venerdì 18 marzo 2016

American Horror Story: Hotel

Hotel è la quinta stagione della serie antologia American Horror Story e questo permette a chi non l’ha mai vista di cominciare a vederla anche se non ha ancora recuperato le stagioni precedenti ma io le ho viste tutte, e posso già affermare senza ombra di dubbio, che è una delle migliori stagioni, non la migliore in assoluto perché la paura, l'angoscia, i segreti inquietanti e la soggezione, che hanno contraddistinto la serie e le altre stagioni, risulta quasi assente, al contrario del sangue a fiumi. Perché American Horror Story: Hotel si è contraddistinta come una stagione confusionaria, a tratti noiosa anche nelle reiterate scene di sesso e omicidi, dove l'attenzione a scenografie e costumi è rimasta impeccabile ma che sembra aver perso la bussola fin dal principio, lasciando troppo a lungo aperte parentesi poi chiuse frettolosamente, e che ha mostrato qualche limite evidente, già trapelati in altre stagioni. Questa volta, come da sottotitolo, siamo in un Hotel (il Cortez per la precisione) nel centro di Los Angeles. Un luogo creato agli inizi degli anni Venti da James Patrick March (Evan Peters), un uomo sadico e pieno di se, un magnate americano con il vizio dell’omicidio. Egli creò l’albergo in modo da poter uccidere le sue vittime senza lasciare traccia e questa caratteristica pare sia rimasta impressa nel'architettura dell’Hotel (tra l'ambientazione di Shining e i film di Dario Argento) a tal punto che si comincia a popolare di spiriti maligni, vampiri e personaggi piuttosto strani. Nel corso degli anni infatti è diventato un luogo infestato dalle anime che hanno perso la vita al suo interno, tra cui March stesso, e dimora della Contessa (Lady Gaga), Elizabeth Johnson, una donna bellissima e immortale che uccide per vivere: è, in poche parole, un vampiro. L’accompagna Donovan (Matt Bomer), il figlio di Iris (Kathy Bates), receptionist dell’Hotel assieme a Liz Taylor (Denis O’Hare), un’eccentrica transessuale entrata anni prima nelle grazie della Contessa. Nelle prime puntate vediamo come lo strano equilibrio dell'hotel (normalissime giornate..) viene minato da due eventi particolari: l’arrivo di un misterioso assassino che uccide seguendo i precetti dei Dieci Comandamenti, e l’arrivo di Will Drake (Cheyenne Jackson), un avido stilista, intenzionato a comprare l’immobile. Con una sfilata organizzata nella splendida sala d’ingresso, la Contessa resta ammaliata dal misterioso modello Tristan Duffy (Finn Wittrock). Donovan, furibondo dalla rottura con l’algida matrona, si scontra con Ramona Royale (Angela Bassett), anche lei trasformata anni prima dalla contessa e abbandonata: i due si alleano per fargliela pagare. Contemporaneamente, il detective John Lowe (Wes Bentley), ossessionato dal mistero che aleggia attorno all'assassino dei Dieci Comandamenti, lascia la moglie e la figlia e si trasferisce nell'Hotel dove intraprende una estraniante relazione con la tossicodipendente Sally (Sarah Paulson). La soluzione del caso sarà spiazzante. Il cast, manchevole della presenza della sua punta di diamante Jessica Lange, ben se la cava pur non riuscendo ad emergere del tutto. Forse Lady Gaga, nuovo arrivo e probabilmente meritevole del suo primo Golden Globe nella categoria di Miglior Attrice Protagonista in una miniserie, è la vera grande scoperta, la sua interpretazione è sensuale, ma delicata e ponderata, i dubbi iniziali sulla sua resa sono stati ampiamente capovolti, anche se non mi ha del tutto convinto. Degna di nota anche l’interpretazione del veterano Denis O’Hare, questa volta nei panni di una transessuale: la sua Liz Taylor è sublime, delicata, per niente caricaturale, ma autentica. Anche Evan Peters ben riesce ad esaltare l’esasperata e crudele psicologia del suo personaggio, uno dei migliori insieme al detective, anche nella loro personale trama e caratterizzazione. Un po’ meno, Sarah Paulson, forse un po’ troppo forzata e quasi intenzionata a voler imitare la sua collega Lange.

American Horror Story: Hotel basa la narrazione sulle relazioni tra i personaggi. Il padre che perde il figlio, la madre che non riesce a capacitarsi della tossicodipendenza della sua creatura, marito e moglie che stanno per divorziare (a proposito non male Chloe Sevigny nel ruolo della moglie del detective e madre di uno dei bambini, la più bella ma nel ruolo più inutile). Un gioco di relazioni che diventa protagonista episodio dopo episodio fino a quasi oscurare i misteriosi e paurosi eventi che ogni giorno avvengono nelle lugubri stanze del Cortez. Hotel, però, è apparso fin da subito come un covo di esagerazione, sfarzo e pulsioni in cui il sangue e il sesso erano i soli elementi predominanti. A primo impatto, l’impronta calcata da Hotel è parsa fin troppo povera di sostanza. Con lo scorrere delle puntate, però, la trama, o meglio, i filoni narrativi, sono andati via via delineandosi ed, il più delle volte, si sono risolti in fretta. C’era molta carne al fuoco in questa quinta stagione di American Horror Story: se in Asylum c’era imbarazzo di scelta in quanto a mostri (killer spietati, alieni, posseduti, demoni, fantasmi) qui, la presenza di vampiri e anime intrappolate sono aggrovigliate in un crogiolo di avvenimenti avvenuti nel corso degli anni all'interno dell’Hotel. Hotel poi soffre di alcune mancanze: anzitutto l’assenza di una sceneggiatura approfondita e di una trama orizzontale veramente predominante, alcuni misteri vengono svelati troppo presto (ad esempio l’identità della Contessa e quella del killer dei Dieci Comandamenti), mentre altre situazioni non vengono spiegate affatto (chi è il misterioso mostro che molestava Sally nella puntata conclusiva?). Molte discrepanze e alcuni personaggi quasi inutili, gli 'strani' bambini per esempio non fanno paura e sopratutto non servono a niente, ovvero il loro scopo o il perché non si sa, inquanto alla Contessa non gliene frega niente, anzi, fanno di testa loro, tranne quando gli fa comodo a lei per non morire. La discrepanza maggiore è rivolta ai 'fantasmi', normalissimi umani che uccidono senza problemi di tatto. E poi, chi muore al Cortez rimane al Cortez, ma allora ci si domanda perché solo una piccola parte dei morti seminati nel corso delle puntate sia presente alla riunione indetta dal nuovo management (nelle ultime puntate)? Una discrepanza che si era già palesata nel corso degli episodi precedenti ma che nel finale (che tra poco scopriremo, quindi attenzione agli spoiler) si è mostrata con maggiore frequenza ed evidenza. Unica possibile attenuante che possiamo dare agli sceneggiatori è che solo chi, morendo tra le stanze e i corridoi dell'hotel, avesse ancora dei conti in sospeso non risolti si ritrovi imprigionato per l'eternità tra le sue decorazioni Art Deco. Uno stratagemma narrativo a mio avviso un po' troppo forzato. Ma in questo turbinio di emozioni ciò che non convince è l’accostamento tra l’horror puro e il genere thriller,  la componente horror infatti, si diluisce in una più dominante componente thriller, questo snatura un po’ l’idea originale della serie. Una buona metà di stagione soffre questa perdita di atmosfera dark a vantaggio del glamour pur risultando comunque piacevole agli occhi, ritrovandoci a guardare un prodotto meno orrorifico e più pop. Da questo punto di vista è lodevole la colonna sonora non originale dell’intera stagione, è composta da pezzi per lo più pop e fashion rock anni ’70 e ’80, perfetti ad esaltare lo stile e la moda nel tempo. L’indagine che il detective svolge, per esempio, risulta semplicemente un pretesto che servirà a tirare le fila della narrazione alla fine della stagione. Sarebbe però stato utile trovare un’idea più originale invece di un assassino che uccide secondo uno schema basato sui vizi capitali, già visto e ritrito. Sarebbe bastato anche solo sporcare lo stile di un noir più cupo, una scelta che avrebbe permesso ai due filoni narrativi di amalgamarsi meglio.

American Horror Story Hotel si conclude quasi in un turbine di romanticismo (e vissero tutti morti e contenti...), in cui il Cortez è diventato luogo di diletto e riposo per anime tormentate. Dopo la morte, in Battaglia Finale (11a), di quella che a tutti gli effetti è stata la protagonista di quest'ultimo capitolo, Lady Gaga/La Contessa (sebbene in un contesto fortemente corale), con la puntata conclusiva, l'episodio cerca di chiudere tutte le numerose, e spesso lungamente dimenticate, sottotrame che hanno letteralmente affollato American Horror Story: Hotel, con Sii nostro ospite (12a e ultima puntata) quindi troviamo al centro dell'episodio Iris e Liz Taylor, rispettivamente receptionist e barista transgender del Cortez, aver preso il pieno controllo organizzativo dell'hotel, accantonando l'idea del doppio suicidio, per trasformarlo in una struttura stellata. Peccato che i loro sogni manageriali vengano costantemente infranti dai sanguinosi interventi di Sally e Will Drake, rabbiosi e annoiati fantasmi che uccidono chiunque faccia il check in. Così Liz e Iris decidono di porre rimedio alla sequela infinita di omicidi che rischiano di allontanare i clienti, facendo crollare a picco le finanze dell'albergo, radunando tutte le anime che infestano il Cortez per convincerli a mettere al chiodo siringhe, coltelli e quant'altro. L'infelice Sally trova pace grazie ad una connessione wi-fi e uno smartphone regalatole da Iris con tanto di account Twitter, Facebook e Instagram. Un ponte virtuale che le permette di mettere piede nel mondo grazie a post, video e foto caricati sui vari social. Una droga, sostituita da una nuova dipendenza 2.0 che le permette di essere sempre connessa e mai, artificialmente, abbandonata alla solitudine (il passaggio più riuscito e sottile della puntata). Dall'uccisione della Contessa per mano di John Lowe, il killer dei 10 comandamenti, è ormai passato un anno e quello che risulta palese, già dalla prima ingannevole inquadratura, è come la vera protagonista di questo season finale sia Liz. La risoluta, saggia e materna Liz che ha aiutato, calata nei suoi abiti da diva del cinema, le anime dei fantasmi rimaste vittime della maledizione del Cortez. E proprio su di lei è incentrata buona parte del racconto, dal suo amore mai dimenticato per Tristan passando per il suo rapporto ristabilito con il figlio fino alla malattia terminale usata a pretesto per mettere in atto la sua transizione che la farà diventare "ospite fissa" del Cortez. Ma AHS:Hotel ha preso il via grazie ai brutali omicidi del killer dei dieci comandamenti e così, grazie ad un flashforward che ci catapulta in un'altra Notte del Diavolo, questa volta nel 2022, gli sceneggiatori ci permettono di scoprire qual è stato il destino di John Lowe e della sua famiglia, chiudendo un altro capitolo con tanto di flashback rivelatore. Una puntata, dunque, che abbandona gli eccessi sanguinolenti che hanno tinto di rosso lenzuola, parenti e pavimenti dell'infestato albergo per collocarsi in una dimensione più consolatoria, quasi un post scriptum per immagini nel quale però si passa ad un'esagerazione opposta. Un happy ending dove tutti si ricongiungono con i propri affetti e non c'è spazio per tentativi di vendetta o vinti, come se si fosse accettata la propria condizione senza se e senza ma, in un clima, visto l'evolversi delle precedenti puntate, quasi idilliaco. La Contessa, fa la sua apparizione nell'ultima puntata, accantonando quindi del tutto la sua sete di vendetta. Lei che ha dato vita, grazie ai meravigliosi costumi e al trucco ricercato, a una perfetta creatura in puro stile AHS. Grazie ad una ricca serie di flashback abbiamo conosciuto il suo passato come Elizabeth Johnson, comparsa cinematografica con aspirazioni attoriali nell'Hollywood di inizio '900, con tanto di liaison amorosa intrecciata con Rodolfo Valentino (eh addirittura, interpretato sempre da Finn Wittrock), per poi vederla in situazioni differenti nella Los Angeles degli anni '20 o degli anni '90. Uno spirito materno ma soffocante, scaltra manipolatrice mossa dal bisogno di primeggiare e contraddistinta da una fredda calma calcolatrice. Ma spesso guardando questo quinto capitolo si ha avuto l'impressione di assistere ad una versione estesa dei videoclip della cantante, dove ad una perfezione formale sarebbe stato indicato aggiungere una profondità maggiore che non lasciasse il tutto in superficie, finendo per limitare il suo personaggio.

Molte domande però, sono rimaste irrisolte anche all'ultima puntata, che vanno dalle conseguenze della morte di Queenie (Gabourey Sidibe) e i presunti poteri acquisiti da Ramona (Angela Bassett) fino al potere esercitato da James Patrick March (Evan Peters) su Sally. Il viaggio narrativo dell’Hotel Cortez, infatti, si traduce in una scoperta temporale, dalla costruzione, fino al presente, attraverso varie citazioni alla stagioni precedenti di American Horror Story: Murder House su tutte. Questi riferimenti sono un punto importante nella stagione e nella serie: ben incastonati nella trama, sono un ottimo elemento chiave nella buona riuscita di essa. Perché la caratteristica della serie risiede, non solo nella sua natura antologica, ma nel fatto che ogni stagione, sebbene ambientata in epoche e zone differenti sia collegata tra di loro. Ne abbiamo avuto un'assaggio nel capitolo precedente che ha tracciato una linea tra il Freak Show e Asylum. Ma è con Hotel che il gioco di rimandi e collegamenti si è fatto più interessante. Già dalla prima puntata abbiamo visto varcare la soglia della hall del Cortez a Marcy (Christine Estabrook), l'agente immobiliare di Murder House che finisce per unirsi alla lunga lista di ospiti dell'albergo. Ma le connessioni proseguono tra flashback e indizi futuri. Abbiamo infatti visto La Contessa recarsi, nel 1926, proprio nella casa protagonista della prima stagione nel periodo in cui Nora Montgomery viveva lì assieme al marito medico Charles, per abortire quella che poi sarà la creatura nascosta nella stanza numero 33 (l'unico vero mostro). In Battaglia Finale poi, troviamo un altro legame, questa volta con Coven, grazie al personaggio di Queenie, sfortunata ospite del Cortez, riconosciuta da Liz proprio per la sua natura di strega dell'Accademia di New Orleans gestita dalla Suprema Cordelia Foxx. Anche l'episodio finale non si è tirato indietro in fatto di collegamenti, annoverando tra i protagonisti Billie Dean Howard, la veggente di Murder House, qui chiamata da Iris per ricongiungere Tristan e Liz e poi ritrovata, nel 2022, come volto noto del piccolo schermo grazie a Lifetime, una sorta di reality sul paranormale che l'ha vista più volte tra i corridoi dell'albergo alla ricerca di fantasmi con i quali mettersi in contatto. La sua invadenza e l'ossessione per John Lowe la porteranno ad essere vittima di uno spaventoso scherzo da parte dei serial killer della celebre Notte del Diavolo. Ma, stando a quando dichiarato da Murphy e Falchuk (registi e sceneggiatori), le serie di AHS sono seminate di indizi. E allora la Thatcher School che viene nominata per ben due volte nel corso dell'ultima puntata chissà che non nasconda un riferimento ad un possibile futuro capitolo della serie. In conclusione, stagione senza infamia e senza lode, che non ha saputo sfruttare le immense possibilità a disposizione e ha perso, puntata dopo puntata, la sua forza spaventosa a vantaggio di una più leggera dimensione, forse troppo ricca di sentimenti positivi. In definitiva American Horror Story continua il suo favoloso cammino aggiungendo un nuovo e importante tassello e che allo stesso tempo celebra gli anni Novanta e il cinema di genere come mai prima d’ora. Ma il countdown è appena ricominciato. Aspettiamo con fervore la sesta stagione, come sempre impazienti. Vedremo poi se la sesta stagione, con la conferma di Lady Gaga e il presunto ritorno di Jessica Lange, risolleverà le sorti della serie che sta pian piano deludendo le alte aspettative.

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