lunedì 7 marzo 2016

Whitney

Whitney è il biopic sulla vita di una leggenda della musica, Whitney Houston. A quattro anni dalla sua tragica scomparsa, avvenuta l’11 febbraio 2012 per annegamento in preda a sostanze stupefacenti, una società americana (Lifetime) ha mandato in onda, lo scorso 17 gennaio questo film per la tv diretto dall'attrice Angela Bassett (American Horror Story), al suo esordio dietro la macchina da presa, amica della cantante e sua collega anche in un film, in Italia il 14 febbraio scorso su Sky. Un film che prova a cancellare tristezze e rimpianti in nome di una voce immensa. La pellicola ripercorre, analizza, in modo un po' troppo superficiale, marginale, cinque anni della vita della Houston e in particolare quelli del suo incontro con il cantante Bobby Brown, suo marito per 14 anni, con cui ha avuto una relazione burrascosa, tormentata, difficile e complessa, tra lei, cantante, attrice, produttrice e modella conosciuta in tutto il mondo come The Voice (interpretata da una bravissima Yaya DaCosta, (Chicago FireTron: legacy) con la voce di Deborah Cox, che ricorda molto quella della cantante. La regista analizza in profondità questa relazione, dal momento del loro primo incontro, cominciato con la cerimonia di premiazione del 1989 dei Soul Train Awards, dove i due si sono conosciuti, e terminato con la straordinaria esibizione della Houston ai Grammys del 1994, dove ha cantato “I will always love you“, colonna sonora del film Guardia del corpo, in cui la cantante è protagonista insieme a Kevin Costner, fino al culmine delle rispettive celebrità, fino al declino professionale, legato anche ai problemi di droga. Un merito del film è anche l'occasione per ricordare la cantante riproponendo alcune delle sue più famose, belle e conosciute canzoni: "I Will Always Love You", "I'm Your Baby Tonight", "I'm Every Woman", "Jesus Loves Me" e "The Greatest Love of All"Cinque anni sono un soffio se si parla di Whitney Houston ma possono essere abbastanza se affrontati con rispetto e memoria e gratitudine, ma mentre i fan hanno apprezzato l’opera (grande successo di pubblico soprattutto in America), non si può dire lo stesso della famiglia della Houston, che ha condannato pubblicamente il film. Tiepida l’accoglienza della critica, secondo me anche giustamente, lodevole infatti l’interpretazione di Yaya DaCosta nei panni della Houston e la voce di Deborah Cox, ma la sceneggiatura e narrazione ha messo in luce come il film abbia deciso di edulcorare molto i lati più oscuri della cantante (soprattutto la sua dipendenza dalla cocaina e il rapporto mai del tutto chiaro con la sua assistente e migliore amica Robyn Crawford, inquanto ci si interroga sul fatto se la relazione tra le due fosse di natura romantica altre che professionale), e di aver scelto un punto di vista che quasi santifica il marito Bobby Brown (interpretato da Arien Escarpeta), un abile ed irritante Casanova. Drastico il commento della famiglia Houston, che ha criticato aspramente il film, perché prodotto senza la benedizione della famiglia e nonostante la richiesta esplicita della madre di Whitney di non farlo. Aspre anche le accuse contro la regista Angela Bassett, accusata di aver calpestato la sua amicizia con Whitney in modo irrispettoso e disonesto, dando uno schiaffo in faccia a quelli che erano i suoi veri e leali amici.

Ognuno può pensarla come vuole, effettivamente però il film lascia perplessi, una storia senza nessun tempo definito, interessante ma avulsa e vuota, troppo gioviale al confronto al suo drammatico incontro con la droga e l'infausto epilogo. Ma quello che, alla fine di una reale vicenda, fa più rabbia, è che anche la figlia Bobby Cristina (c'è anche lei, piccina, nel film, come si vede nella foto a destra) sia stata vittima della droga, trovata annegata nella vasca da bagno, e dopo mesi, in coma per overdose, si è spenta. Incredibile poi, che come la mamma aveva un compagno equivoco, un traditore, avaro e meschino, che non meritavano. Questa pellicola mi da però l'occasione di parlare di questa pazzesca cantante (che comunque mi piace, non tantissimo però, bravissima e bellissima, indimenticabile), universalmente riconosciuta come una delle più iconiche, popolari e talentuose cantanti di tutti i tempi, una delle voci più importanti e amate del ’900, spesso chiamata semplicemente "The Voice" per le caratteristiche uniche della sua voce, soprannome datole da Oprah Winfrey. E a detta di molti artisti e critici, quella di Whitney è stata la più grande voce femminile della storia della musica. Le sue vendite complessive di album, singoli e video sono attualmente di oltre 200 milioni di copie, e risulta essere l'artista femminile dal maggior successo di sempre dopo Madonna e Mariah Carey. È stata una delle donne di maggior successo discografico, e insieme a Michael Jackson detiene anche il primo posto nella classifica degli artisti di colore di maggior successo. Addirittura nel 2008 il Guinness dei Primati ha dichiarato Whitney l'artista più premiata e popolare al mondo, con 6 Emmy e ben 22 American Music Awards. Ma Whitney Houston è stata allo stesso tempo una figura molto controversa, ed è stata, è un esempio anche dal punto di vista politico e sociale: basti ricordare che è stata la prima donna di colore a ottenere la cover di Seventeen e uno dei primi artisti della comunità nera a suonare in Sud Africa terminata la triste stagione dell’Apartheid. Una ragazza prodigio, dalla voce potente che cantava in chiesa sotto la ferrea guida della madre Cissy (direttore musicale della chiesa battista New Hope di Newark) che la portò ad avere il suo primo contratto discografico a soli 19 anni. Una donna con un carattere forte ma con una personalità fragile. Perché il talento prodigioso e la bellezza l’hanno sì portata presto al successo, ma la sua scalata, benché fulminante, non è stata semplice. Parte della comunità nera l'ha sempre definita, per stile di vita e scelte artistiche, troppo bianca e lei di questo ha sofferto. Sul palco era una forza della natura, un animale feroce (l’unico luogo dove sentiva di avere sempre il controllo totale), ma scesa dal palco veniva circondata da mille insicurezze che lei provava a esorcizzare con la cocaina, un vero peccato. Comunque il film, in definitiva, non è male, e anche con molti buchi e dubbi rimane un discreto biopic (biografia) da vedere, ma non aspettatevi un granché dato lo scarso appeal e giudizi sul network che ha prodotto il film, Lifetime, non è mica l'HBO.

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