è facile armonizzarsi con 'l'altro', di questi tempi poi, ma sopratutto non sempre si trovano persone predisposte ad aiutare, anche se la conclusione del racconto ci porta su un versante che lascia spazio all'ottimismo, alla speranza che Kiko possa, come quel sasso che lascia nel fiume, arricchirsi e plasmarsi in un mondo migliore, speriamo il nostro. Un film perciò malinconico ma poetico, lento ma coinvolgente (almeno un pochino), bello e interessante anche se inesorabile. Un film che quindi merita assolutamente di essere visto, ma senza aspettarsi tanto. 6/10

The Runner (2015), film d'esordio dietro la macchina da presa del produttore Austin Stark, è un film amaro ed emotivamente potente, un drama-thriller ambientato nel mondo della politica americana, che racconta attraverso atmosfere suadenti ed opprimenti le scelte etiche di un uomo allo sbando ma pronto a combattere per i propri ideali in un mondo come quello della politica basato sull'arte del compromesso. E prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, ovvero il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon (che inquinò le acque con conseguenze anche sociali ed economiche di un certo rilievo per lo Stato e i suoi abitanti), avvenuto nell'aprile del 2010 (ancora ben saldo nella memoria degli americani), inscena una sofferta e credibile storia di finzione. Quella di un membro del Congresso (Nicolas Cage), che sulla cresta dell'onda dopo un commosso intervento, richiede con forza aiuti per la sua Lousiana. Ma proprio quando la sua popolarità è alle stelle, tale da garantirgli una quasi sicura elezione nel Senato americano, uno scandalo ne mina la credibilità, viene infatti alla luce una relazione extra-coniugale con una donna di colore, anch'essa sposata. Costretto alle dimissioni, e con la conseguente separazione della moglie, l'uomo dopo un periodo di depressione ritrova nuova forza vitale in un'associazione, da lui stesso creata, che cura gli interessi delle fasce sociali più colpite dalla calamità. Ma il richiamo della politica non tarderà a chiamarlo, mettendolo di fronte a scelte morali di non poco conto. The Runner è un film atipico e di non facile fruizione, capace però di suscitare emozioni sincere e scampando miracolosamente le insidie della retorica, il regista infatti, è bravo nel raccontarci senza troppe commiserazioni l'ascesa e la caduta del protagonista, uomo diviso tra i propri ideali e i compromessi necessari per metterli in pratica, ed è abile nell'instillare una dolente e credibile umanità nei vari personaggi in gioco, in una sorta di thriller dell'anima che gioca con abilità tutte le sue carte e sfrutta appieno l'ambientazione della Lousiana, vera e propria co-protagonista della vicenda. Novanta minuti che compensano un ritmo narrativo solo apparentemente lento con una manciata di scene madri emotivamente potenti per un racconto morale che si prende i suoi tempi senza correre, a dispetto del titolo (tradotto letteralmente, Il corridore).  Il tutto con uno stile limpido e sofferto, che fa sua un'intimità empatica in grado di coinvolgere ed appassionare, mettendo in mostra la predominanza dei poteri forti e dei grandi interessi nella politica americana. Nulla di nuovo perciò nella cinematografia americana ma che comunque si lascia vedere tranquillamente. Grazie anche a un cast eccelso (memorabile la performance di Peter Fonda) dove ritroviamo un Nicolas Cage (finalmente) fieramente convincente, in una delle prove più riuscite della sua carriera recente (la sua presenza infatti non sempre è sintomo di spazzatura come nel caso di Left behind). Una buona prova la dà anche la sempre affascinante Connie Nielsen, ma chi emerge su tutti è la bravissima e misurata Sarah Paulson, ancora una volta bravissima (per American Crime Story ha vinto meritatamente un Emmy). Insomma un film interessante, potente ma niente di speciale e anche se il finale lascia un po' l'amaro in bocca, la sufficienza è comunque meritatamente d'obbligo. 6/10

Sembrerà strano ma il thriller canadese del 2015 The Intruders, diretto da Adam Massey, è il terzo film che vedo, che nel titolo c'è la parola Intruders, e come nel caso del (pessimo) thriller coreano e (dell'inconcludente) thriller sovrannaturale con Clive Owen, il risultato è ugualmente deludente. Sarà che porti sfortuna quella parola? Perché anche in questo caso questo film non è né carne né pesce. Difficile anche classificarlo, no negli horror dal momento che si basa sul timore di ciò che potrebbe accadere e alla ricostruzione di ciò che invece è già accaduto senza una concreta situazione degna di un film appartenente a tale genere. Si potrebbe forse definirlo un "suspense" movie ma senza troppa convinzione. Sappiamo inoltre, agli amanti degli horror che la stragrande maggioranza dei "nostri" amati film, scatenando déjà vu a profusione, diramano la loro trama partendo dalla scampagnata di ragazzi spregiudicati che verranno regolarmente massacrati uno dopo l'altro oppure dal trasloco di una tranquilla famiglia in una nuova casa dove (ma guarda un po') qualcuno è stato scannato nei mesi seguenti. The Intruders appartiene (purtroppo) alla seconda categoria e questo è male, perché per quanto poi possano presentarsi colpi di scena e situazioni inaspettate, il contesto manca di fantasia. Qui (tanto per cambiare) c'è una giovane ragazza (la comunque bellissima Miranda Cosgrove di iCarly), "allucinata" o forse no (la madre incredibilmente è morta), che assume farmaci o forse no e che di certo avverte strane presenze nella nuova casa ma non viene creduta. Ovviamente la situazione degenera e tutto si fa leggermente più tetro e pauroso ma giunti al momento della rivelazione finale, il film non s'impenna e la scena finale rasenta quasi il patetico. Un finale sintetizzato in pochi minuti entro cui la situazione precipita e l'equilibrio mantenuto fino a quel momento, in bilico come sempre tra horror e thriller, viene spezzato dal classico scontro fisico tra Rose ed il suo aguzzino. Nessun colpo di scena, niente (o quasi) collega l'ultima parte con quanto visto in precedenza. C'è solo il reiterato psicopatico di turno, timorato di Dio e con un'educazione materna alquanto discutibile, alla ricerca di un fantomatico amore mai corrisposto. Davvero piatto e incolore (nessuna innovazione e soliti trucchetti), nonostante i protagonisti (che mancano di spessore), se la cavino anche benino nei propri ruoli (anche se l'interpretazione non riesce a far passare in secondo piano la banalità dei dialoghi), sopratutto la bella Miranda, al contrario del poco credibile Austin Butler, (un altro recuperato dal team della Disney). Ma non si può però condannare The Intruders per l'assenza di una sceneggiatura convincente, ma di certo lo si può fare per la mancanza di ingredienti che riuscissero almeno a stuzzicare la curiosità. Comunque sia film da evitare. 4/10

Buoni a nulla è l'ultima delle simpatiche e commedia agrodolci sulla voglia di riscossa di Gianni Di Gregorio, che dopo Pranzo di Ferragosto e Gianni e le donne sembra chiudere un cerchio, quello di un uomo costantemente alle prese con il vario genere umano, per lo più femminile, in un tipo di rapporto dove la comunicazione è "stralunata" e dove ognuno parla il proprio linguaggio e soprattutto vive nel proprio mondo. Il film del 2014 infatti, diretto, scritto e interpretato da lui stesso, racconta di un uomo mite, ma circondato dalla negatività e bersagliato dalle prepotenze altrui, l'ex moglie, i colleghi d'ufficio e una bisbetica vicina di casa non fanno altro infatti che turbare la sua esistenza. Stufo di subire le angherie del mondo decide quindi di imparare a farsi rispettare, alleandosi con un collega (un bravissimo Marco Marzocca, che riesce a dare al suo personaggio nello stesso tempo delicatezza, goffaggine e malinconia in maniera convincente e coinvolgente) che, come lui, e' decisamente troppo tollerante con il prossimo (buono e docile, innamorato della collega Cinzia, più giovane di lui, che lo illude). Per ottenere la giusta rivincita dovranno pero' stravolgere la loro indole. Ci riusciranno più o meno, poiché il lieto fine è ovviamente conseguente (e non poteva essere altrimenti), d'altronde al contrario dei precedenti 'capitoli' questo film risulta più ottimista (anche nel finale) delle precedenti e soprattutto vede alla fine una sorta di riscatto sia per il protagonista che anche per gli altri personaggi di contorno. Buoni a nulla, lo dice indirettamente il titolo, e il diario di uno o più individui miti, insomma, persone senza qualità, se non una limpidezza d'animo e una rara bonarietà caratteriale che li rendono docili in ogni circostanza. Anche quando il nostro uomo viene a sapere, da un giorno all'altro, due notizie altrimenti tragiche, ma siccome Gianni è un buono, non fa nessuna sceneggiata una volta apprese le notizie, e decide di avere il buon gusto di sentirsi male a casa, dove viene accudito, più che dalla ex moglie e dai due figli, dal nuovo compagno dentista della ex consorte (il grande Marco Messeri), col quale da sempre ha un feeling ed una intesa perfetti. Nella nuova realtà lavorativa Gianni scoprirà com'è dura vivere nella giungla nemica, impegnato tutto il giorno a tener testa a colleghi ruffiani ed approfittatori (Gianfelice Imparato, fantastico come sempre), a cape autoritarie e schiaviste (la splendida Anna Bonaiuto) e deciderà di dar retta al compagno dell'ex moglie, scoprendo che a comportarsi da iene, tirando fuori la cattiveria, le soddisfazioni finalmente cominciano ad arrivare, anche se non sempre sarà la scelta giusta. Buoni a nulla comunque si avvale di una sceneggiatura semplice, lineare, senza guizzi creativi, ma che fa della sua semplicità la sua forza. Di Gregorio racconta con delicatezza un mondo dove il cattivo e il furbo spesso vince sull'uomo buono e corretto. Il film ha però un ritmo blando, sonnacchioso che dà la sensazione di una storia stiracchiata con poca profondità e incisività (anche se conquista a poco a poco l'attenzione suscitando anche qualche simpatica risata). I personaggi e i loro caratteri sono appena accennati lasciando solo in parte soddisfatto lo spettatore. Il film in ogni caso risulta senza alcun dubbio ancora una volta molto ben diretto, con una trama originale e spassosa, fresco, equilibrato nei toni ed intriso di un'ironia quasi sorniona che ormai, si può affermare, ne costituisce la caratteristica principale delle sue opere. Peccato però che il tutto si risolva in una debolissima prova complessiva, nella quale si affrontano tutte le tematiche in maniera superficiale e per nulla incisiva. I fili che compongono la trama infatti sono decisamente deboli, spesso addirittura solo abbozzati, e anche le vendette, da cui si potevano trarre le maggiori gag comiche, risultano flebili e mal sfruttate. Purtroppo ciò che resta del film quindi è la scarsa credibilità del protagonista e delle sue azioni, anche se del film si può apprezzare l'intento di fare un tipo di commedia diversa, considerate le odierne derive corali e nazional popolari tutte uguali a se stesse che hanno portato alla rovina il genere italiano per antonomasia. Comunque la scelta oculata che Di Gregorio fa degli attori è sempre azzeccata e contribuisce sicuramente al successo (minimo) del film. Qui gli attori da menzionare, tutti professionisti rispetto alle opere precedenti in cui erano stati scelte persone comuni, oltre a quelli già citati, menzione speciale però la merita Valentina Lodovini, (qui nei panni di una procace, ma meno maliziosa e più malinconica nuova Fenech), nel ruolo di una avvenente collega profittatrice, in verità più sincera di quanto non possa realmente apparire. Interpretazioni eccellenti che completano una commedia che non si vergogna di viaggiare in tutta semplicità e senza vezzi di autorialità artificiosa, che finirebbero per annientare l'autenticità dei personaggi esemplari che popolano una storia che rispecchia da vicino come siamo, come ci comportiamo, e quanto grotteschi e di cattivo gusto siano molti dei comportamenti che caratterizzano i nostri rapporti col mondo circostante. Il finale forse un po' precipitoso e forzatamente a lieto fine comunque lascia allo spettatore un sorriso e la consapevolezza che ogni tanto è giusto e liberatorio dire no e arrabbiarsi, anche se troverai sempre qualcuno più cattivo e arrabbiato di te, come è la ruota della vita. Discretamente consigliabile come scacciapensieri intelligente. 6/10

Mister Morgan (Mr. Morgan's Last Love) è un delicato ed elegante film drammatico del 2013 scritto e diretto da Sandra Nettelbeck. Il film, tratto dal romanzo La Douceur Assassine di Françoise Dorner, affida nelle mani di uno straordinario Michael Caine, tutto il suo potenziale riuscendo a regalarci una pellicola bella, forse troppo malinconica ma poetica. Caine interpreta infatti Matthew Morgan, un americano che vive a Parigi, come il protagonista del celebre film. Un ex professore di filosofia che, depresso dalla morte di sua moglie (avvenuta 2 anni, 2 mesi e 11 giorni prima), prova a 'sopravvivere' alla perdita. Da allora infatti si trascina (trovando l'unico piacere in immaginari dialoghi con la moglie, Jane Alexander) per la città (in un atmosfera plumbea e desolante in linea con lo stato d'animo del protagonista) e nella vita, aspettando soltanto il momento giusto per farla finita. Cocciuto e refrattario al prossimo quanto alla lingua francese, nonostante aiuti una signora parigina insegnandole l'americano in cambio di apprendere, inutilmente, da lei qualche parola di francese, non riesce a riprendersi ed a trovare alcun entusiasmo e scopo per vivere. La sua triste quotidianità viene però e fortunatamente interrotta da un fortuito incontro con una giovane e bella insegnante di ballo (Clèmence Poèsy), anch'essa schiacciata da una solitudine che il suo sorriso e la danza cercano di nascondere. Da subito tra loro nasce un'amicizia, una simpatia, un intesa, lunghe promenade, pranzi in panchina e cene solenni, dove di tanto aprono i loro cuori e confrontano le rispettive paure. Non c'è niente di erotico o tentativo di emulare un rapporto padre figlia. Due persone sole cercano di farsi coraggio l'uno con l'altro, ma per Mister Morgan una vita senza sua moglie, non ha più senso. Tenterà il gesto estremo senza riuscirci. I figli accorrono al suo capezzale ovviamente preoccupati. Morgan non è stato un buon padre. Lui stesso riconosce di non aver mai avuto lo spirito paterno. Il rapporto conflittuale in particolare con il figlio Miles (Justin Kirk), viene ben descritto e raccontato durante il film. Ma mentre lui ritroverà ancora una volta l'entusiasmo alla vita riuscendo piano piano ad uscire dall'isolamento in cui si era chiuso, lei, si abitua all'idea di prendersi cura di qualcuno, grazie a lei Morgan difatti si avvicina al figlio, piacevolmente colpito dai suoi cambiamenti. Il tentativo di Miles e della sorella Karen (Gillian Anderson) di riportare Morgan in patria scatenerà però conseguenze impreviste nella vita di tutti quanti, fino al desolante ma poetico finale. Mister Morgan è perciò un film delicato e toccante, anche se retto solamente dal protagonista, il cui volto e i cui gesti "parlano", sopperendo così ad una debole e scontata sceneggiatura. Una sceneggiatura comunque abbastanza ricca di spunti, scritta bene, scorrevole all'inizio, ma nel corso della storia perde incisività diventando prevedibile e diminuendo in coinvolgimento ed emotività. I personaggi non vengono benissimo delineati, e nonostante i dialoghi ben costruiti e esaltati soprattutto dalle pause e dagli sguardi del protagonista, e nonostante la regia è semplice, delicata ed attenta, non riesce fino in fondo a dare ritmo alla storia, risultando il film così lento faticoso e impegnativo da seguire alla fine per lo spettatore. Anche se quello di cui pecca maggiormente il film, sono le dinamiche temporali che non fanno maturare la psicologia dei personaggi, e i tempi dilatati, non funzionali al film, e la sofisticata e lenta atmosfera ottenebrano anche  le vicende che dovrebbero essere cariche di pathos. E per finire, se la vita a volte può sorprendere più di un film, qui la regista forse cerca di stupire lo spettatore con un finale inatteso. Ma ahimè il finale è così fuori dalle righe, che sia il personaggio di Mister Morgan sia il film non risultano più tanto credibili. In ogni caso, Michael Caine conferma, se possibile, ancora una volta come e cosa significa essere Attore a qualsiasi età. Il suo Morgan attraversa vari stati d'animo (dolore, solitudine, gioia) riuscendo comunque ad essere sempre coinvolgente e autentico. L'intesa con la giovane Pauline è riuscita, coinvolgendo ed emozionando lo spettatore almeno un pochino. Anche il resto del cast si mostra adeguato. Il film in definitiva è davvero un'esposizione elegante del sentimento senza cadere nella retorica, e nonostante non convinca fino in fondo, è un film da vedere. 6,5/10

Jesse Stone: Lost in Paradise, è il nono film giallo della serie per la televisione creato dalla penna dello scrittore statunitense Robert B. Parker. Ed è interpretato come nei precedenti capitoli, andati in onda, trasmessi a partire dal 2008 sui canali Sky Prima Fila, Sky Cinema, Rai 2 e Mediaset (TOP Crime) e ultimamente su La 7, da Tom Selleck, l'indimenticabile protagonista di Magnum P.I., ma qui al contrario di quella e delle attuali produzioni boriose e frenetiche, questa serie di film è fatta alla vecchia maniera, lenta e riflessiva come il protagonista costantemente col bicchiere in mano assorto nei suoi mille pensieri, e ciò è ormai diventata una piacevolissima rarità nel panorama televisivo attuale. Perché nonostante la lentezza i gialli proposti in questi tv-movie sono coinvolgenti e apprezzabili per la loro logica e semplicità dei fatti. Comunque anche se questo come detto è il nono film credo di averne visti negli anni solo 4 o 5, anche se non è importante ai fini del racconto averli visti tutti anche se una piccola parte è difatti continuativa, come in quest'ultimo caso, dove ritroviamo Paradise, nel Massachusetts, fittizia cittadina di provincia ancora sconvolta da quello che è successo precedentemente. In Jesse Stone: Lost in Paradise, thriller in ogni caso inedito, il capo della polizia, malinconico e demoralizzato da una vita eccessivamente tranquilla, con problemi di alcolismo e interiori, dato che va da uno strizzacervelli, interpretato da un bravissimo William Devane (visto ultimamente in 24 e Interstellar), accetta suo malgrado di far da consulente per un caso di omicidio irrisolto a Boston. La polizia locale sospetta che dietro all'efferato delitto vi sia la mano di un brutale serial killer, lo Strangolatore di Boston (interpretato da Luke Perry, l'indimenticabile protagonista di Beverly Hills 90210), rinchiuso però dietro le sbarre. Stone fa visita all'uomo in prigione, e non fa che convincersi di quello che già sospettava, il colpevole (perlomeno dell'ultimo delitto) è ancora libero, molto più vicino di quanto si creda. Ma Stone mentre si muove tra Paradise e Boston, per acciuffare il cosidetto copycat-killer, aiuterà anche una ragazza (la piccola e bravissima Mackenzie Foy, Murphy in Interstellar) vessata da una madre alcolizzata a venirne fuori. Ovviamente il finale è abbastanza scontato in tutti e due in sensi, ma anche questo film nonostante la prevedibilità, è un film discreto, e la discreta durata (90 minuti) aiuta a non appesantire troppo la confezione cupa e triste della pellicola. Non sarà certo a livello dei grandi gialli, ma Jesse Stone se la cava piuttosto bene. Consigliato agli amanti del genere. 5/10

I fiori della guerra (The Flowers of War) è un drammatico film di guerra del 2011, adattamento del romanzo 13 Flowers of Nanjing della scrittrice cino-americana Geling Yan. Questo film è preceduto però da tre premesse importanti, la regia di Zhang Yimou, uno dei maestri orientali più significativi, l'enorme budget (90 milioni di dollari), fra i massimi messi a disposizione di un film cinese e l'insolita partecipazione di Christian Bale, uno degli attori migliori nel panorama hollywoodiano odierno. Ma a conti fatti, delle tre premesse solo l'ultima ha dato buoni frutti, Bale è ispiratissimo, ma di fatto predica nel deserto e la sua interpretazione viene esaltata eccessivamente dalla pochezza altrui. Anche se la vera delusione va vista nella povertà della trama (vicenda alquanto improbabile, e portata sullo schermo con qualche artificio di troppo), la quale pur partendo da una base interessante finisce presto per incanalarsi su binari convenzionali e prevedibili. Ci si prepara a un kolossal epico, e invece si finisce con un comune melò stranamente simile a uno sceneggiato RAI, senza alcuna epicità. Tuttavia sceneggiatura e regia riescono a sviluppare la storia con accuratezza narrativa e convincente drammaticità. Zhang Yimou ce la racconta infatti con sincero trasporto emotivo, affidando felicemente a Christian Bale il compito di reggere le fila di un complotto umanitario che, in fondo, è già, di per sé, un'originale opera di messa in scena cinematografica. I fiori della guerra parte infatti da un presupposto significativo e sconvolgente, quello del Massacro di Nanchino, avvenuto in Cina nel 1939, durante l'occupazione della città da parte dell'esercito giapponese. Un esercito che commise infinite atrocità (stupro, violenza e uccisione), sopratutto sulle donne. Da qui si sviluppa la narrazione di una pellicola dalle due anime, quella poetica e onirica della tradizione filmica cinese e quella dell'epopea di guerra tipicamente hollywoodiana, con un eroe (il tipico eroe) che nasce come avventuriero e si trasforma in coraggioso paladino man mano che la storia si evolve. La storia di un occidentale, truccatore di cadaveri e becchino che arriva ad un collegio cattolico dove il sacerdote a capo della scuola è appena morto e dove le giovanissime scolare, sfuggite alle bombe e alle pallottole sono affidate alla cura di un ragazzino adottato anni prima dal sacerdote. Di lì a poche ore all'eterogeneo gruppo si uniscono un gruppo di variopinte prostitute in cerca di un nascondiglio, portando scompiglio e gelosie fra le allieve. I violenti combattimenti sono realistici, crudeli, fatti di spietate esecuzioni ed atti di eroismo, ma nel chiuso del collegio, nascoste in cantina, si confrontano le realtà dolenti delle prostitute bambine e le paure infantili delle bambine bambine, le prime truccate, colorate, vitali ed allegre nonostante il loro passato, le seconde nelle loro grigie uniformi, spaventate dal futuro. fra loro un Christian Bale disincantato, che veste l'abito talare per sfuggire ai soldati ma poi lo onora difendendo le bambine e strappandole allo stupro di un gruppo di giapponesi. C'è tutta la poesia e l'eleganza stilistica di Yimou nelle scene più intense, nella grande vetrata colorata che esplode per una bomba, nella coreografia danzata dalle prostitute immaginata da una giovane scolara, nell'artificio che grazie ai cosmetici del truccatore di morti trasforma le prostitute in ragazze ingenue ed innocenti, e c'è tutta la potenza della narrazione bellica nelle scene di guerriglia fra i pochi soldati cinesi rimasti e l'esercito nipponico, c'è anche una certa retorica nella descrizione delle atrocità compiute dai soldati, macchiette dure e impure, ma l'emozione che si respira nel piccolo collegio è vera e profonda, il sogno della fuga e della libertà (fisica e metaforica per le ragazze vendute al bordello quando erano ancora adolescenti e quindi schiave ben prima che la guerra avesse inizio) è accompagnato dal rimpianto di ciò che inevitabilmente si perde quando si abbandona una vecchia pelle, per quanto scomoda essa sia, e la trasformazione dell'avventuriero codardo in eroe capace di sentimenti e atti coraggiosi per quanto stereotipata è classicamente orchestrata e resa piacevole dalla recitazione inizialmente scanzonata di Bale che diventa credibile anche nelle scene più drammatiche. Le contaminazioni occidentali di struttura narrativa e di svolgimento scolastico non ne fanno il capolavoro di Yimou, ma la sua capacità di filmare, di dare respiro ad ogni scena e di ricamare suggestioni ed emozioni rimane intatta, nonostante l'idea di girare il film secondo i dettami di una produzione hollywoodiana ad alto budget con abbondanti dosi di melodramma e sconfinamenti nella soap opera si è rivelata piuttosto penalizzante. I fiori della guerra è però girato con mano elegante, con attenzione al dettaglio e una fotografia sontuosa, ma anche con passaggi improbabili nella trama, toni da propaganda nella rappresentazione dei personaggi giapponesi resi senza alcuna sfumatura, eccessi di patetismo e qualche compiacimento nelle scene più crude degli stupri delle studentesse, dove i soldati nemici sono dipinti come bestie fameliche. Insomma siamo ben lontani dai grandi film dell'autore degli anni Novanta. In ogni caso l'interpretazione di Christian Bale è da mettere all'attivo della pellicola, si impegna difatti con buoni risultati anche se l'alternanza di dialoghi in cinese e in inglese è artificiosa e poco motivata narrativamente. I momenti più toccanti sono garantiti dai confronti fra Bale e l'affascinante Ni Ni, la prostituta dal carattere più forte che sarà testimone della maturazione dell'americano, e la ricchezza della confezione fa passare sopra alle mancanze esposte più sopra, tra cui il finale troppo forzato e neanche tanto conclusivo, poiché non sappiamo che fine facciano tutti. In definitiva film bello, poetico ma privo di pathos e azione. 6/10

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2 commenti:

  1. Ciao Pietro,
    innanzi tutto grazie dei vari commenti al mio blog, sono riuscita, anche perchè prima avevo dei blocchi, a trovare ed inserire il tuo blog nel blog roll ... così adesso i tuoi aggiornamenti saranno continui; mi sono unita ai tuoi lettori fissi così spero ricambierai. Ma ora veniamo al dunque! Ho letto le varie recensioni dei film e concordo con te quando dici che questo settembre ha molto da offrire! gusti personali a parte penso che per ora andrò a vedere "i fiori della guerra", sperando non mi deluda e poi sono incuriosita da "se chiudo gli occhi non sono più qui"! grazie delle informazioni, a presto!

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    1. Ciao, di niente, mi ha fatto piacere :)
      Comunque anche se non viene visualizzato io sono già un tuo follower, ho gli aggiornamenti attivi quindi forse c'è qualche problemino ma non importa, io ci sono lo stesso ;)
      Sky ha sempre tanto da offrire infatti :D
      In ogni caso grazie a te della visita e di seguire i miei consigli, a presto ;)

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