giovedì 30 giugno 2016

Gli altri film del mese (Giugno 2016)

The Signal è un fantascientifico ed enigmatico thriller statunitense del 2014 diretto da William Eubank, con protagonisti Brenton Thwaites e Laurence Fishburne. Nic, Jonah ed Haley sono tre giovanissimi hackers. Quando ricevono un messaggio da Nomad, hacker rivale che in passato ha creato loro qualche problema, decidono di seguire il segnale che egli invia loro per sfidarlo direttamente. Finiscono con il trovarsi dinanzi a una catapecchia abbandonata la cui esplorazione conduce Nic e Jonah a finire all'interno di una misteriosa base in cui viene portata anche Haley in stato di coma. I ragazzi vengono separati e Nic viene sottoposto ad uno strano interrogatorio da parte di un uomo che, come tutti gli altri nella base, è protetto da una tuta simile a quella degli astronauti. Costui dice a Nic che ciò che sta facendo è finalizzato a proteggerlo, scopriranno invece che dietro apparenti attacchi informatici si nascondo realtà ben più incomprensibili, con tanto di alieni al seguito. The Signal però, tratta di alieni in modo assai diverso e molto più raffinato della controparte commerciale. Questo è infatti un ottimo esempio di thriller fantascientifico realizzato con un budget ridotto ma perfettamente funzionante (testimonianza di come poche idee ma ben organizzate possano dar vita ad una trama imprevedibile, colpi di scena non pilotati e tanta, tanta suspence). Si tratta infatti di una pellicola che riesce veramente ad intrigare lo spettatore tenendolo attaccato alla sedia fino alla fine, riesce a sorprenderlo, risultando cosi' molto più originale di quanto possa suggerire inizialmente. Si tratta, dunque di una pellicola originale, minimale come ambientazioni e sequenze, che provoca nello spettatore, man mano che la trama si schiude, un mix di sentimenti e sensazioni (che non lo abbandonano fino alla fine) tra la claustrofobia di un luogo dal quale e' impossibile scappare e l'impotenza umana davanti alla supremazia aliena. Comunque non vi sono le solite tipologie di alieno, i "grigi" , rettiliani o gli ominidi verdi che invadono la Terra nel film di Eubank. La stessa tematica delle abduction aliene e' appena accennata anche se serve da filo conduttore che unisce ogni singolo tassello della trama, trama in cui ci sono varie incongruenze nella storia che forzano l'evoluzione degli eventi verso la direzione voluta dal copione, ciò soprattutto nella parte iniziale, meno fantascientifica. In ogni caso si tratta di un thriller curato nei minimi particolari, che echeggia importanti pellicole del passato ma che riesce a distaccarsi notevolmente sia per la tematica proposta che per scelta narrativa, ovvero il modo in cui la trama è architettata e diretta.

Il film, si apre in modo canonico come molti altri thriller, ma da lì in poi avrà inizio una lotta per la sopravvivenza e una corsa impossibile verso la riconquista della libertà che segnerà irreparabilmente le vite di tutti. Ma a tenerci incollati allo schermo è soltanto la curiosità di sapere se, prima o poi, l'enigma deciderà di scrollarsi di dosso la corazza asfittica dell'ermetismo e di ribellarsi alla tirannia della noia. Qualcosa, in effetti, accadrà, e non sarà del tutto prevedibile; ma la sorpresa, indecisa nel carattere e nella direzione da prendere, non potrà evitare lo sconfinamento nella delusione. Perché anche e nonostante l'apparente banalità della trama che lascia il posto ad un susseguirsi di scene ed eventi imprevedibili, e la storia si arricchisce di azione, colpi di scena, tensione (tutti elementi orchestrati abilmente) che portano al climax degli eventi, alla risoluzione del mistero e alla katharsis degli spettatori senza mai scadere nella convenzionalità, ma anzi riuscendo a sorprendere lo spettatore anche nelle ultime sequenze, non convince appieno. Comunque ottimo e sempre attento il lavoro della regia tecnicamente parlando, molto curato e minuzioso quello della scenografia (location, tanto desolate quanto insolitamente ricche di particolari) e fotografia (anche se le scene in notturna sono troppo…notturne, non si vede niente). Bravi anche gli attori, che riescono perfettamente a calzare i ruoli assegnati senza mai perdere di credibilità o verosimiglianza. Usati consapevolmente anche gli effetti speciali che fortunatamente non prevalgono sul resto della pellicola, ma sono abilmente usati nei punti clou della trama. Niente abuso di effetti speciali sensazionalistici o eccesso meta-tecnologici come nei blockbuster sci-fi ai quali il cinema a stelle e strisce ci ha abituati. Con The Signal siamo davanti a cinema raffinato, di qualità e mai eccessivo che non tenta di stupire visivamente lo spettatore ma piuttosto di creare una storia dentro alla quale coinvolgerlo. E ci riesce perfettamente. Un piccolo (ma proprio piccolo) gioiellino del cinema indipendente fantascientifico.

Samba è una drammatica commedia francese del 2014 diretta da Olivier Nakache e Eric Toledano, due registi alla loro seconda collaborazione con l'attore protagonista Omar Sy, dopo Quasi amici: Intouchables del 2011, con cui avevano raggiunto un successo planetario e si erano fatti conoscere dal grande pubblico. Un successo meritato perché erano riusciti a raccontare con toni di forte spessore e 'lievi' un tema 'quasi intoccabile' e comunque non 'semplice' da esporre e da interpretare. Lo stesso accade, seppur con minor incisività, almeno nella prima parte, a Samba, film che tratta un argomento, ultimamente di grande attualità, immigrazione e clandestinità. Difatti la pellicola racconta la storia di Samba Cissé (Omar Sy), un immigrato francese che viene dal Senegal e che lavora (da dieci anni) come lavapiatti in un albergo. Dopo alcuni problemi burocratici, gli viene ordinato di lasciare la Francia. Con l'aiuto di Alice (Charlotte Gainsbourg), una giovane donna borghese in congedo lavorativo che lavora per un'associazione che si occupa di questioni giuridiche legate all'immigrazione, Samba si batterà per ottenere il diritto di soggiorno in Francia. La pellicola racconta anche di questa donna, affetta da sindrome da stress, che sembra trovare in Samba un rifugio e una ragione per uscire dall'impasse. Allo stesso modo Samba è convinto che Alice sia la chiave per regolarizzare la sua posizione sociale. Tra espedienti, mestieri, sotterfugi, baci rubati, fughe ai controlli e costante reinvenzione della sua identità, Samba troverà il suo posto nel mondo e nel cuore di Alice. Le loro strade infatti si incroceranno e, tra umorismo e commozione, porteranno alla felicità. Il film è senza dubbio interessante, ma un po' fragile, per certi versi, ma comunque gradevole e che infine riesce a portarti degnamente al finale. Fragile perché ha, a mio parere, oscillazioni verso la sponda del buonismo, nel mostrare la situazione non facile dell'immigrato clandestino, o il bisogno di amore di una manager caduta, sempre però senza offendere o graffiare, mantenendosi nella commedia quasi furba. Poteva forse rischiare di più, o sarà che siamo abituati alla commedia all'italiana, più amara e cattiva, ma anche masochistica nell'evitare il successo internazionale. Samba questo errore non lo fa, e comunque, pur non stupendo troppo, alla fine, mostrando uno spettro ampio di situazioni e realtà del nostro mondo, strappa più di un sorriso. I comprimari sono bravi, in qualche caso bravissimi: Tahar Rahim per esempio. I protagonisti invece non particolarmente. Omar Sy è simpatico, spiritoso, tenero perfino buffo ma fa sempre se stesso. La Gainsbourg è la Gainsbourg: sguardo vitreo, due espressioni due, con il broncio o senza il broncio. Notevole infine la colonna sonora, davvero 'internazionale': i pezzi originali, sempre bellissimi, son di Ludovico Einaudi. In definitiva, non eccezionale ma molto meglio di tanti altri.

The Lazarus Effect è un avvincente film horror del 2015 diretto da David Gelb. Il film ha un cast di talento (Mark Duplass, Olivia Wilde, Sarah Bolger, Evan Peters e Donald Glover) e accenna uno spunto interessante, ma lo spreca quasi totalmente con personaggi insulsi e sbiaditi e riciclando elementi già visti. Ovvero il tema (pur sempre affascinante) della vita, la morte e il ritorno dalla morte. Un tema con il quale l'horror ha sempre giocato sin dai tempi di Frankenstein, e in fondo, questo film è una sorta di rivisitazione scientifica dell'argomento. Il film racconta infatti delle gesta di un team di scienziati intenti a creare un siero che prolunga le funzioni vitali affinché un paziente ferito gravemente riesca ad essere operato in tempo senza morire. Solo che, per colpa di un incidente, una del team (Olivia Wilde) rimane fulminata e decidono di iniettarle il siero dentro di lei e riescono a riportarla in vita. Ma da lì in poi strani eventi cominciano ad avvenire. La storia quindi non spicca certo per originalità, ma è presentato in un modo diverso dal solito, e questo giova molto al film (specialmente per il suo genere). Con un inizio coinvolgente e altrettanto curioso, la resurrezione dei morti mediante brillanti metodi biotecnologici, è sicuramente un fattore decisamente motivante nel film che ne caratterizza le scene iniziali. Anche se alcune domande sorgono spontanee, avendone la possibilità, è giusto riportare in vita una persona cara? E con quali conseguenze? Non saprei, comunque, se il tema non è nuovo, l'approccio modernista e scientifico è abbastanza fresco e, nella prima parte del film, la storia è raccontata con il giusto ritmo presentando la problematica con vivacità e realismo. Purtroppo gli sviluppi della seconda parte del film sono però piuttosto scontati e, soprattutto, non particolarmente motivati. Precipitano il film, piuttosto sbrigativamente, in un territorio orrorifico banale dove tra scienza e soprannaturale non c'è partita. Il percorso è quindi quello un po' prevedibile e tipico di questi ritorni dalla morte, anche se è compiuto con sufficiente energia. Date le premesse, c'era la speranza in qualcosa di più nuovo e intrigante, ma a livello spettacolare il film regge abbastanza (almeno sino al finale, più concitato che persuasivo) e la suspense è gestita con discreta abilità dal regista, grazie anche a un uso parsimonioso ma efficace degli effetti speciali. Buona parte del merito se il film, nonostante le carenze narrative, si mantiene complessivamente vedibile va a un buon cast che rende (almeno in parte) credibili personaggi già comunque discretamente tratteggiati in fase di sceneggiatura. Il migliore è Mark Duplass, umano quanto basta nel suo dramma, intensa e affascinante (sempre bellissima) anche Olivia Wilde. In conclusione comunque, se non volete rimanere delusi, abbagliati da una speranza che non verrà mai, non vi consiglio di guardare il film, perché secondo me il film poteva decisamente svilupparsi meglio, con più ragionamenti, tentativi, sentimenti e rimpianti, invece ci spettano le classiche morti a birillo. Peccato.

Intruders è un assurdo e alquanto inverosimile oltreché stupido thriller coreano del 2013 che racconta di uno scrittore Sang-Jin, che si isola in una baita (un isolato B&B tra i boschi) circondata dalla neve, alla ricerca di pace e ispirazione per lavorare alla stesura del suo libro. Il desiderio di tranquillità viene presto disturbato da un ex galeotto invadente, conosciuto durante il viaggio, da comitive di sciatori chiassosi e dal passaggio di cacciatori ostili. A dare inizio (e a interrompere la sua reclusione) all'incubo vero e proprio sara' pero' la scoperta di una cadavere: Sang-Jin dovrà quindi salvarsi la pelle da misteriosi estranei armati di fucili e cattive intenzioni. Questo film, comunque inedito, è abbastanza imbarazzante per le situazioni stereotipate in una location ormai inflazionata (la baita di montagna), con personaggi risibili e recitazione in larga parte pessima. Se l'idea è classica, e il tema è, almeno in parte, avvincente, il risultato doveva essere almeno sufficiente invece si salva solo il sottofondo sull'incursione nordcoreana oltre confine, ma per il resto tutto è dimenticabile. L'inizio è di una lentezza disarmante, almeno fino al grottesco omicidio che cambia velocità ma non la narrazione che diviene sempre più idiota e prevedibile, fino all'enigmatico finale, che non spiega niente ma soprattutto non dice niente. Per gli amanti del cinema asiatico potrebbe piacere, ma state pronti a rimaner delusi da un prodotto di un livello così scadente da non sembrare vero. Sconsigliabile.

Carl Morck: 87 minuti per non morire è un sorprendente, avvincente e incalzante thriller scandinavo del 2013. La pellicola, dal nome originale 'Kvinden i buret' (The Keeper of Lost Causes) si basa sul romanzo giallo di Jussi Adler-Olsen, "La donna in gabbia". Alla regia di questo primo film tratto appunto da un romanzo di Adler-Olsen c'è Mikkel Norgaard, che ha diretto anche il secondo della saga: "The Absent One", che probabilmente e prossimamente manderanno in onda, almeno spero, perché questo intrigante film danese girato nella fredda e ambigua Scandinavia mi è piaciuto così tanto che aspetto con impazienza il secondo. Comunque la pellicola racconta di un burbero detective, Carl Morck, che dopo parecchie vicissitudini (e dopo essere stato 'degradato' perché ferito in servizio), viene affiancato nel nuovo dipartimento Q, un reparto che si occupa di casi ormai prossimi all'archiviazione, da un nuovo assistente, il siriano Assad. I due però, dopo accurate indagini (e stanchi di non fare niente), riaprono il caso di Merete Lingaard, archiviato come suicidio cinque anni prima. Secondo la versione ufficiale infatti, la donna si e' gettata da un traghetto nel Mar Baltico. Contattando il fratello della vittima, pero', Carl e Assad portano a galla una cruda verità difficile da immaginare. Una verità che sarà però ancora peggiore di quella che immaginavano, e che scoprirà senza autorizzazione, affrontando ostacoli e pericoli di ogni genere. In questo dramma umano, perché di questo si tratta, l'eroe è lui (Carl), anche se la vera, disumana sofferenza, appartiene a lei (Merete), la prigioniera che vive in uno spazio angusto, nella più totale solitudine, respirando aria compressa, e senza mai vedere la luce del sole. Tuttavia, le due angosce palpitano all'unisono. Lui ignora cosa stia succedendo alla donna, ma in fondo è come se sapesse. Non può fare a meno di cercare in ogni modo di venire in suo soccorso, facendosi largo tra i  tanti dubbi e i mille punti oscuri, per raggiungere la certezza da dimostrare e la vittima da salvare. Se questo film non fosse così insistentemente lambito dalla tentazione dei cliché ad effetto dell'action movie commerciale, sarebbe una finissima poesia di tensione condivisa a distanza, di ansia che brancola nel buio ma non smette mai di lottare, pur nell'apparente assenza di speranza. Il ritmo è scandito dal battito dell'ostinazione, che ha la forza di passare attraverso l'assurdo e il silenzio, in mezzo ad un mistero fitto ed impenetrabile come il mutismo indifferente di Uffe, il fratello cerebroleso di Merete, unico testimone dei fatti che Carl sta tentando di ricostruire. La chiave del giallo è sepolta al di sotto del livello della coscienza, appesa ad un filo di irrazionale consonanza tra anime. Le storie di Carl e Merete occupano due pagine vicine, che però, fino all'ultimo, si voltano fatalmente le spalle. Per come la vedo, la vittima non è solo Merete, ma anche il suo carnefice (il motivo lo si capisce durante la visione). Certo, ciò non lo giustifica. Morck, è vittima di se stesso, invece, anche se alla fine si riscatterà. Ciò che succede a Merete è orribile, ma quel che fa il capo di Morck (insieme a colui che aveva seguito le indagini), lo trovo angosciante. Purtroppo, posso dare al film, solo un misero 6, per la troppa lentezza, ma il film è veramente interessante e sconvolgente, che consiglio di non perdere.

L'esigenza di unirmi ogni volta con te, Italia-Francia 2015 di genere drammatico, è il quarto lungometraggio di Tonino Zangardi. Il film è tratto dall'omonimo romanzo dello stesso Zangardi, e da lui stesso sceneggiato e diretto. Prima di tutto, ho trovato il film vuoto e inconsistente, difatti la storia non intriga e non convince. In ogni caso, questa è la storia di Giuliana (Claudia Gerini) che lavora come cassiera di un supermercato dove il poliziotto Leonardo (Marco Bocci) sventa una rapina (si fa per dire, abbastanza scema e brutta). In seguito di ciò, in fuga da una vita matrimoniale asfissiante, per lei scatta la passione di un amore assoluto e assolutizzante, per lui, invece, l'utopia di un'altra vita. In due infatti scappano, anche a seguito del precipitare degli eventi. Questo è un film che già all'inizio, con il solito flash forward che funge da premessa, assistiamo ad una sorta di pantomima durante la quale, nonostante l'estrema drammaticità della situazione, risulta impossibile trattenere l'ilarità. Colpa di una recitazione non ottimale ma soprattutto della costruzione stessa della sequenza (quella clou) in cui battute non proprio azzeccate si fondono con cliché da thriller di terza categoria, col risultato di interrompere bruscamente l'empatia e l'immedesimazione con i personaggi che fino a quel momento, tutto sommato, aveva parzialmente funzionato. Se il tentativo di ibridare noir, melodramma e addirittura road movie ispira simpatia, non si può tacere difatti dell'equilibrio instabile fra le varie parti del film, messo a dura prova da dialoghi approssimativi e taciturni, i protagonisti sembra che abbiano paura di farsi ascoltare, parlano per se stessi non per lo spettatore che percepisce solo qualche parola. Il problema di fondo, pare, è che corteggiando il cinema di genere, il film aspiri in realtà all'introspezione psicologica, mancando così entrambi i versanti. Un mix che fatica a trovare la sua dimensione e sconta la fragilità delle interpretazioni dei due protagonisti maschili: Marco Bocci nei panni di Leonardo e Marc Duret in quelli di Martino, involontariamente comico in una delle scene clou del film anche a causa del suo marcato accento francese. L'escalation passionale fra Giuliana e Leonardo viene raccontata con efficace concretezza dei corpi ma anche con l'assenza di quella tensione erotica, quella febbre indispensabili per rendere credibile l'attrazione fatale che li unisce e li condurrà verso il loro destino. Senza quel lato delirante, le loro scelte appaiono scriteriate, soprattutto visto che lui è un poliziotto che dovrebbe conoscere bene la legge. Altri dettagli, come il loro percorso geograficamente sconnesso o la ricerca di una notizia su un cartaceo nell'era di Internet e dell'informazione istantanea perdono per strada l'attenzione. L'azione latita quasi del tutto, e poi a parte la generosa Gerini (che qui vediamo quasi del tutto nuda e interprete di due scene bollenti e una addirittura di auto-erotismo), che comunque non sa recitare, non c'è altro. Film profondamente irrisolto e ambizioso. Una combinazione letale che (personalmente) sconsiglio di vedere.

A gang story è un poliziesco film francese del 2011, diretto da Olivier Marchal, che ricorrendo a una lunga serie di flashback, racconta la vera storia degli atti criminali commessi dalla Banda dei Lionesi. Edmond Vidal (Gérard Lanvin), per tutti Momon, ha ormai sessant'anni e vive tranquillo insieme alla moglie ma in lui sono ancora vivi i ricordi della sua lunga carriera criminale che lo ha visto, insieme al complice e fratello di vita Serge Suttel (Tchéky Karyo) e alla banda da loro messa in piedi, terrorizzare la Francia dal 1967 al 1974, compiendo più di trentacinque rapine, compresa quella milionaria all'Hotel delle Poste di Strasburgo, fino all'inevitabile e drammatico arresto. Rivivendo quegli attimi, Momon ripensa anche a come tutto ebbe inizio in seguito a uno spiacevole episodio della sua infanzia quando venne prelevato con l'inseparabile Serge dal campo nomadi in cui viveva e condotto in riformatorio per aver rubato delle ciliegie. La loro è un'amicizia indistruttibile che è passata anche attraverso la cattura e la tortura da parte della polizia senza che nessuno dei due cedesse e denunciasse l'altro. Ora che sono passati molti anni Serge è nei guai e ha di nuovo bisogno che il suo amico, ormai benestante e ritirato dalla scena criminale, lo aiuti di nuovo. Questo porterà solo nuova violenza, per tutti, ma scoprirà anche che in passato non tutto andò come aveva sempre creduto. Alternando sapientemente i piani temporali Marchal ci racconta la storia di giovani diventati adulti troppo presto che con la loro stagione di piombo hanno messo le basi per la loro vita futura e allo stesso tempo il suo sguardo malinconico è rivolto a questi gangsters di oggi, con rughe profonde come canyons, volti modificati dal tempo e voci cariche delle migliaia di sigarette fumate. Ma il codice d'onore è intatto. In realtà pur non trovandoci di fronte a un'idealizzazione del gangster, perché il regista non perde occasione di renderci sgradevoli i protagonisti impedendo di fatto qualsiasi processo identificativo, quello che stupisce è che da questa parte della barricata l'onore è un concetto basilare che non può essere bypassato da subdoli intrighi di bottega. La figura di Momon, recitata in modo straordinario da un intenso Gerard Lanvin, è esemplificativa in questo senso: è un uomo che ha superato le intemperie della vita e che si sta godendo la sua famiglia, la sua vecchiaia, sempre tenendo ben presente che tutto è frutto della sua attività criminale. Però emerge sempre il suo carisma anche se le vecchie abitudini sono dure a morire. Rispettare la legge non ha mai fatto per lui e anche adesso in nome dell'amicizia rischia tutto quello che ha guadagnato con gli anni. Emerge anche per "statura morale" perché non ha mai accettato di trafficare in droga come invece ha fatto il suo amico Suttel. Anche quello è onore. Ma questo film di Marchal è in fondo la storia di un'amicizia virile, di una vita sconquassata dai vizi e dai rischi, un film con i soliti volti giusti (non è una novità per il regista francese) e con la consueta regia avvolgente che ingloba personaggi da tragedia greca. Les Lyonnais (titolo originale) non solo è pieno di voci straordinarie, ma è caratterizzato da un montaggio frenetico e una fotografia dalle tonalità pop nella parte ambientata nel passato, sequenze più lunghe, articolate e complesse per la parte del film ambientata nel presente, con un uso consistente del pianosequenza. Tutto questo permette un'agevole comprensione da parte dello spettatore anche grazie a un casting illuminato. Nonostante il proliferare di nomi e di volti tutti i tasselli vengono rimessi subito nella giusta collocazione. Il film, basato sulle memorie del vero Edmond Vidal, è inoltre un guardarsi indietro alla stagione di piombo francese, riduttivamente però Les Lyonnais può essere visto come un ulteriore capitolo di un Romanzo Criminale made in France. Un film non eccezionale ma gradevole e non 'cattivo', così che "Les Lyonnais" è un film che si beve tutto d'un fiato, ma che poi in fondo rilascia meno endorfina di quanto si potesse auspicare. Con un pizzico di delusione, si lascia comunque senza dubbio vedere.

Lone Survivor è un adrenalinico ma anche emozionante nonché entusiasmante film bellico del 2013, scritto e diretto da Peter Berg. La pellicola è la trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo autobiografico Lone Survivor: The Eyewitness Account of Operation Redwing and the Lost Heroes of Seal Team 10 di Marcus Luttrell (che vediamo in una scena del film), ex-Navy SEAL in missione in Afghanistan, qui interpretato da Mark Wahlberg. Il film è una storia di eroismo, di coraggio e di sopravvivenza, Lone Survivor infatti racconta l’incredibile storia (vera) di quattro Navy SEAL in missione segreta per neutralizzare una cellula operativa di al-Qaeda che cadono in un'imboscata del nemico sulle montagne dell'Afghanistan. Di fronte ad una decisione morale impossibile, il piccolo gruppo è isolato e circondato da una forza superiore di talebani pronti per la guerra. Quando si confronteranno con impensabili probabilità di sopravvivenza, i quattro uomini troveranno riserve di forza e resistenza che li terranno in lotta fino alla fine, resistendo ai colpi inflitti e sperando nella buona sorte e nell'arrivo della cavalleria. La pellicola anche se sembrerebbe intriso dei soliti cliché, è un film unico nel suo genere, solo in apparenza può sembrare ipocrita e di propaganda. E' anzi un film profondo sul senso etico e dell'onore, valori che in alcuni rari casi vengono ancora percepiti superiori a quelli della stessa vita. Ci sono quei film che, oltre all'aspetto prettamente tecnico, sono in grado di emozionare e di lasciare qualcosa di indefinito dentro a ciascuno di noi e a parer mio (parere certamente modesto), questo è il caso di Lone Survivor. Il Cinema "bellico" nel proseguo degli anni ha donato a noi pubblico, molto pretenzioso, certi capolavori, da Salvate il Soldato Ryan ad Apocalypse Now e tanti altri. Questi sono i film che per me meritano di essere ricordati, che mi hanno emozionato per regia, fotografia, musiche e interpretazioni talmente toccanti da renderti partecipe delle sofferenze dei protagonisti. Ora non voglio risultare irriverente, ma "Lone Survivor" mi ha toccato allo stesso modo, cullando dentro me sensazioni che vanno dalla serenità iniziale, fino ad arrivare alla più totale ansia che culmina in una profonda sensazione di tristezza e di rispetto. Il rispetto, perché aspettandomi una colossale americanata, invece il film (tratto da un libro derivante da un'esperienza reale di guerra), non fa di tutta l'erba un fascio, non criminalizzando un'intera popolazione ma bensì solo una fazione, onorando chi di dovere. La pellicola si apre con la dimostrazione di filmati di addestramento dei Navy Seal, soldati che possono sembrare macchine ma che nel film si dimostrano maledettamente umani e reali nella loro "grandezza" e grande merito va dato alle grandi interpretazioni dei quattro sfortunati protagonisti, cioè un maturo e davvero brillante Mark Wahlberg e i suoi compagni davvero adatti alla parte e a tratti toccanti, cioè Taylor KytschBen Foster e Emile Hirsch. I quattro soldati si imbattono in una sfortunata operazione, che li porterà a dover scegliere se rischiare le loro vite o sacrificare dei civili e chiaramente in base a questa scelta, il loro destino cambierà radicalmente. Dopo, è una concatenata "esplosione" di scene violente, cadute rocambolesche, e ansia, tanta ansia, c'è un grande spazio per il lato più sentimentale del film dove tutti gli attori protagonisti contribuiscono in maniera a mio avviso eccelsa. Avrete la vostra scarica di adrenalina e di scontri a fuoco, ma con i piedi per terra, ed è per questo che ho amato questo film. E' un film americano e chiaramente si vede ma non è una forzatura. Tecnicamente niente da ridire, gli scontri a fuoco sono una vera goduria per gli occhi e per la bocca dello stomaco, a buon intenditore. Non è il capolavoro per antonomasia del genere, ma un grande film..grande davvero. Guardatelo senza pregiudizi e ne resterete affascinati, con un profondo senso di riflessione e senza odio per chi non lo merita..perché non tutti i soldati americani sono dei Terminator, ma soprattutto, non tutti sono dei fottuti talebani. In definitiva quindi, il film è visivamente bello da vedere e tranne qualche rara caduta di tensione tiene lo spettatore incollato alla storia, inoltre viene raccontato anche con una credibilità sufficiente a non far sembrare tutto troppo scontato. La scena che precede i titoli di coda affiancati dalle vere foto dei SEALS coinvolti nell'Operazione Red Wings è veramente toccante. Un film in grado di farti passare due ore interessanti senza mai un attimo di tregua o caduta di stile. Basti pensare che è stato candidato a due Premi Oscar, consigliato sopratutto agli amanti del genere.

Momentum è un mediocre action crime del 2015 diretto da Stephen Campanelli. A Cape Town, in Sudafrica, una rapina progettata in ogni minimo dettaglio non va come previsto. Ciò mette in pericolo la bella e affascinante Alex Faraday, che è testimone diretta anche dell'omicidio brutale di uno dei suoi compagni di furto da parte di un sindacato internazionale del crimine alla ricerca di una chiave. Mentre tenta di scappare dalla scena del crimine, Alex viene presa di mira da Mr. Washington, lo spietato capo dei nemici, ed è costretta a lottare per la propria salvezza. Questo film è l'ennesimo action dai ritmi sostenuti e concepito per puro intrattenimento, tra i cui scopi è quello di creare una serie basata sul personaggio proposto (un'eroina femminile), difatti il film è stato concepito (vedendo il finale a metà) come il primo capitolo di una serie. Ma se in altre pellicole qualcosa di innovativo c'è, in questo caso siamo nella mediocrità più assoluta fin dall'inizio. Dopo un inizio frenetico infatti e forse anche troppo fantascientifico, il film prosegue con ritmi più accettabili, se non altro per la presenza della bella Olga Kurylenko che riesce a mantenere in piedi il classico castello di carte. La storia non è delle più originali, anzi, il mix denaro, diamanti e driver zeppo di segreti atti a sovvertire le sorti degli Stati Uniti d'America è stato più volte usato per film del genere, ma si avvale della interpretazione di James Purefoy, in discreta forma. Comunque a parte qualche raro accenno di vivacità a livello di battute, aneddotica e trovate, il resto è tutto visto, rivisto e riciclato innumerevoli volte, segno evidente che ormai il ricorso alle tecniche digitali sopperisce malamente alla mancanza di inventiva, creatività e capacità artigianali e narrative. Possibile che non si possano più creare, per citare un solo esempio, inseguimenti in auto che siano minimamente credibili? Stendiamo poi il classico velo pietoso sulla sceneggiatura, che se negli elementi di fondo è valida, nei particolari contiene incongruenze mastodontiche, forzature eccessive a beneficio di una trama approssimativa cucita addosso al personaggio femminile. Personaggio femminile peraltro neanche tanto ben concepito ed elaborato, anche se coerente col resto del film, ovvero l’intelligenza non prevale in nessun personaggio e situazione, i dialoghi hanno qualche pretesa di ricercatezza ma spesso prendono il sopravvento sull'azione in maniera inverosimile e fumettistica rendendosi ridicoli e fuori luogo. Gli ammazzamenti ovviamente ci stanno tutti, ma qualche eccesso di sadismo compare qua e la, spesso a titolo gratuito. In definitiva quindi, si riduce ad essere l'ennesimo film composto da tanti spot pubblicitari messi insieme come un puzzle, ma dai pezzi ritagliati malamente e che non si incastrano per niente. Più che mediocre, chi se lo perde non ha motivo di rammaricarsi. Peccato, perché mi aspettavo sopratutto nella trama qualcosa di diverso, ma sopratutto di più per la presenza (quasi totalmente inutilizzata) di Morgan Freeman.

Storia d'inverno (Winter's Tale) è un inusuale ed enigmatico film d'amore del 2014, scritto, diretto (fa infatti il suo debutto alla regia) e prodotto da Akiva Goldsman (sceneggiatore di A beautiful mind, Il codice da vinci, Hancock, Io sono leggenda, Mr & Mrs smith). La pellicola è la trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Mark Helprin, scritto nel 1983. Come per molti film di Goldsman, siamo di fronte ad un genere misto: "Storia d’Inverno" infatti è una via di mezzo tra il film sentimentale, fantasy e la tipica fiaba. La città di New York è subissata da venti artici, notti buie e luci bianche. La vita degli abitanti ruota intorno alla più grande casa mai costruita e non esiste niente che ne possa scalfire la vitalità. In questo contesto fantastico, una notte d'inverno Peter Lake (Colin Farrell), orfano e grande meccanico, tenta di rapinare un palazzo-fortezza nel quartiere di Upper West Side. Sebbene creda che la residenza sia vuota, trova ad attenderlo Beverly Penn (Jessica Brown Findlay), la giovane figlia dei proprietari che sta per morire. Ha inizio così una storia d'amore che viaggia indietro nel tempo grazie a un cavallo bianco volante. Un film che si presenta quindi "strano" (e lo è sicuramente) a tratti perfino difficile da comprendere, ma comunque molto romantico. Però il film, a metà tra il biblico ed il fiabesco, si dipana lungo due (uggiose) ore senza che mai possa realmente emozionare e scalfire quel suo cuore di ghiaccio (narrativo, estetico, programmatico). Qua si blatera di destini da compiere, di disegni generali, di miracoli (e miracolose ridicolaggini, a partire dal poppante gettato in mare aperto a bordo di una scialuppa-giocattolo), di grandi unici amori che trascendono il tempo lo spazio la malattia e la morte, di lotte tra bene e male con tanto di angeli custodi, demoni e finanche Lucifero in persona (Will Smith! e non c'è niente da ridere, purtroppo), di stelle e luci che rifrangono la volontà dell'Universo. Un pastrocchio gonfio, strano e straniante, tronfiamente e inutilmente ammantato di un'aura fantasy necessaria soltanto come auto-giustificazione: c'è troppo (di tutto) e troppo poco (le voragini del racconto), quindi la visione non può che risultare indigesta. Una storia poco convincente cerca di cullare lo spettatore in un sogno d'amore eterno. Un sentimento capace di travalicare il tempo ed il reale, ma che non basta a rendere convincente un film trattato in maniera fin troppo buonistica. Una serie di cliché si susseguono senza sosta, creando un melò che vorrebbe fare parlare e riflettere su tanti temi, ma che alla fine spariscono in una nuvola di fumo. Troppa carne al fuoco crea solo tanta confusione e poca sostanza. Forse una storia più semplice e lineare sarebbe stata più efficace. Per stupire non basta paragonare Colin Farrel a Mosè e neanche rivangare la vecchia rivalità tra angeli e demoni. Ci vorrebbe qualcosa di più semplice e diretto, capace di colpire davvero al cuore. E questo purtroppo non accade. Oltretutto con tante incongruenze e senza un senso (vedi la "piccola Willa" conosciuta nella vita precedente: quanti anni dovrebbe avere ora? più di 100 e lavora!). Neanche il cast riesce a collaborare pienamente alla riuscita della pellicola, Colin Farrel ai minimi termini, mentre fa senz'altro miglior figura Russell Crowe che pare divertirsi un mondo ad interpretare il cattivo della situazione, difatti la sua interpretazione non delude ed il suo demone appare come l'unico personaggio azzeccato del film. Molto bella e sensuale Jessica Brown Findlay, non molto credibile però nei panni di una malata terminale di consunzione. Musiche pompose, "a tema" (con cui Brahms stona non poco), effetti speciali  per nulla speciali, messa in scena convenzionale e uno script scadente e sbrigativo, completano il quadro alquanto negativo, sebbene le atmosfere e la fotografia non siano affatto da buttare (i paesaggi innevati sono una garanzia). Nonostante ciò la pellicola riesce a non annoiare (leggermente) ed, alla fine, anche a divertire (un pochino). L'eccessiva dolcezza della storia farebbe alzare il tasso glicemico a chiunque, ma a chi è alla ricerca di un film romantico potrebbe anche piacere. Qui però non c'è qualcosa per cui gridare al miracolo ma, potrebbe essere in grado di farvi emozionare (almeno un po').

Sister (L'enfant d'en haut) è un drammatico film del 2012 diretto da Ursula Meier e con protagonisti Kacey Mottet Klein e Léa Seydoux. Il dodicenne Simon vive a ridosso di un lussuoso ski resort nei pressi delle montagne svizzere, in una località frequentata da gente benestante e altolocata. Per sopperire ai bisogni dettati dallo stato di povertà in cui vive, Simon si arrangia rubando le attrezzature dei turisti per poi rivenderle per pochi spiccioli, utili a lui e alla sorella Louise (Léa Seydoux). Fingendosi figlio di ricchi genitori, Simon riesce a conquistare la fiducia dei turisti e, in particolar modo, di una famiglia inglese che si lascia conquistare dai suoi modi gentili. Dopo esser rimasta senza lavoro, Louise comincia a dipendere sempre più dai soldi del fratello, che li baratta in cambio di piccole attenzioni e affetto. Sister costituisce una pagina filmica densa di mesto degrado ed emarginazione sociale. Simon e louise infatti, vivono in un casermone popolare isolato nella valle ai piedi di impianti sciistici frequentati da gente più o meno facoltosa, vivono in condizioni di sopravvivenza dove louise che è la più grande del nucleo familiare lavora un po' si e un po' no, chi porta a casa i soldi è però il dodicenne Simon, indotto dall'esigenza di avere il necessario per poter sopravvivere in una società che ha smesso da tempo di accampare nelle grotte, i due sbarcano il lunario in un non luogo di raro squallore ai piedi di splendide montagne dove gli altri non hanno altri pensieri che divertirsi. Il film della Meier è un rapporto in divenire che è cresciuto nella menzogna di una recita che ha stravolto completamente la realtà. una realtà in cui louise cerca disperatamente qualcosa che viene inesorabilmente disfatto sul nascere dalla menzogna che lei e simon stanno vivendo, la bellezza della Seydoux viene completamente annullata da una tristezza cosmica rappresentata da quel suo sguardo perennemente smarrito altrove. recitando suo malgrado un ruolo da madre/sorella maggiore/mantenuta che alla fine deve per forza ribaltarsi, poiché a furia di rubare prima o poi Simon si farà prendere in fragranza di reato e lo spettro della povertà busserà alla porta altrui alla ricerca di un pacchetto di pasta. così simon a furia di recitare un ruolo che non è il suo (quello di padre/figlio/fratello) alla chiusura degli impianti sciistici per la stagione estiva, non sa più chi è e se è qualcuno o qualcosa. cercherà un lavoro, andandosene da lì ma verrà rifiutato in quanto troppo giovane e in quanto ladro. in un bel finale, madre e figlio alla fine riconosceranno se stessi sospesi in un non luogo come la funivia, guardandosi attraverso il vetro, ritrovandosi a fondo valle. un film grigio come la neve sporca dei 'cicche' delle sigarette, come il condominio popolare e come l'aria pregna di gas di scarico dei paesini a fondo valle. Il film però, dall'interessante, degradante e devastante tema, non commuove e non convince. Sbaglia su tutti i fronti. Non indigna. Non emoziona. Non coinvolge. Perché non ci sono le cause, non ci sono le scuse, non ci sono risposte, non c’è riscatto, non ci sono prospettive, anzi sì: ma pur'esse devastanti (ove si accetti il simbolismo della scena finale). Perché la denuncia è chiara ma debole e la forma con cui viene espressa è tanto essenziale quanto grossolana. Visione, dunque, sconsigliata a tutti (fuorché ai temerari).

I Cavalieri dello Zodiaco - La leggenda del Grande Tempio è un film d'animazione del 2014 diretto da Keiichi Sato e prodotto dalla Toei Animation. Il film è ovviamente basato sul famoso manga e narra la battaglia alle Dodici Case dello Zodiaco dei Sacri Guerrieri di Bronzo contro quelli d'Oro per scortare e far arrivare sana e salva l'incarnazione della Dea Athena al Tempio per prendere il posto che gli spetta. Prima di tutto non ho mai seguito la serie TV, di cui so al massimo l'esistenza, ma è chiaro che ci sono molte modifiche alla trama e al design dei personaggi. Detto questo, l'idea di un film in CGI mi intrigava (dato che l'ho visto come passatempo e sopratutto perché volevo vedere con i miei occhi il motivo di molte bocciature) ma purtroppo il risultato è difatti pessimo, più nella prima che seconda parte (con strabilianti combattimenti). La storia non la conoscevo ma è così semplice che mi è bastato vederlo per capire tutto. Ma la pellicola difetta anche nell'audio: quando qualcuno parla con il rimbombo (ad esempio in una sala grande), non si capisce nulla, inoltre spesso la musica sovrasta quello che dicono i protagonisti, così a volte non ho capito una benemerita mazza. Niente da dire sui stravolgimenti alle armature per esempio ma senza veramente coinvolgere ed entusiasmare il film risulta abbastanza assurdo e ridicolo, soprattutto per colpa dell'uccisione strutturale del cuore e l'epicità della serie, che ha nella trama troppo sintetica e banalità dei dialoghi il punto più basso della pellicola, sconsigliabile agli amanti del manga.

Ciak, Si canta (Fan Girl) è una divertente ma assurda, inverosimile e troppo scema commedia per tutta la famiglia del 2015. Il film dalla durata di circa 100 minuti è diretto da Paul Jarrett, con protagonisti la giovane star di "Mad Men", Kiernan Shipka, e Meg Ryan (decisamente e smaccatamente sopra le righe). Comunque, questa inedita e allegra commedia dallo spirito 'social', narra le vicende di Telulah Farrow che ha due passioni nella sua vita: realizzare film che per un motivo o per l'altro si differenzino da tutti gli altri e la sua rock band preferita: gli All Time Low. Cosi', per partecipare al festival cinematografico della sua scuola, pensa bene di unire le due cose in un unico progetto: aiutata dai suoi due amici, Jamie e Darvan, decide di girare un film proprio sugli All Time Low. Ma prima deve riuscire ad assistere a un loro concerto. E' evidente come film di questo genere (teen) si assomiglino tutti e questo non fa eccezione, con una trama insipida, vuota e ovviamente scontatissima. Neanche la presenza della sempre giovane Meg aiuta a risollevare le sorti di un film stupido, anzi, la sua recitazione è pessima come quella di tutti i protagonisti, senza nessuna eccezione, neanche della giovanissima protagonista, carina ma irritante. Sconsigliatissimo.

Black or White è un delicato ed interessante film drammatico del 2014 diretto da Mike Binder. Film in cui si racconta di un uomo di mezza età, rimasto prematuramente vedovo, il quale deve continuare ad occuparsi ormai da solo della nipote di colore, figlia della a sua volta ed anzi tempo defunta figlia. Da questo momento la famiglia nera imparentata col padre di colore della piccola (padre che, del resto, mai si è preso una responsabilità della piccola in quanto troppo occupato a drogarsi ed, in alternativa, a disintossicarsi) si fa avanti con la pretesa di occuparsi della bimba con la motivazione di non farle scordare le proprie reali origini. Da qui si evolverà una serie di battaglie legali condotte in tribunale da entrambe le parti sino ad una soluzione intelligente e giusta tesa solo al bene della piccola. Naturalmente, in questa delicata situazione verranno allo scoperto le tensioni interrazziali e altre problematiche di difficile soluzione. Questa commedia, piacevole e divertente, attraverso un clima piuttosto sereno ed ironico in alcune sue parti, affrontando, principalmente il delicato tema dell'affidamento di un minore, e per giunta orfano, è intrisa di buoni e sani principi che, seppure scontati, inducono comunque lo spettatore a riflettere quanto per un bambino sia necessario ed influente l'ambiente in cui cresce e che lo forma. Pertanto, si riesce a comprendere nel corso dell'intera vicenda quanto siano sterili e dannose le controversie portate avanti dai vari contendenti, per lo più quando dettate dal semplice orgoglio personale o per un puro e semplice puntiglio, ma in ogni caso a danno del minore che poi è l'unico elemento a soffrire dell'intera situazione. Essendo un film un poco didascalico, ovviamente possiede un finale giusto e razionale, affermando una decisione che però non sempre, purtroppo, si avvera in simile situazioni reali. Ma al di là di ciò, il film funziona bene nel suo complesso, dando un insegnamento giusto e plausibile e divertendo anche il pubblico nella misura adatta. Bravi, qui, attore Kevin Costner nella parte del nonno distrutto dal dolore e dedito al bere ma nel contempo molto affettuoso con la nipotina, ed anche Olivia Spencer, nella parte della nonna di colore, esuberante, autoritaria ma sicuramente dotata di buon cuore. Comunque dopo un primo tempo di una noia mortale il film si riscatta in parte nel finale, e nel complesso quindi si lascia vedere, anche se il regista ha accentuato i toni della dipendenza dall'alcool di Kostner che è perennemente con il bicchiere in mano ed è monocorde per gran parte del film. Brava e misurata la bambina, mentre appare troppo macchiettistica la nonna. In definitiva per i fan di Kostner è da vedere senza ombra di dubbio, per gli altri può essere un intrattenimento comunque gradevole.

Tratto da una graphic novel di Posy Simmonds, il film Gemma Bovery è diretto da Anne Fontaine e interpretato dal sempre dominante Fabrice Luchini, per sensibilità e sommo gigionismo, e da Gemma Arterton (già notata in Tamara Drew: Tradimenti all'inglese). La regista per questo 'letterario' film punta Flaubert e la sua Madame Bovary, sfruttando l'assonanza del nome Emma/Gemma e del cognome Bovary/Bovery, per catapultarlo in una commedia fino ad un certo punto francese, contaminata da toni inglesi. Il tutto ruota intorno ad un colto/erudito parigino Martin Joubert (Luchini), ritiratosi da qualche anno in Normandia, con una moglie e un figlio giovanotto, in un luogo verde, solare con la case di mattoni appuntite, e una vita tranquilla facendo il panettiere (antico mestiere di famiglia), che con lui diventa un’arte di cui vantarsi. Ma la testa di Martin è piena di ricordi, rimpianti d'amore e letture dei grandi romanzieri, sui quali prevale Flaubert. Ovvio che quando arriva una coppia di inglesi Gemma e Patrick  Bovery, lui discreto e slavato restauratore di mobili, lei (una prorompente e florida Gemma Arterton) piena di una voglia di vivere conflittuale, perché cerca esperienze non impegnative, sfugge ai corteggiamenti, ma cede ai giovanotti aitanti, e cerca l'amore dei sogni che spesso si ha davanti e non ce se ne accorge. La bella e procace inglesina non fa mistero delle sue forme attraverso sottili se non trasparenti vestitini che fanno bollire il sangue agli uomini che le capitano vicino, il nostro Martin, non potendo aspirare ad una storia vera, anche perché da lei poco o nulla considerato se non per la sua cortese disponibilità e l'abilità nel suo mestiere, si elegge protettore e consigliere della irrequieta giovane, seguendola in tutti i suoi movimenti, ossessionato che possa seguire le tragiche orme della sua quasi omonima eroina flaubertiana. Si può immaginare che accade nella fervida fantasia di Martin quando Gemma compera il veleno per i topi, che non sopporta, ricordandosi del suicidio con l'arsenico di Madame Bovary. Ma Gemma non ha letto i romanzi dei grandi letterati e sempre più pensierosa, caccia un suo antico amore e svela al suo diario che il vero oggetto è il marito con il quale vorrebbe tornare a Parigi. Joubert sempre più coinvolto, con gli occhi cerulei sbarrati e la determinazione di fare qualcosa per lei finirà in qualche modo, ad evitarle il destino letterario e a procurargliene un altro per un inimmaginabile caso. Film elegante, con belle immagini e sotto l'ala di un eros innocente. Figure di contorno discretamente tratteggiate, buona la prestazione di Gemma Arterton ma su tutti incombe la personalità di Fabrice Luchini, che ci mette lo zampino a far svettare ogni tanto il pur piacevole racconto che decolla veramente verso il finale. "Gemma Bovery" è una commedia drammatica calda, croccante come il pane appena sfornato e diretto con un'eleganza e raffinatezza uniche. Non delude la sceneggiatura e le splendide musiche di Bruno Coulais si mescolano perfettamente con le vicende. Chi conosce la graphic novel non rimarrà deluso. Se volete quindi farvi uno splendido viaggio nelle campagne francesi con una storia originale piena di passione e tragicità "Gemma Bovery" è perfetto per voi. Concludendo "Gemma Bovery" è oggettivamente un bellissimo film, molto originale e intelligente che spinge a riflettere anche se non per tutti i palati.

Insieme per forza (Blended) è una commedia romantica del 2014 diretta da Frank Coraci. La pellicola dal cast corale è incentrata sull'incontro di due famiglie con genitori single, interpretati da Adam Sandler e Drew Barrymore, al loro terzo film insieme dopo Prima o poi me lo sposo e 50 volte il primo bacio (e addirittura c'è pure un cameo). Dopo un pessimo appuntamento al buio, Lauren (Drew Barrymore) e Jim (Adam Sandler), entrambi genitori single, si ripromettono di non incontrarsi mai più. Il destino gioca però loro un brutto scherzo quando si ritrovano bloccati insieme per una settimana in un lussuoso resort sudafricano. Durante la vacanza forzata, aumenterà la loro reciproca attrazione e a beneficiare della nascente relazione saranno soprattutto i rispettivi figli. Dieci anni esatti dopo "50 volte il primo bacio" ritroviamo quindi insieme Adam Sandler e Drew Barrymore in questa commedia romantica per forza di cose differente, il tempo passa per tutti, ma l'alchimia fra i due non viene messa in discussione. Semmai il limite del film è quello di adagiarsi sugli allori, su delle cose facili che comunque non funzionano così male. Questa è una commedia famigliare combinata alla perfezione, purtroppo non perché calibrata nelle sue movenze quanto perché ogni carattere è messo al posto giusto per far sì che tutto finisca col combaciare all'insegna di una formuletta consolidata che non fa mezza piega. Non che sia il tipo di film dal quale aspettarsi sorprese rivelatorie, ma tra il classico brutto anatroccolo che si rivela essere un cigno (quante volte l’abbiamo già visto?), le ritrosia verso chi potrebbe invadere la tua vita (un figlio di Lauren) e chi non dimentica la madre scomparsa, credendo che sia ancora al suo fianco, c’è un armamentario a dir poco consueto. A tutto questo si aggiunge la formula da "villaggio vacanza" con cartolina africana incorporata, se non altro spendibile per "cambiare aria" (tra gli esterni, i doppi sensi ed indigeni mattacchioni), ma se tutto è prevedibile come spettacolo premeditato riesce a difendersi. La scorrettezza verbale di Adam Sandler è mitigata (il che non è un male), ma non assente, e nel ruolo funziona soprattutto sulle note più intime non tanto perché profonde, quanto per il suo essere anomalo nel presentarle, tanto più che con Drew Barrymore, meno peperina di un tempo ma matura al punto giusto, l'intesa è limpida anche nel diverbio. Nel cast poi si aggiungono Terry Crews, completamente invasato nelle vesti di un Tom Jones africano, folkloristico ed appariscente e Shaquille O'neal collega oversize di Jim. Alla fine "Blended" è una commedia che non offre spunti incredibili e che cade anche in semplificazioni fin troppo palesi, però ha un buon ritmo, alcune buone battute ed alla fine, pur giocando sul velluto, riesce anche, nonostante sia tutto chiaro, a procurare una vellutata emozione. Probabilmente come offerta non sarà il massimo (sicuramente non in fatto di originalità), ma abbastanza gradevole lo è (ed adatta ad una visione condivisa in famiglia). Per i fan di Sandler (io per esempio lo sono) o della Barrymore è un film da non perdere.

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