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mercoledì 28 novembre 2018

[TAG] Very Pop Blog - I miei Natali del passato

All'inizio avevo deciso, memore di un Tag simile sul Natale proposto l'anno scorso (qui), di non partecipare quest'anno a nessun Tag a tema natalizio, ma poi visto che ho partecipato sempre volentieri a tutti i Tag proposti dal Moz O'Clock e visto soprattutto la nomination ricevuta proprio ieri dalla carissima Claudia, non ho potuto dire di no. E così eccomi oggi continuare a raccontare, meglio ricordare, atmosfere di un tempo trascorso, al di là delle epoche vissute. Sì perché dopo aver raccontato i nostri/miei anni '80, i nostri/miei anni '90, le nostre/mie estati del passato, oggi parliamo/parlo del Natale vissuto durante la giovinezza. Come? Semplice, grazie appunto al Tag "Very Pop Blog", un Tag, di cui immagine si può usare quella che più ci piace o più semplicemente riproporre quella dell'originale, che consiste in: 1) Elencare tutto ciò che è stato un simbolo dei nostri Natali del passato, in base ai vari macroargomenti forniti; 2) Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento a https://mikimoz.blogspot.com/2018/11/natali-da-bambini.html ; 3) taggare altri cinque bloggers, avvisandoli (su quest'ultimo punto però devo declinare, perché ormai ho rinunciato da tempo a fare nomination, e tuttavia anche senza nomination ognuno è libero di riproporlo se vuole nei loro rispettivi blog). Ebbene, ecco le mie risposte.

venerdì 11 maggio 2018

La canzone del mare (2014)

A metà tra favola e poesia, La canzone del mare (Song of the Sea), film d'animazione del 2014 diretto da Tomm Moore, che già si era cimentato in qualcosa di simile nel suo precedente The Secret of Kells, anch'esso candidato agli Oscar come quest'ultimo come miglior film d'animazione (nel 2010 e nel 2015), ma che tuttavia è ancora inedito in Italia, è un affascinante favola a cartoni animati dalle suggestive atmosfere nordiche, dal disegno stilizzato e un po' rigido che per questo appassiona e cattura grandi e piccini attorno ad una natura selvaggia ed incontaminata di un paradiso naturale da sogno. La canzone del mare infatti, che comunque non è un film come gli altri, non solo per lo stile visivo, ben lontano dall'omogenea grafica 3D a cui ci ha abituato l'animazione degli ultimi anni, coerentemente con la passione del regista per la tradizione, ed intingendo i pennelli nella tradizione folkloristica irlandese, riesce ad animare ambientazioni e creature del folklore celtico come le selkies e i folletti per tratteggiare con ombre di poesia una storia che parla a tutta la famiglia. Questo film poetico e fiabesco difatti, usa la leggenda delle selkie, metà foche e metà donne, per parlare di famiglia, di morte, di lutto e di sentimenti da affrontare con la semplicità tipica dei bambini, ma anche per raccontare il viaggio, anche e soprattutto interiore, che porta i due bambini protagonisti alla ricerca di se stessi e all'ela-borazione catartica appunto del loro terribile lutto. Proprio perché seppur i protagonisti sono bambini, a confronto con l'aridità e l'incapacità degli adulti di comprendere il meraviglioso, i temi del film sono tutt'altro che infantili. Temi importanti, come il valore del sacrificio, veicolati appunto con parole e immagini adatte alla comprensione dei bambini, ma con una chiave di lettura anche per gli adulti. Non per niente Il mito delle selkie è sempre stato usato da generazioni come allegoria del dolore della perdita in mare di una persona cara.

lunedì 9 aprile 2018

Baby Boss (2017)

Ammetto che proprio non capivo come avesse fatto Baby Boss (The Boss Baby), film del 2017 diretto da Tom McGrath, a essere nominato all'Oscar 2018 nella categoria film d'animazione (premio poi andato come tutti sanno a Coco), non solo perché LEGO Batman: Il film sembrava avere tutte le carte in regola per entrare nel magnifico quintetto, ma anche perché il protagonista principale della storia (anch'essa non del tutto originale) non sembrava avere niente di originale nella sua caratterizzazione, simile a tanti altri. Eppure nonostante il neonato, giacché dopo Cicogne in Missione siamo di fronte nuovamente ad un altro cartone animato sui neonati, assomigli indistintamente tra una Maggie Simpson, uno Stewie Griffin e un Rallo Tubbs della situazione, senza dimenticare la storia di fratellanza che sembri ricalcare in parte quella di Julie e Mikey di Senti chi parla 2, il film, forse per lo più ad un pubblico di bambini, tuttavia molto carino e grazioso, riesce a rendersi particolarmente simpatico, interessante e alquanto, nei limiti del soggetto "riciclato", originale. Questo film d'animazione è infatti un piccolo gioiellino, tuttavia non memorabile. La Dreamworks Animation ci ha regalato tanti piccoli gioielli d'animazione, come "Shrek", "Kung Fu Panda" e "Le 5 leggende", e questo non è di certo al loro livello, ma è comunque una pellicola che farà felici i più piccoli (ma non solo), perché riesce a strappare qualche risata e ha un ritmo davvero invidiabile, considerando che dura un'oretta e mezza e offre una comunque storiella degna di visione. Si tratta difatti di un progetto in grado di entrare nel cuore di tutti, senza distinzione di età, perché affronta temi universali e allo stesso tempo riesce a divertire senza mai annoiare. È facile che a lungo andare le battute possano stancare lo spettatore, soprattutto se si tratta di un adulto, ma non è questo il caso. Merito di ciò è senza dubbio l'ironia graffiante che caratterizza l'intero film.

venerdì 22 dicembre 2017

Il Natale del passato, del presente e del futuro

Quest'anno non sapevo proprio come chiudere l'anno cinematografico in corso, congedarmi momentaneamente dal blog (anche se per la vigilia ci sarà una sorpresa e da mercoledì cominceranno le classifiche finali) e augurare a tutti un sereno Natale, fortunatamente in soccorso è arrivato il buon Riccardo de Il bazar di Riky, che ha proposto settimane fa un interessante Tag intitolato Il Natale del passato, del presente e del futuro, e io quindi colgo adesso al volo l'occasione, nonostante una sua non nomination, arrivata in ogni caso l'altro giorno dalla dolce Paola di A chi non è come neve, per continuare la "catena", in questo caso gradita come tante altre durante l'anno, e raccontare un po' di fatti miei. Ma prima le classiche regole del gioco, che prevedono altresì di nominare, seppur non obbligatoriamente, altri blog come infatti suggerito dal creatore: "Le nomination sono libere: potete anche non farle, ma devono essere al MASSIMO SETTE (25, 2+5 = 7. Ahhaahhaahah). Inoltre, a vostro piacere, potete pubblicare una foto di un vostro Natale. Ultima regola: linkare il blog che vi ha nominato e tornare qui pubblicando nei commenti il vostro link del post". Detto questo ecco che si comincia.

NATALE PASSATO

Inutile sottolineare come da piccolo il Natale era vero Natale, la magia di quel periodo si sentiva, eccome se si sentiva (come anche scritto 2 anni fa in questo post), perché anche se ho smesso presto di credere in Babbo Natale, seppur le classiche letterine le scrivevo ugualmente, era il momento più bello e atteso dell'anno. Tanto che aspettavo con ansia di ricevere e poi aprire i regali (pochi e neanche eccezionali a dir la verità, seppur non importava), di giocare e rigiocare a Tombola, carte ed altro, di cantare e ascoltare canzoni natalizie, di recitare la mia poesia, di mangiare dolci a volontà (anche più che all'Epifania) e quindi mangiare in famiglia, di comporre il presepe a casa (in campagna) di mia nonna (la foto di inizio post si riferisce proprio ad uno di quei "tentativi" di aiutare mia zia) e vedere i tanti film di Natale in tv, tra cui ovviamente i classici Disney, tra cui il mio preferito in assoluto, La Spada nella Roccia. Insomma era un periodo fantastico (felice e spensierato), e se poi nevicava lo era ancor di più. Perché davvero, tra recite a scuola, luci, addobbi e quant'altro il divertimento non mancava affatto.

giovedì 21 settembre 2017

Alla ricerca di Dory (2016)

È a metà tra il remake e il sequel questo ennesimo grande film targato Pixar che negli anni ci ha regalato tante perle preziose, dalla trilogia di Toy Story a Ribelle, da Wall-E a Up, fino al recente Inside Out e Il viaggio di Arlo. Tutti film accomunati da un livello tecnico altissimo raggiunto e da riflessioni non banali su famiglia, affetti, identità. E Alla ricerca di Dory (Finding Dory), film d'animazione del 2016, sequel e spin-off di Alla ricerca di Nemo del 2003, diretto da Andrew Stanton, prodotto appunto dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney Pictures, non è da meno. Il film infatti, grazie anche al suo carattere pedagogico e all'aspetto educativo, non solo fa riflettere, ma commuove, emoziona e diverte, grazie anche all'animazione stupenda qui elargita. Alla ricerca di Dory difatti è una grande ed emozionante avventura, ricchissima di incontri e svolte (affettive e non), un vero e proprio road movie in acqua dove il "Destino" buono non solo passa attraverso un personaggio che porta il Destino nel nome, ma soprattutto attraverso tanti piccoli incontri di amici che ti aiutano a trovare la strada per casa, la compagnia fedele di Marlin e Nemo, foche, polpi, una moltitudine di pesci, tutti a loro modo solleciti nell'aiutare Dory (che quando si ricorda improvvisamente di avere una famiglia che forse la sta cercando parte subito, senza pensarci un attimo e nonostante i suoi "problemi", alla ricerca) che in mezzo a tante mancanze conosce ciò che è essenziale e vi rimane attaccata. Attaccata a un'origine buona, fatta di genitori amorevoli che non perdono mai la speranza e che vedono sempre il positivo in lei, sarà più semplice per la pesciolina blu riscoprire con occhi nuovi la bellezza del mondo, come sottolinea lo splendido finale in mare aperto. Perché tutti i protagonisti scopriranno il valore dell'amicizia, il senso della famiglia e la magia che si cela dietro i loro difetti.

giovedì 15 giugno 2017

Dheepan: Una nuova vita (2015)

Come forse qualcuno saprà, è raro che io veda film premiati da giurie intellettuali, a volte infatti sono di una lentezza disarmante, non in questo caso però, dato che Dheepan: Una nuova vita (Dheepan), che probabilmente segna il massimo risultato in termini di premi ricevuti da Jacques Audiard, ha difatti vinto la Palma d'Oro a Cannes 2015, che ha comunque regalato perle come Sulle mie labbra e Il profeta, film del 2015 parzialmente ispirato a Lettere persiane di Montesquieu, non solo è un film intenso, drammatico comunque aperto alla speranza, ma anche appassionante nonché intimista, poiché spesso allude e non dice. Un film che parte da un contesto storico ben preciso (la guerra fratricida nello Sri Lanka, durata dal 1983 al 2009 tra Governo e Tigri Tamil che costò 100.000 vita umane sui campi di battaglia) che comunque abbandona subito (anche troppo frettolosamente), che poi si concentra sulla necessità e sulla possibilità di tre individui (con nessuna parentela né altro tipo di legame affettivo tra loro, che formano perciò una famiglia fittizia) di poter rifarsi una vita lontano dal proprio paese, nello specifico la Francia di una non precisata periferia cittadina ad alto tasso di criminalità, dove il destino porta i tre sventurati migranti, i quali cercano, chi in maniera riluttante, la donna, chi in modo più convincente, l'uomo (che assume la falsa identità di Dheepan), di fare di necessità virtù. L'uomo (Jesuthasan Antonythasan) che, nonostante le grandi difficoltà poste dalle barriere linguistiche, diventa custode e tuttofare nel palazzone dove vive, la donna (Kalieaswari Srinivasan) invece la badante nella casa di uno dei capi di una gang locale, mentre la bambina (Claudine Vinasithamby) tenta una difficile integrazione nella scuola che frequenta. Purtroppo però la violenza, ciclicamente, tornerà ad entrare prepotentemente nelle loro vite.

martedì 6 giugno 2017

Piuma (2016)

Leggero come una piuma davvero, ma non necessariamente in senso negativo, anzi, dopo Fino a qui tutto bene, un film dagli intenti ammirevoli ma dalla realizzazione divergente, Roan Johnson torna alla regia con la sua opera terza (quarta se consideriamo il segmento di 4-4-2), senza dimenticare l'ultima eccezionale quarta stagione de I delitti del BarLume, e dimostra ancora una volta di saperci fare, creando, più e meglio dei precedenti, una pellicola coesa e divertente, ma soprattutto leggera. D'altronde Piuma, commedia del 2016, selezionata in concorso alla 73ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, non potrebbe che rivelarsi come il titolo più azzeccato per questa pellicola dove il tema della maternità prematura viene affrontato, appunto, in una maniera tanto delicata, leggera e sensibile, sebbene in sé stia più esattamente ad indicare il nome della nascitura dei due protagonisti. La trama infatti racconta i nove mesi di gestazione che una giovane coppia di "maturandi" deve affrontare alla scoperta di aspettare un bambino, anzi, bambina. Pertanto vengono esposte tutte le difficoltà e le situazioni, a volte anche tragicomiche, nonché i momenti felici, a cui i due ragazzi, di nome Ferro e Cate (Luigi Fedele e Blu Yoshimi), vanno piano piano incontro, e, cioè, dal rivelare ai propri genitori lo stato della gravidanza (con le conseguenti reazioni personali di ciascun genitore e della famiglia tutta, quella accogliente e "normale" del ribelle Ferro, quella sgangherata e fuori dagli schemi della più assennata Cate), le prime problematiche concernenti lo stato di salute di Cate, la dolorosa rinuncia a partecipare alla vacanza estiva post esame di Maturità in Marocco con un gruppo di amici (che sì, li capiscono, ma devono comunque partire), i crescenti dubbi sulla loro effettiva preparazione, soprattutto psicologica, ad affrontare il proprio ruolo di neo genitori con le nuove responsabilità annesse e connesse, etc... fino al lieto evento.

giovedì 18 maggio 2017

The Meddler (2015) & Wish I Was Here (2014)

Da quando sono tornato a fare un post singolo ad ogni film è capitato solo due volte di fare un post doppio, ma siccome entrambe queste due commedie mi sono moderatamente piaciute e poiché quello che rimane è la positività che emana, la delicatezza e leggerezza dei temi, non potevo che metterle insieme, d'altronde sono due filmetti non conosciutissimi, per cui perché non sfruttare il momento per farli conoscere meglio? non c'è un motivo per non farlo, ecco perciò le mie recensioni di due gradevolissimi film. A partire da un film mai distribuito in Italia ("acquistato" da Sky ad inizio maggio 2017), e non si sa perché, visto che The Meddler (2015), della giovane regista americana Lorene Scafaria, qui alla sua seconda prova, è una gradevole, deliziosa e malinconica commedia, in cui la settantenne Susan Sarandon, più in forma che mai (merito anche del ruolo frizzante, originale e pieno di sfumature offertogli dalla regista), interpreta una vedova alle prese con il vuoto incolmabile lasciato dal marito defunto e una figlia che, anch'essa profondamente scossa dalla perdita del padre, nonché dalla fine di un rapporto travagliato, fatica a comunicare con la madre. Poiché senza dubbio la relazione fra madre e figlia rappresenta una delle tematiche portanti del film, anche se non l'unica. La brillante commedia della Scafaria infatti sfrutta le pieghe nascoste della sceneggiatura per trattare temi importanti come la solitudine, l'elaborazione del lutto e il dazio imposto dal tempo che passa. Ma riesce anche a fornire un eccellente e dolce-amaro strumento di "compensazione", o quantomeno di astuto bilanciamento delle parti, nel momento in cui si concede timidi slanci di ottimismo e calde rievocazioni di affettuosi momenti familiari. Difatti il difficile rapporto con la madre (preso probabilmente spunto da i trascorsi della regista) viene sviscerato con levità di tocco, sebbene il ventaglio dei sentimenti rappresentati sia assai delicato, e a tratti fortemente drammatico. E riuscire a farlo, ovvero ottenere delle atmosfere agrodolci efficaci, trattando questioni tutt'altro che leggere, non è semplice come si potrebbe di primo acchito pensare. Bisogna lavorare di fioretto e muoversi sulla linea di un equilibrio molto precario, e solo degli attori di razza possono garantire un risultato soddisfacente, come qui è successo.

venerdì 24 febbraio 2017

Kung Fu Panda 3 (2016)

Nel terzo capitolo della saga del simpaticissimo e irresistibile Panda Po, Kung Fu Panda 3, film d'animazione action del 2016 prodotto dalla DreamWorks Animation e diretto da Jennifer Yuh e Alessandro Carloni, si continua a raccontare le vicende del simpatico e ed un poco pasticcione protagonista. Il cosiddetto Guerriero Dragone, che questa volta dovrà diventare "Master of Chi" ovvero Maestro della Forza Interiore (quasi come la 'forza' di Star Wars) per sconfiggere Kai, l'ex fratello in armi di Oogway da lui punito e mandato nel Regno degli Spiriti. Non solo, Po avrà modo di incontrare il suo padre naturale e di visitare con lui il villaggio nascosto dei panda. Come fu per i precedenti anche questo Kung Fu Panda 3, sequel del film del 2011 Kung Fu Panda 2 e a sua volta sequel di Kung Fu Panda del 2008, non delude, perché come per gli episodi precedenti il film si sviluppa con un ritmo perfetto ed intercalato da continui spunti comici, ma ben più importante affronta concetti quali la lealtà, il valore di ogni singola individualità, ma anche l'importanza della famiglia e della forza di un gruppo affiatato per superare insieme gli ostacoli della vita, quindi in maniera soft questo film come i precedenti ha un messaggio educativo per gli spettatori più piccoli, collegandosi in maniera armoniosa con i due precedenti. La trama, qui sintetizzata infatti, ma come si intuisce, ha però tanta carne al fuoco, addirittura può sembrare e risultare complicata, ma l'ora e mezza di narrazione filmica riesca a rendere Kung Fu Panda 3 comprensibile anche ai più piccoli attraverso quella reiterazione variegata ma sistematica che sta alla base di ogni insegnamento efficace, come la tematica del ritrovamento del padre naturale e pertanto della ricostruzione dei legami affettivi, che altresì pone in evidenza anche quella molto interessante e delicata della differenza e dell'importanza o meno nella vita di un essere vivente del genitore naturale e di quello che invece si è preso cura e lo ha allevato, facendo intuire allo spettatore l'importanza di entrambi.

mercoledì 9 novembre 2016

Il viaggio di Arlo (2015)

Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur) è un bellissimo ed emozionante film d'animazione del 2015 diretto da Peter Sohn, e realizzato dagli stessi creatori del capolavoro Inside Out, di cui riprende alcuni temi già visti proprio nel precedente film della Pixar, il ruolo della famiglia, l'importanza dell'amicizia, la crescita personale in seguito ad imprevisti e difficoltà. In estrema sintesi infatti, questo è il racconto di formazione di un piccolo dinosauro (Arlo) che si trova a lottare in un mondo preistorico aggressivo ed ostile contro le forze malvagie della natura e contro animali prepotenti. Un film che aiuta a crescere affrontando tematiche non poco banali ma comprensibili anche per un pubblico infantile. Ci troviamo davanti ad un opera che è davvero 'per tutti'. Le vicende che avvengono nel film hanno un impatto forte ed efficace, senza mai cadere nel banale o in situazioni timide o velate per qualsiasi tipo di spettatore. E proprio attraverso gli occhi (e la mente) di Arlo lo spettatore è reso partecipe di un'avventura in un mondo diverso da come ci si può immaginare, una interessante proposta di visione, davvero originale, nel film difatti, ci troviamo di fronte ad una realtà alternativa, ad un mondo in cui i dinosauri (poiché l'asteroide destinato a causare la loro estinzione non giunge alla collisione con la Terra) hanno acquistato una capacità tecnologica da pre-rivoluzione industriale e gli esseri umani prendono il ruolo di 'animale', fatto alquanto insolito come il rovesciamento che sta alla base della storia, con questi dinosauri che sono creature evolute, sanno esprimersi a parole e fanno una vita stanziale, essendosi trasformati da cacciatori a coltivatori, mentre gli esseri umani vivono allo stato brado, si esprimono a grugniti, rubano il cibo, ma hanno un gran coraggio e un forte istinto di sopravvivenza. E l''amicizia che scaturirà fra Arlo e Spot, il cucciolo d'uomo, molto somigliante a Mowgli de Il libro della giungla, è simbiotica poiché ciò che manca all'uno abbonderà nell'altro, e viceversa. Il loro è infatti un percorso iniziatico che li porterà a maturare ma anche a riconoscersi come appartenenti a razze diverse, non per questo incompatibili. Perché la tematica principale del film è il viaggio, un viaggio (emozionante e intenso) che segna il passaggio dall'infanzia all'età adulta, attraverso personaggi molto particolari e significativi.

lunedì 7 novembre 2016

No escape: colpo di Stato (2015)

No Escape: Colpo di stato (No Escape) è un crudo e avvincente film del 2015 diretto da John Erick Dowdle. Un film con una trama originale ma attuale, che trae ispirazione dalla cronaca estera, un paese del terzo mondo (forse quarto) diventa luogo di una rivolta, che sfocia nel sangue, ed una normale famiglia americana diventa un bersaglio mobile. La famiglia di Jack Dwyer, che lavora per una compagnia che costruisce e mantiene acquedotti, che le difficoltà economiche in patria portano la sua società a trasferirlo con tutta la famiglia (assieme alla moglie ci sono anche due bambine piccole) nel Sud-Est asiatico, nazione non prettamente specificata, si dice Thailandia ma in questo caso non confina con il Vietnam (sarebbe da fantascienza), forse Cambogia? In ogni caso, appena arrivati scoppia una rivoluzione, un gruppo armato, spietato e sanguinolento uccide il primo ministro e scatena una guerra senza scampo per le strade e nei palazzi. Ci vorrà poco per capire che il bersaglio prediletto di tutta questa violenza, oltre al governo, sono gli occidentali e in particolare proprio gli americani come Jack, quelli venuti per lavorare all'acquedotto. Senza nessuna conoscenza militare, nessuna spiccata capacità da uomo d'azione Jack dovrà cercare di mantenere in vita la propria famiglia. No Escape, è un film d'azione molto drammatico, che non dà momenti di tregua né ai protagonisti, né allo spettatore. La storia è infatti raccontata con un ritmo serrato al cardiopalma, sin dal primo minuto. Una storia che vede come protagonista un uomo medio, per nulla avvezzo ad intrighi e situazioni d'azione, in questo la scelta di Owen Wilson è perfetta. Purtroppo i fratelli Dowdle non riescono ad essere coerenti fino in fondo con questo presupposto, gongolano nel lasciarsi prendere la mano da qualche impossibile sequenza d'azione e non rimangono davvero fedeli al lato B, cioè alle dinamiche più elementari e di suspense che la storia di un uomo comune in circostanze eccezionali propone. Preferiscono difatti troppo spesso sottolineare l'amore del padre per le figlie ed esagerare nel fornire elementi di tensione lavorando (goffamente) sulle relazioni intra-familiari. Insomma invece che rimanere sui toni secchi e asciutti, determinati e convincenti si spostano eccessivamente sul melodrammatico, invece che far parlare le azioni fanno parlare le parole. Soprattutto non resistono alla tentazione di dare tratti da eroe al protagonista, annacquando uno dei presupposti migliori. Ma nonostante questi innegabili difetti lo stesso No Escape rimane un esperimento più che riuscito.

sabato 22 ottobre 2016

Boyhood (2014)

Dopo aver visto tramite Premium Play film potenti come Interstellar, La teoria del tutto e Unbroken, ora è il turno di un film unico nel suo genere (dopo saprete il perché), un drammatico racconto di formazione, anche se non eccezionalmente appassionante e coinvolgente come mi aspettavo, ma bello e intenso, ovvero (come se già dal titolo non fosse ovvio) Boyhood, film indipendente del 2014 scritto e diretto da Richard Linklater. Questo film, come già detto, ha una particolarità interessante, è infatti un esperimento cinematografico unico, un esperimento più che lodevole, è la prima volta nel cinema che si utilizza il tempo, non quello cinematografico ma quello reale, per costruire un film. Poiché se ancora non lo sapeste, per raccontare la crescita di Mason (interpretato da Ellar Coltrane) e il rapporto con i genitori divorziati (interpretati da Ethan Hawke e Patricia Arquette), il regista ha impiegato 12 anni, la lavorazione del film è infatti cominciata nel 2002 e conclusa nel 2013, questo perché il cast e la storia per essere più vera possibile è cresciuta e invecchiata assieme. Ogni anno, per dodici anni, Linklater, senza far ricorso a trucchi, ha radunato la stessa troupe e lo stesso cast per girare alcune scene, al fine di seguire la crescita dei personaggi a pari passo con quella reale degli attori. Il film però non è affatto un documentario, semplicemente segue le vicende di una famiglia americana come ce ne sono sicuramente a migliaia. Davvero incredibile. Ma Boyhood, in ogni caso, è molto più di un period movie sugli ultimi 12 anni degli Stati Uniti ed è molto più di un romanzo di formazione. È addirittura molto più di un particolare esperimento cinematografico, è un grandissimo affresco sull'essere ragazzi americani oggi, partendo dalle radici, dalla formazione individuale, un racconto fondato quasi tutto sul concetto di famiglia, non tanto come nucleo ma come elemento centrale nella "boyhood", l'età tra gli 8 e i 20 anni. C'è un paese intero e il suo spirito per come è vivo oggi nella storia per nulla clamorosa di Mason. Una storia normalissima e semplice, come tante. Qui infatti non ci sono colpi di scena, niente eccede, tutto è assolutamente ordinario. Come la vita del giovane Mason, ragazzo sensibile e con una spiccata propensione all'arte, che vive con la madre e la sorella e vede occasionalmente il padre (che rimane comunque vicino ai ragazzi) che si è separato dalla famiglia. Il film quindi segue la sua storia dai primi anni di scuola fino alla fine del college, raccontando il rapporto con i genitori divorziati, i traslochi, le nuove scuole, i matrimoni falliti della madre (che ha la tendenza a trovare nuovi mariti non eccezionali), il rapporto conflittuale con la sorella Samantha, la nuova relazione del padre, seguendo anche l'evoluzione degli oggetti d'uso quotidiano, tecnologici e non, e i cambiamenti culturali, sociali e politici degli anni.

martedì 26 luglio 2016

Forza Maggiore (2014)

Forza maggiore (Turist) è un psicologico dramma scandinavo (più precisamente svedese) del 2014 diretto da Ruben Östlund. Il film ha vinto il Premio della Giuria nella sezione Un certain regard al 67º Festival di Cannes, ed è stato selezionato per rappresentare la Svezia nella categoria miglior film straniero ai Premi Oscar. Come detto all'inizio questo film è un dramma, infatti in un villaggio sciistico delle Alpi francesi si consuma un dramma esistenziale e famigliare che indaga le debolezze umane e le relazioni tra individui, l'egoismo e l'incapacità di relazionarsi. E racconta di una famiglia svedese in vacanza sulla neve, che, nel corso di un pranzo su una terrazza di un ristorante, viene letteralmente divorata da una valanga che ad un primo momento risulta controllata (e difatti lo è) ma si avvicina così velocemente da sembrar destinata a travolgerli. Ma è durante il fuggi-fuggi generale che avviene qualcosa di insolito ma naturale ad un primo momento, preso dal panico e dal suo egoismo istintivo, il padre scappa (prendendo con se solo gli occhiali e l'Iphone), lasciando così in asso la moglie e entrambi i figli, che istintivamente invece li protegge. La valanga si arresta poco prima di provocare un disastro (i quattro rientrano sani e salvi) ma ormai le dinamiche familiari risultano profondamente cambiate, e la vicenda fa così affiorare conflitti mai prima rivelati. Perché qualcosa nella coppia si incrina ed è una crepa che è destinata ad aprirsi sempre di più. Basta questo breve resoconto dell'incipit del film per capire che siamo in presenza di un'ottima idea, che il regista svedese, almeno in larga parte, sa sfruttare al meglio. Ma poiché parliamo di un film passato da Cannes, ci sono due strade, o è un capolavoro oppure è di una noia mortale, ebbene qui niente di niente, ma una via di mezzo spiazzante e interessante. Perché Ruben Östlund mette in scena un tema psicologicamente forte, quale frattura può generare in una coppia lo scoprire che il tuo partner amato, il tuo eroe, bello, biondo, forte e protettivo, è una creatura che di fronte ad un pericolo che sembra mortale, scappa, lasciandosi dietro te e i vostri bambini? E poi, intimamente umiliato, ferito dagli sguardi pieni di interrogativi tuoi e dei vostri figli, cerca di rimuovere, rifiuta di riconoscere una vigliaccheria per cui si odia, poi è costretto a prenderne atto come tu esigi, e allora ti sembra sempre più estraneo, alieno, finché (sull'orlo di una spaccatura insanabile) qualcosa inevitabilmente succede.

venerdì 22 luglio 2016

Teneramente folle (2014)

Opera prima della sceneggiatrice Maya Forbes, Teneramente folle (Infinitely Polar Bear, 2014) è una commedia drammatica ispirata alla vita familiare della regista, ricorrendo alla propria memoria infantile degli anni 70, raccontandoci la sua vita con un padre folle e disoccupato che affascina ed emoziona. Siamo nel  Massachusetts a Boston (nel 1978), la città americana tra le più antiche, la più colta ed aristocratica, la più "Europea". La regista racconta la storia di un uomo meraviglioso ed imbarazzante, geniale ed ingestibile con la tenerezza che solo una figlia innamorata del padre sa elargire a piene mani. I genitori Cam e Maggie si sono conosciuti, innamorati e sposati ma Cam (Mark Ruffalo) è affetto da sindrome bipolare e quando si ammala e perde il lavoro lo stress per Maggie (la bellissima Zoe Saldana) diventa insopportabile ma non cessa il reciproco amore. Cam viene da una famiglia importante di Boston ed è mantenuto dai ricchi genitori, Maggie, ha la pelle nera e non viene dal privilegio e deve rimboccarsi le maniche e lavorare, l'instabilità emotiva e comportamentale rende Cam uomo, marito e padre inaffidabile ma l'amore tra loro resiste più forte di tutto. Per migliorare la sua posizione Maggie decide di riprendere gli studi e si trasferisce temporaneamente a New York lasciando Cam a casa ad occuparsi delle ragazze, che malgrado il suo stato di salute mentale è pieno di buona volontà. Per Cam però non è facile abituarsi alle responsabilità di padre, tanto da demandare le faccende domestiche alle due bambine, fortunatamente molto più mature della loro età. Nel corso delle giornate e dei mesi trascorsi col padre infatti, le bambine impareranno sempre di più a fronteggiare uno stile di vita alquanto singolare che il padre impone loro e soprattutto a relazionarsi col genitore e con le sue crisi. Tra alti e bassi e molta buona volontà da parte di tutti i componenti della famiglia la famiglia continuerà a vivere unita e sentimentalmente legata, anche quando Maggie (dopo essersi laureata nelle grande Mela e dopo non essere riuscita a trovare un lavoro a Boston) capisce che a New York le bambine sarebbero completamente sole, con lei costretta a rientrare tardi dall'ufficio, decide quindi di lasciare le cose come stanno, partendo sola e lasciando le bambine a Cam. Un anno dopo, Amelia e Faith sono finalmente iscritte a una scuola privata e Cam può continuare a prendersi amorevolmente cura di loro.

mercoledì 20 luglio 2016

Non sposate le mie figlie! (2014)

Non sposate le mie figlie! è una divertente e spassosa commedia francese del 2014 diretta Philippe de Chauveron. Il titolo del film è alquanto indicativo, come quello originale Qu'est-ce qu'on a fait au Bon Dieu? ovvero, "Cosa abbiamo mai fatto al Buon Dio?"..per meritare questo? si chiede una affiatata e benestante coppia sessantenne in macchina, una sera che, più di altre, la tensione e lo stress hanno superato i limiti della rassegnazione e dell'umana accettazione. Dovete infatti sapere, e lo saprete sia non appena avrete modo di visionare sia che l'avete già vista, che questa leggera e divertente commedia narra difatti della famiglia di Claude e Marie Verneuil (coppia cattolica e borghese), altresì composta da ben quattro figlie, tutte in età da marito: belle, realizzate, indipendenti, ma da maritare. Se non ché le prime tre convolano a nozze a distanza di un anno una dall'altra, la prima prende in sposa un arabo algerino, la seconda un ebreo, la terza un cinese. Ora anche per una famiglia aperta e moderna come i Verneuil, un matrimonio "tradizionale", magari pure religioso secondo il rito cattolico, non sarebbe una cosa ingrata da desiderare per l'ultima figlia, che tuttavia si innamora di un cattolico, certo, ma nero, scatenando e causando così un certo disagio nella coppia (che si sono sempre e comunque dichiarati di mentalità aperta), ma anche una certa preoccupazione nei cognati. Ciò che non si aspettano è che anche il padre dello sposo ha delle riserve riguardo a questo matrimonio. I due perciò costretti a far buon viso a cattiva sorte, entrano in conflitto anche tra di loro, perché senza voler sembrare razzisti, Claude e Marie hanno sempre desiderato che le loro ragazze si sposassero in chiesa seguendo i loro valori e ben presto la figlia minore sembra accontentare i loro desideri, ma il destino è beffardo (come tenterà di sottolineare lo spassoso parroco dalla risata nervosa e irrefrenabile davvero esilarante), e situazioni e tensioni si verranno ovviamente a creare.

lunedì 4 luglio 2016

Dove eravamo rimasti (2015)

Dove eravamo rimasti (Ricki and the Flash) è una drammatica commedia musicale del 2015 diretta da Jonathan Demme, premio Oscar nel 1992 per Il silenzio degli innocenti. Per questo suo film il regista si avvale di altri due premi Oscar, il sempreverde Kevin Kline, nel 1989 vincitore dell'Oscar come miglior attore non protagonista per Un pesce di nome Wanda, e sfruttando anche la sua amicizia e la passione in comune per la musica (nel caso della pellicola rock), della straordinaria regina e primatista di nomination all'Oscar (19), Meryl Streep, vincitrice comunque di ben 3 premi Oscar, l'ultimo nel 2011 (The Iron Lady). La pellicola racconta di Ricky Randazzo (vero nome Linda Brummel, ovvero la Streep), cassiera di un supermercato con un'enorme passione per la musica rock, tanto da aver fondato un complesso, chiamato The Flash (che non ha niente a che vedere con il supereroe della DC Comics o la serie tv), col quale suona cover di artisti musicali statunitensi in un affollato locale della California. Ma Linda, dietro le apparenze di una chitarrista rock energica e spregiudicata, nasconde anche una storia famigliare molto complessa e travagliata, ha infatti avuto tre figli, due maschi e una femmina, dal marito Pete (Kevin Kline), con cui ha successivamente divorziato, e si è sempre mostrata una madre inconcludente e irresponsabile. Intenzionata a recuperare l'affetto dei figli e, inconsapevolmente, se non l'amore, almeno la stima di Pete, decide di ricomparire per una settimana nella vita della sua famiglia per fare un disperato tentativo nel quale nemmeno lei crede poi fino in fondo. Scopre che la complessata e sciatta figlia Julie, preda degli psicofarmaci e aspirante suicida, ha appena concluso un devastante matrimonio con un ragazzo ben poco raccomandabile, che il figlio maggiore Joshua sta a sua volta per convolare a nozze con una bella e simpatica fidanzata e che l'ultimogenito Adam è omosessuale. È troppo, Linda preferisce la vita disinteressata della rockstar, lontano dagli impegni sentimentali e immersa in quell'alone impenetrabile di divertimento fine a sé stesso e successo a portata di mano. Ma non per questo rinuncerà a mostrare ai famigliari la sua tenacia nel volersi ritagliare un posto all'interno di un gruppo che l'ha sempre screditata per il suo consueto comportamento scriteriato, e lo farà esibendosi con la sua band (della quale fa parte anche il fascinoso chitarrista Greg, suo attuale compagno, interpretato dal rocker australiano Rick Springfield) al matrimonio di Joshua, regalando a tutti quanti il miglior dono che potevano sperare da lei.

martedì 14 giugno 2016

Hotel Transylvania 2 (2015)

Hotel Transylvania 2 è un film d'animazione del 2015, il 'mostruoso' sequel di un film campione d'incassi nel 2012. Il film, diretto da Genndy Tartakovsky (stesso regista del primo), scritto a quattro mani da Robert Smigel e Adam Sandler, è prodotto dalla Sony Pictures Animation per la Columbia Pictures ed è girato con l'uso della computer grafica. Peccato però che il risultato non sia granché rispetto al primo, in questo secondo capitolo infatti assistiamo al classico problema da n°2, le idee in pista sono sempre quelle, per buona parte del film non si ride molto, poi il ritmo si alza e nel complesso il progetto si salva, ma l'effetto minestra riscaldata è dietro l'angolo. In caccia degli stessi spettatori (in questo caso anche di più...) dell'originale si inseriscono poche vere novità, cercando di recuperare il possibile con gli stessi ingredienti della ricetta vincente. La prima cosa che si nota dopo 10 minuti difatti, è la perdita del ritmo frenetico che caratterizzava il primo capitolo, probabilmente dovuto al soggetto che non consente una narrazione più convulsa. Detto ciò, anche qui lo spirito del film rimane leggero e senza pretese, e chiaramente indirizzato più ad un pubblico molto giovane rispetto ad altri film d'animazione contemporanei. Le Gag riescono sempre a divertire, ma alcune battute, sono troppo sceme (così anche nel primo film ma ancora di più), cercando di ironizzare sulle abitudini e mode dei giorni nostri (come selfie, youtube, etc.), con risultati buoni a tratti. In sostanza, a parte il soggetto, nulla cambia in questo seguito, lo sviluppo della trama è lo stesso, così come l'intento e lo stile, ci si diverte, ma speravo in un balzo in avanti. Ma andiamo nel dettaglio, ecco la trama. Mavis la vampiretta e Jonathan l'umano si sposano presso l'hotel popolato da creature mostruose gestito dal Conte Drac, il padre di Mavis. Quando la coppia ha un figlio, Dennis, tutti si chiedono se sarà umano o vampiro, e mentre i genitori sono pronti ad accettarlo in ogni caso, nonno Drac spera di aver passato al piccolo i suoi geni e i suoi canini succhiasangue. Anche perché Mavis, qualora Dennis si rivelasse prevalentemente umano, minaccia di trasferirsi con il marito e il figlio in California e crescerlo fra i sui simili. Sarà compito di Drac, coadiuvato dal gruppetto di creature insolite (Frankenstein, Murray la Mummia, Griffin l'Uomo Invisibile, Wayne il Lupo Mannaro) tirare fuori il mostro che potrebbe nascondersi in Dennis: e per far questo il vampiro approfitta di un viaggio esplorativo di Mavis e Jonathan in California per avviare Dennis lungo il percorso di iniziazione vampiresca.

mercoledì 1 giugno 2016

La famiglia Bélier (2014)

La famiglia Bélier è una delicata ed emozionante commedia francese del 2014 che affronta con la giusta ironia tematiche quali il sordomutismo e la musica. Detto così verrebbe da chiedersi come possono coesistere insieme questi due argomenti e lungi dal voler fare dello "spoiler" posso dire che la pellicola parla anche e soprattutto di adolescenza, della vita in provincia, di responsabilità, di musica e amore per la famiglia e lo fa in maniera frizzante, lasciandomi a fine visione piacevolmente sorpreso, divertito ed entusiasta da questa bella commedia francese dove emerge soprattutto la voglia di vivere di affrontare il mondo attraverso i gesti gli sguardi i comportamenti e il pensiero e i sogni di un adolescente nel periodo più importante della sua vita, il passaggio alla maturità come concetto di donna. Certo però che la famiglia Bélier è proprio strana, alquanto particolare. Tutti sordomuti, tranne Paula, la maggiore di due figli. Quella dei Bélier è comunque una famiglia che appare tutt'altro che disagiata, lavora, si mantiene dignitosamente, cresce i figli al meglio, legge, si informa e si esprime in maniera moderna. Gestiscono una fattoria in un villaggio francese e producono formaggio. Paula dà anima e corpo per agevolare l'attività di famiglia, si occupa del bestiame, parla con i fornitori, accompagna i genitori dal medico, studia con ottimi risultati. Fin quando un giorno, mossa da una cotta, scoprirà un talento che ignorava di avere, beffa del destino, una meravigliosa voce, e decide di fare le selezioni per una nota scuola di canto parigina. Paula però è un'interprete indispensabile (il punto di riferimento) per i suoi genitori e il fratello minore, preziosa e fondamentale per il funzionamento della loro fattoria, ed è quindi indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione? Non sarà una scelta facile per lei perché sa che la strada che la spinge verso Parigi avrà grandi ripercussioni sulla sua famiglia, deve perciò fare una scelta di vita. Una scelta di vita che significherebbe la distanza dalla sua famiglia e un passaggio inevitabile all'età adulta. Paula cercherà in segreto un compromesso impossibile, ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.

giovedì 21 aprile 2016

Il padre (2014) & Mia madre (2015)

Il padre (The Cut) è un drammatico, duro, scioccante, doloroso, commovente ed emozionante film del 2014 diretto da Fatih Akın. Il film rielegge una delle pagine più nere della Storia recente, che non sapevo e non conoscevo prima di vederlo, quella del genocidio armeno da parte dei turchi (che ancora adesso negano qualsiasi coinvolgimento) con l’appoggio dei tedeschi (e dell'impero ottomano) durante la prima guerra mondiale, che provocò la morte di migliaia e migliaia di armeni, colpevoli di non voler rinunciare alla religione cattolica per sposare l’islamismo. Io sicuramente come molti altri, non ricordo questo evento, rimasto oscuro per molto tempo, con questo film conosciamo qualcosa in più, anche se, nonostante appunto questo racconto, non sapremo mai come siano andati veramente gli eventi, cosa ne sia stato dei sopravvissuti e cosa invece dei cadaveri, perché tutt'oggi non esiste nessuna lapide che ricordi quei campi di concentramento, poiché i colpevoli di tale massacro di massa non sono mai stati indagati e puniti, conservando in taluni casi posizioni di potere. Nel 1915 infatti, a Mardin, in Turchia, la polizia turca approfitta della notte per fare un blitz nelle case armene, sequestrando tutti gli uomini della città. Tra questi c'è il giovane fabbro Nazaret Manoogian, che viene separato dalla sua famiglia, vittima come tantissime altre di uno dei primi genocidi programmati a tavolino. Anni dopo, sopravvissuto e catturato, messo ai lavori forzati, poi condannato a morte, vessato ogni qual volta incontri l'autorità e scampato miracolosamente all'orrore del genocidio (lasciato in vita da un sussulto di pietas provato da colui che avrebbe dovuto ucciderlo tagliandoli la gola), decide di mettersi sulle tracce delle due figlie, dopo aver saputo che sono sopravvissute anche loro alle violenze di quegli anni. L'aver scampato la morte costa però a Nazaret le corde vocali ma senza curarsi del problema d'essere muto affronterà con grandi difficoltà, aggrappandosi alla speranza e guardando il mondo con occhi nuovi, viaggi nel deserto, nelle città e infine attraverso l'oceano con la speranza di ritrovare i cari, di ritrovare le figlie da cui è stato diviso. In questo percorso, odissea (che nel caos del suo mondo in rovina, sarà più complicata del previsto), infatti attraverserà la Mesopotomia, arriverà a l'Avana, passerà per il Dakota del Nord, incontrerà persone diverse, da figure angeliche e generose a figure diaboliche, che l'aiuteranno, l'abbatteranno ma con la sua forza di volontà riuscirà in questo epico viaggio, che si concluderà con tanto di finale lieto, almeno per metà.

martedì 12 aprile 2016

In fondo al bosco (2015)

In fondo al bosco è un sorprendente ed intrigante nonché inquietante thriller noir italiano del 2015 diretto da Stefano Lodovichi, con protagonisti Filippo Nigro e Camilla Filippi. Il film, girato interamente in Val di Fassa, è prodotto da Sky Italia con la collaborazione di One More Pictures e con il contributo della Trentino Film Commission. Il 5 dicembre ogni anno in Italia in uno sperduto villaggio alpino (Croce di Fassa) si svolge uno strano rito, nato da una fantasiosa quanto lugubre leggenda, per esorcizzare la morte gli abitanti infatti si mascherano dai cosiddetti Krampus (recentemente c'è già un film in giro su questi temi e personaggi), ossia travestiti da diavoli, quei diavoli che, leggenda vuole, vengono a rapire i bambini cattivi. Durante un gelida notte dell'inverno 2010 però, la celebrazione ha un tragico epilogo. Durante la festa infatti, terrorizzato da questi diavoli e trascurato dagli occhi iniettati di alcol del papà, un bambino di quattro anni (Tommaso) scompare misteriosamente nel bosco. Dato per morto per molto tempo, durante il quale il padre viene incriminato come è consuetudine ormai in Italia (messi alla gogna e letteralmente processati in piazza), mentre la madre cade in una depressione nera che la spingerà ad un tentativo di suicidio, il bambino sembrerebbe ricomparso. Cinque anni più tardi infatti la polizia trova un bambino che corrisponde alla descrizione di Tommi e che all'esame del Dna risulta corrispondere perfettamente al make up genetico del figlio di Linda e Manuel (i due increduli genitori). Qualcuno ovviamente nasconde qualcosa, ma anche nessuno pare riconoscerlo. Si perché mentre il padre è felice di averlo ritrovato e può finalmente scagionarsi agli occhi della comunità, che lo ha sempre ritenuto il primo sospettato della sua scomparsa, la madre Linda, invece, fatica ad adattarsi al ritrovamento, giacché percepisce strani ed inquietanti segni. Stenta a riconoscere in quel bambino taciturno e scostante il proprio bambino perduto (e se quel bambino non fosse davvero suo figlio?), e anche il nonno di Tommi coltiva dubbi sull'identità del bambino. Ma mentre tutti si chiedono cosa sia successo veramente al bambino, alcuni indizi portano ad un'antica leggenda locale ed al terribile sospetto che il bambino sia l'incarnazione del diavolo. Quale sarà la verità? L'agghiacciante finale svelerà una insospettabile e memorabile conclusione della storia.