domenica 13 dicembre 2015

Closed circuit & These final hours: 12 ore alla fine (2013)

Closed circuit è uno spy-thriller del 2013 (un ibrido tra uno spy movie e un legal thriller) che tratta un argomento divenuto in questi mesi di pubblica attualità, un attentato terroristico. Londra è sconvolta da un attacco terroristico e la presunta mente della banda viene arrestato e sottoposto a un processo a porte chiuse. Due avvocati ex-amanti Martin (Eric Bana) e Claudia (Rebecca Hall), ma da tempo separati, si devono riunire e mettere alla prova il legame e la fiducia reciproca quando si trovano a dover assumere il ruolo di avvocati difensori dell'autore dell'attentato. Il processo top secret nasconde però uno sporco complotto (finendo per rivelare scomode verità, le solite operazioni condotte dai soliti servizi deviati) che potrebbe mettere a repentaglio le loro stesse vite. Mi aspettavo qualcosa in più, infatti le mie aspettative vengono pian piano a mancare, nonostante la sceneggiatura intricata, i personaggi ambigui, la fotografia curata nei minimi dettagli e particolari e ovviamente la bravura degli interpreti principali. il film man mano che si snoda continua ad appiattirsi sempre di più, senza mai decollare o prendere una spinta nel ritmo narrativo, nonostante una prima parte che inizia letteralmente col botto (riuscendo a catturare l'attenzione), in maniera dinamica e buttando le giusti dose di suspense e mistero.

Il resto degli eventi che si susseguono non riescono a rendere giustizia a nessuno (pochi colpi di scena, poco mistero). Molti anche gli interrogativi che restano irrisolti durante il film e ai quali non viene data alcuna risposta. Purtroppo volendo creare una buona storia dalla trama complessa il regista si perde nella rete delle idee che vuole sfruttare confezionando un prodotto ambizioso ma confusionario. Arrivati al termine della pellicola arriva la conferma di una sensazione già sviluppata dopo le prime battute del film: niente di nuovo sotto il sole. Il film scorre senza grandi scossoni verso un finale che, per chi ha visto o letto anche solo qualcosa di simile, risulta davvero prevedibile e scontato. Da vedere e dimenticare.

These Final Hours è un road movie (del 2013) apocalittico atipico, non precipita nel solito film catastrofico, fra palazzi barcollanti, fenomenali tsunami o insistiti tremori, l'immane catastrofe resta sullo sfondo, lasciando spazio all'umanità di un ragazzo che con l'approssimarsi della fine, abbandona l'idea di morire festeggiando e tenta di realizzare l'ultimo desiderio di una sfortunata bambina, salvata da un destino infausto. L'impatto di un asteroide sul versante nord dell'Oceano Atlantico sta cancellando la Terra, continente dopo continente. A Perth, Australia, la fine è prevista entro dodici ore: per l'ultima volta, James fa l'amore con Zoe per poi mettersi in macchina verso la festa che metterà fine a tutte le feste (organizzata dal fratello della sua ragazza Vicky, una Festa dove far sesso continuamente, giocare ad uccidersi, sballarsi, vivere al massimo le ultime ore). James scappa, non tanto dall'apocalisse, ma dalla immoralità e dalla decadenza umana. Sarà l'incontro, lungo il tragitto, con una piccola bambina (Rose), che salva dalle grinfie di due pedofili, desiderosa soltanto di raggiungere il suo papà prima della fine di ogni cosa, a cambiarlo. Il semplice gesto e il legame che si crea tra i due porterà James su un percorso di redenzione, che cambierà radicalmente il valore delle sue ultime ore e lo riporterà al punto di partenza, costringendolo ad affrontare il suo passato, sostituendo un amplesso automatico con il romanticismo di un abbraccio. E così, mentre Zoe troverà forse in James quella figura paterna che in quel momento gli manca, lo stesso James in sole 10 ore diventerà probabilmente un altro uomo. L'Apocalisse è raccontata in maniera umana, introspettiva, esistenziale, dalla voglia di raccontare la fine dell'umanità, o perlomeno il rischio di questa fine, attraverso gli occhi, le vicende, le emozioni e le interazioni di pochi personaggi. Il punto di forza è proprio in questa ineluttabilità della fine, nel sapere esattamente le ore di vita che ancora ti restano. Non c'è speranza, morirai, devi solo scegliere cosa fare in queste ultime ore. In questo senso l'idea (e di conseguenza la scena) della festa è un ossimorico e dionisiaco inno alla vita appena prima della morte, uomini che ormai non hanno più "contratti" morali, sociali, emotivi, sono solo animali che prima di morire vogliono godere. Gli omicidi e i suicidi non si contano, chi resta vivo o si dà alla pazza gioia o aspetta inerme la fine. James invece riscoprirà se stesso, capirà come non mai l'importanza e la potenza dell'amore, dell'affetto, degli altri. Qualche spunto originale c'è, alcune scene toccanti, nessuna spiegazione scientifica di ciò che sta accadendo, nessun lieto fine. Buon film dal punto di vista tecnico, fotografato in maniera fantastica (soprattutto il finale, con quel muro di fuoco che arriva, magistrale), scritto bene e molto profondo, azzeccata l'idea di tenere il minutaggio sotto l'ora e mezza.

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