giovedì 15 giugno 2017

Dheepan: Una nuova vita (2015)

Come forse qualcuno saprà, è raro che io veda film premiati da giurie intellettuali, a volte infatti sono di una lentezza disarmante, non in questo caso però, dato che Dheepan: Una nuova vita (Dheepan), che probabilmente segna il massimo risultato in termini di premi ricevuti da Jacques Audiard, ha difatti vinto la Palma d'Oro a Cannes 2015, che ha comunque regalato perle come Sulle mie labbra e Il profeta, film del 2015 parzialmente ispirato a Lettere persiane di Montesquieu, non solo è un film intenso, drammatico comunque aperto alla speranza, ma anche appassionante nonché intimista, poiché spesso allude e non dice. Un film che parte da un contesto storico ben preciso (la guerra fratricida nello Sri Lanka, durata dal 1983 al 2009 tra Governo e Tigri Tamil che costò 100.000 vita umane sui campi di battaglia) che comunque abbandona subito (anche troppo frettolosamente), che poi si concentra sulla necessità e sulla possibilità di tre individui (con nessuna parentela né altro tipo di legame affettivo tra loro, che formano perciò una famiglia fittizia) di poter rifarsi una vita lontano dal proprio paese, nello specifico la Francia di una non precisata periferia cittadina ad alto tasso di criminalità, dove il destino porta i tre sventurati migranti, i quali cercano, chi in maniera riluttante, la donna, chi in modo più convincente, l'uomo (che assume la falsa identità di Dheepan), di fare di necessità virtù. L'uomo (Jesuthasan Antonythasan) che, nonostante le grandi difficoltà poste dalle barriere linguistiche, diventa custode e tuttofare nel palazzone dove vive, la donna (Kalieaswari Srinivasan) invece la badante nella casa di uno dei capi di una gang locale, mentre la bambina (Claudine Vinasithamby) tenta una difficile integrazione nella scuola che frequenta. Purtroppo però la violenza, ciclicamente, tornerà ad entrare prepotentemente nelle loro vite.

Violenza che alimenterà ancor di più il rapporto difficile tra i due adulti, che non riescono a superare le reciproche diffidenze e visioni personali, con la donna che vorrebbe ricongiungersi in Inghilterra con la sorella e l'uomo che sente il richiamo della militanza politica ed armata. Fortunatamente (dipende da punti di vista) l'impasse verrà risolto con una deflagrazione della violenza che rimetterà le cose a posto, con un'evoluzione finale della vicenda che andrà (forse troppo) oltre le ben più rosee previsioni. Jacques Audiard quindi, con Dheepan, narra ancora una volta il faticoso percorso, segnato dalla violenza, che i suoi outsider devono fare per arrivare ad un risultato concreto, in questo caso l'ipotesi di un futuro da (ri)costruire, ma da un lato, i suoi personaggi, a causa delle incertezze ed impacci interpretativi dei suoi non-attori, sono tra i più deboli che si ricordi e dall'altro anche la storia, pur scorrendo bene dal punto di vista narrativo, fatica ad amalgamarsi, con la tematica, purtroppo più attuale che mai, dei grandi e spesso incontrollabili flussi migratori, provocati quasi sempre da conflitti interni nei paesi d'origine e tutte le problematiche ad essa connesse, che a fatica si interseca con la parte gangsteristica, gestita con più di un impaccio con una sotto-trama in cui l'autore, rimane troppo sul vago e risolve con un regolamento di conti che pare estorto, con uso di rallenty e sparatorie a profusione, con l'antieroe che di colpo riacquista quel coraggio e quella voglia di combattere che parevano assopiti sgominando l'intera gang, fino a sfociare in un happy ending persino eccessivamente accomodante, viste le premesse e i canoni abituali del regista. 

I temi abbordati nel film infatti sono due, l'accoglienza dei rifugiati politici in Europa, con le varie difficoltà che incontrano per inserirsi e quello della vita nelle periferie delle grandi città, dove regna lo spaccio di droga, la violenza, la lotta fra i clan. Sullo schermo perciò sfilano tutte le sofferenze di chi fugge da miseria, fame, guerra e morte per cercare a più di mille miglia lontano da casa il diritto alla vita, il dolore di rinunciare ai valori fondamentali della vita (luogo natale, lingua, cibo, clima, usi, cultura e passato), in una parola la propria identità. D'altronde quello che conosciamo della vita degli emigrati, è sempre inferiore a quella che è la loro realtà. Questo potrebbe essere infatti il messaggio, che pur per se stesso banale, è talmente ricco di impliciti sconosciuti, da riempirci sempre poi la mente degli orrori possibili quando come in questo caso, ci vengono presentati in una forma che rimane pur sempre distante dal nostro vissuto. Il film però ha la capacità di raccontare con toni spesso lirici, gli stenti, le difficoltà, le incomprensioni, i rapporti interpersonali, le distanze. Poiché questo è un film sulle distanze, di qualsiasi genere. La distanza dalla propria terra natia, sommersa dalla violenza e da centinaia di cadaveri. La distanza fra le persone, che non si curano ingenuamente della sensibilità altrui, sebbene per il nobile scopo della sopravvivenza. 

La distanza fra il palazzo in cui Dheepan va a vivere con la famiglia fittizia e il palazzo antistante. La distanza linguistica, che fa sembrare limitato chi non capisce. L'apparente distanza della regia, che si destreggia fra le azioni quotidiane e sempre più "acclimatate" di una famiglia improvvisata, che a poco a poco sembra scoprire la possibilità di una nuova vita. La distanza spesso fisica della macchina da presa, che se da un lato accresce la tensione tramite dei dettagli e dei piccoli gesti, di fatto poi è inaspettatamente lontana dai suoi protagonisti, che sono magari controluce dietro il vetro di una finestra. La distanza fra il dentro e il fuori, che viene via via assottigliandosi finché la violenza di un passato prossimo bruciante non irrompe tra le fragili cave mura domestiche. La distanza fra lo spettatore e la materia filmata, anche questa sempre più piccola, infinitesima, così come la finestra di casa di Dheepan, che con lo spettacolo esterno che propone dà l'idea di stare al cinema. La distanza dei corpi, che in Dheepan o si dileguano nell'oscurità o ne vengono fuori, o cercano di combattere strati impenetrabili di ostacoli e impedimenti (vegetazione, oscurità, nebbia), e mai che questo coincida con un'ovvia, scontata, ricerca linguistica. 


Il problema è però che in questo modo vengono fuori tante fragilità, le fragilità del film infatti, sta nel toccare ed abbandonare troppo presto alcune problematiche, la figlia-non figlia che si trova nel mondo scolastico che non è di figure angeliche, ma di coetanei egoisti ed immaturi, ometti in formato ridotto, e poi le problematiche, sia di accadimenti che di contrasto con la propria civiltà, della moglie-non moglie alla quale si apre una visione sulla nuova vita,  la visione di un mondo violento e squallido nel quale non si sa come lei riesca a muoversi in quel modo eccessivamente sciolto soprattutto con i protagonisti dell'altro sesso. Nonostante ciò, questo è davvero un bel film, che non si perde in inquadrature superflue, ma alterna ambientazioni ad primi piani altamente drammatizzati. Peccato solo per il prefinale, con scene di violenza gratuite e sparatorie spettacolari e poco credibili, e del finale stesso, un po' affrettato e leggermente mieloso, che non serviva all'economia del racconto e non trova giustificazioni perché è totalmente fuori dalle righe (anche se gratificante), è proprio un altro film. Ma anche se quest'opera formalmente elegante è dotata di troppi punti interrogativi per potere essere pienamente apprezzata, e anche se la recitazione e il dialogo sono scarni, ma comunque efficaci tanto che permettono di penetrare nei pensieri e nel cuore dei personaggi, questo è un film da non mancare di vedere. Voto: 7

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