venerdì 29 settembre 2017

I peggiori film del mese (Settembre 2017)

Settembre è stato, come sempre tutti gli altri mesi, un mese ricco di film, ma anche un mese di normalità assoluta, tanto che molto spesso la voglia di scrivere è addirittura diminuita più che aumentata, anche se ovviamente né io né il blog abbiamo intenzione di smettere, ma dopo il rallentamento estivo, e dopo le riprese delle ostilità calcistiche (ma non solo), che diminuisce il tempo a disposizione, ho deciso d'ora in poi di continuare e quindi di non cambiare (e fino a tempo indeterminato) il mio calendario di pubblicazione, ovvero che non pubblicherò post nel weekend. Da lunedì al venerdì infatti (salvo problemini) saranno sempre garantiti i post giornalieri, ma nel weekend riposo assoluto, anche se ovviamente non me ne resterò con le mani in mano, perché come tutti i blogger sanno il tempo di riposo si usa per mettere sempre fieno in cascina. Perciò avrò sempre da fare, dopotutto in questo mese non ho smesso di vedere film, anzi, di vedere deludenti pellicole (sempre personalmente intendo), per cui ecco qui i peggiori film di questo settembre, mese di nuovi inizi, cambiamenti ma anche di stabilità. E quindi buona lettura e buona visione, anzi no, meglio scegliere con cura cosa vedere, non vorrete (anche se l'estate purtroppo è già finita) scottarvi non alcuni di questi film.

Blue Jasmine (Commedia, Usa 2013): Come forse saprete verso Woody Allen ho sempre avuto, seppur qualche suo film m'è comunque piaciuto, una certa antipatia. E dopo aver visto questo film, la suddetta cresce, perché in bilico tra commedia e dramma il regista tira fuori una storia che non ingrana mai le marce alte, si prova certamente tenerezza e allo stesso tempo ribrezzo per il personaggio principale, questo comunque per gran abilità indiscussa del regista, lodevole nel costruire un'antieroina di gran consistenza interpretata in maniera magistrale da Cate Blanchett (bravissima nell'interpretare una donna sempre sull'orlo di una crisi di nervi, una persona distrutta che ha perso tutto e non riesce a rimettere in sesto la propria vita), ma il resto è un foglio bianco dal quale ogni tanto spunta qualche idea poi reiterata all'infinito. La debole sceneggiatura infatti, priva di un effettivo "quid" (e poco appassionante), fa acqua da tutte le parti, anche perché sottolineando sino allo sfinimento le nevrosi di Jasmine (che ha perso il farabutto del marito, interpretato da Alec Baldwin), non fa che irritare (centomila scene insomma per dire la stessa cosa). Per la prima mezz'ora il film è difatti inguardabile, inutile e fastidioso (per alcuni aspetti come i dialoghi confusionari e sovrapposti come da stile del regista, i flashback un po' buttati lì e il ritmo veramente blando). Nella seconda parte, effettivamente la pellicola migliora, diventa più interessante, ma c'è ancora troppo poca attenzione destinata alla psicologia della protagonista e troppo spazio dato invece a gag simil-comiche abbastanza scontate e quindi non molto divertenti. Discreto invece il personaggio della sorella (Sally Hawkins) e del fidanzato di lei (Bobby Cannavale), due o tre scene minimamente simpatiche, per il resto poca roba (neanche la musica dove il blues qui ha poco a che fare). Perché in fin dei conti è sempre la solita storia, la solita minestra con i soliti tradimenti, scappatelle, bugie, divorzi. Tanto che l'unico motivo di esistere e di vedere, questo personalmente deludente film, è solo per Cate Blanchett, premio Oscar attrice protagonista per questo film, vedibile ma non memorabile. Voto: 5,5

Into the Storm (Thriller, Usa 2014): Amo il genere catastrofico ma questo film non mi ha colpito per niente, è vero che deve considerarsi un B-movie ma speravo in qualcosa di migliore, più coinvolgente, con una trama meno prevedibile. Narrativamente parlando infatti è molto poco originale e propone i soliti schemi del padre che deve salvare i figli, la solita storia di famiglia drammatica, i soliti sentimentalismi, ma anche se alla fine in qualche scena in particolare riesce a creare un pizzico di pathos che rende gradevole la visione, poco o niente convince davvero. Perché l'unica cosa apprezzabile di questo film, nella sostanza un remake non dichiarato di Twister, sono gli effetti speciali. Di bello infatti c'è solo come è reso il terribile tornado che devasta ogni cosa e niente più, neanche la resa (mediocre) degli attori, tra cui Sarah Wayne Callies, la Lori di The Walking Dead, e Richard Armitage de Lo Hobbit, anche se l'ho seguito senza annoiarmi eccessivamente. Giacché il film procede comunque spedito e fra tornadi e fughe disperate risucchia la sua ora e mezzo di durata. Ma comunque una volta visto si può tranquillamente cestinare. Voto: 5

giovedì 28 settembre 2017

Demolition: Amare e vivere (2015)

Fare tabula rasa, demolire tutto ciò che sta intorno, smontare pezzo per pezzo al fine di raggiungere il cuore malato delle cose, di scoprirne l'ingranaggio difettoso. Si parte da un frigorifero per finire con un'abitazione, nella speranza di trovare l'automatismo inceppato. E' ciò che fa Davis (l'intenso Jake Gyllenhaal) nel film Demolition: Amare e vivere (Demolition), film del 2015 diretto da Jean-Marc Vallée, impassibile dinnanzi alla morte della moglie, anestetizzato da una vita fatta esclusivamente di astratti bilanci finanziari ed ingabbiato in un rapporto matrimoniale nel quale, forse, non ha mai creduto. Insensibile al dolore affronta la dipartita a suo modo mentre monta lo stupore del suocero, incapace di comprendere tale apatia. L'apatia di un giovane uomo che non sapendo come ripartire, decide di "distruggere" (anche se in modo insolito e particolare, ma interessante ed efficace grazie al regista) qualunque cosa. Dopotutto la metafora della distruzione (molto diretta, anche troppo diretta, con toni volutamente esagerati e grotteschi) è sicuramente centrata da Jean-Marc Vallèe, regista di grande talento capace di catturare l'interesse dello spettatore passando per vie anticonvenzionali. Giacché Demolition è un'originale e mai mesta elaborazione del lutto (tramite un'insolita lettera, e poi tante altre, al servizio clienti di una macchinetta inceppata), ma anche una ricerca del proprio io soffocato dal mondo circostante, quello reso sterile dall'assenza di sentimenti e dall'individualismo sempre più esasperato.

mercoledì 27 settembre 2017

House of Cards (5a stagione)

Avevamo lasciato così l'anno scorso gli Underwood e la Casa Bianca (qui la mia recensione), in mezzo ad una grave crisi e ad una elezione presidenziale piena di intoppi e gestioni non proprio pulite delle campagne tramite i social media. Quest'anno la serie riprende esattamente da quel punto, da quella dichiarazione (di terrore) mettendo al centro sempre di più Frank e Claire e le loro ambizioni spesso contrastanti. Giacché in questa nuova (5a) stagione di House of Cards, seppur con qualche alto e basso (con una linea temporale che più delle altre volte si allarga e si restringe, e con un ritmo abbastanza differente rispetto a quello a cui eravamo abituati), il Presidente (numerose sono anche quest'anno le ellissi raccontate direttamente agli spettatori) e la first lady affrontano varie crisi, le elezioni contro il repubblicano Conway, il furto di un camion con del materiale radioattivo, la crisi in Siria e i soliti intrighi dei democratici contro gli Underwood. Le vicende infatti, che non risentono comunque del ritmo frammentato, e che si svolgono tutte in soli cinque mesi di loro presidenza (tra Frank e Claire che assurdamente si passano l'incarico più volte), come vedremo più avanti, sono tante, importanti ed ovviamente eccezionali. I fatti si concatenano perfettamente e i colpi di scena non mancano di certo, ciò che più manca è però la plausibilità. House of Cards è un prodotto sopraffino dal punto di vista tecnico ed originale, ma le stagioni cominciano a far sentire il proprio peso. Il prodotto Netflix fatica a stupire e l'egocentrismo dei suoi protagonisti trova conferma anche in video dove non vi è più spazio per altri interpreti al di fuori della stanza ovale. Per cui compito decisamente difficile per gli sceneggiatori quello di dover dar vita ad una stagione che fosse come minimo all'altezza della quarta, conclusasi con un finale a dir poco agghiacciante. Saranno riusciti nell'impresa?

martedì 26 settembre 2017

Le mie canzoni preferite (Luglio/Agosto/Settembre 2017)

Fortunatamente per noi (più per me) i tormentoni estivi sono, nelle orecchie e nelle menti, ormai lontani, giacché quest'anno è bastata una sola canzone a rovinarci tutti, tanto che meglio riassaporare vecchi tormentoni anni '80 (come recentemente ho proposto qui) che riascoltare questi moderni ritmi un po' poco belli ed interessanti. Perché anche se son passati tre mesi dall'ultimo di questi post, e solo pochi dalla fine dell'estate, e nonostante il tempo e il vertiginoso mondo della musica sempre attivo, davvero poche sono state le canzone che mi hanno rapito o intrigato in questo breve periodo, così poche che ho quasi fatto fatica a stilare questa "classifica". Nell'ultimo periodo infatti mi sembra di vedere e sentire quasi sempre gli stessi suoni, simili ritmi e gli stessi cantanti riproporre sempre la stessa solfa, e non so perché, forse rimpiango troppo certe straordinarie canzoni e certi periodi musicali? Chissà, ma nel frattempo ecco le mie canzoni preferite da luglio ad oggi, tutte da ascoltare, ma anche da vedere.

A quattro anni di distanza dal bellissimo successo di Jubel, ecco finalmente il ritorno di Klingande

Altro graditissimo ritorno tra le mie artiste preferite l'esuberante Pink

Continuano i ritorni graditi anche con i Maroon 5

C'è da apprezzare più il video anni '70/'80 che la canzone stessa, ma fa niente
 

Eccoci finalmente in Italia, più precisamente in Romagna, per ascoltare uno dei gruppi italiani più "cool" degli ultimi anni

Davvero una bella canzone, soprattutto l'assolo di chitarra e la "bombastica" Rihanna, cosa volere di più?

Più che il ritmo o la canzone stessa, che segna il ritorno dei Thirty Seconds To Mars,
è da apprezzare le parole del testo, una giustissima tirata d'orecchie a Trump

Non ha avuto tanto successo in estate, ma ecco che mi ritrovo adesso, un po' di mesi dopo, a rivalutare questa canzone,
anche perché davvero gustoso è l'omaggio agli anni '60, divertente ed ironico è il testo
e incredibile è la trasformazione di Arisa, ma quando è diventata così graziosa? sarà lei o i capelli?

A parte che odio Gianluca Vacchi a prescindere da tutto, davvero bella è la canzone e il video,
anche se davvero eccezionale è soprattutto il ritmo

Ho sempre adorato lui e i suoi capelli, perciò il suo ritorno scoppiettante (soprattutto perché più che discreto è il testo)
non poteva che essere in vetta alle mie preferenze, che dite ho fatto male?
Per me no, anzi, venendo dalla luna, uscendo dal tunnel del divertimento e dando sfogo alla mia parte intollerante, io sono un eroe,
un eroe che, salutando la malinconia mi ritrovo a ballare nella mia Puglia, anche se non me lo posso permettere..

lunedì 25 settembre 2017

La pazza gioia (2016)

Ho sempre avuto una certa antipatia per Valeria Bruni Tedeschi, ho trovato troppe volte sopra le righe le sue tante interpretazioni, con la sua voce un po' fastidiosa e i movimenti un po' farraginosi, ma è probabilmente proprio questo di lei che ne La pazza gioia, film del 2016 diretto da Paolo Virzì, ho trovato perfetto. Giacché in questa pellicola, di cui il titolo dice molto, ella interpreta, insieme ad una "trasformata" ma sempre brava Micaela Ramazzotti, una pazza scatenata ad alto tasso di vitalità. Dopotutto il film di Virzì vuole essere un inno alla vita, alla voglia di esserci nonostante tutto. Una storia di affetto e di amicizia a metà tra la realtà e l'invenzione così come i suoi due personaggi femminili. In particolare la Bruni Tedeschi che ha il ruolo di Beatrice, una ricca nobile un po' âgée con una mentalità reazionaria e snob, che confonde la fantasia dalla realtà continuando a impartire ordini anche a Villa Biondi (la comunità terapeutica nella quale è relegata) come se le altre pazienti fossero tutte sue domestiche, giardiniere e cameriere. Donatella invece (la sempre discreta Ramazzotti) è una giovane donna proletaria piena di tatuaggi e di pochissime parole, provata da varie disavventure della vita, ex cameriera in un night-club, anche lei sbarcata a Villa Biondi. L'incontro tra le due è in crescendo, la logorroica Beatrice non si arresta difronte alla scorbutica Donatella e man mano riesce a sfondare il muro protettivo dietro il quale si trincera e ad acquistarne la fiducia. In fondo la trama del film è tutta qui nel rapporto tra le due donne, con la progressiva apertura dell'introversa e con l'affiorare di sincerità dell'altra una volta crollate le maschere, e si apprezza così sia la buonissima interpretazione delle due attrici, sia la mano alla regia di Virzì quasi priva totalmente di sbavature.

venerdì 22 settembre 2017

Crimson Peak (2015)

Sono un grandissimo ammiratore di Guillermo del Toro, anche se non è uno dei miei registi preferiti, di lui ho sempre apprezzato tutta la sua filmografia (anche come produttore e sceneggiatore) a partire dal discreto "Mimic" al criticatissimo "Pacific Rim" (che per me è comunque un buonissimo action fantascientifico e di livello anche alto). Attendevo quindi di vedere Crimson Peak, film del 2015 co-scritto e diretto dal regista messicano, con leggera trepidazione. Ma nonostante un ottimo cast (in particolare Mia Wasikowska e Tom Hiddleston, ma anche Jessica Chastain, che qui comunque appare un po' sottotono, e Charlie Hunnam) e un gioco sottile ma coltissimo di citazioni alla letteratura e al cinema fantastico, Crimson Peak batte a vuoto, offrendo al grande pubblico "solo" estetica espressionista (e una marea di bellissimi riferimenti che però molto probabilmente non può conoscere/comprendere) ma poca sostanza, poca concretezza, pochi spaventi, anche se non è assolutamente un brutto film, ma si basa su presupposti fallaci. Il film infatti, concepito più come un romance gotico, quello di una giovane ereditiera americana che sposa un misterioso nobile inglese e che lo segue nella sua casa avita (inquietante e poco accogliente), dove in ogni caso la attendono misteri e terrore, che come un vero e proprio horror (anche se le immagini spaventose, seppur poco impressionabili, non mancano affatto), non era quello che mi aspettavo. Mi aspettavo difatti, da discreto amante del gotico e di un certo tipo di film in costume, qualcosina di diverso e qualcosina di più, soprattutto in termini di genere nel primo caso e narrativi nel secondo.

giovedì 21 settembre 2017

Alla ricerca di Dory (2016)

È a metà tra il remake e il sequel questo ennesimo grande film targato Pixar che negli anni ci ha regalato tante perle preziose, dalla trilogia di Toy Story a Ribelle, da Wall-E a Up, fino al recente Inside Out e Il viaggio di Arlo. Tutti film accomunati da un livello tecnico altissimo raggiunto e da riflessioni non banali su famiglia, affetti, identità. E Alla ricerca di Dory (Finding Dory), film d'animazione del 2016, sequel e spin-off di Alla ricerca di Nemo del 2003, diretto da Andrew Stanton, prodotto appunto dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney Pictures, non è da meno. Il film infatti, grazie anche al suo carattere pedagogico e all'aspetto educativo, non solo fa riflettere, ma commuove, emoziona e diverte, grazie anche all'animazione stupenda qui elargita. Alla ricerca di Dory difatti è una grande ed emozionante avventura, ricchissima di incontri e svolte (affettive e non), un vero e proprio road movie in acqua dove il "Destino" buono non solo passa attraverso un personaggio che porta il Destino nel nome, ma soprattutto attraverso tanti piccoli incontri di amici che ti aiutano a trovare la strada per casa, la compagnia fedele di Marlin e Nemo, foche, polpi, una moltitudine di pesci, tutti a loro modo solleciti nell'aiutare Dory (che quando si ricorda improvvisamente di avere una famiglia che forse la sta cercando parte subito, senza pensarci un attimo e nonostante i suoi "problemi", alla ricerca) che in mezzo a tante mancanze conosce ciò che è essenziale e vi rimane attaccata. Attaccata a un'origine buona, fatta di genitori amorevoli che non perdono mai la speranza e che vedono sempre il positivo in lei, sarà più semplice per la pesciolina blu riscoprire con occhi nuovi la bellezza del mondo, come sottolinea lo splendido finale in mare aperto. Perché tutti i protagonisti scopriranno il valore dell'amicizia, il senso della famiglia e la magia che si cela dietro i loro difetti.

mercoledì 20 settembre 2017

Mr. Robot (2a stagione)

Dopo due Emmy e due Golden Globe lo show di USA NetworkMr. Robot, tenta di riconfermarsi tra le migliori serie degli ultimi anni. Ci riesce in parte, perché l'accoppiata Rami Malek e Sam Esmail purtroppo non riesce ad incantare come aveva fatto per l'ottima prima stagione (la mia recensione qui). La seconda stagione infatti, inizia certamente mantenendo le promesse della prima, ma per colpa di una narrazione (che troppo spesso si perde su un percorso a tratti auto-compiaciuto) che avrebbe potuto probabilmente essere sviluppata maggiormente e meglio, date le enormi potenzialità, delude abbastanza. Ai limiti della sufficienza si dimostra difatti non essere all'altezza delle aspettative. Certo, mistero, psicolabilità, machiavellici intrighi mentali, suspense e colpi di scena, ce ne sono a bizzeffe, ma esse non sempre convincono. Giacché nella seconda stagione, sicuramente più oscura e affascinante (dopotutto Elliot è lo stesso eroe non convenzionale di sempre), non avviene quello che si prospettava avvenisse. Il seguito dell'Apocalisse, questo il pubblico di Elliot aspettava da tempo, la naturale evoluzione dell'attacco hacker sferrato dalla Fsociety ai danni della Evil Corp (un nome che dice tutto). Ed è proprio questo che non ha avuto, con gran senso di frustrazione e delusione. Perché dopo una serie di scioccanti rivelazioni sul rapporto tra il protagonista, interpretato da uno spettacolare Rami Malek, e il più navigato Christian Slater che veste i panni del famigerato Mr. Robot (che si rivela essere il padre di Elliot, morto anni prima, che appare al ragazzo sotto forma di allucinazione), durante la prima entusiasmante stagione, di scioccante nella seconda è che ancora una volta sembra la multinazionale, responsabile di un disastro ambientale che ha causato la morte del padre e di altre centinaia di persone, uscirne indenni e più forte che mai, almeno fino a quando nella ormai confermata terza stagione, Elliot, superati i soliti (adesso stancanti) "problemi psichici" riuscirà finalmente a vincere anche la guerra e non solo la battaglia.

martedì 19 settembre 2017

One day with Jackie Chan's movies: Skiptrace (2016) & Chinese Zodiac (2012)

E' forse uno degli attori più amati e conosciuti al mondo, giacché il suo stile unico, che nessuno riprende per rispetto, dopotutto quando ci provano tutti falliscono miseramente, ha da sempre divertito e intrattenuto con grande facilità grandi e piccini, nonostante i temi abbastanza adulti, ma mai sopra le righe della volgarità od altro (una "violenza pulita" insomma, che non disturba, anche perché i suoi film sono indirizzati ad un target di giovani, facendo sempre leva sulla comicità e sulle gag che lo vedono come protagonista), dei suoi mirabolanti film. Sto ovviamente parlando di Jackie Chan, il re dei Kung Fu Movies, un grande attore, regista, produttore cinematografico, artista marziale, comico, sceneggiatore, imprenditore, stuntman, doppiatore e cantante che il cinema cinese più che quello Hollywoodiano (anche se proprio con quest'ultimo si è fatto maggiormente conoscere), l'ha fatto diventare un mito, un'icona action e al tempo stesso comedy che ha rivoluzionato il genere dell'action movie. Lui che ha ha girato oltre 200 film, lui che praticamente ha forgiato uno stile unico davvero invidiabile. Lui è infatti e soprattutto conosciuto per il suo particolare stile di combattimento che fonde le arti marziali cinesi alla mimica tipica del cinema muto, con l'utilizzo di spettacolari scene d'azione in cui si mette in gioco in prima persona e l'utilizzo di armi improvvisate e non convenzionali, il tutto sempre stando attento a non sfociare nella violenza gratuita. Per questo il divertimento nei suoi film non è mai mancato, tanto che proprio alla spassosa e avvincente saga di Rush Hour è entrato definitivamente nell'Olimpo di Hollywood, lasciando anche le impronte delle mani e del naso nell'Hollywood Walk of Fame. Da lì e grazie ai suoi film, alcuni inediti tutt'ora, la sua popolarità è quindi cresciuta enormemente, non per altro proprio pochi mesi fa ha ricevuto l'Oscar alla carriera. Un riconoscimento tanto che atteso che ha finalmente reso merito ad un personaggio che ho sempre amato, perché i suoi film, in ogni caso difficilmente classificabili, ha divertito e intrattenuto sempre a dovere, cosa che però purtroppo non succede più da tempo. Il buon Jackie Chan infatti, di cui in un giorno ho visto due pellicole (che appunto in questo post parlerò), sta perdendo ahimè colpi, perché dopo il deludente Dragon Blade, sembra aver ingranato (forse colpa dell'età seppur ancora in splendida forma) la retromarcia.

lunedì 18 settembre 2017

Star Trek Beyond (2016)

Premettendo che non sono mai stato un grande fan di Star Trek, e che quindi molte citazioni o rimandi non li ho quasi per niente notati (anche se ho seguito qualche puntata ed ho visto i primi due capitoli), Star Trek Beyond, film del 2016 diretto da Justin Lin, tredicesima pellicola del franchise fantascientifico di Star Trek ideato da Gene Roddenberry e il terzo film della serie reboot, è certamente un discreto film di fantascienza e lo consiglio vivamente a tutti gli appassionati del genere. Perché non solo regala 2 ore di buonissimo intrattenimento, ma con una buona dose di spettacolare azione e una giusta dose di piacevole ironia, esso appassiona e funziona. Dopotutto per essere pienamente goduto, non necessita nessuna pregressa conoscenza della Saga, quindi adattissimo ai neofiti totalmente a digiuno dei precedenti 50 anni di storia Trek. Ed anche se presenti, gli omaggi e riferimenti indirizzati ai veri fan, non vanno ad intaccare minimamente la godibilità dell'opera da parte dello spettatore totalmente ignaro del mondo Trek. Anche perché la storia è semplice (che serve solo da scusa per un viaggio in qualche nuovo pianeta da esplorare per sconfiggere il cattivo di turno), senza colpi di scena (seppur essi tuttavia pochi ci sono ugualmente), ma solida e ben scritta e senza evidenti plot holes come i due precedenti film. Il nemico pur avendo la più classica delle motivazioni (comunque non chiare allo spettatore per buona parte del film, nonostante i suoi estenuanti "superspiegoni") è mille volte più interessante narrativamente dei due precedenti (anche se esso poiché banale non aiuta tantissimo il coinvolgimento, che qui in ogni caso latita leggermente). Le scene d'azione invece (eccellenti e davvero ben fatte) sono coerenti (e inserite in modo coerente) alla storia.

venerdì 15 settembre 2017

10 Cloverfield Lane (2016)

Ricordo benissimo Cloverfield, il discreto Monster Movie di Matt Reeves che, nel 2008, inscenò una situazione alla Godzilla raccontandola attraverso la tecnica del POV, una tecnica che al tempo dava bene i suoi frutti, giacché il film è uno dei miei preferiti del genere. Per cui quando ho saputo del sequel, e nonostante fossi già a conoscenza di certi particolari, mi aspettavo un film simile o almeno continuativo, invece no, tutto completamente diverso, dato che 10 Cloverfield Lane, film di fantascienza e thriller psicologico del 2016 diretto da Dan Trachtenberg, non centra nulla con il precedente, ha solo (ma in un altro senso) dei punti di contatto, che però furbescamente usa per fare leva sullo spettatore. Spettatore che sicuramente sarà rimasto spiazzato, per la mancanza di certi elementi, come me. Ma come molti anch'io ne sono rimasto ugualmente impressionato, soprattutto in positivo, poiché è comunque un buon film. Finanziato dagli stessi artefici (tra cui J.J. Abrams, produttore di entrambi), 10 Cloverfield Lane che sembrerebbe infatti riallacciarsi al precedente, sfruttando tutt'altro punto di vista, in quanto intento ad abbandonare il look da found footage ed a privilegiare uno spazio chiuso da thriller claustrofobico anziché strade cittadine invase da una gigantesca creatura, mi è piaciuto parecchio. Giacché seppur certamente appare forzato il riferimento al Cloverfield di Reeves, se non per rivendicare una sorta di franchising, questo thriller claustrofobico, ma con risvolti fantascientifici sempre più evidenti, scritto anche dal premio Oscar Damien Chazelle, così diverso dal precedente, ha davvero il potere di tenere incollati.