mercoledì 19 ottobre 2016

Il fidanzato di mia sorella & Professore per amore (2014)

Oggi vi parlerò di due commedie romantiche viste recentemente, entrambe americane ma decisamente sottotono nonostante l'indubbia qualità soprattutto visiva. Comunque non malissimo ma neanche benissimo, due film che hanno in comune molte cose, un professore adulto, un college, una studentessa, l'amore e la prevedibilità. Niente di eccezionale ma piacevole da vedere, a cominciare da un film con Pierce Brosnan e poi con Hugh GrantDiretto da Tom Vaughan regista televisivo inglese, con pochi film all'attivo per il grande schermo a partire dal 2012, e scritto da Matthew Newman, alla sua prima sceneggiatura, Il fidanzato di mia sorella (titolo non peggiore dell'originale How to Make Love Like an Englishman) 2014, è una commedia romantica che apre molte problematiche sulla vita di un maturo professore universitario di letteratura inglese, dedito alla conquista delle sue studentesse, superficiale, irresponsabile, non cresciuto, sulla scia del padre Gordon, anch'egli professore, che si è curato poco di lui, rappresentando semmai uno sciagurato modello di vita. Richard Haig, l'ormai ultracinquatenne professore ha il fascino, l'elegante ironia e la duratura avvenenza di Pierce Brosnan (decisamente più a suo agio in questi film come in Non buttiamoci giù che in film d'azione brutti come The November Man e Survivor), che fa perdonare molte lacune della storia e della definizione dei personaggi, lui compreso, spesso spaesato e sballottato dagli eventi. Così la sera in cui Kate, la sua ultima  conquista (Jessica Alba) dovrebbe presentargli il padre, tanto ricco quanto fantasma, conosce poco prima la sorellastra della giovane studentessa, Olivia (una altrettanto bella Salma Hayek che compete in ironia con Brosnan) nota editor di scrittori di romanzi, legata infelicemente ad uno di essi, e capace di tenere testa al professore, etichettandolo come dongiovanni, narcisista e privo di autocritica, e sprofondando in una sincera preoccupazione per la sorellina, che al suo arrivo annuncia di essere incinta. Incurante della sua carriera Richard si farà trasportare in California, a Malibu, in una dimora spettacolare, dono dell'invisibile suocero. Trova un posto in un'Università minore e, con la paternità, comincia ad avvertire il primo vero sentimento profondo d'amore per il suo bambino e quindi i primi sensi di responsabilità. Tutto si complica quando Kate, divenuta gelida donna d'affari, si innamora di un giovane collega (Ben McKenzie) e vuole divorziare, mentre il nostro professore non può nemmeno concepire di allontanarsi dal figlioletto. Da qui si assiste a spesso improbabili snodi narrativi, problemi per l'immigrazione, in caso di divorzio, trattati con leggerezza a favore di un intreccio dove la comparsa di Olivia e di Gordon (il padre di Richard, uno straripante Malcom McDowell) avranno decisa influenza.

Il fidanzato di mia sorella parte con toni da commedia leggera alquanto modesta oltreché derivativa e infarcita di motti (Carpe diem) e cliché per poi inoltrarsi, in maniera goffa, risibile, in territori più impegnati palesando ambizioni del tutto ingiustificate. Un minestrone allungato (giacché dopo una ventina di minuti lo spunto si esaurisce e affiorano il nulla e la noia) nel quale trovano spazio temi impegnati(vi) e seri, sempre trattati con l'approssimazione dello studentello svagato e la spocchia di chi pensa che citando continuamente grandi nomi si possa giustificare il proprio bassissimo livello. Un dilettantismo che, finché rimane nello spensierato tra personaggi-macchietta, contrapposizioni elementari e gag da sagra dello stravisto, perlomeno non disturba, ma che, una volta messi in campo conflitti paterni mai risolti, problematiche (tragiche) legate all'immigrazione, scontri generazionali (l'insegnante che non sa comunicare con gli studenti) e conseguenze dell'alcolismo, sbaglia malamente modi, tempi, taglio, battute, sbrodolando nell'irritante. Con i soliti equivoci da pessimo tempismo, fotografia patinata di paesaggi californiani, beghe d'immigrazione ridotte a espediente comico, immancabili gag a base di marijuana e ubriachezza molesta. Una trama banale e scontata, sebbene piacevole, ma che non porta nulla di nuovo sotto il cielo della commedia rosa all'americana, equivoco, redenzione e buonismo di personaggi stereotipati in una storia a tratti fin troppo surreale sono gli ingredienti principali di questo lungometraggio. Dove, in un calderone di stereotipi, troviamo la bella Jessica Alba (decisamente meno sexy che in Sin City: Una donna per cui uccidere) relegata in un ruolo fastidiosamente isterico tanto da non riuscire a costruire alcun tipo di empatia con la sua dolce metà ma la "la strana coppia" Brosnan/Hayek regala una ventata di aria (nuova) e fresca a più momenti del film. L'ossimoro che si crea infatti nelle scene in cui lo humor inglese del Don Giovanni brizzolato Brosnan si incontra/scontra con quello latino della caliente Hayek (che negli anni non è mai cambiata, da Faculty per esempio) da vita a esilaranti siparietti. Siparietti che, purtroppo, non riescono da soli a salvare l'andamento di una pellicola destinata a schiantarsi contro il muro della mediocrità. Con un un finale, dove e come non si sa, e poco importa, in realtà, il figlioletto è riabbracciato, il nuovo amore (la Hayek) pure, mentre i titoli di coda congelano una visione dimenticabilissima. Infine tra gli attori sprecati per un film la cui banalità è veramente imbarazzante, merita un menzione, non fosse perché felicemente e costantemente sopra le righe, il buon Malcolm McDowell. Comunque il buon Pierce, si spupazza, nell'ordine, Jessica Alba, una biondina sexy e la di lei "sorella(stra)" Salma Hayek (protagonista di una scena piccante ridicola), ovvero, data l'indubbia avvenenza delle due (peraltro in formissima), l'unica nota positiva di questa ennesima commedia trascurabile, anche se non è mi piace tanto vedere uno di 60 con una di 20. Insomma, una pellicola leggera, adatta soprattutto come puro e semplice divertissement, ma davvero mediocre e abbastanza scontata. 4/10

Il secondo film è abbastanza simile nei contenuti, non solo per l'attore e il personaggio 'maturo' quanto per tutto il resto, anche se qui al contrario del precedente tutto è molto più serio, più vero e meno sciocco. Comunque anche questo film, Professore per amore (The Rewrite), film del 2014 scritto e diretto da Marc Lawrence, pur avendo tutte le carte per essere un piccolo gioiellino, non è niente di speciale e finisce, anzi, per essere abbastanza prevedibile, ma secondo me vale la pena di vederlo per due motivi, uno è proprio Hugh Grant e l'altro è Marisa Tomei. Insieme non formano una coppia memorabile e la loro storia d'amore non credo che rimarrà scolpita nella memoria (anche se per una volta, ed è un punto a suo favore, la loro storia è solo abbozzata, non così scontata e neanche 'consumata'), ma sembra esserci del vero nella loro spontaneità, in quella semplicità che li accomuna, viziata però da un senso di amarezza che si percepisce e che presumibilmente va al di là del ruolo recitato, come se entrambi, pur avendo avuto le occasioni giuste, non siano stati alla fin fine tanto fortunati. Hugh Grant ha avuto un gran successo ma dà l'impressione che la popolarità acquisita non sia stata in grado di confortarlo. Dal canto suo, Marisa Tomei recita il ruolo di una donna matura che ancora insegue un sogno artistico e una sua credibilità e anche per lei si intuisce un senso di verità, del resto pur se bravissima, così genuina e intensa nelle sue interpretazioni (indimenticabile la sua triste ballerina di lap dance in The Wrestler), è confinata sempre in ruoli secondari, se non addirittura di caratterista (come in Empire o I toni dell'amore: Love Is Strange), come se fosse sottoposta a un'interminabile gavetta e faticasse realmente a trovare la sua giusta collocazione e tutti gli onori che merita. In questo clima 'veritiero' ho apprezzato particolarmente il fatto che tutti e due si siano presentati davanti alla cinepresa senza il minimo 'ritocco', belli come sono e forse di più, con i loro lineamenti un po' stanchi e appesantiti e le le loro (verissime) rughe. In un film che nonostante non sia un granché, è una botta di simpatia, di piacevolezza, di godibilità. E poi di che si parla qui, in fondo? Di cinema su tutto, dato che la vicenda si svolge nell'ambito di una scuola per sceneggiatori, che già, di suo, è un sfondo decisamente insolito e che diverte e coinvolge. La storia infatti ci racconta di uno sceneggiatore di Hollywood che, dopo un film premiato da pubblico e critica, è caduto in disgrazia e non è più riuscito a concludere nulla. Per cui ora vivacchia cercando occasioni che non arrivano. Finché non accetta di insegnare ad un corso di sceneggiatura. Non ha però alcuna voglia di insegnare a scrivere perché ritiene che sia inutile e, una volta formata la classe, cerca di fare il meno possibile. Sarà però costretto dalle circostanze a impegnarsi anche grazie alla presenza di due studentesse decisamente molto diverse tra loro. Perché da lì in avanti gli si aprirà (per lui) un mondo, in quella scuola, ricchissimo di personaggi, uno più diverso e interessante dell'altro, che ovviamente faranno e daranno al professore, nichilista, disilluso, egocentrico, emotivamente immaturo e incasinato (praticamente uno stronzo che è pure separato, con un figlio con cui non parla da un anno), ma anche brillante e dalla battuta (non sempre ben accolta o capita, spesso cinematografica) sempre pronta, il cambio di prospettiva del personaggio che il film cercava, ma senza forzature e senza il solito banale e superficiale finale. Lui che, seleziona gli allievi guardandone il profilo (e le misure), col risultato che la classe scelta assomiglia a un concorso di bellezza (con due soli intrusi, il nerd dal futuro hollywoodiano assicurato, e il weird che non sa uscire dai confini intergalattici della saga creata da George Lucas), incomincia le lezioni con piglio annoiato e in modalità "alternativa", e infine ha rapporti sessuali con una giovanissima allieva. Insomma tutto quello che non dovrebbe fare, fino a quando non lo capirà. Professore per amore è quindi una commedia tutto sommato piacevole e ben orchestrata. La sceneggiatura non proprio geniale alterna dei momenti più riusciti (interessanti le riflessioni sulla natura del talento del novello professore) a situazioni già viste e scontate (il rapporto difficile del nuovo prof. con il figlio). Spuntano qua e là personaggi caricaturali divertenti, come il preside che si commuove ogni volta che parla della sua numerosa famiglia composta solo da donne (un bravissimo J. K. Simmons, lo straordinario protagonista di Wiplash). La vicenda (che in alcuni punti rischia di diventare un po' piatta) viene tenuta in piedi dalla bravura di Hugh Grant, sempre brillante in una parte che gli si addice alla perfezione. In più è sofisticata, garbata ma "puntuta", in ogni caso intelligente ed umanamente assai amabile. Un film che fa bene al cuore, senza però essere melenso e noioso. Comunque discreto ma non eccezionale. 6/10

6 commenti:

  1. No no no, assolutamente non il mio genere.
    Il secondo forse mi potrebbe interessare di più vista la sottotraccia sceneggiatura/scrittura che è presente nella trama, ma non sono film nelle mie corde.
    Tu non sei stato generoso coi voti, io manco li guarderei^^

    Moz-

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    1. Cerco di vedere un po' di tutto, di vedere oltre le apparenze, in ogni caso so perfettamente che non sono film graditi a molti, neanch'io li adoro ma ogni tanto li riesco a digerire. In effetti io consiglierei il secondo e non il primo. Non è che sono stato generoso è che in base al genere e non in generale sono voti personalmente giusti ;)

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  2. Evito le commedie americane anche se poi qualcuna mi è pure piaciuta. Per esempio ero indecisa su questo "Fidanzato di mia sorella" non per una speciale predilezione per l'attore, ma ne avevo sentito parlare bene..poi ho desistito.
    Grant aveva incominciato benissimo , ma ora sembra ormai in caduta libera, un po' sempre uguale..io che avevo delle belle speranze per lui...
    Come sempre recensioni accuratissime, ma desisterò ne sono sicura..
    Buona notte Pietro..e un abbraccio forte!

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    1. Alcune infatti è meglio evitarle, non tanto queste, comunque passabili ma tantissime altre, in ogni caso se hai già scelto di non vederli, non farlo, meglio se desisti ;)

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  3. Che bello venire qui e leggere recensioni di film che ho visto e su cui posso quindi scrivere per bene xD
    Ho visto "Il fidanzato di mia sorella" e non mi ha colpito moltissimo. Quella sera d'estate in cui io e le mie coinquiline, armate di schifezze da mangiare, ci siamo sedute su un divano improvvisato, avevo voglia di una di quelle commedie romantiche che ti restano impresse ed invece...mi ha molto deluso. Assolutamente scontato il finale, ci speravo ma niente! Solo guardabile.
    Un abbraccio :))

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    1. Il bello è proprio questo, perché anche se li vedo dopo, almeno una larga li ha già visti e quindi è più facile scrivere qualcosa, e mi fa davvero piacere :)
      Ci si aspetta sempre qualcosa ma alla fine è sempre la solita storia, anche se, cosa potresti mai aspettarti da un film del genere? il lieto fine, perciò di più non poteva fare, certo si doveva far di più ma almeno piacevole lo è sicuramente ;)

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